Lettura 18 Gen 2,4b-3,24 Il secondo racconto della creazione
NB: Il secondo racconto della creazione non può essere separato dal successivo che riguarda il peccato e la cacciata dal Giardino. In questa introduzione non ne riportiamo i testi per l’eccessiva lunghezza, ma sarà opportuno dare loro una veloce scorsa.
Abbiamo voluto dare questo titolo a questa sezione per eliminare sul nascere ogni ipotesi pseudo scientifica che cercherebbe di trovare un riscontro reale o storico in questi racconti e nello stesso tempo fare tacere quegli pseudo scienziati che ancora non hanno compreso il genere letterario di questi antichi racconti. Cogliamo l’occasione per ricordare a coloro che vantano sicurezze scientifiche, che pure la vera scienza procede con i piedi di piombo, magari ricordando loro che anche il big bang, sostenuto a spada tratta fino a poco tempo fa, è stato mandato pensione, sostituito con il big bounce.
Ripetiamo ancora una volta che questi racconti sono eziologie metastoriche, spiegazioni della realtà attuale, vissuta dagli stessi agiografi, retroproiettata alle origini. Racconti aventi la funzioni di spiegare la realtà dell’oggi.
Per farla breve diciamo che non sono Mosè, Abramo e Davide a dipendere da Adamo, ma al contrario, è Adamo che dipende da Mosè, Abramo, Davide, ecc.
Quindi in questi racconti non c’è nulla di storico, ma sono tentativi, illuminati dallo Spirito, di spiegare la vita d’oggi. Anche quella del 2020, con tanto di coronavirus.
La sezione sulla quale rifletteremo non è più di tradizione sacerdotale P, ma di tradizione Jahwista J (Vedi in Glosse la nota esegetica 2).
Nelle precedenti letture il testo ebraico chiamava Dio: “Elohim“, tradotto appunto con “Dio“, nelle prossime sarà denominato: “JHWH Dio“.
Le quattro lettere JHWH, che formano il Tetragramma, sono quelle usate nel testo ebraico che, come tutta la Bibbia era scritta solo con le consonanti. Lo scritto serviva a rinfrescare la memoria. Quella memoria che gli antichi sapevano usare molto bene perché allora non avevano ancora inventato le “memorie”, quegli scatolini a cui noi affidiamo le cose importanti e non solo quelle.
Coerenti con la tradizione giudeo cristiana, che per rispetto, non vuole nominare il nome di Dio, abbiamo scelto di non scrivere vocalizzandolo il nome: “Jahwè”, ma di riportare soltanto il Tetragramma “JHWH”, che dovrà essere pronunciato come: “Signore“. Proprio come fanno gli ebrei che nella loro lingua leggono: “Adonai“.
È una tradizione rispettata anche dalle nostre Bibbie fin dai tempi antichi. La Bibbia greca dei LXX traduce con “Kyrios“; la Vulgata latina: “Dominus“, la Bibbia italiana della CEI: “Signore“. Quindi quando noi sui testi leggiamo: “Signore” sappiamo che esso per rispetto nasconde in nome proprio di Dio: “Jahwè“. (Per approfondire il tema della rivelazione del nome di Dio vedi Esodo, Lettura 16 e 17)
Già il nome di Dio che troveremo in questa sezione segnala un rimaneggiamento avvenuto in epoca pre o post esilica, quando cioè viene scoperto un rotolo della Legge, la Torah, che si era perduto, quello che poi sarà chiamato Deuteronomio, deuteros – nomos appunto, come viene riportato dal seguente brano:
2 Re 22, 3 «Nell’anno diciotto del suo regno, Giosia mandò Safàn figlio di Asalia, figlio di Mesullàm, scriba, nel tempio dicendogli: 4 «Va’ da Chelkia sommo sacerdote; egli raccolga il denaro portato nel tempio, che i custodi della soglia hanno raccolto dal popolo. 5 Lo consegni agli esecutori dei lavori, addetti al tempio; costoro lo diano a quanti compiono le riparazioni del tempio […]8 Il sommo sacerdote Chelkia disse allo scriba Safàn: «Ho trovato nel tempio il libro della legge». Chelkia diede il libro a Safàn, che lo lesse. 9 Lo scriba Safàn quindi andò dal re e gli riferì: «I tuoi servitori hanno versato il denaro trovato nel tempio e l’hanno consegnato agli esecutori dei lavori, addetti al tempio». 10 Inoltre lo scriba Safàn riferì al re: «Il sacerdote Chelkia mi ha dato un libro». Safàn lo lesse davanti al re.
11 Udite le parole del libro della legge, il re si lacerò le vesti. 12 Egli comandò al sacerdote Chelkia, ad Achikam figlio di Safàn, ad Acbor figlio di Michea, allo scriba Safàn e ad Asaia ministro del re: 13 «Andate, consultate il Signore per me, per il popolo e per tutto Giuda, intorno alle parole di questo libro ora trovato; difatti grande è la collera del Signore, che si è accesa contro di noi perché i nostri padri non hanno ascoltato le parole di questo libro e nelle loro azioni non si sono ispirati a quanto è stato scritto per noi».
Sembra di capire che con lo scorrere del tempo si fossero modificati i contenuti della Legge consegnata a Mosè sul Sinai e questo è considerato un grande peccato. Si tratta allora di ritornare alle origini rivedendo tutte le sacre scritture. Inizia così quel processo di revisione “deuteronomico” che corregge gli antichi scritti.
Ora, il testo che ci accingiamo a leggere è stato scritto verosimilmente al tempo di Salomone, il grande re del X secolo a. C. In esso il nome di Dio era semplicemente JHWH. Probabilmente le revisione deuteronomica lo ha trasformato in JHWH Elohim, cioè Signore Dio.
Inoltre, come vedremo nella nostra riflessione ci accorgeremo che anche lì nel Giardino di Eden ci sono elementi che rimandano all’Alleanza mosaica, che appaiono impertinenti se riportati al tempo di Adamo.
Il nostro testo è composto da due pale in posizione dialettica: la prima narra la creazione dell’uomo e della donna, la seconda presenta il delitto e il castigo.
Sarà, poi, interessante rilevare le differenze tra la settimana della creazione e questo racconto. Ad esempio: nel primo Dio crea, barah, il mondo con tutte le sue creature e per ultimo la coppia umana, ma il compimento non è tanto l’uomo, quanto il settimo giorno.
In questi due capitoli il verbo creare non appare più, sostituito invece da un serie di verbi che contestualizzano il lavoro dell’artigiano: l’agire di Dio viene espresso da varie attività antropomorfiche.
Una differenza sostanziale. Nel testo che abbiamo già visto l’uomo appare come l’ultima opera della creazione, in questo secondo l’uomo è la prima opera, come dire: senza l’opera dell’uomo il modo sarebbe tremendamente squallido.
E già questo ci costringe a pensare.