Lettura 118 Gen 42, 1–38 Il primo viaggio dei fratelli
A parte il prologo contenuto nei capitoli 37 e 38, dei fratelli di Giuseppe non si è più sentito parlare, adesso riappaiono sulla scena spinti dalla fame e così si apre il “Secondo Atto” che occupa 42,1-46,27 e potremmo intitolare: “La fratellanza ritrovata“.
A – Dieci figli di Giacobbe in Egitto
Gen 42,1 «Ora Giacobbe seppe che in Egitto c’era il grano; perciò disse ai figli: «Perché state a guardarvi l’un l’altro?». 2 E continuò: «Ecco, ho sentito dire che vi è il grano in Egitto. Andate laggiù e compratene per noi, perché possiamo conservarci in vita e non morire». 3 Allora i dieci fratelli di Giuseppe scesero per acquistare il frumento in Egitto. 4 Ma quanto a Beniamino, fratello di Giuseppe, Giacobbe non lo mandò con i fratelli perché diceva: «Non gli succeda qualche disgrazia!». 5 Arrivarono dunque i figli d’Israele per acquistare il grano, in mezzo ad altri che pure erano venuti, perché nel paese di Canaan c’era la carestia».
Le prime due grandi civiltà sviluppatesi nell’Antico Vicino Oriente sono quella Mesopotamica e quella Egiziana. La ragione è unica e semplice: l’acqua. Da un lato il Tigri e l’Eufrate, dall’altra il Nilo. I greci dicevano che l’Egitto era dono del Nilo. Esso è lungo dieci volte il nostro Po che al confronto è un fiumiciattolo. Nasce in zona tropicale, ricca di piogge e attraversa parecchie nazioni. Quando giunge in Egitto siamo tipicamente in zona desertica e senza di esso lo stesso Egitto sarebbe soltanto una grande arida distesa di sabbia.
Ora, nei paesi che non dispongono di fiumi di questo tipo come Canaan, la possibilità di coltivare derrate alimentari è strettamente legata alle piogge e, per quello che ci interessa, ai loro capricci. Pertanto i viaggi di cananei e più in generale di asiatici verso l’Egitto è ben documentata da molti reperti archeologici.
Così i fratelli di Giuseppe, spinti da Giacobbe e dalla carestia, si recano nel paese dei faraoni per acquistare grano.
Beniamino, però, rimane in Canaan con il padre, perché secondo l’autore della “Storia di Giuseppe” egli è molto giovane, e infatti viene chiamato: “giovinetto”. Inoltre il suo parto è stato causa della morte di Rachele, la sposa amatissima di Giacobbe. Possiamo anche intendere che se all’inizio della storia le sue preferenze erano rivolte a Giuseppe, una volta “sparito”, restava solo Beniamino a ricordargli la sua Rachele.
B – Incontro dei fratelli con Zafnat-Paneach / Giuseppe
«6 Ora Giuseppe aveva autorità sul paese e vendeva il grano a tutto il popolo del paese. Perciò i fratelli di Giuseppe vennero da lui e gli si prostrarono davanti con la faccia a terra. 7 Giuseppe vide i suoi fratelli e li riconobbe, ma fece l’estraneo verso di loro, parlò duramente e disse: «Di dove siete venuti?». Risposero: «Dal paese di Canaan per comperare viveri». 8 Giuseppe riconobbe dunque i fratelli, mentre essi non lo riconobbero. 9 Si ricordò allora Giuseppe dei sogni che aveva avuti a loro riguardo e disse loro: «Voi siete spie! Voi siete venuti a vedere i punti scoperti del paese». 10 Gli risposero: «No, signore mio; i tuoi servi sono venuti per acquistare viveri. 11 Noi siamo tutti figli di un solo uomo. Noi siamo sinceri. I tuoi servi non sono spie!». 12 Ma egli disse loro: «No, voi siete venuti a vedere i punti scoperti del paese!». 13 Allora essi dissero: «Dodici sono i tuoi servi, siamo fratelli, figli di un solo uomo, nel paese di Canaan; ecco il più giovane è ora presso nostro padre e uno non c’è più». 14 Giuseppe disse loro: «Le cose stanno come vi ho detto: voi siete spie. 15 In questo modo sarete messi alla prova: per la vita del faraone, non uscirete di qui se non quando vi avrà raggiunto il vostro fratello più giovane. 16 Mandate uno di voi a prendere il vostro fratello; voi rimarrete prigionieri. Siano così messe alla prova le vostre parole, per sapere se la verità è dalla vostra parte. Se no, per la vita del faraone, voi siete spie!». 17 E li tenne in carcere per tre giorni».
