Lettura 21 Gen 2,18-25 La creazione della donna
Gen 2,18 «Poi JHWH Dio disse: «Non è tov/bene/bello che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto ke-negd-o che gli sia simile». 19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20 Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto ke-negd-o che gli fosse simile».
21 Allora JHWH Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22 JHWH Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23 Allora l’uomo disse:
«Questa volta essa / è carne dalla mia carne / e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna / perché dall’uomo è stata tolta».
24 Perciò l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.
25 Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna».
1 – Una relazione totalizzante ed esaustiva
Riprendiamo la lettura precedente perché dobbiamo approfondire alcuni temi.
Abbiamo visto che nella settimana della creazione dopo il compimento di ogni Sua opera Dio ne dava un giudizio che era sempre “tov /buona/bella“.
In questo secondo racconto, dopo avere creato l’uomo Dio esprime un giudizio negativo: non è tov/bello/buono. Non l’opera in sé, ma per il fatto che all’opera manca qualcosa.
All’uomo manca un aiuto che gli sia ke-negd-o che equivale a: “per-negd-lui”. Il “per lui” non è problema, ma negd è fonte di grattacapi per tutti i traduttori, sin dall’antichità, perché si tratta di esprimere un concetto astratto, mentre l’ebraico è poverissimo di tali forme.
Negd significa: anteriore, davanti, di fronte, di rimpetto, in presenza di, contro, al cospetto di…
L’antico redattore ha cercato di esprimere con una sola parola la relazione con una “persona”. Se andiamo a cercare su un dizionario filosofico il significato di “persona” troviamo un sacco di pagine e alla fine restiamo ancora perplessi. L’etimologia deriva da “maschera”, ma quando noi diciamo “persona” non pensiamo ad una maschera perciò risulta difficile anche a noi descrivere tale relazione.
Per essere più concreti riportiamo alcune traduzioni che sono state fatte nel corso del tempo: “aiuto di fronte a lui – aiuto simile a lui – sostegno di fronte a lui – partner simile a lui – aiuto a lui corrispondente – aiuto convenevole – l’ausiliare che gli corrisponda“.
Allora comprendiamo benissimo che esprimere con una sola parola che cosa rappresenti una donna per l’uomo (e aggiungeremmo: “e viceversa”) sia un’impresa impossibile.
Tuttavia non dovremmo perdere di vista tutto l’arco dei significati di negd perché accanto a “simile” e “corrispondente” troviamo anche: “di fronte” e, addirittura, “contro“.
Se è così, il nostro redattore si rende conto di quanto sia complesso il rapporto uomo – donna non adottando banalmente la sola visione irenica. L’incontro può diventare anche scontro e il “primo canto d’amore” del v 23, trasformarsi nel “primo litigio“; quello che avviene subito dopo aver gustato il frutto dell’Albero:
3,12 «Rispose l’uomo: «La donna che Tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».
Quindi: “La colpa non è mia, ma sua di lei e in parte anche Tua, perché sei stato Tu a metterla al mio fianco”.
2- La nascita della scienza
Abbiamo visto nella lettura precedente il senso del dare nome a tutti gli animali, ma ora vogliamo sottolineare che dare nome alle cose è il primo passo che compie la scienza. L’uomo primitivo non va alla ricerca del DNA degli animali, ma dà loro un nome per distinguerli. Così, questo uomo che vive nel giardino ha la possibilità di conoscere tutte le creature che lo abitano.
Quale conoscenza?
Poiché siamo esplorando una eziologia metastorica, allora si tratta della conoscenza che possiede il nostro agiografo: un ebreo cresciuto in un paese agricolo, in gran parte costituito da pastori, quindi una conoscenza maturata dall’esperienza che la trasforma in saggezza.
Ne troviamo qualche esempio nell’insegnamento di un particolare rabbi: Gesù di Nazareth, che per illustrare il Regno dei Cieli usa racconti che tutti possono capire, perché trattano di fatti di cui tutti hanno esperienza. Le parabole appunto.
Gv 10,8 «Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. […] 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. 11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 12 Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; 13 egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me…»
Lc 15,4 «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 5 Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. 7 Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione».
Gv 10,25 «Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; 26 ma voi non credete, perché non siete mie pecore. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano».
La nostra attenzione dovrebbe focalizzare su queste pecore che riconoscono la voce. Chi ha avuto a che fare con questi animali, sa che essi hanno tonalità e timbri di belato molto diversi tra loro e questo permette agli agnelli di potersi allattare dalla propria madre ed essere da essa riconosciuti, mentre le altre pecore lo respingerebbero. Quindi oltre alla differenza di voce, le pecore hanno una grande capacità di riconoscerle, perfino da parte di un agnellino di pochi giorni.
Questa è un esempio del tipo di “scienza” che l’uomo genesiaco matura nel Giardino.
E tuttavia questo tipo di rapporto per l’uomo non è soddisfacente, non è negd.
3- La creazione della donna
Perché l’aiuto sia simile la donna deve essere parte dell’uomo. Allora occorre un pezzo del suo corpo. E siamo alla famosa “costola”, che alcune traduzioni dicono “fianco”, per estrarre la quale bisogna che l’uomo sia anestetizzato. Però Dio avrebbe potuto togliere la costola senza anestesia e senza infliggere dolore. Se è così, allora il torpore o sonno profondo in cui cade l’uomo ha un altro significato.
Nella Bibbia troviamo diversi luoghi in cui si ripete questo fenomeno. Ne riprendiamo alcuni.
