Lettura 3 Il ricupero della memoria di Gesù
Dobbiamo anzitutto chiarire che a differenza del nostro tempo e fino agli anni ’50 la memoria era un organo che funzionava molto bene perché non c’erano ancora “le” memorie: chiavette, cd, dvd, registratori, etc. La gente, fino ad allora, non passava le serate isolata a “dormire” la televisione, ma si trovava in spazi comuni: l’aia d’estate, la stalla d’inverno, la ringhiera, il cortile, il portico, l’osteria e in quei luoghi si parlava, ma soprattutto si raccontava riandando a fatti attuali e passati. Esisteva cioè, l’arte del racconto e del tramandare.
Non è esagerato sostenere che a maggior ragione questo accadeva duemila anni fa quando la lettura e la scrittura erano poco diffuse.
Gli antichi poi avevano messo a punto dei criteri che consentiva loro di memorizzare facilmente i discorsi attraverso parole “gancio”, i cosiddetti criteri mnemotecnici. Ad esempio il discorso della montagna di Mt 5, dopo avere enunciato le beatitudini, elenca una lunga serie di ammonizioni o prescrizioni che non hanno alcun legame tra di loro, tanto che un lettore attento può tranquillamente commentare: “ma qui continua a saltare di palo in frasca”!.
L’impressione è giustificata, ma la ragione, suggeriscono gli specialisti, risiede probabilmente nel pre-testo aramaico, perché Gesù parlava in aramaico, e certamente il discorso originario e la sua tradizione aveva le opportune parole gancio, che la successiva traduzione in greco non ha potuto conservare.
La scuola
Non possiamo neanche tralasciare il metodo di insegnamento delle scuole rabbiniche nelle quali gli allievi imparavano a memoria gli insegnamenti del maestro ed è logico pensare che anche il discepolato di Gesù seguisse gli stessi metodi. Ricordiamo che gli discepoli hanno fatto un “corso” durato tre anni e possediamo anche la testimonianza evangelica dell’invio dei settantadue in missione: una specie di esame intermedio (Lc 10,1) con esito positivo, ma solo fino ad un certo punto (Lc 10,17-20).
I kerygma
Altri elementi che favorivano la memorizzazione erano i kerygma, cioè: proclamazioni, prediche molto sintetiche che condensavano in specie di slogan un contenuto cristologico molto elaborato.
Per esempio: «Gesù è il Signore / Kyrios».
Beh, non è cosa da ridere, perché Kyrios è il nome usato per non pronunciare il nome di Dio: JHWH per cui uno che affermava quel kerygma rischiava la pelle.
«Gesù è il Messia» altro kerygma, che a noi non dice granché, ma per un ebreo di quel tempo il Messia, l’Unto, Cristo in greco, era il super-eroe che avrebbe dovuto sistemare tutte le cose: ristabilire il Regno di Davide, far fuori i romani, allargare i confini, instaurare un potere politico indistruttibile che avrebbe dominato il mondo per sempre, insomma realizzare tutte le attese che gli ebrei nutrivano da diversi secoli. Invece arriva questo messia che alla fine si lascia mettere in croce, beh allora era un signor Nessuno. Allora, andare contro corrente e affermare davanti a tutti: «Cristo Signore / Kyrios è risorto», altro kerygma, beh, ci vuole un bel coraggio!
Le lettere di Paolo sono più vicine alla predicazione dei primi anni del cristianesimo. Il brano seguente da l’idea di come Paolo si rapportasse alla sua chiesa di Corinto, in cui la parte in grassetto è un kerygma:
1Cor 2:1 «Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. 2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi “se non Gesù Cristo, e questi crocifisso“»
Conosciamo anche kerygma più ampli che ci danno l’idea di come si svolgesse la predicazione. In questo caso abbiamo Pietro che viene invitato dallo Spirito, durante una visione, ad andare da un centurione romano, cosa interdetta a pii giudei. Raccomandiamo di leggere l’intero capitolo10 di Atti che non possiamo riportare.
At 10,37 «Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; 38 cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. 39 E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, 40 ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, 41 non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. 42 E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. 43 Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome».
Un altro kerygma, forse più noto per via del suo uso liturgico è il cosiddetto inno della lettera ai Filippesi:
Fil 2,5 «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, / 6 il quale, pur essendo di natura divina, / non considerò un tesoro geloso / la sua uguaglianza con Dio; /7 ma spogliò se stesso, / assumendo la condizione di servo / e divenendo simile agli uomini; / apparso in forma umana, / 8 umiliò se stesso / facendosi obbediente fino alla morte / e alla morte di croce. / 9 Per questo Dio l’ha esaltato / e gli ha dato il nome / che è al di sopra di ogni altro nome; / 10 perché nel nome di Gesù / ogni ginocchio si pieghi / nei cieli, sulla terra e sotto terra; /11 e ogni lingua proclami / che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre».
Il ruolo della comunità e dell’evangelista
Dopo avere brevemente accennato alle premesse possiamo tentare di chiarire come sono nati i vangeli nelle forme che conosciamo.
Nelle chiese circolavano in modo orale e in parte scritta tutti gli elementi di cui abbiamo parlato. Però ogni chiesa incontrava le sue difficoltà, i suoi problemi posti dal contesto sociale e culturale in cui vivevano. Le lettere di Paolo mostrano molto bene la vivacità di queste comunità. Quindi quelle memorie solcavano un ambiente vitale, tecnicamente sitz im leben, ben definito e in alcuni di essi ci sono dei personaggi che decidono di raccogliere queste tradizioni orali e scritte e metterle su carta.
Ora, questa elaborazione risente dell’ambiente in cui le tradizioni o memorie sono vissute e del punto di vista oltre che della teologia del singolo evangelista.
Allora possiamo dire che nel vangelo di Marco c’è dentro un po’ di Marco e un po’ delle sue chiese nelle interazioni con il mondo circostante e, ovviamente, la stessa cosa vale per gli altri tre evangelisti.