Giunti davanti a Zafnat-Paneach i fratelli si prostrano e così si realizza il primo sogno, quello degli undici covoni che si inchinavano davanti a quello di Giuseppe:
37,7 «Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio».
Giuseppe li riconosce al volo, ma essi vedono solo un grande funzionario d’Egitto, con tanto di ministri, servitori e interprete.
D’altra parte essi avevano venduto il fratello come schiavo e tutt’al più l’avrebbero individuato tra gli schiavi, non certo nella persona del gran vizir del paese.
Ma c’è una ragione più sottile. Essi non si parlavano da lungo tempo; anzi le loro comunicazioni si erano interrotte già in Canaan:
37,4 «I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente».
Letteralmente: «Non potevano parlargli in pace / shalom», ovvero «non potevano dirgli: “shalom”», cioè gli avevano tolto il saluto, perché “shalom” è il modo in cui i semiti ancora oggi si salutano. E questo può essere il motivo del non riconoscimento: persone che non si parlano, nemmeno si “riconoscono”.
Sembra di capire che dopo il fattaccio commesso buttandolo nella cisterna, di lui non parlavano più. Il peso della colpa e il dolore causato al padre e ancora molto vivo in Giacobbe, li costringevano a tacere. Anche perché parlandone avrebbero rischiato di rivelare la verità.
In definitiva per loro Giuseppe non esisteva più e questo Zafnat-Paneach resta un perfetto sconosciuto.
Però anche Giuseppe non si fa riconoscere.
Fino a questo punto non è chiaro quale linea il saggio Zafnat-Paneach voglia seguire. Cancellare tutto con un colpo di spugna? Far pagare ai fratelli il torto che gli hanno inflitto? Punirli per questa lontananza di oltre diciassette anni lontano dagli affetti familiari? Oppure rielaborare tutta la vicenda perché ogni passaggio acquisti un senso?
Come si vede una risposta non è tanto facile, né per lui né per i lettori.
È chiaro che l’accusa di essere spie è un pretesto per prendere tempo. E intanto li sbatte in prigione.
Ma anche lui deve tornare ad essere Giuseppe e non più soltanto Zafnat-Paneach. In altre parole deve riprendere il modo di pensare, culturale e religioso, ebraico.
B’ – Simeone ostaggio
«18 Al terzo giorno Giuseppe disse loro: «Fate questo e avrete salva la vita; io temo Dio! 19 Se voi siete sinceri, uno dei vostri fratelli resti prigioniero nel vostro carcere e voi andate a portare il grano per la fame delle vostre case. 20 Poi mi condurrete qui il vostro fratello più giovane. Allora le vostre parole si dimostreranno vere e non morirete». Essi annuirono. 21 Allora si dissero l’un l’altro: «Certo su di noi grava la colpa nei riguardi di nostro fratello, perché abbiamo visto la sua angoscia quando ci supplicava e non lo abbiamo ascoltato. Per questo ci è venuta addosso quest’angoscia». 22 Ruben prese a dir loro: «Non ve lo avevo detto io: Non peccate contro il ragazzo? Ma non mi avete dato ascolto. Ecco ora ci si domanda conto del suo sangue». 23 Non sapevano che Giuseppe li capiva, perché tra lui e loro vi era l’interprete.
24 Allora egli si allontanò da loro e pianse. Poi tornò e parlò con essi. Scelse tra di loro Simeone e lo fece incatenare sotto i loro occhi».
Tre giorni di carcere per i fratelli e di riflessione per Giuseppe e il discorso cambia radicalmente. Si passa da due giuramenti fatti «per la vita del faraone» a «io temo Dio», quindi non: “temo Ra, Iside, Osiride o se vogliamo il faraone stesso, ritenuto a sua volta una divinità, ma Dio / Elohim, cioè lo stesso Dio dei fratelli, di Giacobbe, di Isacco e Abramo. «Temo Dio», qui significa: io ho lo stesso sistema di valori, che voi avete; osservo le stesse leggi di Dio che voi… I puntini di sospensione sottendo la domanda: e voi quelle leggi le rispettate? Le avete rispettate?
E così detta le condizioni per rilasciarli: portare anche Beniamino, il suo fratellino germano, in Egitto.
Due elementi, l’appello a Dio e portargli Beniamino, che non fanno altro che risvegliare quello che avevano fatto al loro fratello di soli diciassette anni… Il fattaccio che da oltre vent’anni avevano cercato di cancellare emerge ora con una forza esplosiva, perché staccare Beniamino dal padre Giacobbe ripeterebbe ciò che era accaduto allora. Cioè, ancora una volta ritornare dal padre con un figlio in meno e rinnovargli lo strazio dell’anima subito diversi anni prima.
E Giuseppe, che comprende ogni parola senza bisogno dell’interprete, deve allontanarsi perché l’emozione trabocca.
