Lettura 96 Gen 29,15-30 L’imbroglione imbrogliato

Gen 29,14 «Allora Làbano gli disse: «Davvero tu sei mio osso e mia carne!». Così dimorò presso di lui per un mese.

15 Poi Làbano disse a Giacobbe: «Poiché sei mio parente, mi dovrai forse servire gratuitamente? Indicami quale deve essere il tuo salario». 16 Ora, Làbano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. 17 Lia aveva gli occhi smorti /rakot, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto. 18 E Giacobbe si innamorò di Rachele. Disse dunque: «Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore». 19 Rispose Làbano: «Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me». 20 Così Giacobbe servì sette anni per Rachele: che ai suoi occhi furono come pochi giorni tanto era il suo amore per lei. 21 Poi Giacobbe disse a Làbano: «Dammi la mia sposa, perché il mio tempo è compiuto e voglio unirmi a lei». 22 Allora Làbano radunò tutti gli uomini del luogo e diede un banchetto. 23 E quando fu sera, egli prese la figlia Lia e la condusse da lui ed egli si unì a lei. 24 Làbano diede la propria schiava Zilpa alla figlia Lia, come schiava. 25 Quando fu mattina… ecco era Lia! Allora Giacobbe disse a Làbano: «Che mi hai fatto? Non è forse per Rachele che sono stato al tuo servizio? Perché mi hai ingannato?». 26 Rispose Làbano: «Non si usa far così nel nostro paese, dare, cioè, la più piccola prima della maggiore. 27 Finisci questa settimana nuziale, poi ti darò anche quest’altra per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni». 28 Giacobbe fece così: terminò la settimana nuziale e allora Làbano gli diede in moglie la figlia Rachele. 29 Làbano diede alla figlia Rachele la propria schiava Bila, come schiava. 30 Egli si unì anche a Rachele e amò Rachele più di Lia. Fu ancora al servizio di lui per altri sette anni».

Il termine rakot crea un po’ di problemi alla traduzione; letteralmente significa fragile, delicato, molle aggettivi che applicati agli occhi non dicono niente, per cui nei vari codici troviamo termini come: astenici, deboli, malati, cisposi, infiammati ed altri ancora. Ora, siccome gli occhi di una persona comunicano molte impressioni e sentimenti a chi la guarda, possiamo dire sinteticamente che lo sguardo di Lia non era accattivante, ma induceva qualcosa di scostante e gli orientali, a detta degli studiosi, erano affascinati dagli sguardi penetranti e luminosi.

Il prezzo nuziale

Dopo un mese che Giacobbe lavora presso Labano, questi si rende conto che è un gran lavoratore, però Labano aveva a disposizione gli schiavi che lavoravano gratis, e pastori salariati per la custodia degli animali; però non sa come trattare Giacobbe che non è un semplice dipendente, ma suo nipote.

Il problema viene risolto dallo stesso Giacobbe che non avendo beni per pagare il mōhar, cioè il prezzo nuziale, si offre di lavorare gratuitamente per sette anni.

Questo conferma che la trasferta di Giacobbe presso i parenti di Carran è stata effettivamente una fuga precipitosa che non gli ha permesso di portare con sé nessuna delle ricchezze paterne per poter pagare il prezzo nuziale.

Allora il testo di Gen 28 Lettura 92, che parla della benedizione di Giacobbe ricevuta da Isacco in partenza per Carran è una tradizione spuria, proprio perché avrebbe inviato il figlio a cercarsi una sposa senza dargli nulla da offrire ai parenti lontani.

L’inganno

In base a questo accordo Giacobbe lavora per sette anni a favore dello zio, finché alla scadenza chiede che gli sia data la “mercede” pattuita.

Ricordiamo che , a suo tempo, quando avvennero le trattative tra il servo inviato da Abramo per trovare la moglie ad Isacco, abbiamo rilevato come il patteggiamento per il prezzo nuziale era stato pilotato più dal fratello di Rebecca, Labano, che non dal padre, Betuel (Gen 24,10-67- Lettura 83). E in questo episodio Giacobbe viene ingannato da Labano alla grande!

