Lettura 130 Gen 37-50 Ripresa sintetica della Storia di Giuseppe
Dopo avere esaminato nel dettaglio la storia in questione, dobbiamo cercare di rapportarla, in forma sintetica, con altri testi della Bibbia che trattano argomenti analoghi. Sempre perché la Bibbia deve essere compresa nel suo insieme.
IL TEMA DELLA FRATELLANZA O DELLE TENSIONI FAMIGLIARI
Nella prima parte di Genesi abbiamo visto che la divisione entra in campo già a riguardo della prima coppia. Subito dopo il peccato guadagnato attraverso il frutto dell’albero, l’armonia tra l’uomo e la donna viene meno:
Gn 3,16 «[Dio] alla donna disse: […] Verso tuo marito sarà il tuo istinto, / ma egli ti dominerà».
Al primitivo rapporto gioioso e armonioso tra i due si sostituisce il dominio dell’uno sull’altra e una forza istintuale tra di loro.
La seconda generazione presenta già il primo omicidio ch’è anche fratricidio. Caino uccide il fratello perché Dio ha gradito l’offerta di Abele, ma non ha gradito quella Caino. Un’uccisione che ha lo scopo di assicurarsi l’attenzione di Dio verso di sé a scapito dell’altro.
E fin qui siamo in un’eziologia metastorica: un racconto che cerca di spiegare il presente, che, ribadiamo, non è per niente storica.
La storia o, più esattamente la protostoria, inizia da Abramo. Con tutti gli uomini che popolavano il pianeta Dio è andato a sceglierne uno che manco lo conosceva; anzi viveva in una città nota perché vi adoravano la dea della Luna, ovvero la Luna stessa. Si manifesta così il “tema dell’elezione“. Dio sceglie chi Lui vuole, secondo il suo criterio, senza rispettare principi di uguaglianza o di democrazia, ecc.
Tra i nipoti di Abramo, utilizzando le simpatie di Rebecca, il prosieguo delle Promesse viene affidato a Giacobbe, che non è il primogenito, a scapito di Esaù. Il tutto attraverso l’inganno ordito da Rebecca. Così scopriamo che Dio realizza i suoi disegni anche attraverso le trasgressioni delle leggi e delle usanze. Il Suo criterio di scelta non è il nostro. E abbiamo visto quali vicissitudini ha intrapreso Giacobbe per sfuggire al fratello che lo voleva uccidere, per finire poi sotto la “protezione”, tra virgolette, dello zio Labano che lo ha sfruttato per vent’anni.
All’inganno di Giacobbe verso Esaù corrisponde quello di Labano che la prima notte di nozze gli sostituisce Lia, la non amata, a Rachele per la quale si era impegnato a lavorare sette anni come prezzo di nozze.
Questo inganno si ripercuote poi sulla discendenza perché Giacobbe preferirà Giuseppe e Beniamino, figli della amatissima Rachele, agli altri dieci figli. Ma questo grande numero di figli avuti da Lia, la non amata, mostra ancora una volta, come Dio faccia proseguire il suo disegno di dare ad Abramo una discendenza numerosa “come le stelle del cielo“.
Però questa preferenza accordata da Giacobbe a Giuseppe, riproduce nuovamente lo schema Abele Caino mediante la decisione di ucciderlo. Progetto che sarebbe riuscito se non ci fosse stato l’intervento di Ruben il figlio primogenito. Così Giuseppe è risparmiato, ma viene gettato in una cisterna e poi venduto come schiavo in Egitto.
L’eliminazione del fratello dalla sfera dei rapporti interfamigliari, in quella società primitiva, nella quale non c’era distinzione tra giustizia umana e giustizia divina, è avvertito dai dieci come un affronto, un peccato verso Dio che, come abbiamo visto, richiede una espiazione, espressa alla fine della storia dalla richiesta di diventare schiavi di Giuseppe pur di aver salva la vita.
