Lettura 72 Gen 20,1-18 La discendenza è di nuovo messa in pericolo
A => Gen 20,1 «Abramo levò le tende di là, dirigendosi nel Negheb, e si stabilì tra Kades e Sur; poi soggiornò come straniero a Gerar. 2 Siccome Abramo aveva detto della moglie Sara: «È mia sorella», Abimèlech, re di Gerar, mandò a prendere Sara.
B=> 3 Ma Dio venne da Abimèlech di notte, in sogno, e gli disse: «Ecco stai per morire a causa della donna che tu hai presa; essa appartiene a suo marito». 4 Abimèlech, che non si era ancora accostato a lei, disse: «Mio Signore / Adonay, vuoi far morire anche la gente innocente? 5 Non mi ha forse detto: È mia sorella? E anche lei ha detto: È mio fratello. Con retta coscienza e mani innocenti ho fatto questo». 6 Gli rispose Dio nel sogno: «Anch’io so che con retta coscienza hai fatto questo e ti ho anche impedito di peccare contro di me: perciò non ho permesso che tu la toccassi. 7 Ora restituisci la donna di quest’uomo: egli è un profeta: preghi egli per te e tu vivrai. Ma se tu non la restituisci, sappi che sarai degno di morte con tutti i tuoi». 8 Allora Abimèlech si alzò di mattina presto e chiamò tutti i suoi servi, ai quali riferì tutte queste cose, e quegli uomini si impaurirono molto.
C => 9 Poi Abimèlech chiamò Abramo e gli disse: «Che ci hai fatto? E che colpa ho commesso contro di te, perché tu abbia esposto me e il mio regno ad un peccato tanto grande? Tu hai fatto a mio riguardo azioni che non si fanno». 10 Poi Abimèlech disse ad Abramo: «A che miravi agendo in tal modo?». 11 Rispose Abramo: «Io mi sono detto: certo non vi sarà timor di Dio in questo luogo e mi uccideranno a causa di mia moglie. 12 Inoltre essa è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non figlia di mia madre, ed è divenuta mia moglie. 13 Allora, quando Dio mi ha fatto errare lungi dalla casa di mio padre, io le dissi: Questo è il favore che tu mi farai: in ogni luogo dove noi arriveremo dirai di me: è mio fratello».
b’ => 14 Allora Abimèlech prese greggi e armenti, schiavi e schiave, li diede ad Abramo e gli restituì la moglie Sara. 15 Inoltre Abimèlech disse: «Ecco davanti a te il mio territorio: va’ ad abitare dove ti piace!». 16 A Sara disse: «Ecco, ho dato mille pezzi d’argento a tuo fratello: sarà per te un velo davanti agli occhi (Cei: come un risarcimento) di fronte a quanti sono con te. Così tu sei in tutto riabilitata».
a’ => 17 Abramo pregò Dio e Dio guarì Abimèlech, sua moglie e le sue serve, sì che poterono ancora partorire. 18 Perché JHWH aveva reso sterili tutte le donne della casa di Abimèlech, per il fatto di Sara, moglie di Abramo».
«Abramo levò le tende di là».
“Di là”, dove?
Con questo brano riprende la tradizione E [= Elohista], che avevamo lasciato all’arrivo di Abramo a Sichem al termine del viaggio da Carran (Gn12,6). Da lì in poi il testo è stato, salvo brevi inserzioni, tutto di tradizione J [= Jahwista]. Seguendo le nostre riflessioni, dopo una sosta a Sichem, Abramo si reca nel Negheb e successivamente in Egitto essendosi diffusa una carestia. In quella terra si sviluppa l’episodio di Sara fatta passare come sorella che diventa concubina del Faraone. Lo abbiamo trattato nella lettura 56.
Il brano attuale narra un evento molto simile a quello, ma anziché il Faraone abbiamo il re di Gerar, Abimèlech.
Ora, se i due racconti sono narrazioni diverse dello stesso episodio, cosa più probabile, Sara avrebbe sessantacinque anni, ma se fosse un episodio diverso ne avrebbe novanta. Poco probabile che un re si invaghisse di una novantenne!
Riteniamo che verosimilmente il «di là» si riferisca a Sichem e i due racconti siano paralleli. Tanto più che senza il primo racconto, il secondo avrebbe tratti incomprensibili. Ad esempio non si spiega perché Sara venga fatta passare come sorella, mentre nel primo si dice chiaramente che Abramo rischiava di essere ucciso perché il Faraone potesse prendersi Sara come moglie.
Se il redattore finale accoglie due tradizioni diverse del medesimo racconto, allora ci deve essere un significato importante.
Osservando la struttura del ciclo di Abramo notiamo che dopo il primo racconto (Sara e Faraone) segue, pur interrotto dalla separazione da Lot, la promessa di “una discendenza più numerosa della polvere della terra“:
Gen 13,14 «Allora JHWH disse ad Abram, dopo che Lot si era separato da lui: «Alza gli occhi e dal luogo dove tu stai spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente. 15 Tutto il paese che tu vedi, io lo darò a te e alla tua discendenza per sempre. 16 Renderò la tua discendenza come la polvere della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti. 17 Alzati, percorri il paese in lungo e in largo, perché io lo darò a te». 18 Poi Abram si spostò con le sue tende e andò a stabilirsi alle Querce di Mamre, che sono ad Ebron, e vi costruì un altare a JHWH».
