Lettura 113 Gen 39,1-23 L’innocente finisce in prigione

Seguiamo ancora il criterio di fare una lettura strutturata per facilitarne la comprensione e coglierne al volo le caratteristiche.

Prima di esaminare le singole parti dobbiamo fare una valutazione d’insieme: nella sezione A e A’ rileviamo che Giuseppe ottiene ottimi risultati in tutto quello che fa, nella casa di Potifar prima e nella prigione dopo. La ragione del successo, però, non è conseguenza della fortuna o di una sua abilità, anche se questa non è da escludere, ma dal fatto che “JHWH era con lui“. Un legame riconosciuto anche dai suoi interlocutori che pure non sono ebrei. Questa presenza di JHWH è richiamata bene sette volte e tuttavia dobbiamo sottolineare l’assoluta assenza di teofanie, rivelazioni o sogni.

A – Il successo di Giuseppe

Gen 39,1 «Giuseppe era stato condotto in Egitto e Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie, un Egiziano, lo acquistò da quegli Ismaeliti che l’avevano condotto laggiù. 2 Allora JHWH fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell’Egiziano, suo padrone. 3 Il suo padrone si accorse che JHWH era con lui e che quanto egli intraprendeva JHWH faceva riuscire nelle sue mani. 4 Così Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e divenne suo servitore personale; anzi quegli lo nominò suo maggiordomo e gli diede in mano tutti i suoi averi. 5 Da quando egli lo aveva fatto suo maggiordomo e incaricato di tutti i suoi averi, JHWH benedisse la casa dell’Egiziano per causa di Giuseppe e la benedizione del JHWH fu su quanto aveva, in casa e nella campagna. 6 Così egli lasciò tutti i suoi averi nelle mani di Giuseppe e non gli domandava conto di nulla, se non del cibo che mangiava. Ora Giuseppe era bello di forma e avvenente di aspetto».

Il primo versetto non fa altro che richiamare l’ultimo versetto del c. 37, dal quale risultava che Giuseppe era stato «venduto a Potifar consigliere del Faraone e capo delle sue guardie»; la narrazione poi ci aveva riportato in Canaan per seguire la vicenda di Giuda e Tamàr.

Il nome di Potifar è decisamente egiziano e significa «donato da Reh», uno dei 1500 e passa dèi dell’Olimpo egizio.

É interessante anche rilevare i due titoli di Potifar. Il primo, tradotto con «consigliere del Faraone», che l’ebraico riporta come “seris“, è in effetti un termine persiano che significa “eunuco“, però Potifar è sposato. Gli esperti spiegano che il vocabolo ha perduto il senso originale ed è rimasto solo come titolo onorifico.

Il secondo termine letteralmente significa “capo cuoco” che in egiziano sarebbe: “primo ufficiale della bocca del re“. Da questo vediamo come il lessico ha trasformato nel tempo il senso delle parole, per cui è lecito chiederci se il nostro redattore conoscesse questa trafila perché, come abbiamo detto nella presentazione della storia di Giuseppe (Lettura 110), la narrazione è ambientata in Egitto, ma tutto ciò che riguarda i personaggi e le prassi dei palazzi del potere sono di tipo babilonese.

Già ora ci possiamo chiedere come Dio sia così prodigo di benedizioni per il protagonista e potremmo trovare una risposta nella letteratura sapienziale, che il nostro redattore conosce molto bene perché la “Storia di Giuseppe” è decisamente un testo sapienziale. Così, possiamo trovare una risposta, ad esempio, in due passi del libro dei Proverbi, ma ci sarebbero molti altri brani al riguardo.

Prv 15,33 «Il timore di Dio è una scuola di sapienza, / prima della gloria c’è l’umiltà».

Prv 18,12«Prima della caduta il cuore dell’uomo si esalta, / ma l’umiltà viene prima della gloria».

Se è così potremmo dire che Giuseppe ha accettato la sua condizione di schiavo confidando nella benevolenza di Dio che si è manifestata in tutto quello che faceva.

Il brano si collega al successivo parlando della bellezza di Giuseppe. Una dote derivata certamente da sua madre, Rachele, che, ricordiamo, appena Giacobbe la vide se ne innamorò pazzamente, subito disposto a lavorare sette anni per pagare il prezzo della dote (Gen 29,17 ss, Lettura 96).

B – Le molteplici lusinghe della moglie di Potifar

«7 Dopo questi fatti, la moglie del padrone gettò gli occhi su Giuseppe e gli disse: «Unisciti a me!». 8 Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: «Vedi, il mio signore non mi domanda conto di quanto è nella sua casa e mi ha dato in mano tutti i suoi averi. 9 Lui stesso non conta più di me in questa casa; non mi ha proibito nulla, se non te, perché sei sua moglie. E come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?». 10 E, benché ogni giorno essa ne parlasse a Giuseppe, egli non acconsentì di unirsi, di darsi a lei».

Le ragioni del rifiuto di Giuseppe sono due. La prima riguarda il rispetto per il suo padrone, il quale vista l’efficienza dello schiavo lo ha fatto amministratore della sua casa e dei suoi beni.

La seconda ragione del rifiuto, molto più importante, riguarda il suo Dio: JHWH. Allora comprendiamo che il suo successo è conseguenza del suo “timore di Dio“, che non è la “paura di Dio”, ma il senso profondo di tutte le cose che riguardano Dio. E il comportamento di tutte le creature ha a che fare con Dio. É il “timore” che anima tutte le persone che perseguono la via della Sapienza, come recita il proverbio citato sopra.