Mentre Caino è condannato da Dio ad essere ramingo sulla terra e contemporaneamente contrassegnato sulla fronte da un simbolo che impedisca a chicchessia di ucciderlo, nel caso di Giuseppe, abbiamo l’affermazione di una teologia della Storia:
Gn 50,19 «Ma Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? 20 Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso. 21 Dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini». Così li consolò e fece loro coraggio».
Questo vuol dire che l’impero egiziano, con tanto di faraone, sono messi nelle mani di Dio per ristabilire la fraternità e la pace nella famiglia di Giacobbe / Israele.
Potremmo dire che Dio si interessa di più delle piccole storie di piccoli uomini, che non di grandi imperatori, condottieri alla Napoleone, Hitler e via dicendo.
IL TEMA DELLA SAPIENZA
Il testo sul quale abbiamo riflettuto racconta del successo di Giuseppe. Non spiega, però, come mai sia riuscito a diventatare un “sapiente” degno di essere ammesso alla corte del faraone, sebbene ancora schiavo, e diventare poi il vizir di tutto l’Egitto. Certo, lui sapeva interpretare i sogni, ma come poi sia diventato “sapiente” non è riferito. La cosa e tanto più sorprendente se leggiamo come il profeta Daniele divenne un sapiente di Babilonia e consigliere di Nabucodonosor.
Dn 1,1 «L’anno terzo del regno di Ioiakìm re di Giuda, Nabucodònosor re di Babilonia marciò su Gerusalemme e la cinse di assedio. 2 Il Signore mise Ioiakìm re di Giuda nelle sue mani, insieme con una parte degli arredi del tempio di Dio, ed egli li trasportò in Sennaàr e depositò gli arredi nel tesoro del tempio del suo dio.
3 Il re ordinò ad Asfenàz, capo dei suoi funzionari di corte, di condurgli giovani israeliti di stirpe reale o di famiglia nobile, 4 senza difetti, di bell’aspetto, dotati di ogni scienza, educati, intelligenti e tali da poter stare nella reggia, per essere istruiti nella scrittura e nella lingua dei Caldei.
5 Il re assegnò loro una razione giornaliera di vivande e di vino della sua tavola; dovevano esser educati per tre anni, al termine dei quali sarebbero entrati al servizio del re. 6 Fra di loro vi erano alcuni Giudei: Daniele, Anania, Misaele e Azaria; 7 però il capo dei funzionari di corte chiamò Daniele Baltazzàr; Anania Sadràch; Misaele Mesàch e Azaria Abdènego. […]
17 Dio concesse a questi quattro giovani di conoscere e comprendere ogni scrittura e ogni sapienza e rese Daniele interprete di visioni e di sogni.
18 Terminato il tempo stabilito dal re entro il quale i giovani dovevano essergli presentati, il capo dei funzionari li portò a Nabucodònosor. 19 Il re parlò con loro, ma fra tutti non si trovò nessuno pari a Daniele, Anania, Misaele e Azaria, i quali rimasero al servizio del re; 20 in qualunque affare di sapienza e intelligenza su cui il re li interrogasse, li trovò dieci volte superiori a tutti i maghi e astrologi che c’erano in tutto il suo regno. 21 Così Daniele vi rimase fino al primo anno del re Ciro».
A differenza di Daniele, Giuseppe non ebbe alcuna possibilità di studiare, di approfondire le conoscenze del tempo, di parlare come si deve in luoghi altolocati, perché egli era solo uno schiavo, sottomesso alla volontà del suo padrone e ai capricci di sua moglie, che lo portarono per due anni nei sotterranei della prigione: schiavo e prigioniero.
Allora come ha potuto diventare un sapiente, non solo nell’interpretazione dei sogni, ma anche nel governare un impero grande e potente come l’Egitto?
Potremmo dire che la sua sapienza matura, nel dolore, nella perdita degli affetti più cari, nella imposta frequentazione dei luoghi più reietti e via dicendo. Ma dovremmo aggiungere che non è mai venuta meno la sua fede nello “sconosciuto” Dio dei Padri pur in un ambiente popolato da un innumerevole quantità di divinità.
E dobbiamo affermare questa verità, pur non potendo leggere in tutta la “Storia” una benché minima preghiera, un’invocazione e neppure un lamento per le sue miserevoli condizioni.
