Lettura 106 Gen 35,1-29 Conclusione del ciclo di Giacobbe
Ci attenderemmo che il ciclo in questione finisse in modo trionfale, glorioso e invece si presenta come un insieme di spezzoni in parte giustapposti. Abbiamo tre decessi: la nutrice di Rebecca, la moglie amata, Rachele e infine, la morte di Isacco, con un elenco di tutti i figli di Giacobbe meno Dina.
=> Verso Betel
Gen 35,1 «Dio disse a Giacobbe: «Alzati, va’ a Betel e abita là; costruisci in quel luogo un altare al Dio che ti è apparso quando fuggivi Esaù, tuo fratello». 2 Allora Giacobbe disse alla sua famiglia e a quanti erano con lui: «Eliminate gli dèi stranieri che avete con voi, purificatevi e cambiate gli abiti. 3 Poi alziamoci e andiamo a Betel, dove io costruirò un altare al Dio che mi ha esaudito al tempo della mia angoscia e che è stato con me nel cammino che ho percorso». 4 Essi consegnarono a Giacobbe tutti gli dèi stranieri che possedevano e i pendenti che avevano agli orecchi; Giacobbe li sotterrò sotto la quercia presso Sichem.
5 Poi levarono l’accampamento e un terrore molto forte assalì i popoli che stavano attorno a loro, così che non inseguirono i figli di Giacobbe».
Il metodo storico critico ritiene che questa seconda teofania a Betel, non sia altro che un’altra tradizione di quella che abbiamo già incontrato al c. 28, Lettura 93, che la redazione finale non si è sentita di perdere e pertanto l’ha riportata come ritorno in quel santuario.
Anzitutto questo pellegrinaggio è voluto da Dio che dice: “Alzati e va a Betel…”. Non solo ma protegge il clan di Giacobbe durante il viaggio, impedendo ai re della zona di coalizzarsi e fare una guerra per punire i misfatti compiuti a Sichem. Tuttavia dobbiamo ricordare che il santuario di Betel è sempre stato molto importante nella storia d’Israele ed meta di continui pellegrinaggi per cui non siamo in grado di distinguere come effettivamente si sia comportato Giacobbe e quanto le tradizioni abbiano retrodatato; ma la cosa non ci interessa più di tanto perché la nostra lettura è sempre di tipo sincronico.
Ora, la preparazione al pellegrinaggio richiede tre momenti di preparazione: il lavacro, il cambio degli abiti e la rinuncia degli idoli.
È un insieme di riti non esclusivo della Bibbia, perché presente in tutte le religioni. Anche nella nostra liturgia era presente il rito della lavanda delle mani prima della consacrazione, ma negli ultimi decenni esso si è svilito in discussioni circa il senso di quel gesto: purificazione o pulizia? E chiaro che se ti vuoi lavare le mani non bastano le quattro gocce che escono dall’ampollina portata dal chierichetto, per cui il suo significato, riteniamo, fosse soprattutto simbolico, ma siccome oggi i simboli sono diventati meno dell’acqua fresca si è perso il senso del rito e il rito stesso. Comunque là si lavavano e non tanto perché fossero sporchi, ma per significare qualcosa di più profondo: una pulizia interiore, una purificazione del cuore. Non a caso anche per noi la “materia” del battesimo è l’acqua che lava… e i nostri padri lo facevano per immersione.
Anche, per noi il cambio d’abito faceva parte della ritualità domenicale, almeno fino agli anni ’50 o giù di lì, poi è venuta la moda del “casual”, per cui si va a Messa anche in tuta ginnica… e la simbolicità rituale è andata a ramengo.
Qui, nel nostro brano, il rito di purificazione comprende già l’eliminazione degli idoli, che dal Sinai in poi diventerà normativo.
È anche importante il richiamo ai pendenti degli orecchi perché rimandano agli stessi gioielli che ai piedi del Sinai saranno utilizzati per costruire il Vitello d’oro:
Es 32,1 «Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si affollò intorno ad Aronne e gli disse: «Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto». 2 Aronne rispose loro: «Togliete i pendenti d’oro che hanno agli orecchi le vostre mogli e le vostre figlie e portateli a me». 3 Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. 4 Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: «Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!». 5 Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: «Domani sarà festa in onore di JHWH». 6 Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento».
È un tema che abbiamo trattato nelle letture 50 ss del libro di Esodo, vedi archivio.
Dobbiamo però sottolineare che è la prima volta nel libro di Genesi che si parla di eliminazione degli idoli. Una parte di essi sono quelli che in Gen 31 Lettura 101, Rachele aveva sottratto al padre prima di fuggire da Carran e che era riuscita a nascondere senza farsi scoprire, grazie ad uno stratagemma. In quel contesto si poteva notare, da parte del testo, un certo apprezzamento per la furbizia di Rachele; non certo una critica.