B’ – Tentativo di seduzione fallito

«11 Ora un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non c’era nessuno dei domestici. 12 Essa lo afferrò per la veste, dicendo: «Unisciti a me!». Ma egli le lasciò tra le mani la veste, fuggì e uscì fuori all’aperto».

Nella storia di Giuseppe tutti i racconti sono ripetuti due volte. Già all’inizio abbiamo trovato due sogni: quello dei covoni e quello degli astri che si inchinavano davanti a lui. Anche in questo caso troviamo due tentativi di seduzione da parte della moglie di Potifar, come subito dopo abbiamo due narrazioni delle calunnie inventate dalla stessa moglie: una ai servi e l’altra al marito. Tuttavia la narrazione di due tentavi allude all’insistenza nel ricercare quell’unione proibita e questo mette in luce la dirittura morale di Giuseppe e della sua giustizia.

La veste indossata da Giuseppe era una tunica che poteva facilmente essere sfilata e il nostro, pur di non peccare fugge, lasciandola tra le mani della donna.

C – Calunnia della moglie di Potifar rivolte ai servi

«13 Allora essa, vedendo ch’egli le aveva lasciato tra le mani la veste ed era fuggito fuori, 14 gridò i suoi domestici e disse loro: «Guardate, ci ha condotto in casa un ebreo per scherzare con noi! Mi si è accostato per unirsi a me, ma io ho gridato a gran voce. 15 Egli, appena ha sentito che alzavo la voce e chiamavo, ha lasciato la veste accanto a me, è fuggito ed è uscito».

Il redattore conosce bene la psicologia femminile e sa quanto rode nel profondo la donna adultera che è stata respinta. In una prima fase la donna si limita a denunciare l’accaduto ai servi di casa e intanto medita una vendetta più consistente. Notiamo che il «giovane bello di forma e avvenente di aspetto», ora è diventato «un ebreo», appellativo dispregiativo che manifesta il suo rancore verso colui che l’ha respinta. C’è anche una velata accusa al marito che ha portato in casa questo schiavo per “scherzare”; un verbo usato anche in altri testi biblici per alludere ai giochi erotici.

Ricordiamo che l’ebraico non ha vocaboli che distinguano servo da schiavo per cui la differenza deve essere colta dal senso del testo.

C’ – Calunnia della moglie di Potifar rivolta al marito

«16 Ed essa pose accanto a sé la veste di lui finché il padrone venne a casa. 17 Allora gli disse le stesse cose: «Quel servo / schiavo ebreo, che tu ci hai condotto in casa, mi si è accostato per scherzare con me. 18 Ma appena io ho gridato e ho chiamato, ha abbandonato la veste presso di me ed è fuggito fuori». 19 Quando il padrone udì le parole di sua moglie che gli parlava: «Proprio così mi ha fatto il tuo servo / schiavo!», si accese d’ira».

La veste strappata a Giuseppe è diventata il corpo del reato che la donna custodisce con cura per potersi vendicare del rifiuto ricevuto. A questo punto non sono necessarie tante parole per convince Potifar di avere riposto la sua fiducia in uno schiavo ebreo inaffidabile.

La pena dell’adulterio di una donna per le leggi ebraiche era punita con la morte, ma era un’usanza comune a tutto l’Antico Oriente. E non solo. Ovviamente la prescrizione riguardava la donna, mentre il marito poteva avere per sé anche le schiave di casa e le concubine.

Quindi la pena prevista per Giuseppe era la morte ed essendo schiavo, non erano necessari procedimenti giuridici particolari. Se in Egitto funzionava come a Roma, ci pensava il padrone di casa ad ucciderlo senza dover rendere conto alle autorità.

A’ – Giuseppe imprigionato e nuovo successo

«20 Il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise nella prigione, dove erano detenuti i carcerati del re.

Così egli rimase là in prigione. 21 Ma JHWH fu con Giuseppe, gli conciliò benevolenza e gli fece trovare grazia agli occhi del comandante della prigione.

22 Così il comandante della prigione affidò a Giuseppe tutti i carcerati che erano nella prigione e quanto c’era da fare là dentro, lo faceva lui. 23 Il comandante della prigione non si prendeva cura più di nulla di quanto gli era affidato, perché JHWH era con lui e quello che egli faceva JHWH faceva riuscire».

La struttura del testo è iniziata in A con il successo di Giuseppe nella casa di Potifar e si conclude in A’ con un altro successo: nella prigione dei carcerati del re. Il motivo è più che chiaro: «JHWH fu con Giuseppe».

Si tratta della sorte che compete al giusto condannato in ingiustamente. Infatti a lui viene affidata la gestione del carcere. Tutto questo ci suggerisce che Giuseppe non si è mai lasciato scoraggiare dalla sventura, ma si è sempre affidato a Dio, anche se il testo, per ora, non lo dice. Però è importante rilevare che Dio non protegge Giuseppe “dalla” Storia, ma nella storia ovvero, “Dio non protegge dal pericolo, ma nel pericolo” (Von Rad).

Se è così allora nasce la domanda: quando un uomo commetteva adulterio, veniva condannato a morte,. Come mai Potifar risparmia la vita a Giuseppe? Gli studiosi ritengono tutto sommato egli non si fidasse più di tanto delle accuse della moglie e abbia preferito salvargli la vita semplicemente mettendolo in prigione.

Questi brani sposano in pieno la teologia della retribuzione: poiché Giuseppe agisce bene ottiene il bene cioè la realizzazione delle sue aspettative, ma noi constatiamo che questa legge non sempre funziona anche perché Gesù ci insegna che il Padre non fa differenze tra buoni e cattivi.

Mt 5,45«… perché siate e figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. […] 48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».