Lettura 121 Gen 45,1–28 La fratellanza ritrovata e la riconciliazione
Presentiamo come al solito il testo in forma strutturata dal che risulta che la parte centrale “C” è la più importante, cioè l’ordine del faraone di fare scendere tutto il clan di Giacobbe in Egitto. Questa è la premessa che permetterà di collegare il ciclo di Giacobbe e Giuseppe al libro di Esodo, che racconterà quello che accadrà quattrocento anni dopo.
A – Il pianto di Giuseppe che si fa riconoscere
Gen 45:1 «Allora Giuseppe non potè più contenersi dinanzi ai circostanti e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!». Così non restò nessuno presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere ai suoi fratelli. 2 Ma diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. 3 Giuseppe disse ai fratelli: «Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?». Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza».
La lunga perorazione di Giuda inconsapevolmente ha toccato le corde più profonde del cuore di Giuseppe. Infatti ha ricordato la figura del padre Giacobbe che ha riversato sui due figli della amatissima moglie, Rachele, morta proprio nel dare alla luce il secondo, le sue preferenze, prima, a quello scomparso, perché “sbranato da una fiera” e attualmente a quello rimasto, Beniamino. Tutti questi ricordi impedisco a Zafnat-Paneach di continuare nella sua finzione, perché i sentimenti e il pianto lo stanno travolgendo.
Il comando a tutti gli altri astanti di uscire dalla sua presenza non ha lo scopo di nascondere il suo pianto, che anzi viene sentito da tutta la corte del faraone, ma di rimanere in stretta intimità con i fratelli, quell’intimità che da molti anni aveva perduto e che nell’incontro durante il primo viaggio e poi nel pranzo offerto in casa sua non aveva potuto manifestare.
Notiamo che è la terza volta che Giuseppe piange incontrando i fratelli, le altre due essendo in 42,24 e 43,30.
Ma i fratelli “sono atterriti dalla sua presenza“. Adesso siamo fritti, adesso Giuseppe diventato Zafnat-Paneach signore dell’Egitto, ci farà pagare con gli interessi quello che gli abbiamo inflitto: i nodi stanno arrivando al pettine.
E invece…
B – Spiegazioni di Giuseppe e abbraccio
Questa parte deve essere divisa in due momenti che abbiamo chiamato b1 e b2.
b1- Rilettura di tutta la vicenda
«4 Allora Giuseppe disse ai fratelli: «Avvicinatevi a me!». Si avvicinarono e disse loro: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l’Egitto. 5 Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. 6 Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. 7 Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. 8 Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d’Egitto».
Osserviamo che ben tre volte Giuseppe dice ai fratelli di essere stato venduto da loro, azione che nel c 37 era rimasta un po’ in sospeso. Là si diceva chiaramente come da loro fosse stato gettato nella cisterna dopo averlo spogliato, ma poi sembrava che fossero stati i mercanti madianiti ad estrarlo e poi a venderlo ad mercanti ismailiti:
Gen 37, 28 «Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto».
Giuseppe, però, non avanza nessuna recriminazione a riguardo di ciò che i fratelli gli avevano inflitto, ma dà un senso radicalmente nuovo a tutta la vicenda. La vendita dei fratelli con tutto il seguito è stata opera di Dio che ha voluto creare le premesse perché adesso tutta la famiglia di Giacobbe possa avere da mangiare durante il perdurare della carestia.
È una lettura che centra in pieno la “teologia della storia“, ma una lettura che solo in parte possiamo condividere. Gli antichi attribuivano tutti gli eventi che toccavano la creazione a Dio, azioni degli uomini comprese. Ma oggi riteniamo che Dio rispetta l’autonomia della storia e in particolare la libertà dell’uomo. Se l’uomo non fosse libero non potrebbe rispondere a Dio con gesti di amore, per cui l’uomo può sceglie tanto il bene quanto il male; e questo è il grande mistero e dono della libertà. Quindi quello che hanno compiuto i dieci fratelli è stato e resta male, ma Dio è in grado di trasformare anche le conseguenze di gesti malvagi in bene al fine di salvaguardare la “Sua Creazione“. Sin dall’inizio Dio ha agito così. Ce lo conferma l'”eziologia metastorica” del Giardino, quando caccia da Eden i due imbranati che si erano lasciati convincere dal serpente e:
Gen 3,21 «JHWH Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì» (Lettura 28).
Quindi pur cacciandoli dal Giardino, altrimenti avrebbero combinato altri guai, si preoccupa della loro sopravvivenza e si mette lì a confezionare una tunica per ciascuno.
b2 – Messaggio per Giacobbe
«9 Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: Dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l’Egitto. Vieni quaggiù presso di me e non tardare. 10 Abiterai nel paese di Gosen e starai vicino a me tu, i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, i tuoi greggi e i tuoi armenti e tutti i tuoi averi. 11 Là io ti darò sostentamento, poiché la carestia durerà ancora cinque anni, e non cadrai nell’indigenza tu, la tua famiglia e quanto possiedi. 12 Ed ecco, i vostri occhi lo vedono e lo vedono gli occhi di mio fratello Beniamino: è la mia bocca che vi parla! 13 Riferite a mio padre tutta la gloria che io ho in Egitto e quanto avete visto; affrettatevi a condurre quaggiù mio padre». 14 Allora egli si gettò al collo di Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva stretto al suo collo. 15 Poi baciò tutti i fratelli e pianse stringendoli a sé. Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui».