=> Teofania di Betel
«6 Giacobbe e tutta la gente ch’era con lui arrivarono a Luz, cioè Betel, che è nel paese di Canaan. 7 Qui egli costruì un altare e chiamò quel luogo «El-Betel», perché là Dio gli si era rivelato, quando sfuggiva al fratello. 8 Allora morì Dèbora, la nutrice di Rebecca, e fu sepolta al disotto di Betel, ai piedi della quercia, che perciò si chiamò Quercia del Pianto.
9 Dio apparve un’altra volta a Giacobbe, quando tornava da Paddan-Aram, e lo benedisse. 10 Dio gli disse:
«Il tuo nome è Giacobbe. / Non ti chiamerai più Giacobbe, / ma Israele sarà il tuo nome».
Così lo si chiamò Israele. 11 Dio gli disse: / «Io sono Dio onnipotente / ʽEl-Shaddai .
Sii fecondo e diventa numeroso, / popolo e assemblea di popoli / verranno da te, /
re usciranno dai tuoi fianchi. / 12 Il paese che ho concesso
ad Abramo e a Isacco / darò a te / e alla tua stirpe dopo di te / darò il paese».
13 Dio scomparve da lui, nel luogo dove gli aveva parlato. 14 Allora Giacobbe eresse una stele, dove gli aveva parlato, una stele di pietra, e su di essa fece una libazione e versò olio. 15 Giacobbe chiamò Betel il luogo dove Dio gli aveva parlato».
Ci si chiede da dove salta fuori questa nutrice? E cosa ci faceva con la comitiva di Giacobbe, visto che Isacco e Rebecca erano al sud? Sappiamo che alla partenza da Carran verso Canaan per sposare Isacco, Rebecca era accompagnata dalle sue ancelle e dalla sua balia, ma era passato molto tempo e facendo un po’ di conti grossolani doveva essere molto, molto vecchia, per cui gli studiosi avanza l’ipotesi che la sua morte sia una eziologia che spiegherebbe il nome della “Quercia del Pianto”.
El-Betel richiede di essere approfondito. Alla lettura 93 abbiamo visto che la trascrizione corretta di Betel dovrebbe essere Bet-ʽEl, cioè casa di Dio, e qui emerge che parla il “Dio della casa di Dio“. Però durante la teofania si presenta come “ʽEl-Shaddai” che la Cei traduce: Dio Onnipotente, allora possiamo dire che il Dio di Betel è ʽEl-Shaddai, in questo modo osserviamo che i diversi nomi, in realtà aggettivi, che gli uomini hanno attribuito alle varie divinità, vanno via via unificandosi e dobbiamo aggiungere, che se stiamo al rinnovo della promessa, questo Dio di Betel è anche il “Dio dei Padri”. Il cammino sarà ancora lungo. Bisognerà passare attraverso la rivelazione del nome di Dio, “JHWH” a Mosè sul Sinai, poi attraverso il lungo lavoro dei Profeti e l’esperienza dell’Esilio, per arrivare a comprendere che esiste un unico Dio… che poi è Trinitario!
Riteniamo opportuno riportare quello che Dio aveva detto a Giacobbe in sogno durante la teofania avvenuta mentre fuggiva più di vent’anni prima:
Gen 28,13 «Ecco JHWH gli stava davanti e disse: «Io sono JHWH, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. 14 La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra.
15 Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che t’ho detto».
Possiamo dire che, pur con parole diverse, viene ribadita la medesima sostanza: la benedizione di Dio è su Giacobbe assicurandogli fecondità e successo. Una famiglia composta di dodici figli è un’ottima premessa.
=> Verso Èfrata
«16 Poi levarono l’accampamento da Betel. Mancava ancora un tratto di cammino per arrivare ad Èfrata, quando Rachele partorì ed ebbe un parto difficile. 17 Mentre penava a partorire, la levatrice le disse: «Non temere: anche questo è un figlio!». 18 Mentre esalava l’ultimo respiro, perché stava morendo, essa lo chiamò Ben-Onì, ma suo padre lo chiamò Beniamino. 19 Così Rachele morì e fu sepolta lungo la strada verso Èfrata, cioè Betlemme. 20 Giacobbe eresse sulla sua tomba una stele. Questa stele della tomba di Rachele esiste fino ad oggi».
Certamente noi restiamo di sasso a leggere con quale freddezza viene descritta la morte di Rachele, in particolare se pensiamo a tutte le acrobazie che Giacobbe aveva dovuto fare al fine di poterla sposare. Il testo invece è preoccupato unicamente di spiegare il nome del neonato. Ci può consolare il fatto che a più di 3500 anni di distanza noi stiamo parlando di una madre che è morta nel dare alla luce il secondo figlio.
