Le guerre che non finiscono mai
La guerra come macchina fuori controllo
Mi pare che Andrea Riccardi, nel suo articolo sul Corriere della Sera del maggio 2026 intitolato Le guerre moderne non si vincono, tocchi un punto che oggi molti preferiscono non prendere in considerazione da vicino. Si continua a cominciare guerre, pensando di poterle agevolmente dominare e poi tranquillamente vincere. Poi, però, una volta cominciate, le guerre restano lì. Si allargano, si incancreniscono, cambiano volto, producono morti, distruzioni, rancori, paure, economie spezzate, generazioni ferite. Ma non si riesce a vincerle.
Questo è un inequivocabile dato di fatto, rudemente concreto. A tutti dice che oggi le guerre non si vincono. Riccardi richiama la guerra tra Russia e Ucraina. Lo si vede nel Medio Oriente. Lo si è visto in Iraq, in Afghanistan, in Somalia. Si entra nella guerra con l’idea di piegare l’altro. Poi ci si accorge che l’altro non è piegato davvero, oppure che, anche quando sembra piegato, lascia dietro di sé un mondo più instabile di prima.
Qui il cristiano dovrebbe fermarsi. Non certo per distribuire a destra e a sinistra giudizi facili. Non per dire che lui aveva capito tutto prima degli altri. Sarebbe ridicolo. In campo ci sono questioni enormi: la sicurezza dei popoli, il rischio nucleare, gli equilibri economici, la libertà, la difesa degli innocenti, la prepotenza di chi aggredisce. È chiaro che tutto ciò non lo si può liquidare in modo semplicistico. Resta ugualmente però sul tavolo l’asserto iniziale: la guerra, una volta che è fatta partire, appare sempre di più simile a una macchina che nessuno è in grado di fermare.
La pace non è buonismo
Papa Francesco, ricordato da Riccardi, ha scritto: Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. Quando la guerra attraversa il mondo, lo peggiora. Lo rende più sospettoso, più armato, più chiuso, più povero di fiducia. Anche quando tace, continua a parlare dentro le ferite che ha lasciato.
Per questo il discorso sulla pace che Leone XIV continua a proporre non può essere interpretato come una specie di buonismo ecclesiastico. In realtà, esso nasce da una ispirazione evangelica che genera uno sguardo molto concreto sulla realtà. Il Vangelo non è un fiore messo sopra le macerie per renderle più sopportabili. È giudizio sulla storia carico di luce. E, quando questa luce illumina la guerra, mostra che la guerra promette ordine e lascia disordine. Promette sicurezza e moltiplica paura. Promette vittoria e spesso consegna soltanto sopravvivenza.
La croce e l’illusione della forza
Gesù Cristo non ha mai insegnato ai suoi discepoli a salvare il mondo dominandolo. Noi cristiani dovremmo ripetercelo. Lui ha scelto una strada diversa, talmente diversa da sembrare impraticabile. Ha scelto la croce. Ma la croce non è passività davanti al male. È il modo con cui Dio entra nel male senza diventare male. È il modo con cui lo affronta, lo smaschera, lo vince senza imitarlo. Qui sta il punto più duro per noi cristiani. Perché noi diciamo di credere nella croce, ma quando la storia diventa minacciosa torniamo subito a pensare che, alla fine, solo la forza salva.
Forse la forza può fermare qualcosa. Talvolta deve anche farlo. Ma non salva. Salvare è un’altra cosa. Salvare significa generare vita dove la morte ha già cominciato a comandare. Significa ricostruire fiducia, custodire innocenti, aprire vie di riconciliazione quando tutti hanno ormai imparato soltanto il linguaggio della vendetta. È molto più difficile. Magari, pure drammatico. Infatti, quasi nessuno lo vuole davvero. È più facile colpire. È più facile rispondere. È più facile dire: adesso basta. Ma, poi, quel ‘basta’ non basta mai.
Il fascino oscuro della guerra
La lezione tragica impartitaci dal Novecento, e anche da questo secolo, di per sé dovrebbe averci resi più saggi. Invece, non è proprio così. Sembriamo sempre sul punto di ricominciare da capo, come se la memoria non riuscisse a diventare coscienza. Abbiamo accumulato morti, rovine, profughi, città distrutte, promesse mancate. Eppure, la guerra continua a proiettare sugli animi un fascino irresistibile.
Il cristiano non può permettersi di accogliere questo fascino. Non può chiamare bene ciò che divora l’uomo. Non può dimenticare che ogni uomo ucciso, resta pur sempre un uomo.
Forse è qui che il discorso sulla pace diventa spirituale in senso forte. Non perché si allontana dalla realtà. Al contrario, perché la guarda fino in fondo. La pace non è l’assenza provvisoria dei colpi. È un modo diverso di pensare l’uomo. Se l’altro è soltanto un nemico, prima o poi lo devo eliminare. Se l’altro resta un uomo, anche quando è nemico, allora il mio agire è già sottoposto a un giudizio più alto. Non posso fare tutto. Non posso volere tutto. Non posso trasformare la necessità in idolatria.
Che cosa significa davvero vincere
Le guerre di oggi non si vincono. Forse perché la guerra, in realtà, non ha mai vinto davvero. Ha solo imposto silenzi provvisori, confini, paure, vendette rimandate. La vittoria vera dovrebbe rendere più umano il mondo. Dovrebbe far respirare i bambini, rialzare i poveri, riconciliare i popoli, restituire futuro. Se dopo la guerra tutto questo non accade, cosa si è vinto?
Restano due domande. Ognuno deve anzitutto chiedersi: io, da che parte voglio stare? Deve poi chiedersi: sto seguendo Gesù?
In ogni caso, a noi sembra che il punto decisivo sia uno. La pace cristiana non nasce anzitutto dai trattati. Nasce dalla conversione del cuore. Ciò potrebbe deludere. Si preferiscono soluzioni pratiche e rapide. Meglio, se, imponenti. Ci si affida con naturalezza a conferenze internazionali, equilibri militari, alleanze ben costruite. Non è che questi generi di ingaggio non abbiano peso. È che Gesù continua sistematicamente a spostare l’attenzione più in profondità, dentro l’uomo.
La pace che nasce dal cuore
Gesù lo dice in modo quasi spietato: “Dal cuore infatti provengono propositi malvagi, omicidi, adulteri, impurità” (Mt 15,19). È impressionante che lui collochi la radice del male non fuori dall’uomo, ma dentro di lui. Oggi è molto facile incontrare gente convinta che il male venga soltanto dagli altri, dalle strutture, dai nemici, dalle ideologie avverse. Gesù non lo pensa. Lui guarda al cuore. E il cuore umano, quando si chiude a Dio, diventa facilmente un luogo dove i germi della guerra proliferano molto facilmente.
Gesù insiste: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Ma, qui, si entra in un ambito del cristianesimo che fa paura. Gesù arriva a dire: “Amate i vostri nemici” (Mt 5,44). Quasi nessuno prende davvero sul serio questa frase. La si ammira da lontano. La si considera un ideale altissimo. Invece Gesù la pronuncia come una parola rivolta a tutti. Non dice che il male non esiste. Dice soltanto: non lasciare che il male trasformi anche te in male.
Abbiamo scelto di chiudere il nostro scritto portando in primo piano Tommaso da Kempis. Nella Imitazione di Cristo, scrive: “Prima conserva la pace in te stesso, poi potrai portare la pace agli altri”.