Nel nostro caso alla vicenda Sara e Abimèlech, segue il compimento di quella promessa: la nascita di Isacco, frutto dell’unione di Abramo, cento anni, e di Sara, novanta.
Allora la collocazione in questa struttura è più che sensata e in entrambi i casi si mostra come gli interventi di Dio svolgono il compito di salvaguardare quella discendenza malgrado gli errori di Abramo e Sara.
Questo racconto è molto più complicato dell’altro episodio (Gen 12,9- ss; cfr Lettura 56) e costringe i suoi lettori a pensare, perché pone in campo alcuni temi che risultano scottanti, sia nel passato che nel presente. Per facilitare una comprensione profonda e parlante del testo, ora ricostruiremo la sua struttura.
A 1-2 => inganno di Abramo
B 3-8 => sogno di Abimèlech e relazione alla servitù (il regno in pericolo)
C 9-13 => dialogo tra Abimèlech e Abramo
b’ 14-16 => Abimèlech risarcisce Abramo e Sara
a’ 17-18 => Intercessione di Abramo
Va subito notato un particolare importante. Quando noi strutturiamo un testo, noi usiamo porre l’elemento più importante alla fine, come conclusione. Solitamente, la Bibbia procede in altro modo. Il particolare importante è posto al centro del testo. Gli altri elementi vengono come ripetuti in ordine inverso. Nel nostro caso A B – b’ a’.
C => Dialogo Abimèlech – Abramo
Nel dialogo tra Abimèlech e Abramo emerge subito il motivo che ha prodotto le incomprensioni: il sospetto che “in questo luogo non esista il timore di Dio“. Però la reazione di Abimèlech all’intervento di Dio mostra esattamente il contrario.
Già, ma cos’è il “timore di Dio”?
Non dobbiamo pensare che nella tradizione antica espressa dalla Bibbia il timore di Dio fosse inteso come “paura di Dio”. Esprimeva invece il senso della preziosità dei valori che appartengono al mondo di Dio. L’antico sentiva che, per lui, la relazione con Dio era così importante da non potere più farne a meno. Essa, infatti, valeva per lui più della sua stessa vita. Il timore, pertanto, riguardava la possibilità di perdere questo valore ritenuto essenziale.
Potremmo trasferire questo pensiero in una immagine quanto mai parlante. Si pensi alla relazione che lega tra di loro un uomo e una donna che si amano profondamente. La persona amata diventa per loro così importante che, ognuna di esse, ha sempre il “timore” che una sua parola, un suo gesto, una sua distrazione la possa rovinare, ferire, compromettere. Questo sentire interiore, allora, carica l’animo di una continua trepidazione: si “teme” di perdere quel valore così prezioso. Potremmo anche dire: quando senti parlare di “timore di Dio”, guarda il Bambino di Betlemme.
Ovviamente non siamo in grado di definire con precisione accurata quale tipo di timor di Dio nutrisse Abimèlech. Se stiamo però a quanto si legge nella letteratura di quell’epoca, si dovrebbe ragionevolmente parlare piuttosto di “paura di Dio”. Basta pensare in quale modo allora la gente raffigurava gli dèi. Li riteneva sempre pronti a scatenare tempeste, fulmini, terremoti, pestilenze, carestie, ecc.
La giustificazione presentata da Abramo ci lasci perplessi. Il testo di Levitico 18, che abbiamo riportato nella lettura precedente, vieta senza mezzi termini i matrimoni tra fratello e sorella. Va tuttavia fatto notare che quella prescrizione è alquanto tarda. Storicamente, risulterebbe infatti che ancora ai tempi di Davide i matrimoni tra consanguinei non fossero una rarità. Questa ultima considerazione porta così in primo piano un dato: l’inganno perpetrato da Abramo verso Abimèlech diventa particolarmente grave perché al rapporto tra fratello e sorella-sorellastra si aggiunge quello più importante creato dall’unione coniugale .
B => Il sogno di Abimèlech
Dio viene in sogno ad Abimèlech per impedirgli di commettere un grave peccato contro di Lui. Secondo questo testo, pertanto, l’adulterio prima di essere un male compiuto contro il proprio coniuge tradito, è anzitutto “male” compiuto contro Dio. Qui va subito fatto notare che, oggi, questa lettura dovrebbe essere gridata ai quattro venti!
In ogni caso, un punto va messo bene in chiaro.
Sulle prime sembrerebbe che qui il lettore sia invitato a imparare a distinguere l’aspetto soggettivo del peccato da quello oggettivo. Tra l’uno e l’altro va posta la consapevolezza, vale a dire la coscienza di ciò che si sta per compiere. Nel caso in questione il re risulta innocente perché è stato palesemente ingannato da Abramo e da Sara.
