Lettura 90 Gen 26,34-27,46 Giacobbe sottrae la primogenitura ad Esaù

Il capitolo in questione è ben delimitato dall’inclusione tra Gen 26,34, i matrimoni di Esaù con due donne hittite e Gen 27,46, la delusione di Rebecca per quei due matrimoni con donne straniere.

L’argomento di tutto il capitolo riguarda come la discendenza di Isacco passi da Esaù a Giacobbe e in questo sono coinvolti tutt’e quattro i membri della famiglia, i quali però non appaiono mai sulla scena insieme, ma sempre due per volta. Questo consente di strutturare il testo con i due personaggi che di volta in volta appaiono in scena. Dio, pur nominato un paio di volte, non entra mai in scena: l’azione e tutta lasciata agli uomini.

Gen 26,34 «Quando Esaù ebbe quarant’anni, prese in moglie Giudit, figlia di Beeri l’Hittita, e Basemat, figlia di Elon l’Hittita. 35 Esse furono causa d’intima amarezza per Isacco e per Rebecca».

ISACCO E ESAÙ: condizioni per la benedizione paterna

Gen 27,1 «Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: «Figlio mio». Gli rispose: «Eccomi». 2 Riprese: «Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte. 3 Ebbene, prendi le tue armi, la tua farètra e il tuo arco, esci in campagna e prendi per me della selvaggina. 4 Poi preparami un piatto di mio gusto e portami da mangiare, perché io ti benedica prima di morire». 5 Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù. Andò dunque Esaù in campagna a caccia di selvaggina da portare a casa».

Nel C. 25 lettura 88, quella del “piatto di lenticchie”, Esaù era presentato come uomo rude e selvatico che viveva nelle foreste dedito alla caccia. Qui, invece, lo troviamo come facente parte della famiglia, sempre di tipo nomadico, anche se la sua passione sembra essere quella della caccia. Così la preferenza di Isacco per lui viene motivata dal piacere che gli procurano i piatti cucinati con selvaggina.

Una motivazione alquanto puerile, ma un po’ tutto questo racconto ha una venatura di questo tipo. Condizionare poi la benedizione, che include la successione, al consumo di una vivanda non è certamente il modo più indicato per “celebrare” un rito così importante.

I commenti ebraici spiegano che la cecità di Isacco sarebbe stata causata dalla “legatura”, il modo in cui essi chiamano il “sacrificio di Isacco” del c 22. In quel contesto egli avrebbe visto il “trono della gloria”, cioè qualcosa che sta attorno a Dio (perché Dio non si può vedere) e questo avrebbe indebolito la sua vista e infine condotto alla cecità.

REBECCA E GIACOBBE: preparazione dell’inganno

«6 Rebecca disse al figlio Giacobbe: «Ecco, ho sentito tuo padre dire a tuo fratello Esaù: 7 Portami la selvaggina e preparami un piatto, così mangerò e poi ti benedirò davanti a JHWH prima della morte. 8 Ora, figlio mio, obbedisci al mio ordine: 9 Va’ subito al gregge e prendimi di là due bei capretti; io ne farò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. 10 Così tu lo porterai a tuo padre che ne mangerà, perché ti benedica prima della sua morte». 11 Rispose Giacobbe a Rebecca sua madre: «Sai che mio fratello Esaù è peloso, mentre io ho la pelle liscia. 12 Forse mio padre mi palperà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione». 13 Ma sua madre gli disse: «Ricada su di me la tua maledizione, figlio mio! Tu obbedisci soltanto e vammi a prendere i capretti». 14 Allora egli andò a prenderli e li portò alla madre, così la madre ne fece un piatto secondo il gusto di suo padre. 15 Rebecca prese i vestiti migliori del suo figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe; 16 con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo. 17 Poi mise in mano al suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato».

Qui entra scena Rebecca, ma tutto il racconto, di fatto, ruota intorno a lei e non è l’unico caso in cui una donna o le donne di Israele, giocano un ruolo strategico molto importante.

L’obiezione di Giacobbe al progetto materno è più che pertinente. Più tardi il libro del Levitico 19,11 prescriverà: «Non ruberete né userete inganno o menzogna gli uni a danno degli altri». E qui il danno subito da Esaù è più che evidente. Per questo e altri casi analoghi Dt 27 prevede addirittura una maledizione. Ma Rebecca tiene duro perché si tratta di contrastare una usanza che contiene evidenti tratti di ingiustizia. Infatti il senso della “benedizione” del padre di famiglia era quello di trasferire, in punto di morte, prima che l’anima si separasse dal corpo, l’energia vitale paterna insieme a tutti i beni della famiglia al primogenito. Questa benedizione proprio in quanto “benedizione” assicurava la fecondità di uomini, animali e campi. Però tutto riservato esclusivamente al primogenito, mentre gli altri componenti della famiglia restavano tutti a bocca asciutta, magari sottoposti al volere dello stesso primogenito. Rebecca si ribella a questa usanza e organizza il suo inganno, quasi costringendo Giacobbe, il secondogenito, ma si fa per dire perché i due erano gemelli, a seguire il di lei disegno.

