Archivio supplementare 07

ECONOMIA E SPIRITUALITA'
Il Giubileo biblico: una faccenda economica e sociale



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Il Giubileo biblico era soprattutto una faccenda economica e sociale

Intervista al prof. Luigino Bruni

Abbiamo già pubblicato alcuni articoli sul tema ‘Economia e Spiritualità’ e attraverso gli scritti del prof. L. Bruni abbiamo sottolineato il profondo legame che intercorre tra il linguaggio economico e quello spirituale: un accostamento insolito e solitamente contrapposto ma che ci offre la possibilità di una lettura inusuale del testo biblico.

Il Giubileo biblico era soprattutto una faccenda economica e sociale. L’annuncio di un anno diverso, straordinario, quando si liberavano gli schiavi, si restituiva la terra ai proprietari originari, si rimettevano i debiti. La parola giubileo proviene dalla parola ebraica Jôbel, il suono del corno di montone con cui si aprivano alcune grandi feste. Ma forse vi è anche una eco di un’altra parola ebraica, jabal, che significava ‘restituire, mandar via’, che sottolinea le dimensioni sociali ed economiche. Il Giubileo era infatti un anno sabbatico al quadrato, che avveniva ogni sette anni sabbatici, quindi ogni 49 anni, arrotondati a 50”.

Con queste parole il prof. Luigino Bruni, docente di economia alla LUMSA di Roma e direttore scientifico di ‘The Economy of Francesco’ e presidente della Scuola di Economia civile, ha aperto l’incontro, nelle settimane scorse, sul giubileo ‘La speranza economica del Giubileo biblico tra passato e futuro’, svoltosi nelle scorse settimane nel complesso cistercense dell’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, invitato da don Rino Ramaccioni, in collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana diocesana, il Sermirr di Recanati ed il Sermit di Tolentino, spiegando il significato di esso:


Per capire il Giubileo cristiano occorre dunque guardare al Giubileo biblico, e per comprendere questo occorre partire dall’anno sabbatico e quindi dallo shabbat, dal sabato. Il luogo della Scrittura fondamentale è il capitolo 25 del Levitico. Lì troviamo i tre pilastri del Giubileo: la terra, i debiti, gli schiavi. Nel Giubileo si dovevano compiere, con maggiore radicalità, i gesti di fraternità umana (debiti e schiavi) e cosmica (terra e piante) che si celebrano ogni sette anni nell’anno sabbatico. In quell’anno speciale la terra deve riposare”.

Anche Gesù si rapporta a tale concetto di giubileo:

Gesù aveva ben presente il Giubileo, come ci ricorda Luca, che ci mostra Gesù appena tornato a Nazareth che nella sinagoga legge il capitolo di Isaia relativo proprio all’anno giubilare: ‘Lo Spirito del Signore è sopra di me… e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore’. Un ‘anno di grazia del Signore’, cioè un anno di liberazione: un anno giubilare. Gesù criticava uno shabbat che stava perdendo profezia per dirci che il Regno dei cieli è uno shabbat perenne, un settimo tempo che diventa tutto il tempo nuovo”.

L’intervista al prof. Bruni che segue ci consente un ulteriore approfondimento del tema e ci introduce ad una serie di ulteriori scritti di prossima pubblicazione:

Allora cosa è il giubileo biblico?
Il giubileo è la profezia della bibbia di un anno diverso ogni sette anni, cioè sabbatico, ed ogni 50 anni un anno sabbatico al quadrato, in cui si liberavano gli schiavi, si rimettevano i debiti e si ridavano i terreni ai possessori originari. E’ un dispositivo anti idolatrico che c’è nella Bibbia per evitare che l’uomo diventi padrone della storia e delle persone. Quindi non lo abbiamo mai seguito e forse non si è mai fatto nella storia; però possiamo approfittare di questo anno giubilare per ricordarci che l’anno santo non riguarda le ‘colpe’ personali, ma è una faccenda economica, sociale e civile da vivere almeno una volta ogni 25 anni”.

Si può parlare di un ‘umanesimo’ giubilare?
L’umanesimo biblico aveva tradotto questa dimensione di radicale gratuità del tempo e della terra con la grande legge del sabato e del giubileo, con la cultura del maggese, come si legge nel libro dell’Esodo. Non siamo noi i padroni del mondo. Lo abitiamo, ci ama, ci nutre e ci fa vivere, ma siamo suoi ospiti e pellegrini, abitanti e possessori di una terra tutta nostra e tutta straniera, dove ci sentiamo a casa e viandanti. La terra è sempre terra promessa, mèta di fronte a noi e mai raggiunta. E lo è anche la terra su cui abbiamo costruito la nostra casa, quella del nostro quartiere, quella dove cresce il grano del nostro campo”.

E’ un giubileo che comprende anche la natura?
Alle radici della cultura biblica del maggese non c’è solo una tecnica saggia e sostenibile di coltivazione della terra. Nell’Esodo il maggese lo troviamo assieme al sabato e al giubileo, ed è quindi espressione di una legge più profonda e generale che riguarda la natura, il tempo, gli animali, le relazioni sociali, è profezia radicale di fraternità umana e cosmica. Puoi usare la terra sei giorni, non il settimo; puoi farti servire dal lavoro di altri uomini per sei giorni, non il settimo. Puoi e devi lavorare, ma non sempre, perché sempre lavoravamo quando eravamo schiavi in Egitto. L’animale domestico lavora sei giorni per te, ma il settimo non è per te. Il forestiero non è forestiero tutti i giorni, nel settimo è persona di casa con e come tutti. C’è una parte della tua terra e della tua ‘roba’ che non è tua, e che devi lasciare all’animale selvatico, allo straniero, al povero. Ciò che hai non è tutto e soltanto per te. Appartiene anche all’altro da te, che non è mai così ‘altro’ da uscire dall’orizzonte del ‘noi’. Tutti i veri beni sono beni comuni”.

Giubileo richiama anche il ‘settimo giorno’ cristiano?
E’ vero; purtroppo ci siamo lasciati rubare il settimo giorno, lo abbiamo barattato con la cultura del week-end (dove i poveri sono ancora più poveri, gli animali ancora più soggiogati, gli stranieri ancora più stranieri). E la notte del settimo giorno sta inesorabilmente abbuiando gli altri sei. La terra non respira più, e a noi manca la sua aria. Abbiamo il dovere di ridonarle e ridonarci respiro, di ridonarlo ai nostri figli che hanno diritto a vivere in un mondo con un giorno diverso in più, a rifare l’esperienza del dono del tempo e della terra. Lo shabbat è allora caparra di un altro tempo, del ‘settimo tempo’ di Gioacchino da Fiore e dei francescani, di un tempo messianico quando tutto e tutti saremo solo e sempre shabbat”.

Quindi il giubileo è annuncio della liberazione degli schiavi?
Il giubileo è questo, anche se poi nel mondo cattolico è diventata altra cosa. Mi auguro che questo tempo sia un momento propizio per ricordarci il significato di giubileo. Il giubileo non è una faccenda ‘privata’ di passare le porte e di confessarsi. Il giubileo è molto di più”.

Nella storia i francescani nel 1425, che è anche anno giubilare, crearono i Monti di Pietà ed i Monti frumentari: il giubileo è anche un momento comunitario?
I Monti frumentari cercavano di arginare all’usura e stiamo riscoprendo in tutta Italia queste ‘banche’ del grano ed in questo giubileo è un occasione per riscoprire l’attenzione economica del giubileo. Senza questa dimensione di gratuità e di rispetto del mistero che siamo, alla vita manca quello spazio di libertà e generosità dove vive l’humus spirituale che fa maturare il ‘già’ nel ‘non-ancora’. E’ il luogo intimo e prezioso della generatività più feconda. E’ lì, nella terra libera perché non ‘messa a reddito’ per noi, dove ci raggiungono le grandi sorprese della vita che la cambiano per sempre, dove nasce la creatività vera”.

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Abbiamo già pubblicato nei mesi scorsi alcuni articoli sul tema ‘Economia e Spiritualità’ e attraverso gli scritti del prof. L. Bruni abbiamo sottolineato il profondo legame che intercorre tra il linguaggio economico e quello spirituale: un accostamento insolito e solitamente contrapposto ma che ci offre la possibilità di una lettura inusuale del testo biblico. 
Questo rapporto tra spiritualità ed economia prosegue con delle riflessioni del prof. L. Bruni sul Giubileo biblico che era soprattutto una "faccenda economica e sociale". 

 
Il Giubileo, “tempo sabbatico” per far respirare la nostra vita

Prof. Luigino Bruni

Il giubileo biblico era soprattutto una faccenda economica e sociale. L’annuncio di un anno diverso, straordinario, quando si liberavano gli schiavi, si restituiva la terra ai proprietari originari, si rimettevano i debiti. La parola giubileo proviene dalla parola ebraica Jôbel, il suono del corno di montone con cui si aprivano alcune grandi feste. Ma forse vi è anche una eco di un’altra parola ebraica, jabal, che significava ‘restituire, mandar via’, che sottolinea le dimensioni sociali ed economiche. Il giubileo era infatti un anno sabbatico al quadrato, che avveniva ogni sette anni sabbatici, quindi ogni 49 anni, arrotondati a 50.

