Lettura 49 Gen 11,1-9 La dispersione sulla faccia della terra

Gen 11:1 «Tutta la terra aveva un solo labbro (Cei: lingua) e uniche parole. 2 Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3 Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4 E aggiunsero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non essere disperdersi sulla faccia della terra». 5 Ma JHWH scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6 E disse JHWH: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti un unico labbro (lingua); questo è l’inizio del loro agire e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7 Scendiamo dunque e confondiamo il loro labbro (lingua), perché non comprendano più l’uno il labbro (lingua) dell’altro». 8 JHWH li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là JHWH confuse la lingua di tutta la terra e di là JHWH li disperse sulla faccia di tutta la terra».

Il redattore ha trattato insieme due temi: la confusione delle lingue e la dispersione dell’umanità sulla faccia della terra.

Se leggiamo questo brano in modo decontestualizzato ci sembra di intendere che la “confusione” delle lingue sia valutata una grande sciagura, ma avevamo già visto nella lettura precedente che la dispersione dei popoli, ciascuno con le sue caratteristiche culturali e linguistiche, faceva parte del disegno di Dio per la Nuova Umanità. Allora questo testo deve essere elaborato e approfondito.

Anzitutto ricordiamo che nella scorsa lettura veniva ripetuto tre volte, per ciascuno dei figli di Noè il ritornello: «Questi furono i figli di xxx secondo le loro famiglie e le loro lingue, territori, secondo i loro popoli», per cui la dispersione dei popoli e la differenziazione delle lingue era già prevista ed attuata dal progetto di Dio.

Sempre nella lettura precedente, abbiamo trovato la citazione di Nimrod quale fondatore delle grandi città della Mesopotamia e di conseguenza dei vari Imperi che in quella regione si sono succeduti.

Ora, nel nostro brano troviamo «uomini provenienti dall’Oriente» che si insediano proprio in Mesopotamia e lì fondano una città. Un’altra tradizione parallela a quella di Nimrod o un approfondimento della stessa.

Ad ogni modo abbiamo ancora a che fare con la Mesopotamia e i suoi Imperi: Sumeri, Accadi, Assiri, Babilonesi, Medi, Persiani, ecc.

Se è così, dobbiamo tenere conto di quella cultura e delle interazioni che essa ha avuto con Israele e le Sacre Scritture.

Costruzione della torre / ziqqurat

Ora, tutti i popoli antichi quando fondavano una città per prima cosa costruivano un tempio, per tenersi buoni gli dèi o il dio del luogo, così anche questi «uomini provenienti da oriente» pensano di costruire una città e relativo tempio, che in ambito mesopotamico è una torre; precisamente una “ziqqurat”, una enorme torre formata da sette terrazze distanziate da alti gradoni corrispondenti ai sette pianeti allora conosciuti.

Una tavoletta cuneiforme del Louvre, detta di “Esagila”, descrive la ziqqurat di Babilonia del primo millennio. Essa aveva la base di 90×90 metri; la settima terrazza, la più alta, era di 24×21 metri e l’altezza 90 metri. Su quest’ultima c’era una cella nella quale dimorava Marduk, il più importante degli dèi dell’Olimpo mesopotamico. Quindi si trattava di una costruzione che faceva indubbiamente sfigurare il tempio di Gerusalemme. Ma è proprio questo confronto che il nostro redattore vuole evidenziare.

Nel tempio di Gerusalemme non risiede Dio perché nessuna costruzione, né l’intero universo lo potrebbero contenere. Nel Tempio è presente solo la Kavod, la Gloria di Dio, qualcosa che, come tutti sapevano, non si può vedere. In diversi passi della Bibbia e nei Vangeli si definisce il Tempio e la stessa terra come “sgabello dei piedi di Dio” (es: Mt 5,35). (Della Gloria o Kavod ne abbiamo trattato alla Lettura 4. Vedi anche la Lettura 34 di Esodo).

Gli studiosi definiscono la Gloria un “teologumeno”, un artificio teologico per dire che nel Tempio Dio non c’è ma è presente qualcosa di Dio: la Sua Gloria, appunto.

