Lettura 16 Gen 1,26-31 Sesto giorno: la creazione dell’uomo, seconda parte
Gen 1,26 «Poi Dio disse: / «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza,
e dominino ( radah) sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, / sugli animali domestici e selvaggi e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
27 Dio creò / barah l’uomo a sua immagine; / a immagine di Dio lo creò / barah;
maschio / zakar e femmina / neqebah li creò / barah.
28 Dio li benedisse e disse loro: / «Siate fecondi e moltiplicatevi, / riempite la terra e sottomettetela (kabash) dominate (radah) sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo / e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».
29 E Dio disse: «Ecco, io vi do ogni pianta che produce seme / e che è sulla superficie di tutta la terra / e ogni albero da frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.
30 A tutte le bestie selvagge, a tutti gli uccelli del cielo / e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, / io do in cibo ogni forma di vegetazione». E così avvenne.
31 Dio vide tutto quanto aveva fatto: era davvero molto bello.
Venne sera e poi mattino: sesto giorno».
La plurale singolarità uomo donna
Nelle letture precedenti abbiamo visto come la tradizione sacerdotale P è sempre attenta a conservare e a mettere in luce le separazioni, ma nel caso dell’umanità la separazione è sostituita dall’unione.
Il versetto 27 è composto da tre frasi in cui il Soggetto è Dio e l’uomo il complemento oggetto: ma le prime due frasi sono al singolare, mentre la terza è plurale. Riteniamo che questo sia un modo per significare la profonda unità esistente tra l’uomo e la donna: una singolarità che diventa plurale o una pluralità che diventa singolare. In definitiva maschio e femmina sono “uno”.
Ora, nella tradizione ebraica l’idea di maschio / zakar è concepita come forza caotica, dirompente, violenta, disordinata, combattiva.
L’idea di femmina / neqebah è elaborata come colei che prende dentro di sé quella forza caotica, dirompente, violenta e la trasforma in “vita”.
Anche la psicologia moderna ritiene che la sessualità, differenziandola dalla genitalità, è costituita da due modi diversi di approcciare e conoscere la realtà, il mondo.
L’uomo concepisce e comprende il mondo in modo maschile, la donna lo concepisce e lo comprende in modo femminile. Il mondo pensato dall’uomo è diverso dal mondo pensato dalla donna. Nel rapporto con la donna l’uomo viene a conoscere un aspetto del mondo che per lui era ignoto… e viceversa.
Se i due comprendono e vivono nella comunione la propria diversità, la comprensione della realtà si arricchisce e si apre al futuro, se viene imposta la propria visione, allora la violenza dei generi è alle porte.
Il rapporto dell’uomo con il mondo e le sue creature.
Non possiamo perdere di vista quanto abbiamo detto nella lettura 5 a riguardo del mito di Atrahasis. Là l’uomo era stato creato per sostituire i faticosissimi lavori che gli dèi minori dovevano svolgere ogni giorno a beneficio degli dèi superiore. È in seguito ad una rivolta degli dèi lavoratori che viene deciso di creare l’uomo il quale, a sua volta, è condannato per tutta la vita a scavare canali, coltivare la terra, raccoglierne i frutti per portarli nei templi dove tutti gli dèi, superiori e inferiori, possano vivere e riposare in pace ed in silenzio.
Invece nel nostro racconto il rapporto viene espresso con due termini sinonimi: “radah” che in diversi luoghi biblici significa: calcare, pigiare l’uva, signoreggiare, dominare, assoggettare. Il secondo è “kabash“: calpestare, mettere sotto i piedi, soggiogare, rendere schiavo.
Se è così sono coerenti le traduzioni riportate, ma se non contestualizziamo il testo all’epoca in cui è stato elaborato si corre il rischio di fraintenderlo.
Quando noi diciamo “dominare” pensiamo ad un esercito dotato di carri armati, portaerei, squadroni di soldati che marciano sulle strade, ecc. Ma questa non è la realtà del popolo ebraico del IV secolo: una terra semidesertica, in gran parte montagnosa, povera di fiumi e di acque e con lunghi periodi di siccità. Un popolo che viveva essenzialmente di agricoltura e pastorizia. Dal punto di vista politico un cuscinetto schiacciato tra le superpotenze che si erano succedute in Mesopotamia e in Egitto. La pace è esistita solo nei brevi periodi in cui una delle due prevaleva sull’altra e Israele diventava vassallo dominato dal vincitore.
Allora l’immagine che guida la comprensione di questi versetti dovrebbe essere quella del pastore che cura il suo gregge. In quel territorio e in quelle condizioni climatiche un gregge non potrebbe sopravvivere allo stato brado, così si rende necessario la presenza di qualcuno che lo conduca, che lo “domini“, appunto. Solo il pastore dotato di esperienza sa dove si trovano le sorgenti a cui gli animali possano abbeverarsi almeno due volte al giorno, estate e inverno. Solo un pastore sa mantenere gli animali giorno dopo giorno in uno spazio determinato senza permettere che le bestie vadano a calpestare tutto il pascolo in poche ore.
Solo l’esperienza dei pastori, acquisita anche dalle generazioni precedenti, conosce quali sono i pascoli da sfruttare in primavera lasciando quelli più riparati e umidi per la stagione secca, in modo tale da consentire agli animali di avere sempre erba fresca tutto l’anno. In questo modo tra il pastore e i suoi animali si stabilisce un rapporto indissolubile, una dipendenza reciproca: il pastore consente al gregge di vivere e il gregge permette la vita del pastore dandogli lana, latte e carne. Sì, anche carne almeno fino a quando i maschi non impareranno a fare il latte!
L’idea che emerge da questa situazione storica è che il dominio dell’uomo si esprima nella figura di “pastore del creato“. M. Heidegger svilupperà la teoria dell’uomo quale “pastore dell’Essere“.
Questa comprensione è confortata dall’altro racconto della creazione, quello più antico:
Gen 2,15 Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo servisse e lo custodisse.
Se è così, allora l’uomo è chiamato ad essere il pastore e il custode del creato.
E allora trova il suo senso anche il dono della dignità regale che avevamo visto nella lettura precedente.
Con una caratteristica singolare per questo pastore genesiaco: egli sarà solo vegetariano (v 30).
Su tutta questa creazione dell’uomo, degli animali e di tutte le realtà dei giorni precedenti scende la benedizione di Dio perché «era davvero molto bello».
Possiamo dire che nel sesto giorno si ha il vertice della creazione, ma non ancora il compimento.
Il compimento è il settimo giorno.
Ci resta una domanda la cui risposta affidiamo alla riflessione del lettore: stiamo parlando di storia passata o di profezia che attende di essere compiuta?
Perché anche Isaia aveva già descritto, qualche secolo prima, un mondo analogo:
Is 11,6 «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, / la pantera si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme / e un fanciullo li guiderà.
7 La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; /si sdraieranno insieme i loro piccoli.
Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
8 Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; / il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi».