Lettura 31 Gen 4,1-7 La competizione tra i due fratelli
Gen 4:1 «Adamo conobbe / jadah Eva sua moglie, la quale concepì. E partorì Caino dicendo: «Ho ottenuto un uomo da JHWH». 2 Di nuovo partorì suo fratello Abele. Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavorava la terra.
3 Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio a JHWH ; 4 anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. JHWH gradì [ebraico: guardò] Abele e la sua offerta, 5 ma non gradì [ebraico: non guardò] Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. 6 JHWH disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? 7 Ecco, se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua brama il suo istinto, ma tu puoi dominarlo».
NB: Per la prima volta non abbiamo più a che fare con l’uomo e la donna, ma con nomi propri: Adamo ed Eva ora sono soggetti a pieno titolo.
La frattura nella prima coppia umana seguita alla trasgressione nel giardino si riproduce tra i primi due fratelli venuti al mondo.
In sé si tratta di una genealogia: la benedizione di Dio comincia a dare i suoi frutti: Caino è il primo nato da donna.
Anche questa è un’eziologia che non racconta ciò che storicamente è avvenuto nel passato, ma cerca di spiegare ciò che accade nel presente: non solo nel presente dell’agiografo, ma nel presente degli uomini di ogni tempo e di ogni luogo; compreso il nostro oggi: la fraternità anziché collaborazione degenera nella violenza se il desiderio non viene controllato.
Siamo ancora in presenza di un “rib” cioè un racconto del tipo: delitto e castigo.
Tutto inizia con la “conoscenza”: il verbo jadah che comprende il possesso e il rapporto coniugale, come in questo caso.
Caino viene dalla stessa radice di acquistare, comprare, ma anche generare. Alla sua nascita Eva prorompe in un inno di gioia e ringraziamento; non chiama il figlio “ben”, ma “hiš”: uomo, maschio, cioè uno che porta avanti la generazione e quindi la vita umana, secondo la credenza antica che riteneva la donna semplicemente il terreno da fecondare ad opera dell’uomo, senza un contributo genetico da parte sua (l’ovulazione femminile sarà scoperta solo nel tardo ‘800).
Abele / hebel significa: soffio, vuoto, inconsistenza; concretamente potrebbe essere quella nebbiolina leggera che si presenta sui prati nelle sere invernali, che non è neanche nebbia! Il libro di Qoelet dopo aver presentato l’autore inizia con:
Qo 1,2 «Vanità delle vanità, dice Qoelet, / vanità delle vanità, tutto è vanità».
Nella nostra traduzione viene ripetuto cinque volte la parola “vanità”, ma in ebraico è esattamente “hebel”.
Allora il personaggio Abele indica qualcosa di evanescente, tanto che nel mondo ebraico non si troverà mai nessuno che porti questo nome.
La divisione del lavoro che dovrebbe produrre specializzazione ed efficienza si trasforma in rivalità tra i due fratelli. Inizialmente è solo rivalità di tipo lavorativo, anche se il testo non insiste più di tanto su questo punto; e tuttavia sappiamo quanto le tensioni tra queste due attività fossero già pesantemente presenti negli antichi miti mesopotamici.
D’altra parte la realtà ha mostrato lungo il corso della storia quante liti e guerre sono nate tra pastori tendenzialmente nomadi e agricoltori necessariamente sedentari. Il motivo è più che evidente: se un gregge di pecore o una mandria di mucche entra in un campo, il raccolto è irrimediabilmente perduto. L’adozione di recinzioni, processo iniziato dalle nostre parti già nel Medio Evo, è la soluzione che risolve il problema degli agricoltori, ma sottrae territorio di pascolo ai pastori. Sono ancora in circolazione film western che sfruttano questo argomento presente in America ancora nei primi decenni del secolo scorso.
Ora, sarà facile rilevare che il nostro agiografo nutre un evidente simpatia per il pastore Abele, probabilmente residuo della memoria epica dell’Esodo e del periodo dell’insediamento. Del resto, storicamente risulta che l’Israele delle origini è nomade; le storie dei Patriarchi a partire da Abramo, Isacco, Giacobbe, ne sono la prova.