IL TEMA DELLA TERRA
Il tema della terra attraversa tutta la Bibbia e, in particolare, l’Antico Testamento. Ora, verranno proposti solo alcuni spunti di riflessione.
Già nel primo racconto della Creazione, quello dei sette giorni, abbiamo visto che l’uomo è stato posto da Dio come “signore del creato“:
Gn 1,26 «E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». […]
29 Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. 30 A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde».
All’uomo è dato un dominio che coincide con la cura per tutte le piante, le erbe e gli animali. Si tratta di una terra che non richiede molta fatica per ottenerne i frutti. Viene da pensare all’uomo primitivo che era soltanto raccoglitore e cacciatore.
La cura per il creato è ribadita con maggior precisione nel secondo racconto della creazione di Gn 2.
Gn 2,15 «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse (ebraico: servisse) e lo custodisse».
I due verbi usati per descrivere l’attività dell’uomo sono gli stessi che in tutto l’Antico Testamento sono usati per indicare il rapporto del pio ebreo con la Legge: servire e custodire. Se qualcuno pensa all'”ora et labora“, cioè “prega e lavora” attribuito a S. Benedetto da Norcia, ha fatto centro.
Certo c’è una bella differenza tra questa visione primitiva e la conseguenza del peccato:
Gn 3,17 «All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, / maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo / per tutti i giorni della tua vita.
18 Spine e cardi produrrà per te / e mangerai l’erba campestre.
19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane…».
Ora all’uomo è richiesta una fatica che prima non c’era. Adesso deve imparare a coltivare: arare, seminare, irrigare, togliere le erbacce e sperare che non arrivino insetti o batteri dannosi che vanifichino il raccolto. Inoltre, se vuole sopravvivere, deve imparare a conservare il cibo per i periodi in cui la terra non produce.
In modo non esplicito nel sacro testo sono presenti accenni ai progressi nelle tecniche agricole; ad esempio:
Gn 2,4b «Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, 5 nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo 6 e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo».
Con pochissime parole è espressa una grande verità. Senza la costruzione di canali che la irrigassero e senza un uomo che la coltivasse, la terra era soltanto una sconfinata desolazione. Al contrario, la terra “curata”, cioè coltivata, è cosa molto bella.
Va comunque precisato che la funzione dell’agricoltura non è soltanto quella di rendere bella la creazione. E’, infatti, soprattutto quella di soddisfare le fondamentali esigenze alimentari di ogni uomo.
La soluzione adottata da Giuseppe è quella di costruire grandi magazzini per conservarvi il grano e poi distribuirlo durante la carestia. Attraverso questo intervento, come abbiamo visto, egli convoglia l’intera disponibilità di grano in un unico punto. Riesce, così, a inglobare nei forzieri dello stato i beni prodotti. In pratica, finisce per mettere tutte le terre dell’Egitto sotto il controllo diretto del faraone.
Non è il caso di sollevare problemi di libertà individuale. Qui sarebbe fuori luogo aprire riflessioni su democrazia e dittatura. L’attenzione del nostro redattore prende in considerazione non tanto il controllo del potere politico quanto piuttosto la gestione diretta delle risorse alimentari. Così, il redattore si propone di confrontare le tecniche agricole usate dai singoli proprietari con quelle adottate da Giuseppe per mettere in risalto la qualità superiore di quelle di Giuseppe. Il testo non propone ovviamente affermazioni esplicite ma, tuttavia, sembra suggerire la convinzione che mentre Giuseppe si occupava della gestione del futuro, i singoli proprietari si accontentavano invece di gestire solo il presente.
Una politica analoga, comunque non imposta a tutta la nazione, venne adottata anche da re Salomone. Il primo Libro dei Re ricorda che Salomone impiegò per l’utile personale parte degli israeliti a turno con lavoro forzato (1 Re 5,27; 11,28) oltre a fare propri alcuni territori.