Già da queste brevi note ci rendiamo conto che il nostro testo è in aperta polemica nei confronti di Babilonia e dei suoi dèi. Come dire: il vostro dio può essere contenuto in una scatola, il Dio di Israele è il “Totalmente Altro”. Nulla lo può delimitare.

Così emerge l’arroganza di coloro che voglio costruire una torre /ziqqurat che vada oltre il cielo per… per farsi un nome.

Farsi un nome

Il tema di fare un grande nome, ma non farselo, è presente nella Bibbia in molti passaggi.

Quando Dio invita Abramo ad abbandonare la metropoli di Ur, in Mesopotamia, per andare in un un’altra terra che gli indicherà strada facendo, gli dice tra l’altro:

Gen 12,2 «Farò di te un grande popolo / e ti benedirò, / renderò grande il tuo nome / e diventerai una benedizione».

Quando Davide è diventato re e il regno gode un periodo di pace, decide di costruire il Tempio di Gerusalemme, ma Dio gli invia il profeta Natan per comunicargli che non sarà lui, Davide, a costruire il Tempio, ma un suo discendente e tra l’altro gli riferisce:

2 Sam 7,8 «Ora dunque riferirai al mio servo Davide: Così dice JHWH degli eserciti: Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d’Israele mio popolo; 9 sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra».

Allora, secondo questi testi non può un uomo fare grande il proprio nome perché questa è azione riservata esclusivamente a Dio.

Poi in molti passi la “grandezza del nome” non riguarda degli uomini, ma Dio. In una diatriba tra il Profeta e giudice Samuele con il popolo che vuole avere un re, troviamo questo passaggio:

1 Sam 12,22 «Certo JHWH non abbandonerà il suo popolo, per riguardo al Suo nome che è grande, perché JHWH ha cominciato a fare di voi il suo popolo».

Concludiamo questa breve rassegna con il Salmo 8 che si apre proprio nella contemplazione della grandezza del nome di JHWH.

Sal 8,2 «O JHWH, nostro Dio, / quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: / sopra i cieli si innalza la tua magnificenza».

Ricordiamo che per quella cultura il nome rappresentava l’essenza della persona. Il nome dato ad un bambino non era scelto in base alle mode o alla dolcezza del suono, ma costituiva un progetto di vita. Il progetto aveva successo se l’uomo riusciva a realizzare il progetto che Dio aveva pensato per lui. Abramo, Davide, Gesù Cristo e tanti santi del vecchio e del Nuovo Testamento ne sono esempi. Tutti questi uomini sono diventati “grandi” perché sono stati obbedienti, da ob-audire, e hanno ascoltato la Parola di Dio. È Dio che ha fatto grande il loro nome. Mentre l’uomo che cerca di fare grande il proprio nome è posseduto da molta superbia e supponenza.

Secondo la Bibbia c’è solo un nome che l’uomo può riconoscere e fare grande: quello di Dio. Come recitano i due testi riportati e molti altri soprattutto nei Salmi.

A conclusione di questo excursus possiamo dire che questi «uomini venuti da Oriente» falliscono la loro opera proprio per la loro arroganza che non tiene conto della realtà.

Facciamoci mattoni (letteralmente: mattoniamo mattoni)

Che bello! Hanno trovato un modo nuovo per costruire edifici: mattoni cotti e legati da bitume. Una meraviglia! Adesso si può fare di tutto.

Ma questa è una trappola tesa dal nostro redattore che in modo sottile richiama alla memoria del lettore attento, che già altrove degli uomini avevano da fabbricare mattoni. Erano gli ebrei schiavi in Egitto che, nel delta del Nilo, erano costretti a costruire le città magazzino volute da Faraone (Es 1).

E questo dovrebbe richiamare alla memoria anche di coloro che sono tornati dall’esilio babilonese che pure in Mesopotamia i mattoni e gli stessi edifici, erano costruiti da schiavi. Certo, su progetto del consiglio della città e con l’aiuto degli dèi.

In entrambi i casi, Egitto e Babilonia, non c’era la partecipazione entusiasta e corale che il libro di Esodo aveva registrato quando nel deserto, ai piedi del Sinai, gli ex schiavi di Faraone si davano da fare per costruire la Tenda del Convegno o dell’Incontro o Santuario (Es 25-31; 35-39 – Lettura 65 di Esodo).