Per capire il giubileo cristiano occorre dunque guardare al giubileo biblico, e per comprendere questo occorre partire dall’anno sabbatico e quindi dallo shabbat, dal sabato. Il luogo della Scrittura fondamentale è il capitolo 25 del Levitico. Li troviamo i tre pilastri del Giubileo: la terra, i debiti, gli schiavi. Nel Giubileo si dovevano compiere, con maggiore radicalità, i gesti di fraternità umana (debiti e schiavi) e cosmica (terra e piante) che si celebrano ogni sette anni nell’anno sabbatico. In quell’anno speciale la terra deve riposare. Inoltre, se un pezzo di terra è stata alienata da una famiglia per bisogno, ciascuno rientra nella proprietà precedente: “Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. … Non farete né semina né mietitura, né farete la vendemmia delle vigne non potate… Potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi” (Lv 25,10-12).
Poi i debiti: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te, sostienilo come un forestiero o un ospite, perché possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi né utili … Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura.” (Lv 25,35-37). Nelle norme sul Giubileo non si parla esplicitamente della remissione o cancellazione dei debiti, perché essendo il giubileo un anno sabbatico si dà per scontato ciò che già si doveva fare ogni sette anni: “Alla fine di ogni sette anni celebrerete la remissione. Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che detenga un pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto” (Dt 15,1-2).
Infine, gli schiavi: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te … ti servirà fino all'anno del giubileo; allora se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri… Se ne andrà libero l'anno del giubileo: lui con i suoi figli” (Lv 25,39-41,54).
E nel libro del Deuteronomio abbiamo dettagli importanti: “Se un tuo fratello si vende a te, ti servirà per sei anni, ma il settimo lo lascerai andare via da te libero. Quando lo lascerai andare via da te libero, non lo rimanderai a mani vuote. Gli farai doni dal tuo gregge, dalla tua aia e dal tuo torchio” (15,12-14).
Non solo lo schiavo sarà liberato, ma la liberazione sarà accompagnata dall’eccedenza del dono. Non si deve restare debitori per sempre, non si è schiavi per sempre: solo per sei tempi, non per il settimo.

L’anno sabbatico segue la stessa logica dello shabbat (sabato), questa stupenda istituzione dell’Antico Testamento senza la quale non si coglie l’umanesimo biblico. Lo shabbat è l’icona massima di quel principio caro a Papa Francesco: il tempo è superiore allo spazio, perché ponendo un sigillo di gratuità su un giorno della settimana ha sottratto il tempo al dominio assoluto e predatorio degli uomini: perché possano riposare il tuo bue e tuo asino e possano respirare i figli della tua schiava e lo straniero» (Es 23,11-12). Se in un giorno non puoi sfruttare i tuoi animali, la terra, il lavoratore dipendente, lo straniero, te stesso, allora tu, homo sapiens, non sei il dominus del mondo. Sei solo un suo abitante, come tutti gli altri: hai più potere ma non sei il padrone della terra, del lavoro, degli animali, degli alberi, degli oceani, dell’atmosfera. Perché la terra è sempre terra promessa mai raggiunta, perché ogni bene è un bene comune. E lo è anche quel pezzo di terra della nostra casa, lo sono anche i beni che abbiamo legittimamente acquistato sul mercato, lo è anche il nostro conto in banca. Prima della proprietà privata nel mondo esiste una legge di gratuità più profonda e generale che riguarda tutto e tutti, profezia radicale di fraternità umana e cosmica. La terra non è ‘la roba’ di Mazzarò (G. Verga), i lavoratori non sono schiavi né servi, gli animali non valgono soltanto in rapporto a noi: prima di tutto ogni cosa vale in rapporto a se stessa. Perché, per la Bibbia, ogni proprietà è imperfetta, ogni dominio è secondo, ogni contratto è incompleto, nessun uomo è veramente e soltanto straniero, la fraternità viene prima dei debiti e dei crediti, e ne cambia la natura.

Lo shabbat è allora caparra di un altro tempo, del ‘settimo tempo’ di Gioacchino da Fiore e dei francescani, di un tempo messianico quando tutto e tutti saremo solo e sempre shabbat. È quindi la distanza tra la legge dell’anno sabbatico e quella degli altri sei il primo indicatore del capitale etico e spirituale di una civiltà, di ogni civiltà. È la distanza tra il cittadino e il forestiero, tra i nostri diritti e quelli di ogni creatura, tra la terra che uso oggi e quella che lascio ai figli, che dicono la qualità morale della società umana. Quando invece ci dimentichiamo che esiste un giorno diverso e libero che non è in nostro controllo, la terra non respira più, gli animali e le piante valgono solo se messi a reddito, gli stranieri non diventano mai persone di casa, le gerarchie diventano spietate, i leader non sono mai follower, il lavoro non è mai fratello lavoro ma solo schiavo o padrone.

Gesù aveva ben presente il Giubileo, come ci ricorda Luca, che ci mostra Gesù appena tornato a Nazareth che nella sinagoga legge il capitolo di Isaia relativo proprio all’anno giubilare: “Lo Spirito del Signore è sopra di me … e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4, 18-19). Un ‘anno di grazia del Signore’ (aphesis), cioè un anno di liberazione: un anno giubilare. Gesù criticava uno shabbat che stava perdendo profezia per dirci che il Regno dei cieli è uno shabbat perenne, un settimo tempo che diventa tutto il tempo nuovo. Ciò che il Deuteronomio assegna all’anno sabbatico - “Che non vi siano dei poveri in mezzo a voi!” (Dt 15,4) - nella nuova comunità del Regno diventerà regola di vita ordinaria: “Tra i credenti, nessuno era nel bisogno” (At 4,34).

È probabile che il popolo d’Israele non celebrò l’anno giubilare lungo la sua storia, ce lo dicono anche le ripetute denunce dei profeti per gli schiavi non liberati, i debiti non rimessi e le terre non restituite. Neanche i cristiani sono riusciti a fare della comunione dei beni la loro economia normale, non sono entrati nell’economia sabbatica del Regno.

Se l’Occidente avesse preso sul serio la cultura del giubileo non avremmo generato il capitalismo o sarebbe stato molto diverso. Il nostro capitalismo è diventato, infatti, l’anti-shabbat, la sua negazione, il suo anticristo, la sua profezia all’incontrario: “Il capitalismo è la celebrazione di un culto ‘senza tregua e senza pietà’. Non ci sono “giorni feriali”; non c’è giorno che non sia festivo, nel senso spaventoso del dispiegamento di ogni pompa sacrale, dello sforzo estremo del venerante” (W. Benjamin, Il capitalismo come religione, 1921). Non conosce riposo, il lavoro non si toglie mai il suo giogo; nessuna ora, nessun giorno, nessun tempo è diverso dagli altri, la terra è solo una risorsa da sfruttare, meglio se diventa terre rare.

La presenza dell’anno giubilare è nella Bibbia il suo principale dispositivo anti-idolatrico. Una civiltà che consuma tutto il tempo come merce è tecnicamente idolatrica, perché facendosi padrone di tutti i giorni e di tutti i tempi fa di se stessa l’unico dio da venerare. Il capitalismo è idolatria perché ha segnato la morte definitiva del settimo tempo, ha divorato shabbat e domenica trasformandoli nel week-end, che è l’apoteosi del consumismo.

L’anno giubilare è già iniziato da qualche mese. Per pochi di noi è però iniziato un tempo diverso. Non stiamo facendo respirare la terra, non stiamo liberando nessun debitore e nessuno schiavo. In queste settimane faremo, con questa nuova serie di articoli, un pellegrinaggio attraverso lo spirito del giubileo, nella sua economia della gioia.

Forse il popolo d’Israele scrisse le norme sull’anno giubilare per fare memoria della grande liberazione dall’esilio babilonese, quindi il ritorno degli schiavi a casa e la restituzione della terra. L’enorme trauma dell’esilio babilonese divenne un anno giubilare forzato che Israele fu costretto finalmente a vivere dopo averlo dimenticato per molto tempo: “Nabucodonosor deportò a Babilonia quanti erano scampati alla spada… fino a che il paese avesse goduto dei suoi sabati” (2 Cronache 36, 20).
Fu nell’esilio dove il popolo imparò il giubileo. Saremo anche noi costretti ad imparare un’altra economia della terra e delle relazioni sociali da questo esilio ecologico e dalle nuove guerre?

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Abbiamo già pubblicato nei mesi scorsi alcuni articoli sul tema ‘Economia e Spiritualità’ e attraverso gli scritti del prof. L. Bruni abbiamo sottolineato il profondo legame che intercorre tra il linguaggio economico e quello spirituale: un accostamento insolito e solitamente contrapposto ma che ci offre la possibilità di una lettura inusuale del testo biblico. 
Questo rapporto tra spiritualità ed economia prosegue con delle riflessioni del prof. L. Bruni sul Giubileo biblico che era soprattutto una "faccenda economica e sociale". 