Altrettanto sconcerto il nome dato al bambino. Coerente con la situazione e con tutta la sua vita quello proposto da Rachele, ma del tutto fuori luogo quello imposto da Giacobbe: “figlio della mia destra“, che con l’idea del tempo indica successo ed abbondanza. Gli studiosi ritengono che questo nome abbia a che fare con il successo ottenuto dalla tribù di Beniamino quando si è insediata in Canaan e, poiché per quella cultura il nome corrispondeva con il destino di chi lo portava, quel nome ha centrato in pieno l’obiettivo futuro.
Però a noi resta l’amaro in bocca per la povera Rachele, perché qui non c’è alcuna traccia di legami affettivi.
Ma vedremo che per Giacobbe ci sarà tempo per crescere anche sotto questo profilo, quando perderà l’altro figlio di Rachele: Giuseppe.
=>A Migdal-Eder
«21 Poi Israele levò l’accampamento e piantò la tenda al di là di Migdal-Eder. 22 Mentre Israele abitava in quel paese, Ruben andò a unirsi con Bila, concubina del padre, e Israele lo venne a sapere».
Alla lettura 97 abbiamo visto che non riuscendo ad avere figli, Rachele fece unire Giacobbe con la sua schiava Bila dalla quale nacque Dan ed una seconda volta Nèftali. Ruben che è il figlio maggiore di tutti, nato da Lia, combina questo pasticcio unendosi alla concubina del padre, ma da parte di Giacobbe non si registra alcuna reazione.
Anche la redazione del racconto non riporta alcun commento.
Però Giacobbe se ne ricorderà quando sul letto di morte benedirà i suoi figli e a Ruben dirà:
Gen 49,3 «Ruben, tu sei il mio primogenito, / il mio vigore e la primizia della mia virilità,
esuberante in fierezza ed esuberante in forza! / 4 Bollente come l’acqua, tu non avrai preminenza,
perché hai invaso il talamo di tuo padre / e hai violato il mio giaciglio su cui eri salito».
Noi comunque restiamo alquanto sconcertati perché, ancora una volta ci rendiamo conto che per questi patriarchi la morale… Però come abbiamo già detto altrove, la Storia della Salvezza passa attraverso gente come questa: Dio usa il materiale disponibile per compiere il suo disegno. Se è così allora anche per noi c’è speranza.
=> A Mamre
«22b I figli di Giacobbe furono dodici. 23 I figli di Lia: il primogenito di Giacobbe, Ruben, poi Simeone, Levi, Giuda, Issacar e Zàbulon.
24 I figli di Rachele: Giuseppe e Beniamino.
25 I figli di Bila, schiava di Rachele: Dan e Nèftali.
26 I figli di Zilpa, schiava di Lia: Gad e Aser. Questi sono i figli di Giacobbe che gli nacquero in Paddan-Aram.
27 Poi Giacobbe venne da suo padre Isacco a Mamre, a Kiriat-Arba, cioè Ebron, dove Abramo e Isacco avevano soggiornato come forestieri. 28 Isacco raggiunse l’età di centottant’anni. 29 Poi Isacco spirò, morì e si riunì al suo parentado, vecchio e sazio di giorni. Lo seppellirono i suoi figli Esaù e Giacobbe».
Il capitolo si chiude con un altro elenco dei figli di Giacobbe e il ritorno presso Mamre dove si ritrova Isacco e c’è anche Esaù che si era stabilito in Seir e non sappiamo come sia arrivato qui in tempo per poter seppellire il padre. Della madre Rebecca che aveva organizzato tutta la tresca per fare diventare erede Giacobbe al posto di Esaù non si sa più nulla. Neanche una parola circa la sua morte. Ovviamente la tradizione ebraica ha cercato di riempire questo vuoto con diverse spiegazioni. Un Midrash racconta quanto segue. “Quando Rebecca morì ci si chiese: Chi accompagnerà la sua bara? Abramo è morto, Isacco non ci vede, Giacobbe è a Carran, rimane solo quell’empio di Esaù. Allora la gente potrebbe dire: sia maledetta colei che ha allattato quel peccatore. Perciò Rebecca fu sepolta di nascosto, durante la notte. Per questo la Scrittura non ne parla“.
È una tradizione giudaica che riflette le tensioni, gli odii, le guerre che ci sono sempre state tra i discendenti di Giacobbe e quelli di Esaù, cioè gli edomiti.
L’ultimo affronto patito dai giudei dagli edomiti è stato re Erode il grande, messo sul trono di Gerusalemme dai romani.
Questo capitolo chiude il ciclo di Giacobbe e termina con la morte di Isacco attorno al quale stanno tutti i suoi discendenti e l’elenco di tutti i figli di Giacobbe sta dire che la Benedizione di Dio prosegue il suo percorso.