Lettura 82 Mc 12, 18- 27 Quarta controversia: la risurrezione dei morti
Mc 12,18 «Vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non c’è risurrezione, e lo interrogarono dicendo: 19 «Maestro, Mosè ha scritto per noi che se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello (Dt 25,5-6; Gn 38,8). 20 C’erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza; 21 allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, 22 e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna. 23 Nella risurrezione, quando risorgeranno, a di chi di loro sarà moglie? Poiché in sette l’hanno avuta come moglie». 24 Rispose loro Gesù: «Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? 25 Quando infatti risorgono dai morti, (gli uomini) non sposano né (le donne) sono sposate, ma saranno come angeli nei cieli. 26 A riguardo poi dei morti che risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, cosa Dio gli ha detto: “Io [sono] il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe”?(Es 3,6) 27 Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore».
I sadducei erano la classe aristocratica più ricca di Israele, molto legati alle loro proprietà e al tempio, tanto che durante il regno di Erode il grande e nel tempo successivo gestito politicamente dai procuratori romani erano sempre riusciti a ottenere che il Sommo sacerdote provenisse dal loro gruppo.
Essi non consideravano canonica tutta la Bibbia, ma solo il Pentateuco cioè i primi cinque libri, che si riteneva, fossero stati scritti da Mosè; tutti gli altri: i Libri Storici, i Profeti e i Libri della Sapienza, non erano oggetto di fede.
Ora, i libri del Pentateuco non trattano il tema della risurrezione, per cui essi, come dice il v18, non credevano nella risurrezione.
Uno dei testi su cui era fondata la loro credenza era tratto dai castighi inflitti da Dio all’uomo dopo il peccato nel Giardino, precisamente: Gn 3,19 «… polvere tu sei e in polvere tornerai!». Quindi secondo loro, dopo la morte non ci sarebbe stato più nulla; il corpo sarebbe marcito e dissolto.
Almeno il mondo greco credeva nell’immortalità dell’anima, della quale il corpo era la prigione e, una volta che questo fosse morto, l’anima, finalmente libera, poteva salire nell’Iperuranio, nel Mondo delle Idee, presso il Sommo Bene.
Però anche noi dobbiamo contestualizzare il testo per tentare di comprendere cosa intendessero in quel tempo per risurrezione. Infatti il concetto di risurrezione che abbiamo fatto nostro, dopo gli eventi della Pasqua di Gesù Cristo e 2000 anni di cristianesimo è ben diverso dalle “idee” che circolavano in quel tempo, perché fondato su di un fatto storico e sugli incontri post-pasquali con il Risorto, cioè su dati di esperienza.
Infatti, se esaminiamo l’Antico Testamento troviamo che Dio promette ad Abramo una numerosa discendenza (Gn 12,1-3), ma non gli parla di risurrezione. Quegli antichi Patriarchi ritenevano che la loro vita proseguisse in qualche modo attraverso i loro discendenti, per cui era di estrema importanza avere molti figli. Da qui la “legge del levirato”, Dt 25,5-ss. e Gn 38, cui si riferisce il nostro brano. Comunque essi ritenevano che la loro comunione con Dio non sarebbe stata spezzata dalla morte.
Inoltre nelle culture dell’Antico Vicino Oriente circolava un’idea di risurrezione legata alle divinità degli altri popoli che probabilmente era intesa come un portato idolatrico. Si trattava dell’idea di divinità morte in autunno che risorgevano in primavera come spiegazione del ciclo delle stagioni. Così accadeva per Osiride in Egitto, per Tammuz in Mesopotamia e soprattutto per Baal in Canaan, i più stretti vicini di Israele.
Erano miti collegati alla concezione circolare del tempo: un tempo che si ripete indefinitamente anno dopo anno, senza una progressione. In qualche modo idea condivisa anche dal mondo greco.
Questo contrastava radicalmente con la concezione ebraica del tempo, che era ed è “lineare”, cioè un’idea secondo la quale c’è un inizio e una fine e tra questi due limiti si dispiega la storia, tema che abbiamo trattato nella riflessione sul libro di Esodo.