Resta tuttavia da valutare attentamente il fatto che, qui, il testo biblico insiste su un particolare diverso e inatteso: “ecco stai per morire“. In aggiunta, il testo rimarca che tutte le donne del regno sono diventate sterili. Tutto ciò vuole ribadire con forza che, anche se commesso con “retta coscienza”, il male resta sempre male e le sue conseguenze si diffondono in modo fatale.
Come si vede, il testo biblico non intende dibattere la questione morale legata allo stabilire il ruolo giocato dalla coscienza. Non si chiede affatto di chiarire come giudicare l’operato di Abimelech qualora, senza l’avvertimento di Dio, avesse compiuto materialmente adulterio. In gioco quindi non c’è lo stabilire l’innocenza morale di Abimèlech e la colpevolezza di fatto di fatto di Abramo e di Sara.
Il testo biblico intende ancora una volta proclamare ciò che di specifico Dio intende perseguire. Lui è partito dalla promessa irrevocabile di assicurare una discendenza numerosa ad Abramo e a Sara. Quando gli attori umani coi loro limiti e coi loro peccati finiscono per mettere in discussione la validità di questa promessa, Dio interviene in nome di se stesso e secondo la sua santità. Perdona i peccatori. Li porta oltre i loro mali. Li custodisce, impedendo che, i mali compiuti, li portino a conclusioni fatali e tragiche.
In una parola si può dire che il testo biblico preferisce parlare della “salvezza” operata gratuitamente da Dio. In tal modo, mette come in secondo piano la questione della “responsabilità morale” umana. Non nega affatto compito e valore della coscienza. Preferisce parlare della sua “salvezza”. E insegna in modo risoluto che questa è impossibile all’uomo. Ma non è impossibile a Dio. Il proseguo lo precisa ancor meglio, come ora si vedrà.
b’ => Il risarcimento
Abimèlech risarcisce Abramo aumentandone la ricchezza con animali e schiavi, ma risulta di particolare significato la possibilità di scegliersi il territorio nel quale abitare.
I mille pezzi d’argento per Sara, se stiamo al testo ebraico, più che un risarcimento costituiscono una specie di dote che faccia tacere le malignità della gente. Noi sappiamo che tra il re e Sara non c’è stato alcun rapporto fisico, ma agli occhi della gente nessuno sarebbe pronto a scommetterci, quindi una sorta di riparazione le viene destinata.
Tutto questo fa apparire molto timorato di Dio questo re straniero, mentre Abramo ne esce alquanto maluccio. Commenta Westermann: «… questo deve far vergognare Abramo».
Un’altra nota gioca a sfavore del nostro Patriarca.
Dio riferisce ad Abimèlech che Abramo è un profeta. Ma un profeta dovrebbe essere capace di leggere gli avvenimenti con gli occhi di Dio. In realtà Abramo sembra assai incapace di compierlo.
Va, tuttavia, tenuta in considerazione la rivalutazione di Abramo fatta dal v. 17. Anche in questa circostanza Abramo gioca il ruolo importante di intercessore. Eleva infatti una preghiera di intercessione perché la moglie di re Abimèlech e tutte le donne di Gerar vengano guarite e possano così riprendere a partorire.
Allora nasce immediatamente la domanda: ma se Abramo commette tutti questi errori, perché Dio lo ha scelto? Non poteva scegliere un uomo più bravo e capace?
Questa domanda ne solleva un’altra: perché ha scelto Israele e non un altro popolo più, magari più evoluto? Per esempio, gli Hittiti che avevano già scoperto l’uso del ferro. Oppure i Sumeri, che avevano inventato la scrittura molti secoli prima, o gli Egizi le cui piramidi già toccavano il cielo, ecc.
Siamo di fronte al mistero dell’Elezione! Dio ha scelto ciò che è povero e umile. Gli ebrei erano in fondo gente a livello di schiavi. gli Apostoli, salvo alcuni, non sapevano leggere e scrivere. Soprattutto, ha scelto una ragazzina insignificante, di una città sconosciuta perché divenisse Madre di Suo Figlio rendendola così “Madre di Dio”.
Ma qui è assai preferibile esprimere queste grandi verità, non con le argomentazioni della teologia, ma con la realtà della liturgia che, la sera, canta la misericordia divina con il Magnificat (Lc 1,46-55).
Abbiamo scelto la versione di D. Turoldo.
«L’anima mia glorifica il Signore, / lo spirito mio esulta di gioia / in Dio mio salvatore.
Egli ha guardato all’umile sua ancella: / da ora tutte le generazioni / mi diranno beata.
Ha fatto in me cose meravigliose / Colui che solo è l’Onnipotente ; / santo è il suo nome :
misericordia e amore senza fine / egli effonde su ogni progenie / di chiunque lo teme;
ha scatenato la forza del suo braccio / e ha sconvolto i pensieri nascosti / nel cuore dei superbi;
ha rovesciato dai loro alti troni / quanti fidavano nel solo potere / e gli umili ha esaltato;
ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato con le mani vuote / i sazi di ricchezza.
Egli ha soccorso Israele suo servo / nella memoria perenne e fedele / del suo grande amore:
Come aveva promesso ai nostri padri, / ad Abramo e a tutti i sui discendenti / nei secoli per sempre».