Ma, proprio questa politica adottata sia da Giuseppe che da Salomone è stata duramente condannata dai profeti. Un esempio è dato dal racconto della vigna di Nabot 1 Re 21 (Letture 17 e 18 del libretto di Elia in archivio). Vedi anche Is 5,8-10; 22,1-14.
IL SILENZIO DI GIUSEPPE E LE PROTESTE DI GIOBBE
In tutta la storia di Giuseppe non abbiamo potuto registrare, un lamento, una preghiera, una richiesta di aiuto. Dio non si è mai rivelato, nessuna teofania se non quella che ha convinto Giacobbe a recarsi in Egitto.
Questo può suggerire l’idea che l’uomo saggio non debba lamentarsi con l’Altissimo, non debba chiedere aiuto, non debba chiedere spiegazioni.
Invece tra i libri sapienziali troviamo un uomo saggio che si lamenta continuamente, urla verso Dio il suo dolore, grida per ottenere risposte, vuole spiegazioni e non tace finché Dio non si fa vivo.
Stiamo parlando di Giobbe, quel sapiente che la tradizione quando vuole esprimere una pazienza elevata dice: “pazienza di Giobbe”. Ma basta leggere i primi capitoli per comprendere che costui è tutt’altro che paziente.
In questa sede non possiamo trattare tutto il testo di Giobbe. E’, però, bene esplorare alcuni passaggi di questo testo e poi porli in relazione con Giuseppe.
L’inizio del libro di Giobbe parla di una scommessa tra Dio e Satana in merito alla fede del protagonista. Dopo avere elencato tutte le ricchezze e l’abbondanza di cui la famiglia godeva, arrivano a raffica tutte le disgrazie: il furto di buoi e asini, la morte di greggi e mandrie, il furto di tutti i cammelli e l’uccisione dei guardiani e, infine la morte dei dieci figli e figli. La reazione di Giobbe:
Gb 1,20 «Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò 21 e disse:
«Nudo uscii dal seno di mia madre, / e nudo vi ritornerò.
JHWH ha dato, JHWH ha tolto, / sia benedetto il nome di JHWH!».
22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto»
A questo punto il male colpisce direttamente Giobbe con una fastidiosa e dolorosa malattia della pelle ed egli passa le sue giornate seduto sulla cenere con un coccio in mano per grattare e cercare di spegnere il prurito.
Vengono anche tre amici per consolarlo, ma la reazione del paziente Giobbe è la seguente:
Gb 3, 1 «Dopo, Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno; 2 prese a dire:
3 Perisca il giorno in cui nacqui / e la notte in cui si disse: «È stato concepito un uomo!».
4 Quel giorno sia tenebra, / non lo ricerchi Dio dall’alto, / né brilli mai su di esso la luce.
5 Lo rivendichi tenebra e morte, / gli si stenda sopra una nube / e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno …».
E prosegue con questo tono per tutto il capitolo 3 che consigliamo di leggere.
Una protesta di questo tipo è assolutamente assente nella “Storia di Giuseppe”, nella quale non v’è traccia di lamento alcuno se non da parte di Giacobbe quando viene informato che il figlio prediletto è stato divorato da una belva.
Poi nasce una discussione con i tre amici i quali in forme sempre più insistenti e sottili cercano di convincere Giobbe che la causa delle sue disgrazie sono i suoi peccati. Giobbe però sa di essere innocente e risponde a tono ad essi. Egli parla con loro, ma il suo interlocutore effettivo è Dio stesso. Detta brutalmente: egli ce l’ha con Dio. Poiché la teologia epocale ritiene che ogni evento è causato da Dio, ne segue che Dio stesso è all’origine dei suoi mali. Anche il lettore può essere convinto di questo perché sa che il tutto è stato originato da quella scommessa tra Dio e Satana. In altre parole secondo Giobbe Dio è l’imputato.
Però al capitolo 19 c’è una svolta che modifica, in parte la situazione.
Gb 19,25 «Io lo so che il mio Vendicatore / Go’el è vivo / e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!
26 Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, / senza la mia carne, vedrò Dio.