Ovviamente noi possiamo restare sorpresi che Giacobbe non si accorgesse di avere nel letto una donna diversa da quella sposata, ma dovremmo tenere conto delle usanze dell’epoca.

Anzitutto allora le feste erano celebrate in modo sfarzoso soprattutto a tavola; noi siamo abituati a fare regolarmente tre pasti al giorno, mentre allora era difficile farne due e spesso neanche uno, per cui, appena fosse possibile, si superava ogni limite.

Portiamo a titolo di esempio la quantità di vino usata per le Nozze di Cana, delle quali parla il Vangelo di Giovanni:

Gv 4,6 «Vi erano là sei idrie di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre metrete. 7 E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare»; e le riempirono fino all’orlo. 8 Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono».

Ora, una metreta equivale a 39,4 litri e facendo un po’ di conti risulta che si sta parlando di una quantità di vino compresa fra 472 e 709 litri. E questo era una aggiunta a quello previsto che si erano già bevuto!

Se tanto mi dà tanto, possiamo dire che anche il nostro protagonista ha raggiunto il letto nuziale alquanto brillo e con gli occhi un po’ opachi. Senza trascurare che la sposa doveva mantenersi rigorosamente velata e le luci alla sera non erano certamente quelle a cui noi siamo abituati.

L’inganno di Labano, con la partecipazione interessata di Lia, che avrebbe rischiato di rimanere zitella, è perfettamente riuscito.

La giustificazione opposta da Labano è insostenibile, ma c’è un particolare che rimanda al rapporto tra fratelli minori e maggiori. Giacobbe il minore con il suo comportamento aveva ingannato il maggiore, Esaù; ora la maggiore, Lia, inganna la minore, Rachele… oltre al marito.

Però Giacobbe ottiene da Labano una concessione: avere come sposa anche Rachele, di lì ad una settimana, cioè alla fine della festa nuziale, a condizione che si impegni a lavorare per lo stesso Labano per altri sette anni.

Giacobbe era talmente innamorato di Rachele da accettare questo compromesso; e così alla fine della festa nuziale si trova con due mogli e relative schiave, dalle quali avrà ben dodici figli, senza contare le femmine delle quali conosceremo solo Dina, probabilmente perché se ve ne sono state altre non sono state oggetto di eventi importanti come quello che ha coinvolto Dina (c 34).

Il dono di una schiava per ciascuna delle due figlie mette un’altra volta in luce l’avidità di Labano: lo vediamo nel confronto con la dote nuziale ricevuta a suo tempo da Rebecca come abbiamo visto alla Lettura 83:

Gen 24,59 «Allora essi lasciarono partire Rebecca con la nutrice, insieme con il servo di Abramo e i suoi uomini.[…] 61 Così Rebecca e le sue ancelle si alzarono, montarono sui cammelli e seguirono quell’uomo. Il servo prese con sé Rebecca e partì».

Quindi, per Rebecca: la nutrice più le sue ancelle, mentre per Lia e Rachele una sola schiava a testa.

Questo sarà oggetto di una lamentela delle due sorelle verso il padre che lo accuseranno “di essere state da lui trattate come straniere e vendute“, come vedremo al capitolo successivo.

In tutto questo racconto Dio sembra assente: non appare a nessuno, non parla con nessuno; sono solo gli uomini che parlano, agiscono, lavorano, litigano; e la storia va avanti e fornisce degli insegnamenti che le persone accorte sanno apprezzare, ma è JHWH che guida la Storia perché Lui ne è il Signore.

Nota storico- antropologica

Gli studiosi segnalano che il nome di Lia da “vacca” mentre quello di Rachele deriverebbe da “pecora madre” e questo sarebbe sostenuto anche da osservazioni storiche. Le tribù di Israele discendenti da Lia sono arrivate in Canaan prima di quelle discendenti da Rachele, per cui le prime erano già sedentarizzate e allevavano bestiame grosso, cioè bovini ed erano ormai agricoltori quando arrivarono le tribù di Rachele. Queste, al contrario rimasero ancora nomadi o seminomadi per un lungo tempo e ovviamente vivevano dell’allevavano quasi esclusivo di greggi.

Anche gli storici, però concordano nel ritenere che tutte queste tribù si ritenevano discendenti da un unico patriarca: Giacobbe.