Chiaramente i fratelli restano doppiamente increduli. Anzitutto Giuseppe non manifesta alcun proposito di vendetta e in seconda battuta si mostra preoccupato per la sorte di tutta la famiglia.
L’esito non può essere che un abbraccio collettivo accompagnato da pianti di gioia.
Così Giuseppe e i fratelli sono in grado di conversare tra di loro e viene superata quella situazione iniziale che recitava:
37,4 «I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente».
Allora sembrerebbe che ogni difficoltà di rapporto sia superata, ma al c 50 troviamo:
50, 15 «Ma i fratelli di Giuseppe cominciarono ad aver paura, dato che il loro padre era morto, e dissero: «Chissà se Giuseppe non ci tratterà da nemici e non ci renderà tutto il male che noi gli abbiamo fatto?».
Vale a dire: da parte dei fratelli resta sempre il timore che Giuseppe si possa vendicarsi del male subito.
Così, siamo messi di fronte la mistero del male che può essere perdonato, ma restano sempre delle tracce anche nel futuro.
C – L’ordine del Faraone
«16 Intanto nella casa del faraone si era diffusa la voce: «Sono venuti i fratelli di Giuseppe!» e questo fece piacere al faraone e ai suoi ministri. 17 Allora il faraone disse a Giuseppe: «Di’ ai tuoi fratelli: Fate questo: caricate le cavalcature, partite e andate nel paese di Canaan. 18 Poi prendete vostro padre e le vostre famiglie e venite da me e io vi darò il meglio del paese d’Egitto e mangerete i migliori prodotti della terra. 19 Quanto a te, da’ loro questo comando: Fate questo: prendete con voi dal paese d’Egitto carri per i vostri bambini e le vostre donne, prendete vostro padre e venite. 20 Non abbiate rincrescimento per la vostra roba, perché il meglio di tutto il paese sarà vostro».
Questa parte del capitolo essendo posta al centro dice essa è la più importante. E dobbiamo aggiungere: non per la storia di Giuseppe, ma per il libro che segue, cioè Esodo, perché così viene giustificata la presenza del popolo ebraico in Egitto per ben quattrocento anni. Una giustificazione dimostrata dall’ordine impartito dal faraone di andare in Canaan a prendere Giacobbe con tutta la sua gente e portarla nella terra del Nilo.
B’ – Esecuzione dell’ordine del faraone
«21 Così fecero i figli di Israele. Giuseppe diede loro carri secondo l’ordine del faraone e diede loro una provvista per il viaggio. 22 Diede a tutti una muta di abiti per ciascuno, ma a Beniamino diede trecento sicli d’argento e cinque mute di abiti. 23 Allo stesso modo mandò al padre dieci asini carichi dei migliori prodotti dell’Egitto e dieci asine cariche di grano, pane e viveri per il viaggio del padre. 24 Poi congedò i fratelli e, mentre partivano, disse loro: «Non litigate durante il viaggio!».
Questa volta i fratelli ritornano a casa carichi di beni che da un lato mostrano la prodigalità di Giuseppe e dall’altro mirano a convincere il padre a trasferirsi in Egitto.
L’ultima raccomandazione di Giuseppe dimostra che egli conosce bene i suoi polli!
A’ – Ritorno dei fratelli da Giacobbe
«25 Così essi ritornarono dall’Egitto e arrivarono nel paese di Canaan, dal loro padre Giacobbe 26 e subito gli riferirono: «Giuseppe è ancora vivo, anzi governa tutto il paese d’Egitto!». Ma il suo cuore rimase freddo, perché non poteva credere loro. 27 Quando però essi gli riferirono tutte le parole che Giuseppe aveva detto loro ed egli vide i carri che Giuseppe gli aveva mandati per trasportarlo, allora lo spirito del loro padre Giacobbe si rianimò. 28 Israele disse: «Basta! Giuseppe, mio figlio, è vivo. Andrò a vederlo prima di morire!».
A questo punto convincere Giacobbe che il figlio amato è ancora vivo non è impresa facile, anche perché, se restiamo al testo non c’è alcuna spiegazione sul perché egli sia in Egitto e in che modo ci sia finito.
Non sembra proprio che i fratelli abbiano confessato il loro misfatto.
E Dio? Dio non dice una parola e in tutta la vicenda nessuno parla di Dio, nessuno si rivolge a Dio se non Giuseppe, che non celebra riti, non fa preghiere, ma mostra di avere una fede inossidabile nel Dio dei padri anche nei momenti più neri.
Come dice un antico proverbio: “Se in una notte nera una nera formichina cammina su una lastra di marmo nero, Dio la vede e sente il rumore dei suoi passi”.