Lettura 120 Gen 44,1–34 I fratelli messi prova
A – Giuseppe organizza il “corpo del reato”
Gen 44, 1 «Diede poi questo ordine al maggiordomo della sua casa: «Riempi i sacchi di quegli uomini di tanti viveri quanti ne possono contenere e metti il denaro di ciascuno alla bocca del suo sacco. 2 Insieme metterai la mia coppa, la coppa d’argento, alla bocca del sacco del più giovane, con il denaro del suo grano». Quegli fece secondo l’ordine di Giuseppe».
Se Giuseppe avesse lasciato ripartire regolarmente i fratelli i rapporti sarebbero rimasti quelli di sempre: ciascuno nel suo brodo, ma Giuseppe vuole verificare se c’è stato un cambiamento o, tentare di produrre un cambiamento. La via per produrlo passa necessariamente attraverso il fratellino, Beniamino; per questo egli ha voluto che fosse portato davanti a lui in questo secondo viaggio.
Notiamo che il lettore conosce subito lo stratagemma che Giuseppe, con l’aiuto del maggiordomo, ha messo in atto, mentre i fratelli ne sono completamente all’oscuro. Pertanto da parte del lettore nasce un’attesa per sapere dove porterà quest’azione.
B – I fratelli davanti al maggiordomo: prima accusa
«3 Al mattino, fattosi chiaro, quegli uomini furono fatti partire con i loro asini. 4 Erano appena usciti dalla città e ancora non si erano allontanati, quando Giuseppe disse al maggiordomo della sua casa: «Su, insegui quegli uomini, raggiungili e di’ loro: Perché avete reso male per bene? 5 Non è forse questa la coppa in cui beve il mio signore e per mezzo della quale egli suole trarre i presagi? Avete fatto male a fare così». 6 Egli li raggiunse e ripetè loro queste parole. 7 Quelli gli dissero: «Perché il mio signore dice queste cose? Lungi dai tuoi servi il fare una tale cosa! 8 Ecco, il denaro che abbiamo trovato alla bocca dei nostri sacchi te lo abbiamo riportato dal paese di Canaan e come potremmo rubare argento od oro dalla casa del tuo padrone? 9 Quello dei tuoi servi, presso il quale si troverà, sarà messo a morte e anche noi diventeremo schiavi del mio signore». 10 Rispose: «Ebbene, come avete detto, così sarà: colui, presso il quale si troverà, sarà mio schiavo e voi sarete innocenti». 11 Ciascuno si affrettò a scaricare a terra il suo sacco e lo aprì. 12 Quegli li frugò dal maggiore al più piccolo, e la coppa fu trovata nel sacco di Beniamino. 13 Allora essi si stracciarono le vesti, ricaricarono ciascuno il proprio asino e tornarono in città».
I fratelli sono così sicuri della loro onestà che non esitano a smentire l’accusa invocando per il colpevole del furto la morte e per tutti gli altri la schiavitù, cioè sono essi stessi a pronunciare la sentenza. Potremmo allora dire che tra di loro è nata una forma di solidarietà che un tempo non c’era.
Però, in questo modo, viene inconsciamente decisa la morte del fratello più piccolo, Beniamino. Questa è una decisione inconsapevole, ma rimanda direttamente all’altra decisione di mettere a morte un fratello, Giuseppe, all’inizio della storia:
Gen 37, 19 «Si dissero l’un l’altro: «Ecco, il sognatore arriva! 20 Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: Una bestia feroce l’ha divorato! Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!».
La tresca organizzata da Zafnat-Paneach / Giuseppe ha avuto pieno successo.
Ora si tratta di vedere come risponderanno alla possibile attuazione di quella condanna: la morte di Beniamino.
«Allora si stracciarono le vesti». È la seconda volta che accada un gesto di questo tipo. La prima era stata fatta da Giacobbe quando i dieci gli portarono “la veste dalle lunghe maniche” di Giuseppe, insanguinata:
Gen 37,33 «Giacobbe la riconobbe e disse: «È la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l’ha divorato. Giuseppe è stato sbranato». 34 Giacobbe si stracciò le vesti, si pose un cilicio attorno ai fianchi e fece lutto sul figlio per molti giorni».