In altre parole, gli ebrei inventano la storia che è una delle radici fondamentali della civiltà occidentale.
Il tema della risurrezione, nella Bibbia, si fa strada più tardi, prima con i profeti e soprattutto con l’esperienza maturata durante le guerre dei Maccabei nel terzo e secondo secolo a. C.
I testi di riferimento sul tema della risurrezione nell’Antico Testamento sono:
– la grandiosa visione delle ossa aride che riprendono vita all’udire la Parola pronunciata dal profeta, Ezechiele c. 37.
– Gb 25, 25 «Io lo so che il mio Vendicatore è vivo / e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!
26 Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, / senza la mia carne, vedrò Dio.
27 Io lo vedrò, io stesso, / e i miei occhi lo contempleranno non da straniero».
– Dn 12,1 «Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. 2 Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna».
– 2 Mac 7; 2 Mac 12 questi sono testi piuttosto lunghi che non riportiamo, ma che raccomandiamo di leggere.
Di che tipo di risurrezione si trattasse non è specificato; forse gli agiografi pensavano ad una ripresa della vita attuale, ma i testi dei Maccabei e di Daniele alludono ad una vita eterna.
Dobbiamo tenere presente che anche nei Vangeli abbiamo personaggi richiamati in vita, però non possiamo parlare di risurrezione, piuttosto di risuscitamento, perché essi poi sarebbero morti, come ad esempio la figlia di Giairo Mc 5,21ss, oppure Lazzaro Gv 11. La risurrezione non è la rianimazione di un cadavere!
La risurrezione in cui credono i cristiani è l’ingresso in una vita nuova, una vita altra, in completa comunione con Dio, così come si intuisce dai racconti di apparizione del Risorto.
Per venire al nostro brano, Gesù non controbatte riferendosi a testi che parlano apertamente di risurrezione, ma rimane sul Pentateuco, i libri che i suoi interlocutori ritengono validi ed esattamente l’inizio del libro di Esodo.
La citazione dell’episodio del roveto ardente da parte di Gesù porta una significativa modifica rispetto alla Bibbia dei LXX, che era quella più conosciuta, la quale riportava il verbo essere che abbiamo posto tra parentesi quadre, [sono], che Egli omette, per cui l’autopresentazione di Dio diventa «Io il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe…», cioè una presentazione senza verbo, il che significa una relazione che era, è e sarà, cioè una relazione ininterrotta.
Quello che Gesù vuole evidenziare è il fatto che una relazione si può tenere solo con persone viventi, non con i morti.
Quando noi pensiamo di essere in relazione con i nostri cari defunti è perché crediamo che da qualche parte essi continuino a vivere.
Poi Gesù mette in chiaro che la vita dei risorti è ben diversa da quella consueta.
Così nel v 25 dobbiamo evidenziare con una traduzione letterale (perduta dalla CEI) che nel matrimonio l’uomo svolge un ruolo attivo perché “sposa la donna”, mentre la donna ha un ruolo passivo perché “è sposata”, ovviamente, in conseguenza degli accordi stipulati tra il padre e il futuro marito. Allora la condizione dei risorti, illustrata da Gesù, ristabilisce una pari dignità tra i sessi perché i rapporti sono diventati di grande fraternità.
Per quanto riguarda la controversia è evidente il modo ironico, se non ridicolo o provocatorio, con cui la domanda è posta dai sadducei a Gesù, ma Lui non risponde alla stessa maniera, al contrario fa un serio lavoro di esegesi, che in qualche modo ribalta la lettura corrente del Pentateuco.
Questi sono gli ultimi tentavi che il Maestro compie per cercare di convertire anche i suoi oppositori, Lui che non è venuto per salvare solo i buoni, ma per riportare a casa soprattutto i peccatori; e questi che fanno parte della classe dirigente politica e sacerdotale, hanno bisogno di conversione più di tanti altri.
E Lui si è incarnato e venuto al mondo per salvare anche costoro.