Però alla fine resta un’ingiustizia perché sarà Esaù ad essere privato di tutto.

Giacobbe deve avere riflettuto a lungo circa il torto subito da suo fratello, tanto che quando sarà lui stesso sul letto di morte, non benedirà solo il primogenito, ma tutti e dodici i suoi figli (Gen 49). Delle figlie… sappiamo bene che aria tirasse a quei tempi.

I dubbi di Giacobbe sono prontamente rimossi dall’astuzia di Rebecca che sa bene come ingannare il marito. E restiamo sorpresi anche perché ella è capace di cucinare due capretti come se fossero animali selvatici. Oppure il le papille gustative di Isacco si erano arrugginite come i suoi occhi, perché non si accorge della differenza.

ISACCO E GIACOBBE: attuazione dell’inganno

«18 Così egli venne dal padre e disse: «Padre mio». Rispose: «Eccomi; chi sei tu, figlio mio?». 19 Giacobbe rispose al padre: «Io sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai ordinato. Alzati dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica». 20 Isacco disse al figlio: «Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!». Rispose: «JHWH me l’ha fatta capitare davanti». 21 Ma Isacco gli disse: «Avvicinati e lascia che ti palpi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no». 22 Giacobbe si avvicinò ad Isacco suo padre, il quale lo tastò e disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù». 23 Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e perciò lo benedisse. 24 Gli disse ancora: «Tu sei proprio il mio figlio Esaù?». Rispose: «Lo sono». 25 Allora disse: «Porgimi da mangiare della selvaggina del mio figlio, perché io ti benedica». Gliene servì ed egli mangiò, gli portò il vino ed egli bevve. 26 Poi suo padre Isacco gli disse: «Avvicinati e baciami, figlio mio!». 27 Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l’odore degli abiti di lui e lo benedisse:

«Ecco l’odore del mio figlio / come l’odore di un campo / che il Signore ha benedetto.

28 Dio ti conceda rugiada del cielo / e terre grasse / e abbondanza di frumento e di mosto.

29 Ti servano i popoli / e si prostrino davanti a te le genti.

Sii il signore dei tuoi fratelli / e si prostrino davanti a te i figli di tua madre.

Chi ti maledice sia maledetto / e chi ti benedice sia benedetto!».

Rebecca non si è limitata a fornire il piatto desiderato, a ricoprire di peli le braccia di Giacobbe, ma gli ha fatto anche indossare i vestiti di Esaù. Segno che quei patriarchi avevano un olfatto che noi abbiamo perduto o che la pulizia, visto che vivevano come nomadi, lasciava alquanto a desiderare rispetto ai nostri usi.

Quindi l’inganno è servito senza smagliature. Quando le donne si impegnano…

La benedizione impartita a Giacobbe contiene un passaggio che mostra tutta l’ingiustizia esistenti in questa prassi ed esattamente il passaggio che recita: «Sii il signore dei tuoi fratelli / e si prostrino davanti a te i figli di tua madre». E allora comprendiamo benissimo perché la cosa fece infuriare Esaù quando ne venne a conoscenza.

ISACCO E ESAÙ: la benedizione negata

«30 Isacco aveva appena finito di benedire Giacobbe e Giacobbe si era allontanato dal padre Isacco, quando arrivò dalla caccia Esaù suo fratello. 31 Anch’egli aveva preparato un piatto, poi lo aveva portato al padre e gli aveva detto: «Si alzi mio padre e mangi la selvaggina di suo figlio, perché tu mi benedica». 32 Gli disse suo padre Isacco: «Chi sei tu?». Rispose: «Io sono il tuo figlio primogenito Esaù». 33 Allora Isacco fu colto da un fortissimo tremito e disse: «Chi era dunque colui che ha preso la selvaggina e me l’ha portata? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi, poi l’ho benedetto e benedetto resterà».

34 Quando Esaù sentì le parole di suo padre, scoppiò in alte, amarissime grida. Egli disse a suo padre: «Benedici anche me, padre mio!». 35 Rispose: «È venuto tuo fratello con inganno e ha carpito la tua benedizione». 36 Riprese: «Forse perché si chiama Giacobbe mi ha soppiantato già due volte? Già ha carpito la mia primogenitura ed ecco ora ha carpito la mia benedizione!». Poi soggiunse: «Non hai forse riservato qualche benedizione per me?». 37 Isacco rispose e disse a Esaù: «Ecco, io l’ho costituito tuo signore e gli ho dato come servi tutti i suoi fratelli; l’ho provveduto di frumento e di mosto; per te che cosa mai potrò fare, figlio mio?». 38 Esaù disse al padre: «Hai una sola benedizione padre mio? Benedici anche me, padre mio!». Ma Isacco taceva ed Esaù alzò la voce e pianse.

39 Allora suo padre Isacco prese la parola e gli disse:

«Ecco, lungi dalle terre grasse / sarà la tua sede / e lungi dalla rugiada del cielo dall’alto.