- 3 - Pace e libertà a rischio per chi segue i falsi profeti

di Luigino Bruni, Avvenire - 03/2025

La cultura sabbatica e giubilare informa l’intero umanesimo biblico.
La celebrazione settimanale dello shabbat, e poi dell’anno sabbatico ogni sette anni e infine del Giubileo, utilizzavano il ritmo ciclico per creare una vera e propria cultura sabbatica. Anche la Chiesa per secoli ha usato il metodo ciclico della liturgia e delle feste per creare la cultura cristiana e la christianitas. Ogni cultura popolare nasce dal culto, quindi da azioni ripetute, quotidiane e cicliche. Lo vediamo bene con il capitalismo e i suoi molti culti di acquisto, incluso l’ultimo rito di entrare in un negozio, pagare 20 euro per ricevere ‘alla cieca’ un pacco mai ritirato dall’acquirente - prima dell’avvento della religione capitalistica, con questi pacchi orfani avremmo fatto pesche di beneficenza. Per questa ragione, nella storia biblica i gesti sabbatici non seguivano soltanto il ritmo settennale. Si potevano svolgere anche al di fuori dell’anno sabbatico o del giubileo, come sappiamo, tra l’altro, da un importante episodio narrato dal profeta Geremia - i profeti sono essenziali per capire la cultura giubilare biblica.

Siamo a Gerusalemme, che è da tempo assediata da Nabucodonosor e dal suo esercito babilonese, un assedio che porterà alla distruzione della città del 587 a.C. (o 586), e poi all’esilio. Il regno di Giuda aveva già perso autonomia. Dieci anni prima, al tempo della prima deportazione, Nabucodonosor aveva deportato l’allora re Ioiakìm e al suo posto aveva messo Sedecia, l’ultimo re del regno di Giuda, un re che “fece ciò che è male agli occhi del Signore” (2 Re 24,19). Questo re, piccolo e debole, durante i lunghi mesi di assedio di Gerusalemme compie un gesto importante: “Questa parola fu rivolta a Geremia da parte di YHWH dopo che il re Sedecia ebbe concluso un patto con tutto il popolo che si trovava a Gerusalemme, di proclamare la libertà degli schiavi: ciascuno doveva rimandare libero il suo schiavo ebreo e la sua schiava ebrea, così che nessuno costringesse più alla schiavitù un suo connazionale. Tutti i capi e tutto il popolo, che avevano aderito al patto, acconsentirono a rimandare liberi ognuno il proprio schiavo e la propria schiava, così da non costringerli più alla schiavitù” (Ger 34,8-10). Siamo di fronte ad un probabile fatto storico. Sedecia, forse come sua ultima risorsa politico-religiosa per scongiurare la sconfitta totale e su consiglio di Geremia, stipula con il popolo un patto, un gesto che somiglia molto ad un anno sabbatico. Ripete, sembra, addirittura il rito dell’alleanza di Abramo, con il passaggio dei contraenti in mezzo alle due parti del vitello squartato (34,17-21). Questo gesto giubilare riguardava in particolare la liberazione degli schiavi. In quel tempo un ebreo diventava schiavo di un altro ebreo per debiti. Erano schiavi economici. La Legge ricevuta da Mosè stabiliva che la schiavitù economica non potesse durare più di sei anni (il più antico codice di Hammurabi prevedeva un massimo tre anni: § 117). In quella cultura la schiavitù non poteva essere per sempre, un fallimento sul piano economico non doveva diventare una condanna a vita, un ergastolo civile, l’economia non era l’ultima parola sulla vita. Gli schiavi non si liberano, i debiti non si cancellano se tra di noi non c’è un patto più profondo dei contratti. Millenni dopo la legge biblica, abbiamo scritto costituzioni e codici che per certi versi sono più umani e etici della Legge-Torah (grazie anche al seme biblico diventato albero), ma non siamo stati capaci di immaginare un tempo diverso di liberazione dei molti schiavi e dei troppi debiti degli sventurati, perché abbiamo cancellato ogni patto che fosse più profondo dei contratti.

Geremia sapeva che la legge sabbatica non era stata rispettata nei tempi passati: “Così dice il Signore, Dio d'Israele: Io ho concluso un patto con i vostri padri quando li ho fatti uscire dalla terra d'Egitto, liberandoli da quella condizione servile. Ho detto loro: «Alla fine di ogni sette anni ognuno lascerà andare il proprio fratello ebreo che si sarà venduto a te; ti servirà sei anni, poi lo lascerai andare via da te libero». Ma i vostri padri non mi ascoltarono e non prestarono orecchio” (34,12-14). I padri non avevano vissuto la cultura sabbatica. Geremia si domandava, quindi, se questa volta le cose sarebbero andate diversamente.

Dal racconto veniamo subito a sapere che il popolo obbedisce, e quindi gli schiavi vengono effettivamente liberati: “Tutti i capi e tutto il popolo, che avevano aderito al patto, acconsentirono a rimandare liberi ognuno il proprio schiavo e la propria schiava, così da non costringerli più alla schiavitù” (34,10). Tutto sembra andare verso una vera conversione, gli schiavi vengono liberati davvero, dopo tanti fallimenti passati. Di fronte all’imminente tragedia più grande, il patto di liberazione di Sedecia sembra aver finalmente successo.

Ma ecco il colpo di scena: quei liberatori “tornarono a prendere gli schiavi e le schiave che avevano messo in libertà e li ridussero di nuovo a essere schiavi e schiave” (34,11). Siamo di fronte a un anti-pentimento, a una conversione perversa che annulla la prima conversione buona. Il popolo cambia idea e ristabilisce l’originaria condizione iniqua. Non sappiamo le ragioni di questo pentimento all’incontrario, ma probabilmente la sua causa principale fu un allentamento provvisorio dell’assedio di Nabucodonosor (34,22). Una ritirata tattica temporanea produsse una nuova ondata di ideologia nazionalistica da parte dei falsi profeti che avevano sempre combattuto Geremia. Nell’estate del 587, infatti, Nabucodonosor sospese l’assedio di Gerusalemme. I falsi profeti, sempre in cerca di appigli per continuare ad illudere il popolo a proprio vantaggio, avevano quindi usato quell’evento temporaneo per convincere il re che anche questa volta (come ai tempi del profeta Isaia e la sconfitta degli Assiri), Dio stava intervenendo, stava arrivando il miracolo: Davide avrebbe di nuovo abbattuto Golia. Fu dunque sufficiente l’attenuazione della grande paura per violare quel patto di liberazione, per rinnegare l’alleanza. Gli schiavi furono liberati per un attimo, il sogno svanì, ritornarono nella casa di schiavitù.

In ogni patto l’elemento cruciale è il tempo. Il patto è un bene di durata. Possiamo e dobbiamo dirci nel giorno delle nozze ‘per sempre’ con tutta la sincerità e verità di cui siamo capaci; possiamo veramente pentirci e promettere di cambiare vita, dirlo a noi stessi e l’un l’altra. Ma solo Dio e i suoi profeti veri possono cambiare la realtà delle cose dicendole. A noi dire le parole non basta per creare una nuova realtà: quella parola deve diventare carne, individuale e collettiva, ha quindi bisogno del tempo. Anche Maria ebbe bisogno di nove mesi. Non possiamo sapere oggi il grado di verità delle parole che sinceramente ora stiamo pronunciando - questa ignoranza sull’esito delle nostre conversioni sincere è parte del repertorio morale dell’homo sapiens, anche dei migliori. Forse, solo alla fine, nell’abbraccio con l’angelo della morte scopriremo la verità-carne delle parole più belle che abbiamo sinceramente detto lungo la nostra vita.

Ma i pentimenti perversi più gravi e tremendi sono quelli collettivi. Quando una comunità o un’intera generazione rinnega le parole e i gesti che i loro profeti avevano detto e fatto in alcuni momenti luminosi della storia. Rialziamo muri che in un giorno più bello avevamo abbattuto, chiudiamo frontiere che in un giorno splendente avevano aperto, facciamo morire i bambini con la pagella bellissima cucita sulla maglietta (non dimentichiamo) in un mare nostrum diventato mare monstrum. E poi, è sufficiente un finto ‘allentamento dell’assedio’ perché i falsi profeti ci convincano che non c’è nessun vera crisi climatica, che noi siamo innocenti, che i colpevoli sono i ghiacciai e i fiumi. È bastato un piccolo cambiamento degli interessi reciproci nella geopolitica per cancellare parole più alte pronunciate dopo grandi ferite collettive, scolpite nelle lapidi delle nostre piazze, nei cimiteri, nelle nostre costituzioni. E noi torniamo sulle carlinghe con le meridiane di morte, seguiamo i pifferai magici che ci convincono ad armare la guerra citando i profeti veri di ieri. Torniamo nelle strade e andiamo in cerca degli schiavi, li imprigioniamo dentro galere fatte di ideologie meritocratiche e leadercratiche, li condanniamo perché colpevoli della loro povertà e sventura. Caino vince ancora su Abele, il fratricidio sulla fraternità, Getzabele elimina di nuovo Nabot, Uria è ancora ucciso da Davide, il Golgota vince sul sepolcro vuoto.