In un secondo tempo la rivalità si acuisce e assume una caratteristica religiosa: Dio esercita una preferenza. Nasce inevitabilmente una domanda: come fanno i due fratelli a rendersi conto del gradimento o non gradimento della loro offerta a Dio?
Su questo argomento esistono vari scritti che non stiamo a riportare, ma veniamo subito alla soluzione più attendibile.
L’autore del testo vive in periodo in cui è ritenuta valida la teologia della retribuzione: se agisci bene ottieni benefici, se ti comporti male le tue attività saranno un fallimento. Allora possiamo dire che nel nostro caso le greggi di Abele sono state particolarmente feconde, mentre i campi coltivati da Caino non hanno fruttificato. Quella della retribuzione è una teologia, che dopo il libri di Giobbe e Qoelet è stata mandata in soffitta. Riportiamo quanto scritto a questo proposito nella Lettura 27:
«Occorrerà il libro di Giobbe, uomo giusto che subisce la perdita di tutti i famigliari dopo quella dei suoi averi e della sua stessa salute, per dare un colpo mortale alla teologia della retribuzione. E per giunta si troverà degli amici che al suo capezzale cercheranno infiniti appigli per spiegare la sua condizione come conseguenza dei suoi peccati che, effettivamente, non sono stati commessi. Il suo unico difensore sarà Dio che tuttavia non spiegherà la ragione delle sofferenze di Giobbe.
Non parliamo poi di quello che a suo tempo dirà Gesù:
Mt 5,43 «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti».
Ma forse ancora oggi questo insegnamento non è stato da tutti metabolizzato».
Ciò non toglie che sia buoni che cattivi possano subire fallimenti, carestie, epidemie, alluvioni, terremoti, ecc.
Una risposta al perché di tutto questo è proprio quello che questa eziologia vorrebbe spiegare: tutto dipende dalla divisione entrata nella creazione a seguito della trasgressione avvenuta nel Giardino
L’ammonimento di Dio
Se vale la teologia della retribuzione allora comprendiamo l’abbattimento di Caino, che si sente “tradito” da Dio. Ma è proprio Dio che interviene per cercare di risollevarlo oltre a metterlo in guardia da un desiderio che rischia di diventare “brama” incontrollata, esattamente come è accaduto a sua madre Eva nei pressi dell’Albero, là nel Giardino, stuzzicata dal serpente. Una “brama” che subito dopo si manifesta nel rapporto di coppia. Si tratta di due versetti che si ripetono quasi pari pari.
A Caino: 7c «verso di te è la sua brama, ma tu puoi dominarlo» che rimanda alla sentenza verso la donna 3,16 «Verso tuo marito sarà la tua brama ma egli ti dominerà», con l’inversione dell’esito; in ebraico sono usati gli stessi vocaboli.
Le due offerte
Se viene ritenuta valida la teologia della retribuzione, allora bisogna dimostrare perché l’offerta di Abele è gradita da Dio, mentre non lo è quella di Caino.
A rigore il testo non lo spiega, però gli esegeti hanno prospettato diverse soluzioni che tuttavia vanno al di là dello scritto.
Del sacrificio di Abele si dà un descrizione che aderisce alle prescrizioni liturgiche riportate in altri libri del Pentateuco, cioè l’accenno a «primogeniti del gregge e il loro grasso», mentre per Caino abbiamo solo un generico «frutti del suolo» e non anche “primizie”.
Diversi autori dicono di Caino che le sue intenzioni non erano buone, che il cuore non era puro, ecc. ma su questo il testo tace.
Certo non possiamo negare che tra i due ci fosse una certa rivalità, ma questo è sufficiente per accusare Caino di malvagità?
La tenerezza di Dio
La conclusione del brano mostra ancora una volta come Dio si preoccupa della situazione dell’uomo.
Così come nel Giardino aveva creato gli animali perché l’uomo avesse una compagnia (Gen 2,18) e poi non vedendolo soddisfatto gli creò «l’aiuto simile» e infine, prima di mandarli per il mondo, cuce per l’uomo e la donna dei vestiti di pelle (Gen 3,21).
Allo stesso modo, adesso, si preoccupa dell’abbattimento di Caino.
Non è che allora possiamo dire che Dio desidera che le sue creature siano felici?