Lettura 76 Gen 22,1-19 Il sacrificio di Isacco e il rilancio delle promesse
Gen 22:1 «Dopo queste cose, Dio / Elohim mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 2 Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». 3 Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. 4 Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. 5 Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». 6 Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme. 7 Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». 8 Abramo rispose: «Dio stesso prov-vederàl’agnello per l’olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutt’e due insieme; 9 così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. 10 Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. 11 Ma l’angelo di JHWH lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 12 L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». 13 Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. 14 Abramo chiamò quel luogo: «JHWH prov-vede*», perciò oggi si dice: «Sul monte JHWH prov-vede*».
15 Poi l’angelo di JHWH chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta 16 e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, 17 io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. 18 Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
19 Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea».
Nella presente lettura trattiamo il testo esclusivamente dal punto di vista esegetico e lasciamo alle letture successive l’approfondimento dei temi teologici coinvolti.
In questo brano si manifesta nella sua massima espressione la fede di Abramo. Siamo di fronte ad un racconto elaborato da un sapiente come pochi. Con tratti appena accennati e lunghi silenzi, il testo riesce a manifestare situazioni, sentimenti ed emozioni psicologiche molto profonde che oggi riusciremmo a rendere soltanto con paginate e paginate di chiacchiere.
La tradizione non è più J, jahwista, ma E, elohista, infatti Dio non è più chiamato JHWH, ma Elohim.
L’inizio è immediatamente esplicito senza giri di parole: Abramo viene messo alla prova. Un tema teologico che attraversa tutta la Bibbia e lo vedremo a parte. Però che si tratti di una prova lo sa il lettore, non Abramo.
Il brano è racchiuso tra due chiamate da parte di Dio, con doppio appellativo: “Abramo, Abramo“, quindi chiamate che non ammettono esitazioni. Il contenuto della prima è inequivocabile: una prova di cui si specifica dove, come e quando. E Dio non esita a mettere in chiaro la situazione emotiva ed affettiva che è in gioco: «tuo figlio… il tuo unico figlio… che tu ami». Vale a dire: Dio non dissimula il costo che la frattura di quel legame padre – figlio, richiede. Quel figlio atteso per lunghissimi anni, sempre promesso, che mai arrivava e adesso che è un ragazzotto già capace di “portare un carico di legna“, sarebbe da immolare a quello stesso Dio che lo aveva donato. D’altra parte era l’uso delle religioni coltivate dai popoli cananei: se c’era da iniziare un’opera importante si “passava per il fuoco” il primogenito. E Abramo non fa altro che applicare il comportamento generalmente condiviso. Egli non conosce ancora JHWH.
E così Abramo «si alzò di buon mattino».
È la seconda volta che si alza di buon mattino. La prima per scacciare Ismaele e sua madre, Agar, come conseguenza della beghe tra Sara e la sua schiava. Un allontanamento del ragazzo, meglio, del suo figlio primogenito, approvato anche da Dio (Gen 21, 8-20; Lettura 74).
Per la seconda volta Abramo è destinato a restare senza figli e senza discendenza. E le promesse di Dio? Ma un Dio così ha come principio di governo l’arbitrio… E d’altra parte, lo sanno tutti, gli dèi fanno quello che vogliono. E Abramo chiamato dalla sua terra natale tanti anni fa da questo Dio che resta per lui sconosciuto e misterioso, anche se ogni tanto si faceva sentire, ancora non lo conosce. E soprattutto qui non Egli dice nulla. C’è solo silenzio. Un grande silenzio. Dio non parla più. Non dice niente. Non c’è un minimo accenno di consolazione e sostegno per questo padre disperato. Solo silenzio!
Il luogo del sacrificio.
Anche il luogo del sacrificio non viene indicato, ma è soltanto un vago «luogo che ti indicherò», per cui il nostro Padre nella fede si mette in cammino senza sapere dove arriverà. Sa solo che si trova nel territorio di Moria. Esattamente come per la chiamata:
Gen 12:1 «Il Signore disse ad Abram:
«Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria / e dalla casa di tuo padre, / verso il paese che io ti indicherò…».
Ora, nessuno sa dove si trovi o si trovasse il territorio di Moria. Tuttavia nel secondo libro delle Cronache troviamo che il grande re Salomone inizia la costruzione del Tempio sul monte Moria, cioè a Gerusalemme, quindi il monte Sion:
2Cr 3,1 «Salomone cominciò a costruire il tempio del Signore in Gerusalemme sul monte Moria dove il Signore era apparso a Davide suo padre, nel luogo preparato da Davide sull’aia di Ornan il Gebuseo».
Ma gli studiosi ritengono che si tratti di un’operazione tesa a dare un fondamento antico al Tempio, perché lì avrebbe dovuto essere sacrificato Isacco e comunque in quel luogo sarebbe stato compiuto da Abramo il primo e più antico sacrificio. Su questa affermazione concordano alcuni codici, ma non tutti, come quello samaritano che ritiene che quel monte sia il Garizim.
Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo
La nostra comitiva prosegue il suo cammino per tre giorni. Sempre in silenzio. E che coraggio avrebbe Abramo di raccontare quello che stava per fare?
Questo cammino di tre giorni esprime la tenacia di Abramo nel perseguire il compito che Dio gli ha affidato: in questo lasso di tempo non c’è stato un ripensamento che l’abbia fatto tornare indietro. È un aspetto inequivocabile della sua fede inossidabile.