I falsi profeti avevano per anni fatto di tutto per negare la grande crisi e la fine del regno, avevano convinto (quasi) tutti che il vero nemico non era Nabucodonosor ma Geremia che voleva ingannare il popolo con le sue tesi complottiste e disfattiste. Citavano Isaia per confutare Geremia, come noi citiamo De Gasperi per riarmarci, usiamo persino la ‘spada’ nel vangelo per giustificare le nostre spade. Costruiamo nuovi Fortezze Bastiani, vi inviamo nuovi Giovanni Drogo a difenderla da nemici immaginari, per scoprire, forse, alla fine che il vero nemico da combattere era solo la paura di morire della nostra civiltà morente.

La Bibbia e la storia umana sono striate da una profonda lotta tra profeti onesti e profeti falsi. Con una costante: il potere ascolta (quasi) sempre i falsi profeti. E così, anche se qualche volta durante grandi paure e dolori collettivi (guerre, dittature, tragedie, pandemie…), riusciamo a credere ai profeti veri e ci convertiamo, dopo qualche settimana o mese i falsi profeti vincono ancora. E noi torniamo ancora lungo le strade a dare la caccia a quegli schiavi che avevamo liberato in un giorno migliore.

Tornate profeti veri, tornate ora, la città sta per essere ancora distrutta.

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Quando il tempio diventa sorgente e anche le tasse si fanno Giubileo

di Luigino Bruni, Avvenire -  04/2025

Nella visione profetica di Ezechiele la casa di Dio si trasforma in un fiume, simbolo di una spiritualità che supera i luoghi sacri materiali e muta in acqua viva, laica e concreta

La vita spirituale comincia nella semplicità assoluta - ‘E c’era soltanto una voce’. Presto però si complica mentre si arricchisce, perché la prima voce nuda della giovinezza diventa culto, religione, tempio, oggetti sacri, dogmi. Ma alla fine, dopo molto tempo, se la vita funziona e non ci butta fuoristrada in qualche curva particolarmente ostica e cieca, si ritorna semplici e poveri. E lì, a piedi scalzi, si capisce finalmente che nella vita conta solo provare a diventare sempre più piccoli e semplici per provare a passare attraverso l’asola dell’ago dell’angelo - perché qualsiasi oggetto e suppellettile religioso che ci portiamo dietro ci impediscono il passaggio. Passeranno soltanto quella prima voce sottile, forse un amico buono, e un brandello di verità su noi stessi. Trascorriamo buona parte della vita a cercare Dio nei templi e nei luoghi del sacro, per accorgerci, quasi sempre troppo tardi o alla fine, che quanto cercavamo si trovava, semplicemente, dentro casa, nelle semplici faccende di tutti i giorni, tra le stoviglie e la credenza. Ma non potevamo saperlo prima dell’attraversamento dell’ultima cruna.

Continuiamo lo studio del Giubileo biblico. Secondo una antica tradizione ebraica, la grandiosa visione del tempio del profeta Ezechiele cadde “nell’anno del Giubileo” (Talmud Arakhin 12b,6).
Il Talmud cita infatti lì l’inizio del capitolo 40 di Ezechiele, che contiene il racconto di quella stupenda teofania, un centro di gravità di tutta la Bibbia: “Nell’anno venticinquesimo della nostra deportazione, al principio dell'anno, il dieci del mese, quattordici anni da quando era stata presa la città [Gerusalemme], in quel medesimo giorno, la mano del Signore fu sopra di me ed egli mi condusse là” (Ezechiele 40,1).
Un evento collocato sugli assi del tempo e dello spazio con la solennità di un testamento - perché di testamento, in realtà, si tratta.

Questa tradizione talmudica, situando la visione del tempio di Ezechiele in un anno giubilare, ci dice qualcosa di molto utile per la comprensione della natura e della cultura del Giubileo. Alcune coordinate storiche sono forse necessarie. Ezechiele, profeta tra i massimi, svolse la sua missione in esilio, perché a venticinque anni finì in Babilonia durante la prima deportazione (del 598 a.C.), quella che riguardò le elìte tecniche e intellettuali. Dobbiamo poi tener sempre presente un altro elemento essenziale. Molte delle parole che la Bibbia ci ha lasciato sul Giubileo e sulla cultura sabbatica che ne rappresenta la radice, furono scritte o completate durante l’esilio babilonese. Sarebbero state molto diverse, certamente meno profetiche, senza Ezechiele, senza il cosiddetto ‘secondo Isaia’ (l’autore, tra l’altro, dei ‘canti del servo di YHWH’), e, sebbene in modo diverso, senza Geremia. Le norme del Giubileo sono parte della Legge, ma non si comprendono senza i profeti. Il Giubileo è, infatti, Legge e Spirito, istituzione e profezia, già e non ancora. Ezechiele aveva profetizzato la distruzione del tempio anni prima che questa si compisse, e aveva fatto di quella futura distruzione il centro del suo messaggio profetico, che rappresenta una vetta, forse la vetta, della profezia biblica. A Babilonia non c’era tempio, c’erano i santuari degli altri dei, falsi e bugiardi. A Gerusalemme, il tempio dell’unico Dio vero sarebbe stato distrutto, profetizzava il giovane Ezechiele, e così accadde. Ad Ezechiele, che era anche sacerdote (senza tempio), spettò il compito decisivo di dover insegnare al popolo che il Dio vero, diversamente dagli idoli, non ha bisogno del recinto sacro del tempio per essere presente e operare.
Il dato fattuale dell’assenza di tempio in esilio e della sua distruzione in patria, divenne dato teologico ed etico: il tempio non è necessario per la fede, anzi può diventarne facilmente ostacolo. L’esilio fu una immensa distruzione creatrice della fede d’Israele. Tornando piccoli, poveri, azzerati dalla sconfitta teologica e politica più grande, in quegli esiliati si compì qualcosa di straordinario che segnò l’inizio di una nuova era religiosa: l’età dello spirito, del Dio presente fuori dal tempio e in ogni luogo, quindi l’epoca della laicità vera, della religione della terra. In quella visione del tempio, Ezechiele supera in un attimo millenni di religione materiale che aveva bisogno di vedere statue e immagini nei templi e nei santuari per sentire la presenza della divinità. Non lo potevano sapere, ma in Babilonia quei deportati iniziarono ad adorare Dio ‘in spirito e verità’.

Infatti, la visione di Ezechiele inizia con un nuovo tempio e finisce con la meravigliosa e potente immagine di un fiume, in una pagina tra le più alte di tutta la letteratura antica, che ci lascia ancora incantati: “Mi condusse poi all'ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente… Quell'acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell'altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all'esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l'acqua scaturiva dal lato destro… Era un torrente che non potevo attraversare, perché le acque erano cresciute; erano acque navigabili, un fiume che non si poteva passare a guado. Allora egli mi disse: «Hai visto, figlio dell'uomo?».” (Ez 47,1-6).
Il tempio diventa sorgente e poi fiume. Una sintesi dell’umanesimo biblico. L’acqua dello spirito che feconda la terra, non è donata per lavare gli scolatoi del sangue dei sacrifici sotto l’altare del tempio. E come la Legge, anche il tempio è un pedagogo, che un giorno deve mettersi da parte per far posto al contatto immediato con l’acqua viva. La piazza sarà il nuovo nome del tempio. Qui il giovane sacerdote Ezechiele muore e risorge nel vecchio profeta.

In realtà, noi sappiamo che nonostante la visione di Ezechiele e le parole simili dei Vangeli, di Paolo e dell’Apocalisse, l’homo religiosus di ieri e di oggi ha dimenticato mille volte il senso profondo di quella profezia. Anche i cristiani hanno recintato Dio nei luoghi del sacro, gli hanno consacrato cose e persone, e si sono dimenticati della visione di Ezechiele. Perché alle donne e agli uomini religiosi piacciono più i santuari dei fiumi, più le messe delle piazze, più l’odore dell’incenso di quello della cucina o delle fabbriche. E così, ogni giorno, trasformiamo la fede in un bene di consumo, il tempio in un divano, il Giubileo in un attraversamento di una porta, la religione in una zona di comfort, e Dio ritorna incatenato nei luoghi angusti che noi gli prepariamo senza chiedergli il permesso. La Bibbia lo sa bene, certamente lo sanno i suoi profeti; e per questo ha custodito per noi la visione di un profeta al quale, ormai vicino alla fine della sua missione, in un giorno adulto (aveva ormai più di cinquant’anni, di cui venticinque trascorsi in esilio) lo Spirito fece vedere il nuovo tempio-fiume nella nuova Gerusalemme - e la sua profezia è compiuta. Il tempio si dissolve per diventare acqua che irriga e disseta la terra.