27 Io lo vedrò, io stesso, / e i miei occhi lo contempleranno non da straniero».
In questi versetti alquanto corrotti, nelle riletture tardive hanno voluto forzare sul tema della Risurrezione, che è del tutto estraneo al libro in questione. Detto in poche parole, si ritiene che il v 26 debba essere tradotto all’incirca come: «quando sarò ridotto a pelle e ossa io vedrò Dio».
Vale a dire che mentre nei capitoli precedenti Giobbe non vedeva l’ora di porre fine ai suoi dolori attraverso la morte, adesso vuole a tutti costi resistere, anche nella sofferenza estrema, pur di vedere il suo Go’el / Vendicatore all’opera. Abbiamo già incontrato la figura del Go’el o Goèl che nel mondo ebraico era un personaggio, in genere un parente, che poneva eliminava un’ingiustizia; poteva trattarsi di una forma compensativa, una riparazione e anche una vera e propria vendetta.
Però la discussione con i tre amici ai quali si è aggiunto un quarto, prosegue fino a tutto il capitolo 37, anche se in realtà per Giobbe l’interlocutore destinatario è sempre Dio. Con motivo in più per avercela con Dio. Se Egli è il suo Vendicatore, perché non si fa vivo? Perché non si rende presente per discutere a tu per tu della sua situazione di innocente colpito dal male? Questo Vendicatore che se ne sta nascosto in cielo dietro le nubi!
Più o meno una trentina di capitoli di discussioni e proteste verso Dio. Cose del tutto assenti nella Storia di Giuseppe.
Ma ad un certo punto Dio si fa vivo: apre le nubi è incomincia ad elencare le Sue ragioni in opposizione alle pretese di Giobbe. È un discorso che occupa tutti i capitoli 38 fino al 41 compreso, dei quali non possiamo riportare se non un breve inizio.
Gb 38, 1 «JHWH rispose a Giobbe di mezzo al turbine:
2 Chi è costui che oscura il consiglio / con parole insipienti?
3 Cingiti i fianchi come un prode, / io t’interrogherò e tu mi istruirai.
4 Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? / Dillo, se hai tanta intelligenza!
5 Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, / o chi ha teso su di essa la misura?
6 Dove sono fissate le sue basi / o chi ha posto la sua pietra angolare…».
In questo su discorso Dio espone i problemi che ha incontrato nel fare tutta la creazione, descrivendo anche la vita di alcuni animali e la bellezza di ogni creatura.
Poiché stiamo ancora commentando Genesi, questi capitoli possono essere considerati un terzo racconto della Creazione accanto a quelli di Gn 1 e 2. Raccomandiamo vivamente di leggerli.
Alla fine Giobbe risponde a Dio:
Gb 42,1 «Allora Giobbe rispose al Signore e disse:
2 Comprendo che puoi tutto / e che nessuna cosa è impossibile per te.
3 Chi è colui che, senza aver scienza, / può oscurare il tuo consiglio?Ho esposto dunque senza discernimento / cose troppo superiori a me, che io non comprendo.
4 «Ascoltami e io parlerò, / io t’interrogherò e tu istruiscimi».
5 Io ti conoscevo per sentito dire, / ma ora i miei occhi ti vedono.
6 Perciò mi ricredo / e ne provo pentimento sopra polvere e cenere».
Giobbe sarà ripristinato nella sua salute e in tutte le sua ricchezze che saranno anche maggiori di quelle iniziali.
Domanda: E la scommessa con Satana com’è finita visto che Dio ha vinto?
Risposta: Dio non fa nessuna scommessa con Satana, perché non viene a patti con il Male.
Il lettore che frequenta le Scritture fin dall’inizio saprebbe che quella scommessa iniziale è un tranello.
Ora torniamo a Giuseppe la cui relazione con Dio avviene praticamente nel più grande silenzio. Una fede quella di Giuseppe che non chiede spiegazioni e anche nella condizioni più dolorose difficili si fida del suo Dio e reagisca ad esse con un nuovo impegno.
Due figure quella di Giuseppe e di Giobbe che mostrano come i rapporti con Dio e la fede in Lui non sono condizionati da una squallida uniformità, ma sono sempre personali.