Lettura 56 Mc 8,22 – 26 Il cieco di Betsaida
Mc 8,22 «Giunsero a Betsàida, dove gli condussero un cieco supplicandolo di toccarlo. 23 E presa la mano del cieco lo condusse fuori del villaggio; e, avendo sputato sui suoi occhi, avendogli imposto le mani, lo interrogava: «Vedi qualcosa?». 24 Quegli, alzando gli occhi, disse: «Scorgo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano». 25 Poi di nuovo gli impose le mani sugli occhi ed egli guardò fisso e fu guarito e eneblepsen / vedeva dentro (Cei: vedeva a distanza) ogni cosa distintamente. 26 E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».
Il brano precedente era terminato con l’ultima delle sette domande poste da Gesù ai suoi discepoli, la più drammatica: 8,21 E disse loro: «Non capite ancora?». Non possiamo trascurare che tutta la serie di quelle domande, rimaste senza risposta, rivelano lo sconcerto di Gesù a riguardo dei suoi apostoli.
E proprio in questo clima di tensione, Marco inserisce il racconto della guarigione di cieco nel villaggio di Betsaida: “Casa della pesca”, in aramaico.
Possiamo giustamente rimanere sorpresi dal fatto che sia l’unica volta in tutti i vangeli che la guarigione non riesca al primo colpo, ma richiede a Gesù due tentativi.
Il primo tentativo consiste nello sputare negli occhi al cieco e nell’imporgli le mani. Certo, se un medico ci trattasse in questo modo parleremmo subito di “malasanità”, ma noi viviamo in un’altra epoca e in un’altra cultura. Per gli ebrei la saliva era aria concentrata e pertanto liquefatta. Se poi teniamo presente che l’ebraico non distingue “respiro” da “Spirito”, allora possiamo dire che Gesù gli ha applicato sugli occhi un superdose di Spirito Santo.
Tuttavia l’operazione non riesce completamente, la visione non è chiara e distinta. Quegli alberi o uomini che si muovono stando al greco sembrano indicare piuttosto che sono gli occhi di quell’uomo incapaci di fissare lo sguardo su un determinato oggetto.
Il secondo tentativo di Gesù riesce perfettamente con la semplice imposizione delle mani. Adesso l’ex cieco è in grado non solo di vedere le cose e fissare lo sguardo, ma, come dice il verbo greco en-eblepsen / “dentro-guardo”, cioè vedere dentro le cose.
Ora, “vedere distintamente” è la semplice soluzione di un problema oftalmico, ma “guardare dentro le cose” è molto di più. È la capacità di cogliere il senso delle cose e tutti i loro significati.
“Guardare dentro” significa rendersi conto che Gesù l’ha guarito chiamandolo in disparte, a tu per tu, lontano dalla folla, perché non ha voluto usare la sua guarigione come argomento di propaganda. Tanto più che gli ha poi detto: “vai a casa senza passare dal paese”. Infatti la propaganda, come la pubblicità resta in superficie, non va a scrutare dentro le cose.
“Vedere dentro” vuol dire che adesso lui potrà tornare dai suoi senza essere più un peso morto e andare a pesca nel mare insieme agli altri.
“Vedere dentro”, significa intuire improvvisamente che adesso potrà mettere su famiglia, avere una moglie, visto che le donne sono così deliziose e avere anche dei figli. “
“Vedere dentro” vuol dire appunto rendersi conto che le cose non sono semplici oggetti, ma annunciano sempre un disegno, una rete di relazioni, delle intenzioni, le quali a occhio nudo non si possono assolutamente riconoscere.
In questo modo comprendiamo il disegno di Marco. Questo cieco è la figura di contrasto che accusa i discepoli che sono incapaci di “guardare dentro le cose” che sicuramente hanno visto, ma non hanno compreso.
Se loro avessero avuto la capacita di “guardare dentro le cose” fatte da Gesù, esse sarebbero diventate segni.
Ma purtroppo, loro che sono stati dietro a Gesù fin dall’inizio, non hanno ancora capito.
Però anche noi abbiamo un problema perché i vangeli non sono stati scritti per quei discepoli, invece sono loro che li hanno scritti per noi.
Allora…?