E infine torniamo al Giubileo. È in questo contesto del tempio-sorgente universale e laica, dove troviamo infatti alcune indicazioni economiche: “Abbiate bilance giuste, efa giusta, bat giusto.… Questa sarà l'offerta che voi preleverete: un sesto di efa per ogni homer di frumento e un sesto di efa per ogni homer di orzo… Dieci bat corrispondono a un homer. Dal gregge, dai prati fertili d'Israele, una pecora ogni duecento. Questa sarà data per le oblazioni, per gli olocausti, per i sacrifici di comunione” (Ez 45,10-15). Se il tempio diventa acqua, se il luogo della religione è la strada, non può stupirci che per il Talmud queste sono norme giubilari.
E così, nel cuore di questi capitoli tutti consacrati ad una delle più grandi teofanie bibliche, Ezechiele ci parla di bilance, di efa, di bat, di homer (unità di peso e di misura), di monete, di pecore, ci parla di tasse, perché di tasse in effetti si tratta.

Cosa c’entrano le tasse con il nuovo tempio-sorgente? Noi sappiamo che nel mondo antico, Israele compreso, il tempio era anche il centro di raccolta e di impiego delle tasse, in particolare delle decime sui prodotti agricoli. Ma perché si parla di tasse anche nel nuovo non-tempio ormai divenuto grandi acque? La risposta è semplice. Nella Bibbia le tasse non sono né furto, né usurpazione né strumento di guerra, né, tantomeno, dazi: sono reciprocità, espressione della regola d’oro e della legge di comunione che deve ispirare la vita del popolo. Non capiamo, infatti, la Bibbia se non leggiamo la liberazione dall’Egitto insieme alle tasse, la Legge di Mosè con le monete, gli angeli e le visioni insieme ai contratti e ai debiti, i denari di Giuda e del buon Samaritano con il sepolcro vuoto. Ma noi, che abbiamo dimenticato la Bibbia e i vangeli, pensiamo che le cose davvero importanti della fede siano le parole celesti, le preghiere, le apparizioni, e così releghiamo l’economia e la finanza a materia bassa, alle ‘cose di quaggiù’, a faccende secondarie per addetti ai lavori, alle mense dei diaconi. Riduciamo a poca cosa sia la fede che l’economia, entrambe snaturate e pervertite, e poi le collochiamo in un regno di tenebre dove mammona diventa Dio, e Dio diventa mammona. E invece la Bibbia ci ripete in continuazione che le tasse sono shabbat, hanno la stessa importanza del giubileo, della spigolatura di Rut, del roveto ardente e del mare aperto: “Così dice YHWH: Basta, prìncipi d'Israele, basta con le violenze e le rapine! Agite secondo il diritto e la giustizia; eliminate le vostre estorsioni dal mio popolo” (Ez 45,9).

Solo se teniamo assieme l’Ezechiele della visione del nuovo tempio con l’Ezechiele che dice ‘basta’ alle ingiustizie economiche, la Bibbia diventa liberazione e ci aiuta oggi a dire anche noi ‘basta’ alle violenze, alle rapine e alle estorsioni dei nostri potenti e dei nostri re, anche se non lo facciamo mai abbastanza. Sono queste le verità umili, terrestri e laiche che ci donano i profeti, per insegnarci anche il vero senso del Giubileo.

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La vera libertà è sempre un dono.
Il Giubileo aiuta a comprenderlo

di Luigino Bruni, Avvenire /05/2025

La libertà è un bene speciale. Amiamo molte cose, ma ciò che amiamo è bello e buono se e perché siamo liberi. E se liberi non siamo sacrifichiamo tutti gli altri beni, persino la vita, per diventarlo, pur sapendo che non lo diventeremo mai pienamente e definitivamente, perché il cammino dell’esistenza è un continuo passare da una liberazione ad un’altra. Esiste, infatti, un profondo legame tra libertà e liberazione. Anche se non ne siamo sempre consapevoli, ciò che noi sperimentiamo come libertà - libertà di, libertà da, libertà per, libertà con … - è frutto di una liberazione, di molte liberazioni. Si è liberi perché liberati, da quella prima liberazione stupenda ed essenziale dal grembo materno, per continuare con le molte liberazioni dell’infanzia e della giovinezza (dall’ignoranza, dalla dipendenza economica, materiale, affettiva). Poi per tutta la vita, quando la liberazione prende la forma dell’uscita da ‘trappole di povertà’, dove la mano della vita, degli altri e/o la nostra ci conducono. Fino all’ultima liberazione per mano dell’angelo della morte. In un giorno adulto della vita scopriamo poi che quella nostalgia che ci sorprende in qualche sera, o che si insinua in un sogno ricorrente, non è altro che un profondo desiderio di liberazione. Ci scopriamo bramosi di essere liberati da qualcuno. E finalmente capiamo che anche in quelle che ci sono sembrate, e magari lo erano, auto-liberazioni, c’era, invisibile, la presenza di un’altra mano che sosteneva la nostra: “Il ponte levatoio si trova sull’altra sponda ed è dall’altra sponda che devono comunicarci che siamo liberi” (Jacob Taubes). L’essenza della fede si trova nella consapevolezza, o quantomeno nella speranza, che non solo la vita è dono, ma anche la libertà lo è. E lo è anche quando a liberarci è stata la mano di una persona concreta, o siamo stati noi - questa ‘liberazione di seconda battuta’, che attribuisce le nostre liberazioni a Dio, è un dono collaterale del dono della fede, perché ci libera dai grandi debiti spirituali e morali verso i nostri liberatori terreni: siamo loro grati, ma non ci sentiamo loro debitori. Il sentirci liberati ci libera poi dalla superbia-hybris dell’auto-sufficienza e onnipotenza della nostra mano, che sta diventando la religione più diffusa del nostro tempo, dove l’ego diventa l’unico credente, sacerdote e dio. Il mercato capitalista ama molto questa nuova ‘religione’ di massa, che in Occidente ha già preso il posto del cristianesimo.

Liberazione è anche l’altro nome del Giubileo e dell’anno sabbatico che ne è la radice. Liberazione degli schiavi dai padroni, dei debitori dai creditori, della terra dal nostro giogo. Nella Bibbia dietro ogni liberazione c’è sempre un’eco della grande liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Ogni shabbat è memoriale di quella liberazione, in ogni anno sabbatico e in ogni Giubileo rivive Mosè, si riapre il mare e il popolo torna ancora libero e scorge il primo brano di terra promessa sulla linea profonda dell’orizzonte. Tutta la Bibbia ci parla di Giubileo, ogni suo libro è irrorato dal suo spirito. Incluso il piccolo libro di Giona, dove non ce lo aspetteremmo.

Giona aveva detto no al comando di Dio che lo aveva inviato a Ninive. Fugge, si imbarca nella direzione opposta verso Tarsis. Si scatena una forte burrasca e la nave sta per affondare. Ma, per un fenomeno di ‘capro espiatorio’ (René Girard), Giona viene gettato dai marinai in mare come vittima sacrificale, per placare gli dèi delle acque. I marinai lo considerano infatti la causa del male che si è scatenato, e Giona si convince di essere davvero lui, per la sua disubbidienza a Dio, l’origine di quella sciagura imminente. Giona finisce tra i flutti ma non muore, perché un pesce-femmina (‘daga’, in ebraico) lo ospita nel suo grembo buono, e dopo tre giorni lo riporta sano e salvo sulla riva. Come nella liberazione dall’Egitto, le acque diventano luogo di una salvezza straordinaria, ancora una liberazione dalla morte che appariva certa.

La storia di Giona ha molto da dirci per comprendere la cultura del Giubileo. Due sono i suoi insegnamenti principali. Innanzitutto, mentre fa l’esperienza della liberazione nel ventre del pesce, Giona prega: “Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha risposto; dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce…La mia preghiera è giunta fino a te… La salvezza viene dal Signore” (Giona 2, 3-10). Giona, ci dice la Bibbia, era un profeta, quindi sapeva già pregare. Ma la prima e unica preghiera che troviamo nel suo libro arriva dopo la salvezza dalla morte. Allora in questa preghiera di Giona possiamo trovare una grammatica dell’arte di ricominciare a pregare dopo una grande prova che ci aveva tolto la fede o la preghiera, spesso entrambe. Giona prega perché ha fatto l’esperienza di una liberazione, e poi - condizione sufficiente - attribuisce quella liberazione al suo Dio. Scopre il volto di Dio come liberatore, lo chiama quindi con il suo primo nome. Da adulti - la storia di Giona è anche una iniziazione dei profeti alla vita adulta - molte persone che avevano avuto una gioventù di fede e di preghiera smettono di pregare; la preghiera non ritorna se non si fa l’esperienza di una liberazione e di un liberatore. Perché dopo essere stati liberati (da una malattia grave, da un lutto che sembrava infinito, da una depressione, da un rimorso divorante …), inizia nell’anima qualcosa di davvero importante, una autentica resurrezione. Ci si ritrova a pregare senza accorgersene, la riconoscenza fiorisce naturalmente in preghiera del cuore - la resurrezione è il centro della fede cristiana anche perché non si ritrova la fede, e la preghiera, senza risorgere. Quando nella vita arriva questa consapevolezza di essere stati salvati da qualcuno/a, inizia una stagione tutta nuova e stupenda dell’esistenza. Nasce la gratitudine vera, capiamo cosa è la gratuità, scopriamo un’altra reciprocità, inizia il tempo dell’umiltà buona, che gli altri riconoscono anche quando ne ignorano la radice.

