Lettura 46 Mc 6,34- 44 La prima moltiplicazione dei pani

Mc 6,34 «Sbarcando, [Gesù] vide molta folla e si commosse /esplagchnisthē per loro, perché erano come pecore senza pastore, (Nm 27,17; Ez 34,5; 1Re 22,17) e si mise a insegnare loro molte cose. 35 Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli dicendo: «Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; 36 congedali / apòluson perciò, in modo che, andando per le campagne e i villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare». 37 Ma egli rispose: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». 38 Ma egli replicò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». E accertatisi, riferirono: «Cinque pani e due pesci». 39 Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull’erba verde. 40 E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. 41 Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizionespezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. 42 Tutti mangiarono e si sfamarono, 43 e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. 44 Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini».

Se perdiamo di vista ciò che precede la moltiplicazione dei pani rischiamo di essere colpiti dal prodigio, ma perderemmo il senso del testo, per cui dobbiamo approfondire il significato del v 34.
Anzitutto è difficile rendere in italiano il termine greco esplagchnisthē che esprime la commozione di Gesù. Esso è un vocabolo che rimanda alle viscere, potremmo parlare di amore viscerale, che però è ancora molto arido. Bisognerebbe pensare ad un tipo di emozione che provoca un tuffo al cuore o un movimento dello stomaco o un emozione che ti fa venire il magone, ma in tutto questo, il linguaggio rimane comunque molto piatto.
Ecco, Gesù prova questo esplagchnisthē perché vede questa folla che ha fatto un sacco di strada a piedi per… Già, per che cosa? Bisogni di salute, bisogni di speranza, bisogni di pace, bisogno di cibo, bisogni di senso, bisogni… bisogni…
Il testo esprime questi bisogni con tre riferimenti intertestamentari. Marco non può citare il numero dei versetti coinvolti perché la numerazione dei testi è opera medievale, ma per lui è talmente importante che riporta la citazione integralmente: «erano come pecore senza pastore».
Allora possiamo dire che tutti quei bisogni sono riassunti nelle parole: «pecore senza pastore».
Quella gente che conosceva a memoria la Scrittura sa subito a cosa la citazione si riferisce, ma noi che non usiamo più la memoria dobbiamo riprendere i testi.

1- Mosè, il profeta, che obbedendo a JHWH ha potuto liberare gli ebrei dalla schiavitù d’Egitto, prossimo a lasciare questo mondo, deve trovare un nuovo capo che guidi Israele nella Terra Promessa per cui si rivolge al Signore con queste parole:

Nm 27,15 «Mosè disse a JHWH: 16 « JHWH, Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo 17 che li preceda nell’uscire e nel tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità di JHWH non sia un gregge senza pastore». 18 Il Signore disse a Mosè: «Prenditi Giosuè, figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui…»

Giosuè sarà il condottiero che porterà il popolo ad occupare la Terra che Dio gli aveva destinato a Israele. Sotto la sua guida il popolo ha camminato per lunghi anni fino a quando le varie tribù hanno potuto stabilirsi ciascuna nella terra assegnatale.

2- Intorno al 850 a. C. re Acab, che governa il Regno del Nord, vuole fare la guerra al re di Siria e i suoi dignitari trovano una schiera di profeti prezzolati che profetizzano il successo della spedizione. Però a scanso di equivoci vogliono che intervenga anche un santo profeta, Michea, il quale ispirato da Dio vaticina una sconfitta disastrosa, che potrà essere evitata se se non si farà la guerra e l’esercito congedato.
Il profeta sarà messo in prigione, la guerra sarà dichiarata, l’esercito di Israele sarà sconfitto, Acab sarà ucciso e il popolo si troverà senza guida, «pecore senza pastore», appunto. ( Consigliamo di leggere tutto il capitolo)

1 Re 22,17 «[il profeta Michea] disse al re: / «Vedo tutti gli Israeliti / vagare sui monti / come pecore senza pastore. Il Signore dice: Non hanno padroni; ognuno torni a casa in pace».

3- La situazione del popolo trecento anni dopo, al tempo del profeta Ezechiele è ben diversa e il testo la esprime molto bene con immagini simboliche molto forti (e attuali). Di lì a poco Gerusalemme cadrà per mano dei babilonesi e tutta la classe dirigente: Re, ministri, sacerdoti, dignitari, studiosi, ecc. viene deportata a Babilonia: 

Ez 34:1 «Mi fu rivolta questa parola del Signore: 2 «Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, predici e riferisci ai pastori: Dice JHWH Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? 3 Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. 4 Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. 5 Per colpa del pastore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. 6 Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura».

Forse Marco ci vuole suggerire che ai tempi di Gesù la situazione non era molto diversa se pensiamo alla struttura politica della regione dove imperava Roma, con diversi intermediari locali e magistrati romani tutti animati da uno stesso principio: arricchirsi a più non posso.
In questo contesto Gesù è presentato come il “Pastore escatologico“, il pastore definitivo, ultimo e in questo brano troviamo una immediata applicazione. Che tuttavia i discepoli non hanno compreso.
Ce lo suggerisce il verbo “apòluson” tradotto con “congedali”, ma una traduzione più attenta dovrebbe usare dei significati più forti, dispregiativi, qualcosa come “mandali via”; gli esperti suggeriscono che il verbo era usato anche per indicare lo scioglimento di matrimonio.
Se è così l’intervento dei discepoli non riguarda il bisogno della folla rimasta senza cibo, ma piuttosto il desiderio di stare “loro”, un po’ tranquilli. Però il parere di Gesù va in altra direzione perché lui è il Pastore, appunto.

Anche il v38 segna una contrapposizione al Maestro perché troviamo che le bisacce dei discepoli non erano vuote, ma contenevano cinque e due pesci, in aperta contraddizione a quanto detto in 6,8 dove si diceva che non dovevano neanche avere con sé delle bisacce.

I verbi impiegati in questa moltiplicazione saranno usati anche durante l’Ultima Cena, quando sarà istituita la Frazione del Pane che diventerà Segno del Suo riconoscimento e anticipazione del sacrificio della croce.
Così i discepoli si trovano a dovere “servire” tutta questa gente spezzando e distribuendo loro stessi pane e pesci.
E poi a raccogliere gli avanzi: “dodici ceste piene”.
Dodici è un numero simbolico che rimanda al popolo, dodici erano le tribù, quasi a dire che gli avanzi sono sufficienti a nutrire un altro popolo; ma già qui erano stati sfamati 5000 uomini, più le donne e i bambini. Un successo strepitoso!

Però noi, armati dal nostro razionalismo potremmo sempre dire: “ma c’era proprio bisogno di quei cinque pani… già che ha fatto trenta poteva fare anche trentuno”.

La critica è opportuna perché ci permette di dire che Dio non salva l’uomo senza l’uomo.
Anche il nostro niente appare molto prezioso ai Suoi occhi.