Il comportamento dei dieci fratelli, lasciamo a parte Beniamino che in tutto il brano non dice una parola, è radicalmente cambiato. L’altra volta non si erano stracciate le vesti, anzi erano stati loro a simulare lo sbranamento di Giuseppe da parte di una fiera, mentre loro stessi l’avevano buttato in una cisterna e poi venduto come schiavo a dei mercanti diretti in Egitto. Allora non riconobbero Giuseppe come loro fratello, adesso Beniamino è diventato il fratello più caro e importante.
B’ – I fratelli davanti a Giuseppe: seconda accusa
«14 Giuda e i suoi fratelli vennero nella casa di Giuseppe, che si trovava ancora là, e si gettarono a terra davanti a lui. 15 Giuseppe disse loro: «Che azione avete commessa? Non sapete che un uomo come me è capace di indovinare?». 16 Giuda disse: «Che diremo al mio signore? Come parlare? Come giustificarci? Dio ha scoperto la colpa dei tuoi servi… Eccoci schiavi del mio signore, noi e colui che è stato trovato in possesso della coppa». 17 Ma egli rispose: «Lungi da me il far questo! L’uomo trovato in possesso della coppa, lui sarà mio schiavo: quanto a voi, tornate in pace da vostro padre».
Ancora una volta osserviamo la realizzazione dei primi sogni di Giuseppe: i fratelli prostrati davanti a lui.
Egli mitiga la sentenza che essi avevano pronunciato: solo Beniamino resterà schiavo in Egitto, mentre gli altri potranno fare ritorno alle loro tende.
E la storia si ripete. Allora il fratellino era stato venduto come schiavo e i fratelli sono tornati a casa senza di lui, inventandosi una scusa… sempre tenuta nascosta.
Anche adesso dovrebbero tornare un’altra volta dal padre senza il fratello più piccolo…
E ironia di Zafnat-Paneach / Giuseppe che li rimanda dicendo: “tornate in pace da vostro padre“.
A questo punto appare con chiarezza la strategia di Giuseppe: scoprire se il senso di fratellanza che anima adesso gli undici fratelli è lo stesso di tanti anni fa o se si è modificato.
La sua vicenda gli ha fatto scoprire cosa sia la vera fraternità, lui, che a suo tempo non era stato un buon fratello verso gli altri e viceversa. Ma il prezzo più duro e amaro lo ha pagato proprio lui: Giuseppe.
Nelle parole di Giuda troviamo un passaggio rivelatore di un senso di colpa che agisce ormai da molti anni e che abbiamo evidenziato e sottolineato: «Dio ha scoperto la colpa dei tuoi servi».
Ma di quale colpa si tratta? Il furto (?) della coppa o quello che fecero molti anni prima all’altro fratello?
La coppa della divinazione.
La coppa di cui si discute sembra essere collegata alle capacità divinatorie di Giuseppe. Ora l’arte della divinazione era praticata alla grande in tutto il mondo antico: da Babilonia a Roma da Atene all’estremo sud dell’Africa. La divinazione consisteva nel prevedere il futuro attraverso “segni” che si riteneva provenissero dalle divinità: eclissi di sole o di luna, temporali, e comunque tutti i segni astrofisici. C’era anche chi la praticava osservando le viscere degli animali uccisi, piuttosto che il volo degli uccelli. Nel nostro caso, ammesso si trattasse effettivamente di divinazione, si ricaverebbe il responso da come si mescolano il liquidi in una coppa.
Però, la Legge vietava rigorosamente questa arte:
Dt 18,10 «Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; 11 né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, 12 perché chiunque fa queste cose è in abominio a JHWH».
Potemmo avanzare qualche dubbio in merito a questa pratica da parte di Giuseppe, perché a proposito dell’interpretazione dei sogni egli ha sempre affermato, come abbiamo visto, che non si trattava di una sua arte, ma di rivelazioni da parte di Dio, come per tutti i profeti. Se è così, la coppa in questione potrebbe essere una semplice stoviglia per bere.
Ma non dobbiamo neanche escludere l’ipotesi ch’egli si sia talmente identificato con i costumi egiziani da diventare effettivamente un indovino e, tuttavia, dobbiamo aggiungere che non abbiamo elementi per poterlo affermare se non per via di quella coppa.