Per questa ragione il Giubileo può diventare il tempo per ricominciare a pregare, in una fede adulta, o per scoprire nuove dimensioni della preghiera. E anche se non riusciamo a fare questa esperienza di essere liberati - queste esperienze non si comprano sul mercato, non si ordinano, non si comandano: accadono e basta, sono tutto dono -, possiamo comunque tentare due strade che generano gli stessi frutti. La prima è fare memoria delle liberazioni che abbiamo avuto nella nostra vita fino ad oggi, incontratane almeno una, attraversare quella porta, e trovarsi nel tempo nuovo della preghiera, o almeno dell’umiltà. Perché ricordare oggi un evento decisivo di ieri e chiamarlo col nome giusto (liberazione), è come riviverlo una seconda volta. L’altra possibilità è diventare soggetti di liberazione per altri, provare a liberare qualcuno da una schiavitù. Fare, in questo, la parte di Dio, imitarlo in quanto liberatore. Il Giubileo passerà invano se non proviamo almeno una di queste liberazioni, se non passeremo attraverso una di queste porte.

Infine, la conclusione del libro di Giona ci svela un’altra dimensione importante della cultura giubilare. Dopo che Giona è stato salvato dal pesce e prega, finalmente obbedisce al comando di Dio, e si reca a predicare a Ninive per annunciare al popolo: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta” (Giona 3,4). La città - sorprendendo anche Giona che si arrabbierà molto per questo - crede alla parola di Giona, e si converte: “Bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli” (3,5). Il re poi emette un decreto per indire una grande penitenza generale di tutto il popolo, dove troviamo un dettaglio straordinario: “Uomini e animali, armenti e greggi non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e animali si coprano di sacco” (3,7-8).

Anche gli animali ‘si coprono di sacco’, quindi, anche la loro penitenza diventa necessaria per la conversione e il perdono. Un brano di alta profezia, che oggi dovrebbe parlarci molto forte, più di ieri. Gli animali - e le piante e tutta la creazione - non erano responsabili dei peccati di Ninive, come oggi non sono responsabili del degrado ecologico del nostro pianeta. Ma non riusciremo a salvarci e salvarli senza un coinvolgimento di tutte le specie viventi nella soluzione del problema. Il problema lo abbiamo generato noi umani, ma, per una solidarietà oggettiva e reale di tutto il creato, non usciremo da questa gravissima crisi ambientale se anche gli animali e le piante ‘non si vestiranno di sacco’. Ormai il male è comune, anche il bene dovrà essere comune. Chi ha tentato una soluzione vera e seria di un problema collettivo e comunitario, sa che l’analisi delle colpe passate può aggravare la crisi se, un giorno, tutti insieme, innocenti e colpevoli, non decidiamo di ‘vestire di sacco’ e guardare finalmente al futuro. Questa partecipazione degli animali alla conversione di Ninive è espressione piena della cultura dello shabbat: se nel ‘settimo giorno’ anche gli animali partecipano al riposo della creazione, se in quel giorno anche l’animale smette di lavorare, allora i due lavori e i due destini sono intrecciati e inseparabili, nel bene e nel male.

La notizia stupenda è che gli animali e le piante stanno già vestendo di sacco. Gli alberi e gli oceani stanno assorbendo molta della C02 che noi produciamo, mitigando così i danni che senza di loro avrebbero già reso invivibile (per noi) il pianeta. Loro, innocenti, hanno già indossato il sacco, hanno iniziato la penitenza della terra: ma noi, umani, quando lo indosseremo?

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Beatitudini, “shabbat del Vangelo” che apre un tempo nuovo qui e ora

di Luigino Bruni, pubblicato su Avvenire - /05/2025

 «Se Dio c’è, oggi ha più bisogno di qualcuno che, se non sa dire chi egli è, dica almeno chi non è. Nel senso di una distruzione (o di un tentativo di distruzione) dell’idolo metafisico e imperiale che scambiamo per Dio. La fede può fare a meno di questa operazione, ma può anche soccombere davanti a questo Dio che non c’è».
(Paolo de Benedetti, Quale Dio?)

Esiste un rapporto profondo tra il Giubileo e le beatitudini. Le beatitudini sono lo shabbat del vangelo, il Giubileo dell’intera Bibbia, l’anno sabbatico della storia, sono quel tempo diverso verso cui tendono, profeticamente, tutti gli altri tempi. Sono l’annuncio di un’altra gioia, della terra promessa libera e non occupata dai nostri affari e dalle nostre armi. Sono il ‘paese del non-ancora’, che da duemila anni giudica la nostra ‘terra del già’ e sempre la giudicherà per provare a convertirla e chiamarla verso un oltre. Le beatitudini sono la mappa per raggiungere il regno e sono anche la sua porta, di quel regno che attraversa, come promessa, le diverse beatitudini di Luca e di Matteo. Parlano quindi di questa vita, non di quella futura, hanno il sapore dei frutti della nostra terra di oggi. Tutta la loro profezia infinita sta in questo loro essere "cosa di terra", sta qui il loro paradosso, perché ci parlano dei nostri poveri, dei nostri perseguitati per causa della giustizia, dei nostri mansueti, dei nostri costruttori di pace; e nella loro terrestrità sta il loro scandalo e oblio, insieme al sarcasmo dal quale sono circondate, ieri e oggi.

Cancellare la profezia delle beatitudini è molto semplice: basta leggerle come un annuncio che riguarda la vita futura, la vita oltre la morte - i poveri qui in terra sono infelici, ma in paradiso saranno finalmente beati. La vera forza paradossale e straordinaria delle beatitudini sta invece nel pensarle dette e scritte per questa nostra vita sotto il sole, per qui, per ora, per te, per me. Il regno è promessa per questa terra: ‘… perché di essi è il regno dei cieli’, un verbo essere coniugato al presente (‘è’), non al futuro (‘sarà’). È sufficiente trasformare al futuro quel verbo per smarrire la natura delle beatitudini - il ‘verbo’ nei vangeli è qualcosa di molto serio. Le beatitudini stanno dentro il Vangelo come meccanismo di auto-protezione da ogni tentativo di fare della Chiesa un club di cittadini regolari etici e di tranquilli benpensanti, perché da duemila anni continuano a chiamare ‘beati' tutti coloro che noi invece continuamente scartiamo in base alle nostre morali.

Il cristianesimo ha seguito il vangelo in molte cose, molto poco nelle beatitudini. Le ha amate, meditate, pregate, cantate, ma non sono diventate l’umanesimo dei cristiani né, tantomeno, della Christianitas - che cosa potevano essere l’Europa e il mondo, la loro economia e la loro politica, se la civiltà cristiana fosse diventata la civiltà delle beatitudini?! Sono state invece considerate una eccezione dentro lo stesso Vangelo, quasi fossero ospiti in casa di un amico. I cristiani non sono diventati il popolo delle beatitudini. Tutto il Vangelo è stato fin dall’inizio un grido non raccolto e una grande incompiuta, lo sappiamo, lo vediamo, nella storia e ogni giorno. Ma le beatitudini sono l’incompiuta dell’incompiuta, il grido del grido inascoltato. Tutto il Vangelo aspetta da due millenni di essere preso davvero sul serio dalle comunità e dalle società, ma all’interno del Vangelo le beatitudini sono quelle che attendono e gemono di più. I poveri, coloro che piangono, quelli che hanno fame e sono perseguitati, i pacifici, i miti non sono chiamati ‘beati' neanche dai cristiani. Non si entra dentro la logica delle beatitudini e nel loro cielo diverso senza abitarne il paradosso, senza entrare nella logica inedita del regno, un regno che perde sale e lievito quando vogliamo spiegarlo e viverlo uscendo dal suo paradosso essenziale, che inizia con quel ‘beati i poveri’’, che è la prima dell’elenco perché sintesi di tutte quelle che la seguono. È infatti il regno la chiave per entrare nel ‘beati i poveri, perché di essi è il regno dei cieli’ (Luca 6,20). Fuori dal regno le beatitudini non solo non si capiscano, si pervertono, come sanno molto bene coloro che cercano di alleviare le condizioni delle persone indigenti e che a volte vengono ostacolate da interpretazioni perverse del ‘beati i poveri’.

