CATTOLICI E POLITICA – 1^ Il paradosso cristiano del vivere la fede come incarnazione e come nascondimento

Una tensione che interpella l’anima e non si lascia estinguere

Questo tema ha fatto scorrere fiumi di inchiostro. Noi siamo convinti che ciò doveva accadere perché, in gioco, stanno valori posti da Gesù stesso al centro della fede. Questo particolare rende tali valori immensi. Insieme, però, fa sì che per l’uomo la loro concreta e quotidiana attuazione si faccia ardua, problematica. Insieme, a incessanti riprese, lo interroghi e lo obblighi a prenderla in considerazione e a prendere posizione. È proprio quello che intendiamo proporre con una serie di articoli. Abbiamo scelto di procedere presentando una serie di prese di posizione che da più parti del panorama cattolico sono state avanzate. Al riguardo, riteniamo poco significativo sentenziare. Per noi è importante spingere alla riflessione e al dibattito il maggior numero di persone possibile. Procederemo accostando in successione alcuni interventi da noi valutati rappresentativi di sintesi attorno alle quali molti poi convergono.

Ci sono testi che non si lasciano semplicemente leggere. Restano lì, come una specie di eco che continua a restare attiva anche quando hai chiuso la pagina. Uno di questi è senz’altro lo scritto che Marco Vergottini dedica alle “due anime” del cattolicesimo italiano del secondo Novecento (pubblicato in SettimanaNews, settembre 2025). A caratterizzare lo scritto non sono senz’altro tanto le posizioni che prende, che pure sono nette, ma il modo in cui riporta alla luce una tensione che, a ben vedere, non è mai davvero scomparsa. Ha di continuo persistito, semplicemente trasformandosi. Forse, si è addirittura cercato di nasconderla sotto altri nomi.

Noi ci fermiamo su una parola che ritorna più volte: tensione. Non è infatti in gioco un conflitto che, tutto considerato, finirebbe ben presto apparire sterile. Neppure pensiamo che sia entrata in campo una divisione ideologica. Sulla scena, vediamo capeggiare qualcosa di più profondo e, al tempo stesso, di sostanzialmente inevitabile. È come se il cristianesimo, una volta avere deciso di prendere molto sul serio se stesso, non possa evitare di dare vita a una stranissima duplicità. Se in tal modo da una parte non incarna una vera e propria contraddizione, dall’altra nemmeno può venire risolto da facili pacificazioni.

Due vie per diventare servi fedeli del Signore: emergere o scomparire

Sottolineiamo il fatto che Vergottini parla di due modalità di essere. Parla cioè di due “ecclesiologie vissute”. O, se si preferisce, allude a due modi di intendere il rapporto con Cristo e con il mondo. Vale a dire, la via della presenza si ritrova di fronte la via alternativa della scelta religiosa. La via del santo che irrompe nella storia in modo clamoroso, da protagonista per scardinare e spazzare via il malfatto. E il mistico che scioglie la sua vita nel magma del mondo, fino a scomparire in esso per vivificarlo dall’interno col suo sacrificio tenuto nascosto.

Come si vede, in gioco non stanno affatto due semplici tipologie di azione. Ci stanno, infatti, due movimenti dell’anima. Più a fondo, due modi di stare davanti a Dio e, nello stesso tempo, di entrare nella storia per farla evolvere.

Detto con sincera semplicità di spirito: il cristiano deve emergere o deve scomparire?

La fede visibile e la fede nascosta: nel mondo come luce e lievito

C’è una forma di fede che sente il bisogno di essere visibile, riconoscibile, fino a diventare quasi inevitabile. Una fede che prende corpo, che costruisce, che si espone. Che entra nei luoghi della vita sociale, della cultura, della politica, e lì non si limita a testimoniare. Va molto oltre. Giudica, propone, organizza. È la fede che non accetta di essere relegata ai margini. Che, per usare le parole citate nel testo, “si sporca le mani”.

E poi c’è un’altra forma di fede, più raccolta, più silenziosa, che diffida un po’ di questa esposizione. Non perché rinneghi il mondo, ma perché teme, forse, che nel momento in cui la fede diventa troppo visibile, rischi di perdere qualcosa della sua verità. Questa seconda via sembra dire: resta dentro, forma la coscienza, lascia che sia il Vangelo a lavorare lentamente, senza forzature.