40 Vivrai della tua spada / e servirai tuo fratello; / ma poi, quando ti riscuoterai,

spezzerai il suo giogo dal tuo collo».

41 Esaù perseguitò Giacobbe per la benedizione che suo padre gli aveva dato. Pensò Esaù: «Si avvicinano i giorni del lutto per mio padre; allora ucciderò mio fratello Giacobbe».

I due fratelli non si incontrano per un soffio ma poi Esaù picchia contro un muro quando chiede una benedizione anche per sé. Non v’è alcuna possibilità per avere neanche una benidizioncina piccola, piccola perché la benedizione che trasferisce la eredità e signoria su tutti i beni: cose, animali e uomini non può essere suddivisa e tantomeno duplicata.

Il v36 fa riferimento al nome di Giacobbe / /yʽaqavche contiene la radice di tallone / ʽaqav il gesto di afferrare che il nostro fece verso Esaù nel momento della nascita come abbiamo visto alla lettura 87(Gen 25,26).

Un colpo al cuore per Esaù risulta poi quel: «io l’ho costituito tuo signore e gli ho dato come servi tutti i suoi fratelli» perché comprende che dovrà essere sottomesso al nuovo capo della famiglia. Un gesto che Giacobbe non pretese mai. Anzi quando dopo la fuga e la permanenza di vent’anni a Carran, tornerà a Bersabea, alla vista del fratello Esaù accadrà esattamente il contrario:

Gen 33:1 «Poi Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù che aveva con sé quattrocento uomini. Allora distribuì i figli tra Lia, Rachele e le due schiave; 2 mise in testa le schiave con i loro figli, più indietro Lia con i suoi figli e più indietro Rachele e Giuseppe. 3 Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello».

Cioè sarà Giacobbe che si prostra davanti ad Esaù e non il contrario, come sarebbe prescritto.

Questo ci fa dire che nel frattempo Giacobbe è cambiato. E dovremo capire perché!

I vv 39-40 che sono messi in bocca ad Isacco, non è difficile intuire che costituiscano una eziologia dei conflittuali rapporti che esistevano da sempre tra Israeliti e ed Edomiti o Idumei, il nome che i greci e poi i romani applicarono ai discendenti di Esaù che vivevano tra Bersabea / Beersheva ed Elat sul Mar Rosso.

Non dimentichiamo che Erode il Grande, il re di Giudea che governava quando nacque Gesù; quello che ordinò la strage dei bambini di Betlemme, era idumeo, messo a capo del paese dai romani che ormai dominavano la zona da sessant’anni. E non è che di questo re gli ebrei fossero felici anche se aveva ricostruito il tempio.

La conclusione di Esaù però non lascia dubbi, non appena Isacco sarà morto: «allora ucciderò mio fratello Giacobbe».

REBECCA E GIACOBBE: la fuga

«42 Ma furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, ed essa mandò a chiamare il figlio minore Giacobbe e gli disse: «Esaù tuo fratello vuol vendicarsi di te uccidendoti. 43 Ebbene, figlio mio, obbedisci alla mia voce: su, fuggi a Carran da mio fratello Làbano. 44 Rimarrai con lui qualche tempo, finché l’ira di tuo fratello si sarà placata; 45 finché si sarà placata contro di te la collera di tuo fratello e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto. Allora io manderò a prenderti di là. Perché dovrei venir privata di voi due in un sol giorno?».

La via d’uscita per Giacobbe non può essere altra che quella di tagliare la corda. Solo che quel «qualche tempo» prospettato da Rebecca diventerà vent’anni.

IL DISGUSTO DI REBECCA

«46 Poi Rebecca disse a Isacco: «Ho disgusto della mia vita a causa di queste donne hittite: se Giacobbe prende moglie tra le hittite come queste, tra le figlie del paese, a che mi giova la vita?».

Questo breve versetto di chiusura, che forma inclusione con i primi due è il modo astuto con cui Rebecca giustifica l’allontanamento di Giacobbe da casa.

Quel disgusto è riferito anche alle due spose hittite che Esaù ha portato in famiglia.

UNA DOMANDA

Abbiamo a che fare con padre che predilige uno dei due figli perché gli procura succulenti piatti di cacciagione.

Una madre che preferisce il secondo figlio perché è casalingo.

Il minore che inganna il padre soffiando l’eredità al fratello maggiore.

Il fratello maggiore che aspetta il momento buono per fare fuori il minore

Ma in questa famiglia i legami affettivi dov’erano finiti?

Come facevano a vivere insieme coltivando dentro di sé simili sentimenti?

Sappiamo che Giacobbe sperimenterà di persona cosa vuol dire perdere un figlio, quando dieci dei suoi figli venderanno Giuseppe come schiavo a dei mercanti egiziani.

Ma anche in questo caso la fraternità dov’è finita?

Però la Bibbia offre la possibilità di un riflessione più approfondita su questi legami.

Se qualcuno pensa alla “Parabola del figliol prodigo”, ha fatto centro.