Noi siamo fuori dalla terra diversa del regno. Se siamo onesti lo sappiamo bene, e forse qualche volta ci soffriamo, quando siamo afferrati da un dolore profondo e sottile, da una nostalgia di un’altra casa. Ma la possiamo almeno intravvedere da lontano se non smettiamo di desiderarla, mentre ci nutriamo con le ghiande, magari in ristoranti stellati. Possiamo così intuire che le beatitudini si capiscono alla luce dello shabbat e che il senso cristiano delle shabbat si svela alla luce delle beatitudini, in una mirabile reciprocità. Se, infatti, il Dio biblico e di Gesù ha voluto ogni sette giorni un giorno diverso, se in quel giorno ha impresso una legge che ribalta la legge degli altri sei giorni, allora i poveri, gli afflitti, i piangenti, coloro che sono i più infelici secondo le categorie comuni e nei giorni ordinari della vita, possono essere felici, e lo sono, nel mondo all’incontrario dello shabbat. C’è un giorno in cui gli scartati, gli sconfitti e i perdenti possono sentirsi chiamare beati: è il settimo giorno, ed è un nome vero, non consolatorio. Gesù storico ha criticato e mandato in crisi la lettera dello shabbat - basta leggere i vangeli per accorgersene - non per negare una delle perle della Torah e dei profeti ma per affermare una visione radicale ed escatologica del settimo giorno. Il suo shabbat, il giorno veramente e radicalmente diverso, è quello delle sue beatitudini. Non una faccenda di culto, di regole, di norme, non un giorno diverso che una volta passato viene dimenticato nella prassi degli altri sei, ma un giorno-giudizio su tutti i giorni della storia. Un altro mondo, un’altra società, un’altra economia, un terreno nuovo, fuori le mura, dove collocare il nostro posto di vedetta e da lì guardare il nostro tempo, giudicarlo sulla base delle nostre non-beatitudini, e poi chiamarlo a trasformarsi in attesa di quel regno dove i poveri sono chiamati beati perché lo sono davvero. Shabbat non è l’eccezione che conferma la regola, ma l’eccezione che ha la forza di far esplodere la regola-Legge, se preso veramente sul serio in tutta la sua portata.

Dal posto di vedetta dello shabbat possiamo intuire che ‘Beati i poveri’ è anche la beatitudine dei bambini e quella dei moribondi, che quindi ci ricorda che la vita buona non deve mai dimenticare la verità tremenda e stupenda dell’inizio e della fine, e poi vivere tutti gli altri alla luce di queste alfa e omega. Nel nostro ultimo shabbat sentiremo di nuovo risuonare dalla voce dell’angelo della morte: ‘beati i poveri’ – e coloro che saranno riusciti a conservare una povertà vera fino alla fine si sentiranno benedire con questo bellissimo nome.

Se allora le beatitudini sono lo svelamento del regno dei cieli, allora sono davvero essenziali, se è vero che il cuore dell’annuncio di Gesù sta nell’attesa continua dell’avvento imminente del suo regno. Il cristiano è qualcuno che va a letto la sera con la speranza che domani il regno arriverà finalmente, che il Risorto tornerà, e appena svegliato si rattrista se non è ancora arrivato. E poi continua a sperare, ad operare nell’attesa, e poi il giorno dopo si riaddormenta con la stessa speranza-sogno: è questa la speranza cristiana.

Tutto il regno dei cieli sta dentro il breve tempo del settimo giorno, perché la logica dello shabbat cambia la natura del tempo e lo lega allo spazio. Come l’entrata nel giorno di shabbat - un atto segnato sull’asse del tempo - spezza il ritmo lineare del tempo e lo fa diventare altro, anche l’oltrepassare la soglia del tempio - un atto segnato sull’asse dello spazio - faceva entrare il fedele in un altro tempo non più retto dalla legge spietata di Kronos. Lo shabbat è il tempio del tempo. Per questo salvò, in esilio, il popolo d’Israele: espatriati e con il tempio distrutto, ogni settimana quei deportati entravano nel tempio entrando in shabbat - ‘Shabbat shalom’.

La profezia di Francesco, con la sua “oeconomia” diversa, si capisce soltanto se lo guardiamo mettendoci dentro quella prima beatitudine, collocandoci con l’anima tra il ‘beati i poveri … ’ e ‘… perché di essi è il regno’. Francesco voleva diventare abitante di quel regno del vangelo, e per questo sposò l’altissima povertà, che vide come la strada buona per trovarlo ed entrarvi. Questo è il miracolo di Francesco, questo il suo paradosso e il suo scandalo generativo. Se non lo leggiamo alla luce del regno e delle beatitudini stravolgiamo il suo mistero, e finiamo per dire che Francesco era povero ma non ‘pauperista’, che amava la povertà ma non la ‘miseria’, che era qualcuno che andava dai poveri ‘per aiutarli’ - la splendida parabola del Buon samaritano non aiuta a comprendere Francesco. Il vangelo muore ogni volta che vogliamo riportarlo dentro la logica del buon senso, della prudenza, dell’equilibrio, della giusta misura. Lo facciamo ogni giorno, e infatti ogni giorno il vangelo muore, e raramente risorge.

Il Giubileo è veramente il tempo delle beatitudini. Potrebbe, dovrebbe essere questo giorno davvero diverso. Il tempo donato per capire le nostre non-beatitudini di debiti non rimessi, di schiavi non liberati, di una terra sempre più asfissiata dai nostri desideri sbagliati. E poi, ogni notte, continuare a sognare l’avvento di un regno diverso. E non smettere più.

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È l’ora di liberare il nostro cuore dalla schiavitù di volerci perfetti

di Luigino Bruni, Avvenire - /06/2025

La cultura sabbatica, che fonda il Giubileo, contiene un messaggio antropologico molto importante, perché tocca elementi decisivi per la fioritura delle persone e delle comunità. E questo perché lo shabbat, e quindi l’anno sabbatico, si intreccia con quella falda sotterranea profonda della Bibbia che è la tradizione sapienziale. Senza la sapienza non si capisce shabbat, e la sapienza biblica non vive e matura senza capire shabbat, in una mirabile reciprocità. La sapienza è un filo d’oro della Bibbia, tra i più tenaci. Quello spirito che si manifestò in Grecia come sophia e philo-sophia, più o meno nello stesso tempo, tra l’Egitto e la mezzaluna fertile divenne sapienza, che nei testi biblici raggiunse vette altissime. La filosofia origina dalla meraviglia per un mondo che potrebbe non essere e invece è; la sapienza nasce invece dalla scoperta di una realtà più profonda di quella che si mostra ai sensi, e che contiene parole diverse che ci insegnano il mestiere del vivere. Anche nella sapienza l’uomo si meraviglia, ma la sua prima e fondamentale meraviglia nasce dal disvelamento di un altro mondo. Include la saggezza iscritta nei tempi e i momenti della natura, nel riconoscere il nido di un uccello, nel saper riparare con le mani un aratro o la motocicletta, nell’imparare il ‘quanto basta’ del sale. È moto ascendente, basso come la terra, umile come l’humus, popolare, che insegna la vita restando rasoterra e lì, in qualche giorno diverso, sentire un profumo più intenso, quello della vita che coincide con l’odore Dio e dei suoi spiriti. L’uomo biblico è un sognatore di un Adam diverso perché è stato sognato da un Dio diverso.

Questa sapienza è il soffio che ha guidato, insieme allo spirito, la mano degli scrittori di molte pagine bibliche. Una di queste la troviamo nei Libri dei Re, in particolare nei racconti relativi a Salomone, figlio del re Davide. La parabola del suo regno e della sua vita si comprendono solo alla luce della sapienza biblica. Dio aveva donato a Salomone proprio la sapienza, come risposta sovrabbondante a quanto da lui chiesto all’inizio del suo regno: «Dio concesse a Salomone sapienza e intelligenza molto grandi… Egli era più saggio di tutti gli uomini» (1 Re 5,9-11). Per la sua sapienza, «Salomone dominava su tutti i regni» (1 Re 5,1). I Libri dei Re iniziano quindi mostrandoci Salomone giunto al culmine dello splendore e della gloria (1 Re 4,20).

Continuando però la loro lettura, ci accorgiamo che l’apice del successo coincise con l’inizio del declino di Salomone. Infatti, in un altro giorno, quel re saggio perse la sapienza, il grande talento della sua vita: “Quando Salomone fu vecchio… il suo cuore non restò integro con il Signore, suo Dio ... Salomone commise il male agli occhi del Signore e non seguì pienamente il Signore” (1 Re 11,4-6).

