CATTOLICI E POLITICA – 2 Quale rapporto stabilire tra fede, politica e storia

Nel precedente articolo abbiamo iniziato ad affrontare una questione molto particolare e altrettanto spinosa: cercare di portare in primo piano le essenziali differenze ecclesiologiche e teologiche tra le cosiddette “due anime del cattolicesimo italiano” e precisamente quella del movimento di Comunione e Liberazione e quello dell’Azione Cattolica. Lo si sa, CL e AC corrispondono a due modi di dare forma alla missione della Chiesa cattolica nella società e, in particolare nella politica: quello della “presenza” (CL) e quello della “scelta religiosa” (AC).

In questo secondo articolo ci lasceremo stimolare dalle idee espresse da Massimo Borghesi nel suo articolo “La teologia politica della destra religiosa” pubblicato nel sito Borghesi.com 9/2019.

Una frattura nascosta: fede e potere

Leggendo il suo testo, ci siamo subito ritrovata in animo l’impressione che Borgesi insistesse particolarmente sull’affermare che, per lui, la questione anzitutto non è affatto un fattore soltanto teorico. Non è o, meglio, non è soltanto una disputa tra modelli. È qualcosa che tocca il modo stesso in cui si guarda la realtà, quasi il respiro con cui si sta dentro la storia.

Massimo Borghesi precisa ulteriormente le sue intuizioni quando passa a dibattere (cfr sito Borghesi.com 9/2019) alcune affermazioni di Rodolfo Casadei. Sostiene con notevole tenacia di individuare come realtà indiscutibilmente in atto una linea di frattura che, anche se per ora non è immediatamente visibile, che sta lentamente comparendo. Su un versante lui trova il convincimento pratico che la fede debba trovare nel potere politico una sua forma compiuta, o almeno una sua garanzia. Sul versante opposto scorge una posizione più discreta e carica di rischi che accetta di non coincidere con nessun assetto storico, tanto meno di non esaurirsi in esso.

E forse è proprio qui che la ricerca giunge a un bivio e impone una scelta cruciale. La riflessione comincia a farsi un affare davvero strettamente personale. A ben vedere, questa tensione non riguarda soltanto i grandi ambiti della storia o della teologia. Prima di tutto, riguarda il modo in cui ciascuno di noi, nel concreto della propria vita, gestisce di fatto il rapporto che deve tenere insieme ciò che si crede con ciò che si costruisce.

Teologia politica o teologia della politica?

Rifacendosi a Joseph Ratzinger, Borghesi richiama una distinzione che, a prima vista, può sembrare sottile, quasi terminologica: quella tra “teologia politica” e “teologia della politica”. Eppure, proprio qui si gioca qualcosa di decisivo per ogni credente. Perché nel primo caso il rischio è quello di una fusione, di una identificazione progressiva tra il Regno di Dio e le strutture del mondo; nel secondo, invece, resta uno scarto, una distanza tra il credere in Gesù e il vivere nel mondo che non viene mai colmata del tutto.

E questo scarto, a pensarci bene, non è una mancanza. Non è un difetto da correggere. È, in qualche modo, la condizione stessa della libertà. Più a fondo, è la sfida che Gesù lancia affermando: “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.

Questa parola, così breve, così spesso citata quasi per abitudine, continua a portare dentro di sé una tensione irrisolta. Non divide semplicemente due ambiti. Li mette in relazione senza mai confonderli. E, nel fare questo, impedisce a entrambi di diventare degli assoluti.

La tentazione del potere e la forza della testimonianza

Forse è proprio questo che si fatica ad accettare. Che, cioè, non ci sia una sintesi finale visibile e compiuta. Che la fede non si traduca mai completamente in un ordine politico. Ma, alla pari, che la politica non possa mai rispondere in modo esaustivo alle attese più profonde dell’uomo.

Nel testo di Borghesi emerge con chiarezza una critica a quella che potremmo chiamare una nostalgia del potere. L’idea, cioè, che il cristianesimo per potersi realizzare nella storia abbia bisogno di una struttura forte, di un’alleanza stabile con le istituzioni. Come se, senza Costantino, senza l’impero, senza una qualche forma di riconoscimento ufficiale, la fede sarebbe rimasta fragile, marginale, quasi irrilevante.

Lo stesso Borghesi ricorda del resto che la diffusione del cristianesimo, nei primi secoli, non è stata costruita dal potere politico o economico, ma è stata generata dalla testimonianza. Una testimonianza spesso silenziosa, a volte persino nascosta, e tuttavia capace di incidere nella realtà in modo imprevedibile anche irreversibile.

La fede come incontro, non come costruzione

Qui, inevitabilmente, il pensiero torna indietro. Torna ad Abramo. A quell’uomo che non aveva strutture, non aveva potere, non aveva nemmeno certezze pienamente comprensibili. Eppure, si è messo in cammino. Non aveva racimolato garanzie terrene. Aveva soltanto ascoltato una voce.

Queste ultime affermazioni contengono un qualcosa che continua a sfuggire a ogni tentativo di sistemazione definitiva. La fede non nasce da un equilibrio di forze. Non è il risultato di una costruzione strategica. È, prima di tutto, un incontro. Quanto mai vitale.

E questo incontro non ha bisogno di essere legittimato dal potere per risultare vero.

La tensione irrisolta e lo spazio della libertà

Ci è comunque sembrato importante proporre il pensiero di Borghesi perché questo autore insiste su un altro punto. Va ripreso con molta accortezza. Eccolo.

La “teologia politica” finisce, in fondo, per secolarizzare la fede stessa. Perché, nel momento in cui identifica il Regno di Dio con una realtà storica determinata, ne riduce inevitabilmente la portata. La chiude come dentro un confine.

E allora, paradossalmente, l’impegno sincero di difendere la fede conclude nell’impoverirla.

Ma, qui, il discorso si fa delicato. È infatti evidente che la fede genera conseguenze politiche. Non può non averle. Incide sulle scelte, sui giudizi, sul modo di stare nel mondo. Ma un conto è lasciarsi guidare dalla fede nelle proprie decisioni; un altro è trasformare la fede in uno strumento di formazione o di legittimazione del potere.

Due visioni che creano due realtà. Certo, a volte, la differenza tra le due è davvero difficile da cogliere. C’è un passaggio che mette conto analizzare. L’idea che “la grazia soprannaturale non necessita di nulla per accadere”. Che può avvenire ovunque, in qualsiasi condizione. Anche nelle più sfavorevoli.

Questa affermazione include in sé, in fondo, un qualcosa di altamente provocatorio. Toglie ogni sicurezza. Toglie l’illusione che possiamo controllare il modo in cui Dio agisce nella storia.

E forse è proprio questo che inquieta. Che non possiamo garantire la presenza di Dio attraverso le nostre strutture. Che non possiamo “organizzare” la grazia.

E allora si torna al punto di partenza. A quella tensione che non si lascia risolvere.

Da una parte, il desiderio di incidere nella storia, di costruire qualcosa di stabile, di riconoscibile. Dall’altra, la consapevolezza che ciò che è più decisivo non dipende da noi, e non si lascia rinchiudere in nessuna forma per noi definitiva.

Forse la fede autentica spunta e si afferma piano piano proprio qui. In questo spazio che non si chiude.

Non è facile starci. Viene naturale cercare una sintesi, una soluzione, un punto fermo. Ma ogni volta che lo si trova, c’è il rischio di perdere qualcosa di quanto Dio ha donato per salvare la vita che si era perduta.

E allora si resta, in qualche modo, in cammino. Non senza incertezza. Non senza fatica.

Ma, forse, proprio per questo, con una libertà che non viene da noi.