Lettura 32 Gn 4,6-8 Delitto, il primo omicidio

Gen 4,6 «JHWH disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? 7 Ecco, se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato / hattah è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua brama, il suo istinto, ma tu puoi dominarlo / timshel».

8 Caino disse al fratello Abele…. Mentre erano in campagna, Caino si alzò contro suo fratello Abele e lo uccise».

Dio invita Caino ad una riflessione, un esame di coscienza circa il suo agire: «se agisci bene» e «se agisci male». É chiaramente un inviti ad esaminare la propria buona fede e fidarsi di essa, piuttosto che dell’esito del raccolto. Sembra di capire che secondo questo testo buona fede e fecondità dei campi, siano due realtà indipendenti, quindi un duro colpo verso la teologia della retribuzione.

Il peccato accovacciato è un’immagine simbolica abbastanza chiara, che ci rimanda a quanto dice un versetto del Siracide:

Sir 27,10 «Il leone sta in agguato della preda, / così il peccato di coloro che praticano l’ingiustizia».

Nell’appendice della Lettura 26 abbiamo esaminato il tema del peccato secondo la concezione biblica che non lo pensa come trasgressione ad una legge, ma come una realtà esistenziale, una scelta di vita sbagliata. In questo nostro caso “hattah”, è il verbo usato per indicare l’arciere che ha fallito il bersaglio. Infatti Caino riterrebbe che la causa della sua sconfitta dipenda da Dio in prima battuta e in seconda dal fratello Abele, eliminando il quale riavrebbe il gradimento di Dio.

E allora, per restare in tema, la freccia neanche lo vede il bersaglio.

Però Dio conclude il suo intervento con un suggerimento fondamentale «… ma tu puoi dominarlo / timshel» il che significa che il desiderio può essere sempre controllato, non deve diventare brama o, per usare il termine classico “concupiscenza”. In altre parole la responsabilità dell’uomo non va in vacanza: l’uomo è sempre responsabile delle sue azioni. Commentando questo” timshel”, un noto scrittore del secolo scorso, J. Steinbeck, afferma «In questa parola è insita la grandezza di un uomo».

La prima parte del v8, se restiamo al testo Masoretico, rimane sospesa: «Caino disse a suo fratello Abele…» che cosa?

Su questo punto potremmo suddividere gli studiosi in due gruppi: quelli che ritengono il testo corrotto per qualche errore e lo integrano, come fa la LXX: “Andiamo in campagna” o la Vulgata: “Usciamo fuori” oppure la Cei come la LXX: “Andiamo in campagna“.

Altri autori preferiscono elaborare quel silenzio, quella sospensione del discorso, in altre modalità delle quali scegliamo quella più intrigante e attendibile.

Già a fronte di ciò che Dio gli ha detto non troviamo alcuna risposta da parte di Caino, ma solo uno sconcertante silenzio: il dialogo è venuto meno. Caino ha già preso la sua decisione ha spalancato la porta a ciò ch’era accovacciato fuori dall’uscio. Allo stesso modo le eventuali parole dette ad Abele sono insignificanti, semplici flatus vocis, perché Caino ha già chiaro in testa quello che vuole fare. Non c’è nulla da dire. Nessuna marcia indietro. Omicidio premeditato.

Così Abele esce di scena!

Ma è proprio vero?

Abele è il primo di una lunga serie di “Giusti” e martiri che hanno attraversato la storia religiosa del mondo giudeo cristiano. Dopo di lui, ad esempio, pochi profeti sono morti nel proprio letto.

Addirittura Luca annovera Abele tra i profeti, anche se la sua profezia è completamente silenziosa:

Lc 11,45 «Uno dei dottori della legge intervenne: «Maestro, dicendo questo, offendi anche noi». 46 Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! 47 Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. 48 Così voi date testimonianza e approvazione alle opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite loro i sepolcri. 49 Per questo la sapienza di Dio ha detto: Manderò a loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno; 50 perché sia chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo, 51 dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione».

Ma la Lettera agli Ebrei evidenzia quali furono le parole di Abele perché il suo sacrificio parla ancora oggi:

Eb 11,4 «Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora».

La sua morte anticipa il sacrificio di Cristo anche se il sacrificio di Cristo è più “eloquente” di quello di Abele e comunque un sacrificio parla:

Eb 12,24 «[voi vi siete accostati] al Mediatore della Nuova Alleanza [Gesù Cristo] e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele».

Venendo a noi, una delle preghiere eucaristiche che il sacerdote pronuncia alla consacrazione del pane e del vino contiene questo passaggio:

«Tu che hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo nostro padre nella fede, e l’oblazione pura di Melkisedeq tuo sommo sacerdote, volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno».

Certo Abele significa: soffio, vuoto, inconsistenza, ma in questo testo è posto tra i grandi della Storia della Salvezza e noi, ancora oggi, stiamo parlando di lui e nell’Eucaristia facciamo ancora memoria di lui.

Non è segno che Dio sceglie sempre i poveri, gli umili, gli insignificanti per compiere i suoi disegni?