Ci accorgiamo che stiamo semplificando. Forse, anche troppo. Però la sensazione che merge dall’animo è davvero questa. Come se ci fosse una domanda che attraversa tutti e tutto: dove si gioca davvero la fede? Domanda che, immediatamente, ne genera altre. Nel gesto pubblico o nel lavoro nascosto? Nel costruire opere o nel formare persone? Nel dichiararsi esponendosi, o nel tendere verso il nascondimento, diventando quel che il lievito è nella pasta?

Per la verità, è scritto: “Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata”.

Unità nella differenza: il mistero del rapporto che deve restare unico

Vogliamo precisare che, forse, è proprio qui che la riflessione di Vergottini, pur nella sua impostazione più teologica e storica, apre qualcosa che va oltre il caso italiano. Perché quella distinzione tra presenza e mediazione, tra visibilità e discrezione, non riguarda solo CL e Azione Cattolica. Per noi, riguarda ciascuno.

Ma qui un punto va con cura precisato. Siamo conviti che diventa pericolosamente riduttivo considerare la questione sollevata come un caso di semplice rivalità tra associazioni. Ci sembra che la questione riguardi due modi di vivere l’unico rapporto con Cristo.

Questo è il punto: l’unico rapporto.

Ora, il rischio peggiore, che si corre quando si dibatte di ciò, resta quello di prendere posizione. Di sentenziare: il giusto sta di qui e lo sbagliato sta di là. Questo è più evangelico, quello meno. Noi ribadiamo il fatto che, se davvero si tratta di due modi di vivere lo stesso rapporto, allora la questione non sta nello scegliere una parte, ma nel capire cosa manca a ciascuna delle due parti.

Certo, ci viene da pensare che una fede tutta visibilità rischia, prima o poi, di confondersi con il potere. Anche senza volerlo. Perché quando si entra nei meccanismi della storia, della politica, delle istituzioni, inevitabilmente si perde o si trasforma qualcosa di sé.

Ma, allo stesso tempo, una fede tutta interiorità rischia di diventare irrilevante. Di non incidere più. Di restare vera, senz’altro. Di ritrovarsi però come sospesa nel vuoto, incapace di generare concretamente storia.

E allora spunta la parola che nel testo compare quasi come conclusione. In realtà, noi lo consideriamo invece come punto di partenza: unità nella differenza. Cioè non una sintesi, che spesso diventa solo compromesso; ma una convivenza difficile, dal procedere appesantito da problemi mai del tutto risolti.

In fondo, anche nella tradizione più antica della Chiesa, questa tensione c’è sempre stata. Marta e Maria, l’azione e l’ascolto, la città sul monte e il sale nascosto. Opposti che non si eliminano a vicenda. Restano.

E forse devono restare.

Camminare: la fede va resa una storia viva

Vogliamo ricordare a tutti l’esperienza che ognuno vive: ritrovare che la sua fede si muove per continue oscillazioni. Ci sono momenti in si sente il bisogno di esporsi, di parlare, di prendere posizione. E altri in cui si capisce che è meglio tacere. Anzi, conviene restare dentro una relazione che non ha bisogno di essere continuamente dichiarata.

È quanto succede ad Abramo che, pur non avendo visto Dio e sentito sue parole con le proprie orecchie, non ha mai smesso di andare avanti.

Troviamo che questo riferimento biblico sia capace di tenere insieme tutto. Perché Abramo non costruisce opere visibili nel senso moderno del termine. Nemmeno però si chiude in una spiritualità di stampo intimista. Lui, cammina. E, giorno dopo giorno, Dio, trasforma il suo cammino in una storia santa posta come metro di misura per tutti.

Ci viene da concludere che, forse, proprio qui sta la chiave che apre alla comprensione fondamentale. Dio non ci chiama a scegliere tra presenza e scelta religiosa. Dio ci chiede di non smettere mai di camminare. Il che presuppone di giungere ad accettare che la fede resti viva e non si lascia mai ridurre a una sola forma di esistenza.

E che ogni volta che cerchiamo di fissarla, di renderla definitiva, qualcosa inevitabilmente ci sfugge.