La reazione di Dio

Anche in questo caso come in altri brani già incontrati, Dio parla tra sé usando il plurale deliberativo, ma il testo è chiaramente ironico.

Quelli vogliono costruire una torre che raggiunga il cielo, ma Dio deve “scendere” per poterla vedere. Segno che non era poi così alta.

Unica lingua

Il testo ebraico dispone di due termini per indicare la lingua; quello solitamente usato, lashon, è qui sostituito da safah che è il labbro; e il testo che segue ne mostra il perché.

Dalle tavolette presenti in molti siti e musei si è potuto rilevare che il tema dell’unica lingua ha avuto un significato molto importante in tutti gli imperi che si sono succeduti in Mesopotamia. In esse troviamo affermazioni come: «…egli [il re] fece la bocca una sola», oppure: «una sola bocca feci avere loro» o «feci il labbro uno solo» e altre ancora sempre dello stesso tono. Il documento più antico che usa un’espressione analoga è datato tra il 1800 e 1700 a. C.

Come veniva ottenuta l’uniformità del linguaggio in una serie di Imperi che avevano come principio la guerra e la sottomissione di altri popoli?

Lo possiamo ricavare dalla storia di Israele. Quando il regno del Nord con la caduta di Samaria nel 721 a.C., viene conquistato dall’imperatore assiro Sargon, la popolazione viene deportata e dispersa per tutto l’Impero in modo che nessuno potesse più parlare la propria lingua e per intendersi con i vicini, tutti assiri, fosse costretto ad usare la lingua assira. Questo fatto costituì per Israele la perdita di ben dieci tribù. Rimasero solo, nel piccolo Regno di Giuda, la tribù di Giuda e di Beniamino. Per di più, nei territori dello ex Regno del Nord furono deportate altre popolazioni straniere che nulla avevano a che fare con la storia, la religione precedente e con i popoli vicini.

Possiamo dire che questo era il modo usato per impedire proteste o ribellioni e assicurare la pace all’interno dell’Impero. Pace o sottomissione?

A questo i vari imperatori aggiungevano la propaganda per attrarre e illudere il popolo mediante la costruzione di una nuova capitale, con nuove soluzioni urbanistiche e tecniche costruttive. Come si può criticare una città come l’antica Babilonia, nota in tutto il mondo antico, per avere inventato edifici che invece del tetto avevano giardini pensili? Era una delle sette meraviglie del mondo!

Ora, il nostro redattore ha ben presenti questi eventi perché facevano parte della sua cultura, della sua storia e della sua riflessione.

In questo modo siamo in grado di comprendere un chiaro giudizio negativo nei confronti della idea di un unico linguaggio, anche se espresso in modo sottile. Lui vuole lettori che conoscono i fatti e riflettano su di essi.

Allora, se è così, la confusione delle lingue non è soltanto un castigo che Dio infligge all’arroganza di questi «uomini venuti dall’Oriente», ma soprattutto l’attuazione del suo piano originario che avevamo trattato nella lettura precedente: la dispersione dei popoli su tutta la faccia della terra, ciascuno con la sua lingua e la sua cultura.

Che sia proprio così ce lo rivela un testo molto importante del Nuovo Testamento

At 2:1 «Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, [gli apostoli] si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2 Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. 3 Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; 4 ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.

5 Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. 7 Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? 8 E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? 9 Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, 11 Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio». 12 Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l’un l’altro: «Che significa questo?».

La discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste, non ripristina “l’unico labbro o l’unica bocca o l’unica lingua” del tempo di Babilonia, ma dà a ciascuno la capacità di comprendere le opere di Dio nella propria lingua.

Lo Spirito non cancella le lingue, ma le acuisce, le rende capaci di penetrare più profondamente la realtà e a tutti gli uomini di comprendersi l’un l’altro.

La città di Babel, nome derivato dal termine ebraico “confusione”, resta il ricordo di un grande ed arrogante Impero frantumato dall’azione di Dio.

Una lezione che diversi altri Imperi, che la storia ha conosciuto, non hanno imparato.