Soprattutto il “terzo giorno” non è una semplice indicazione di tempo, ma il segno che sta per accadere qualcosa di importante. Nella Bibbia è richiamato più volte e riportiamo alcuni passaggi:
Giuseppe, il fratello venduto come schiavo in Egitto (Gen 37-ss), durante la prigionia spiega il significato del sogno del panettiere di faraone, in carcere con lui:
Gen 40,19 «Fra tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti impiccherà ad un palo e gli uccelli ti mangeranno la carne addosso». 20 Appunto al terzo giorno – era il giorno natalizio del faraone – egli fece un banchetto a tutti i suoi ministri e allora…»
Nei Vangeli troviamo più volte la menzione del terzo giorno come quello in cui avverrà o è avvenuta la Risurrezione di Gesù:
Mt 16,21 «Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno».
Lc 24,5 «Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? 6 Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, 7 dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno».
Però ci sembra più significativo, per la similitudine con il nostro brano, un passaggio di Esodo parte del c. 19, che consigliamo di leggere integralmente:
Es 19,14 «Mosè scese dal monte verso il popolo […]; 15 Poi disse al popolo: «Siate pronti in questi tre giorni: non unitevi a donna».
16 Appunto al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore. […] 18 Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso JHWH nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. 19 Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono.
20 JHWH scese dunque sul monte Sinai, sulla vetta del monte, e JHWH chiamò Mosè sulla vetta del monte. Mosè salì».
Allora possiamo dire che la teofania del Sinai avviene il terzo giorno.
Anche nel nostro caso, fatte le debite proporzioni, la teofania per Abramo sul monte Moria (?) avviene il terzo giorno.
La legatura / aqedah
Il nostro Patriarca lascia servi ed asino e sale la montagna con Isacco. «Là ci prostreremo» dice ai servi.
Così si trovano a “sgambare” verso la vetta solo loro due. Con una particolare cura a riguardo del figlio che al quale affida solo la legna, mentre fuoco e coltello, oggetti pericolosi, li porta lui.
Il cammino è faticoso e il silenzio si fa ancora più pesante. Viene rotto solo dal ragazzo che pone una domanda più che ovvia, ma riceve una risposta che non sappiamo se definire speranzosa o menzognera: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!», nella quale non è assente una nota di tenerezza. Povero Abramo! doveva avere il cuore a pezzi!
Poi anche Isacco tace. Compreso il momento in cui dispongono la legna perché bruci fino in fondo tutta la vittima. E perfino quando viene legato e disposto sulla legna. Neanche una parola!
Pronto a sgozzare il figlio, il silenzio viene rotto dal “messaggero di JHWH: «Abramo, Abramo“…»
Abramo adesso, come il lettore sin dall’inizio, si rende conto che tutto quello che è accaduto è stata soltanto una prova che ha avuto successo. La ragione del successo è spiegata dall’angelo e consiste nel “timore di Dio“.
In tutto questo percorso Abramo è stato fedele a ciò che Dio gli aveva richiesto. Una fedeltà che non consiste nel credere a dottrine, ma ad agire nella realtà in risposta alla volontà di Dio.
In tutto questo manca il parere di Isacco e anche dopo la discesa dal monte di lui non si fa cenno: di lui si parlerà solo alla fine del c. 24 e anche in quel caso egli resta sullo sfondo, quasi passivo. Sono gli “altri” che gli troveranno la moglie.
Il rilancio delle promesse
Secondo gli studiosi i vv 15-18 sono un’aggiunta successiva al racconto che, in qualche modo, riprende le promesse fatte ad Abramo nel c.12 e il motivo appare a colpo d’occhio perché l’angelo interviene per «la seconda volta», tuttavia, posto che si tratti di un’inserzione, essa è del tutto pertinente e sensata.
Nel paragonare la numerosità della discendenza di Abramo viene introdotto un nuovo simbolo, quello dei granelli di sabbia sulla riva del mare, mentre prima conoscevamo solo quello delle stelle che non si possono contare.
A questo punto alla nostra comitiva non resta che tornare a casa, a Bersabea.
Il Signore provvede
Si tratta probabilmente di un detto del quale questo brano vuole fornire un’eziologia, ma la traduzione così com’è presenta qualche difficoltà di comprensione. Proponiamo la lettura che ne fa G. A. Borgonovo in una dispensa.
«La traduzione Cei ha appiattito il testo ebraico che gioca su tre significati del verbo rahah / vedere.
– in v 8 Abramo dice: “Dio stesso provvederà al sacrificio“.
– in v 14a: “Abramo chiamò quel luogo “JHWH vede“;
– in v 14b: “per questo si dice ancora oggi: “sul monte JHWH si fa vedere“.
I tre significati rimangono allusivi, imprecisati.
Che cosa vede Dio? Perché si fa vedere? Che cosa prov-vede?
Potremmo collegare il senso di questa paronomasia tra i verbi con questa conclusione per 14b: Dio si fa vedere quando vede il cuore dell’uomo totalmente in ricerca di Lui. E l’uomo, dopo la notte oscura della fede giunge a comprendere come Dio prov-vede a lui. Allora i tre termini assumono un loro significato ed è il senso del racconto».
Se è così, Abramo su quel monte sconosciuto ha incontrato Dio, come Mosè ed Elia sul Sinai.