Tuttavia mettere Simeone in catene sotto i loro occhi, ha la funzione di evidenziare agli altri nove, che Zafnat-Paneach non sta scherzando, perché egli conosce quale difficoltà ci saranno da parte di Giacobbe e di loro stessi a lasciar partire Beniamino per l’Egitto.
Così sembra di capire che Giuseppe / Zafnat-Paneach su questo non transiga.
A’ – Ritorno dei fratelli a Canaan con uno di meno
«25 Quindi Giuseppe diede ordine che si riempissero di grano i loro sacchi e si rimettesse il denaro di ciascuno nel suo sacco e si dessero loro provviste per il viaggio. E così venne loro fatto.
26 Essi caricarono il grano sugli asini e partirono di là. 27 Ora in un luogo dove passavano la notte uno di essi aprì il sacco per dare il foraggio all’asino e vide il proprio denaro alla bocca del sacco. 28 Disse ai fratelli: «Mi è stato restituito il denaro: eccolo qui nel mio sacco!». Allora si sentirono mancare il cuore e tremarono, dicendosi l’un l’altro: «Che è mai questo che Dio ci ha fatto?».
29 Arrivati da Giacobbe loro padre, nel paese di Canaan, gli riferirono tutte le cose che erano loro capitate: 30 «Quell’uomo che è il signore del paese ci ha parlato duramente e ci ha messi in carcere come spie del paese. 31 Allora gli abbiamo detto: Noi siamo sinceri; non siamo spie! 32 Noi siamo dodici fratelli, figli di nostro padre: uno non c’è più e il più giovane è ora presso nostro padre nel paese di Canaan. 33 Ma l’uomo, signore del paese, ci ha risposto: In questo modo io saprò se voi siete sinceri: lasciate qui con me uno dei vostri fratelli, prendete il grano necessario alle vostre case e andate. 34 Poi conducetemi il vostro fratello più giovane; così saprò che non siete spie, ma che siete sinceri; io vi renderò vostro fratello e voi potrete percorrere il paese in lungo e in largo».
35 Mentre vuotavano i sacchi, ciascuno si accorse di avere la sua borsa di denaro nel proprio sacco. Quando essi e il loro padre videro le borse di denaro, furono presi dal timore. 36 E il padre loro Giacobbe disse: «Voi mi avete privato dei figli! Giuseppe non c’è più, Simeone non c’è più e Beniamino me lo volete prendere. Su di me tutto questo ricade!».
37 Allora Ruben disse al padre: «Farai morire i miei due figli, se non te lo ricondurrò. Affidalo a me e io te lo restituirò». 38 Ma egli rispose: «Il mio figlio non verrà laggiù con voi, perché suo fratello è morto ed egli è rimasto solo. Se gli capitasse una disgrazia durante il viaggio che volete fare, voi fareste scendere con dolore la mia canizie negli inferi».
Se Giuseppe si mostra intransigente non possiamo, però, perdere di vista la “cura” che egli riserva ai fratelli e alla famiglia tutta. Infatti vengono riforniti di provviste per il viaggio e restituito “di nascosto” l’argento portato per l’acquisto del grano.
E ancora la cattiva coscienza dei nove fratelli rimasti emerge quando interpretano il ritrovamento dell’argento nei loro sacchi come un tranello per non si sa quale fine nascosto, da parte di quel personaggio, Zafnat-Paneach, così inaffidabile.
Che, però, interpretiamo in modo radicalmente diverso: argento restituito e provviste per il viaggio sono il segno che essi non sono stati comuni acquirenti di grano, ma ospiti di Zafnat-Paneach /Giuseppe.
Nel testo vi sono due evidenti contraddizioni.
v25 recita che erano state date provviste per il viaggio, ma v27 che viene aperto un sacco del grano per darne agli animali.
Ancora c’è contraddizione tra v27 e v35, nel primo sembra che scoprano l’argento durante il viaggio di ritorno, nel secondo solo all’arrivo.
Non stiamo ad indagare le varie posizioni degli studiosi che tuttavia non cambiano il significato dell’accaduto che è quello che ci interessa: questo argento restituito diventa motivo di sospetto, di timore per qualcosa di incomprensibile e pericoloso. Un altro motivo per impedire la partenza di Beniamino ed un eventuale ritorno in Egitto.
Però non si possono fare i conti senza l’oste, che in questo caso è il perseverare della carestia.
Giuseppe, il sognatore, sapeva che sarebbe durata per altri cinque anni per cui era sicuro che sarebbero ritornati, ma Giacobbe e relativi figli non conoscevano questa previsione.
Ancora una volta dobbiamo ricordare che il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe non si rende presente nella storia di Giuseppe: non parla, non si mostra, sempre in silenzio, però…