C – Difesa e discorso di Giuda
«18 Allora Giuda gli si fece innanzi e disse: «Mio signore, sia permesso al tuo servo di far sentire una parola agli orecchi del mio signore; non si accenda la tua ira contro il tuo servo, perché il faraone è come te! 19 Il mio signore aveva interrogato i suoi servi: Avete un padre o un fratello? 20 E noi avevamo risposto al mio signore: Abbiamo un padre vecchio e un figlio ancor giovane natogli in vecchiaia, suo fratello è morto ed egli è rimasto il solo dei figli di sua madre e suo padre lo ama. 21 Tu avevi detto ai tuoi servi: Conducetelo qui da me, perché lo possa vedere con i miei occhi. 22 Noi avevamo risposto al mio signore: Il giovinetto non può abbandonare suo padre: se lascerà suo padre, questi morirà. 23 Ma tu avevi soggiunto ai tuoi servi: Se il vostro fratello minore non verrà qui con voi, non potrete più venire alla mia presenza. 24 Quando dunque eravamo ritornati dal tuo servo, mio padre, gli riferimmo le parole del mio signore. 25 E nostro padre disse: Tornate ad acquistare per noi un po’ di viveri. 26 E noi rispondemmo: Non possiamo ritornare laggiù: se c’è con noi il nostro fratello minore, andremo; altrimenti, non possiamo essere ammessi alla presenza di quell’uomo senza avere con noi il nostro fratello minore. 27 Allora il tuo servo, mio padre, ci disse: Voi sapete che due figli mi aveva procreato mia moglie. 28 Uno partì da me e dissi: certo è stato sbranato! Da allora non l’ho più visto. 29 Se ora mi porterete via anche questo e gli capitasse una disgrazia, voi fareste scendere con dolore la mia canizie nella tomba. 30 Ora, quando io arriverò dal tuo servo, mio padre, e il giovinetto non sarà con noi, mentre la vita dell’uno è legata alla vita dell’altro, 31 appena egli avrà visto che il giovinetto non è con noi, morirà e i tuoi servi avranno fatto scendere con dolore negli inferi la canizie del tuo servo, nostro padre.
32 Ma il tuo servo si è reso garante del giovinetto presso mio padre: Se non te lo ricondurrò, sarò colpevole verso mio padre per tutta la vita. 33 Ora, lascia che il tuo servo rimanga invece del giovinetto come schiavo del mio signore e il giovinetto torni lassù con i suoi fratelli! 34 Perché, come potrei tornare da mio padre senz’avere con me il giovinetto? Ch’io non veda il male che colpirebbe mio padre!».
Questo discorso di Giuda segue lo schema delle perorazioni o suppliche che si usavano nell’Antico Vicino Oriente. La richiesta vera e propria o la supplica è posta alla fine del discorso dopo avere riassunto tutti gli eventi che hanno portato alla stato di necessità.
Notiamo che Giuda, astutamente, parla della scomparsa di Giuseppe, ma non ne spiega le vere ragioni, cioè che sono stati loro, “i fratelli”, a fare “sparire” Giuseppe. Lascia ancora in vita le bugia dello sbranamento da parte di una fiera.
E insiste sulle conseguenze che subirebbe il padre, Giacobbe, se il ragazzo non ritornasse. Disposto a sostituirlo nella schiavitù presso Zafnat-Paneach, in coerenza con quanto aveva promesso al padre come avevamo visto nella lettura precedente:
Gen 43,8 «Giuda disse a Israele suo padre: «Lascia venire il giovane con me; partiremo subito per vivere e non morire, noi, tu e i nostri bambini. 9 Io mi rendo garante di lui: dalle mie mani lo reclamerai. Se non te lo ricondurrò, se non te lo riporterò, io sarò colpevole contro di te per tutta la vita. 10 Se non avessimo indugiato, ora saremmo già di ritorno per la seconda volta».
Ovviamente questa conclusione non può che colpire direttamente al cuore il suo interlocutore, Zafnat-Paneach / Giuseppe, la reazione del quale occuperà tutto il prossimo capitolo.