Gen 15,9 [Dio disse ad Abram]: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione». 10 Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. 11 Gli uccelli rapaci calavano su quei cadaveri, ma Abram li scacciava. 12 Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì. 13 Allora il Signore disse ad Abram: «Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni. 14 Ma la nazione che essi avranno servito, la giudicherò io: dopo, essi usciranno con grandi ricchezze. 15 Quanto a te, andrai in pace presso i tuoi padri; sarai sepolto dopo una vecchiaia felice. 16 Alla quarta generazione torneranno qui, perché l’iniquità degli Amorrei non ha ancora raggiunto il colmo».
17 Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. 18 In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questo paese / dal fiume d’Egitto / al grande fiume, il fiume Eufrate».
Si tratta dell’Alleanza che Dio ha fatto con Abramo. Il rito di alleanza prevede che i due contraenti passino in mezzo agli animali squartati come segno che se non terranno fede al patto a loro accada quello che hanno subito gli animali. Vediamo che è solo Dio a compiere questo passaggio mentre Abramo dorme. Solo Dio si è impegnato perché l’Alleanza è sempre Sua, mai nostra. Ancora, quando Dio agisce l’uomo dorme.
Gb 33,14 «Dio parla in un modo / o in un altro, ma non si fa attenzione.
15 Parla nel sogno, visione notturna, / quando cade il sopore sugli uomini / e si addormentano sul loro giaciglio; / 16 apre allora l’orecchio degli uomini / e con apparizioni li spaventa,
17 per distogliere l’uomo dal male / e tenerlo lontano dall’orgoglio».
In questo caso quando Dio parla l’uomo dorme.
Mc 14,32 «Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33 Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34 Gesù disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». 35 Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. 36 E diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu». 37 Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? 38 Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39 Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole. 40 Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli. 41 Venne la terza volta e disse loro: «Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42 Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
Abbiamo esaminato questo brano nella lettura 97 di Marco. La cosa che sorprende in questa pericope è che Gesù all’inizio è prostrato, confuso, impaurito, ma alla fine, al momento dell’arresto, è diventato deciso e risoluto.
Cosa è successo? Si ipotizza un intervento del Dio Abbà che abbia rincuorato Gesù, ma nessuno può esserne sicuro perché i suoi testimoni, presenti nei momenti cruciali della vita del Maestro: Pietro, Giacomo e Giovanni, dormivano.
Allora, nella stessa linea è anche il torpore caduto sull’uomo nel Giardino. Quando Dio agisce l’uomo dorme. Dio non ha bisogno di testimoni per manifestare le sue opere. Egli agisce nel silenzio perché non ama il chiasso e non vuole sbandierare ai quattro venti le sua azioni.
4- Il primo incontro
23 Allora l’uomo disse:
«Questa volta essa / è carne dalla mia carne / e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna (hiššah) / perché dall’uomo (hiš) è stata tolta».
Queste sono anche le prime parole pronunciate dall’uomo e come abbiamo già detto è un canto d’amore.
In esso abbiamo un problema di traduzione perché il femminile di uomo in ebraico ha le stesse radicali del maschile, mentre in italiano sono due termini radicalmente diversi; dovremmo poter dire: uomo e uoma . La cosa funziona meglio con l’inglese: man e woman o con il latino vir e virago.
Questo inno d’amore dice che l’uomo ha finalmente trovato la relazione totalizzante assente nel rapporto con le altre creature. Adesso si è perfettamente realizzato il negd. La pienezza è stata raggiunta.
5- La nudità
v25 Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.
Il brano si chiude con i due che sono nudi, ma non provano vergogna. Di primo acchito saremmo portati a vederci un problema di tipo sessuale, ma questo non ne era una preoccupazione per gli antichi. Il problema è invece quello dell’abito. Fino alla Modernità e a maggior ragione al tempo di questi scritti, l’abito non aveva solo funzione protettiva, ma soprattutto denotativa: l’abito diceva chi eri. Il vestito indossato da una persona mostrava a tutti se quell’uomo era uno schiavo, un artigiano, un soldato, ecc.
Ancora nel Medioevo la società era suddivisa in corporazioni, i cui componenti indossavano un determinato abito che consentiva di distinguere immediatamente quale fosse il mestiere esercitato: se uno era medico o farmacista o fabbro o falegname, ecc. L’abito costituiva la carta d’identità della persona. Ed era punito chi non rispettava questa norma.
Al contrario la nudità era usata per mettere a disagio l’interessato. Ancora nell’800 come raccontano i romanzieri russi, sappiamo che gli interrogatori nei tribunali venivano eseguiti con l’imputato nudo come un verme. Era chiaro l’intento di metterlo a disagio e in vergogna.
Il nostro versetto allora vuol dire che tra i due non c’era vergogna perché tra loro non esisteva un rapporto di superiorità o sudditanza dell’uno sull’altra e viceversa: vivevano in assoluta parità.
C’è un altro elemento che ci consente di affermare la parità tra i due.
Dio ha plasmato l’uomo e gli animali plasmandoli dalla terra e tutti sono risultati diversi gli uni dagli altri. Se anche la donna fosse stata plasmata dalla terra sarebbe risultata diversa dalle precedenti creature e anche dall’uomo. Essendo, invece, stata ricavata esclusivamente da una costola dell’uomo tra i due c’è perfetta uguaglianza.
E vale ancora la domanda delle precedenti riflessioni: storia o profezia?