La Bibbia non ci dice perché iniziò la decadenza morale del suo re più sapiente. Forse tace per donarci nel silenzio un messaggio importante e universale: molti sapienti si smarriscono senza accorgersene, lasciano la retta via pensando, per molti chilometri, di continuare a camminare nella strada giusta. Se poi leggiamo questi capitoli di decadenza di Salomone alla luce della sapienza e dello shabbat, un indizio importante su quel declino può emergere - anche se non l’unico. Intuiamo infatti che la decadenza forse iniziò quando Salomone decise di portare a termine il suo capolavoro, il tempio di Gerusalemme: «Salomone dette inizio alla costruzione del tempio e la portò a termine» (1 Re 6,14). Ed è qui che entra in gioco anche la cultura giubilare e quindi dello shabbat che la fonda. L’incompiutezza e l’imperfezione sono infatti dimensioni fondamentali dell’umanesimo biblico. Mosè, dopo aver liberato il popolo dall’Egitto, l’opera più grande, morì senza raggiungere la terra promessa. I patriarchi, Davide, sono uomini imperfetti e così presentati dalla Bibbia, così le matriarche e molte donne bibliche. Stupende, stupendi, perché imperfetti, pieni di difetti, di errori e di limiti. La santità biblica è diversa da quella cattolica, perché è perfezione nell’imperfezione.

E qui arriviamo a noi. Quando un giorno si scopre quello che ci appare essere il nostro compito più grande, il capolavoro della nostra esistenza, insieme a questa scoperta-rivelazione fantastica nasce e cresce anche la convinzione che la fioritura della nostra vita, la sua realizzazione, consista nel portare a termine quel compito, che la nostra felicità si trovi nel compimento di quella vocazione. E così, da quel momento in poi, orientiamo a questo scopo tutte le energie più grandi e più belle - non potrebbe che essere così, è bene che sia così, soprattutto da giovani. Poi però, in un altro giorno e molto più tardi, qualche volta intuiamo qualcosa di nuovo. Che dentro quel capolavoro che stiamo edificando, insieme alla nostra salvezza si nasconde anche la nostra sconfitta. Capiamo, vagamente all’inizio, che quel compito stupendo era nel tempo diventato una ‘maledizione dell’abbondanza’, che quella grande grazia giovanile stava diventando la nostra condanna. Quando arriva questa intuizione, che per sua natura non è mai abbastanza evidente, spesso malediciamo il passato, il dono e il compito, dei quali ci sentiamo, improvvisamente, servi o schiavi, li avvertiamo come padroni che ci hanno ingannato e rubato la vita. Finché, in un altro giorno, e questo davvero meraviglioso, riusciamo a capire che dentro quell’inganno c’era anche una benedizione, quella che nel dolore ci ha consentito di arrivare a capire ciò che avvertiamo ora come il grande segreto della vita. E lì nasce una preghiera nuova, si impara a ringraziare veramente Dio, o almeno la vita. È il giorno dello shabbat del cuore. Uno shabbat speciale e invisibile, tutto intimo e segreto, che sboccia naturalmente come fiore bellissimo nel suo tempo opportuno se e quando il seme era stato gettato su un terreno buono che lo ha accolto e custodito. Giunge come luce forte e dolorosa, che illumina più il futuro che il passato, perché indica l’unica strada possibile per continuare a vivere bene, dimentichi dei frutti passati e futuri.

In questi momenti, rari e necessari, si comprende finalmente una misteriosa legge umana, una delle più vere, che solo la frequentazione della sapienza può svelarci. Quando la vita ci ha donato talenti grandi, e uno più grande e prezioso di tutti, arriva il giorno adulto quando il suo esercizio inizia a toglierci qualcosa di essenziale, soprattutto se quel talento si chiama vocazione - religiosa, artistica, scientifica, famigliare … Ci troviamo, infatti, improvvisamente e senza preavviso in un bivio decisivo. È il crocicchio che separa la strada larga e in discesa dove potremmo continuare a spingere i successi raggiunti fino ad ora, dall’altra strada, molto più piccola, accidentata e in salita, che si chiama auto-sovversione. È una seconda stradetta umile che ti dice: ‘non consumare fino in fondo il tuo successo, non continuare a sfruttare i tuoi talenti, lascia uno spazio del tuo cuore non messo a coltura. Lascialo andare libero nel suo momento più bello, e ricomincia da capo, povero e nudo come il primo giorno della giovinezza. È questa per te l’unica strada per terminare leggero il tuo cammino sulla terra. Celebra shabbat’. È il giorno in cui suor Giovanna capisce che deve tornare Giovanna per poter continuare ad essere veramente e diversamente suor Giovanna; quando Mario, poeta, capisce che Mario vale più del poeta. Ci accorgiamo che quella vocazione-talento che ci ha fatto volare da giovani, da adulti è improvvisamente diventata una zavorra, e che per continuare il cammino dobbiamo solo gettarla in mare, dopo averla ringraziata. Si torna nei luoghi di prima della vocazione in cerca di quel qualcosa che c’era all’inizio perché sappiamo che dovrà esserci ancora.

È il giorno in cui la farfalla ringrazia il bruco, il risorto il crocifisso. E non tornerebbero mai indietro. Le nostre vocazioni, il talento e il compito più grande, si compiono se un giorno scopriamo quella castità diversa che non ci fa consumare fino in fondo la nostra vocazione/talento, anche quando poi restiamo nella casa di sempre. E capiamo che questa incompiutezza è semplicemente il compimento della vocazione. E magari ci riconciliamo anche con quella comunità, diventata meno luminosa e profetica di quella nella quale eravamo entrati da giovani, in realtà sta proprio compiendo il suo compito.

Il centro di questo shabbat sta allora tutto in una nuova forma di castità, perché non possiamo più usare i nostri talenti per noi, perché se continuiamo a farlo diventiamo il faraone della nostra vita, e la spegniamo. E così, dopo aver speso una vita a cercare la purezza e magari la castità, ci accorgiamo che la castità veramente essenziale è un’altra e molto diversa. È quella da vivere nei confronti di noi stessi, che ci consente di non auto-divorarci mettendo a reddito tutta la nostra anima e la nostra bellezza - castità è non divorare la bellezza degli altri, lo sappiamo, ma prima consiste nel non divorare la nostra bellezza. Capiamo che è finalmente arrivato il settimo giorno, il settimo tempo sabbatico, quello della gratuità vera, e diciamo: shabbat shalom; che la terra da non mettere a reddito e far finalmente riposare dopo 49 anni è il nostro cuore, e che lo schiavo da liberare siamo noi. E poi iniziano molte scoperte, tutte figlie di questo shabbat del cuore. Che la nostra sinfonia più bella è l’incompiuta, il nostro vero capolavoro è quello che non abbiamo realizzato nelle forme in cui lo avevamo pensato e voluto, il libro più bello è quello che non abbiamo scritto e non scriveremo mai. Questo shabbat è un non-lavoro tenace che consiste nel lasciarsi lavorare; è il tempo della mansuetudine, di accettare e accogliere la mano del buon pastore che passa sul dorso del cuore. È il giorno del dono della sapienza adulta.

Questa logica ce la può insegnare soltanto la sapienza. Siamo più grandi e belli delle cose più belle e grandi che possiamo fare, siamo più grandi e belli dei nostri talenti, dei nostri compiti, dei nostri capolavori, persino della nostra vocazione. Perché siamo stati creati per amore e non per utilità, neanche per essere utili al Regno di Dio e ai suoi templi. Tutto questo lo insegna shabbat.

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L’importanza di saperci fermare prima del punto di 'non ritorno'

di Luigino Bruni, su Avvenire,  /06/2025

"Non vi immaginate d'essere al di sopra degli altri uomini, perché i vostri profili sono consunti dai polpastrelli dei maneggiatori di monete. Non siete in verità che sorveglianti temporanei e mal sicuri di leggi mutabili, di confini instabili e di tribù volubili… E se l'indole e la dignità vostra vi spingono alla guerra, fate, in nome di Dio, la guerra alla povertà, la guerra all'imbecillità, la guerra alla crudeltà, la guerra contro l'ignoranza degli istruiti e contro la barbarie dei civili."
(Giovanni Papini, Lettere agli uomini del Papa Celestino Sesto, ‘Ai reggitori dei Popoli’, 1946)

Il cuore dello shabbat, quindi dell’anno sabbatico e del Giubileo, è un lungo e tenace apprendistato per imparare il giusto rapporto con il tempo e con la sua disciplina, di cui si trova un’eco nella meravigliosa sequenza di verbi all’infinito del capitolo 3 di Qoelet - ‘c’è un tempo per …, e un tempo per …’. L’umanesimo sabbatico è anche, e soprattutto, la prima essenziale lezione per apprendere il mestiere del tempo e dei tempi. Chi impara questa speciale sapienza si ritrova dotato di una risorsa preziosa per la gestione delle crisi, per la manutenzione dei rapporti, per accudire una vocazione, per l’elaborazioni dei lutti e dei grandi fallimenti, per non smarrire il filo d’oro della vita soprattutto nel suo ultimo tratto, che, come in ogni corsa, è quello decisivo.

Dopo aver guardato il declino di Salomone, oggi riflettiamo su un episodio che riguarda un altro re, questa volta babilonese, il grande Nabucodonosor (VI sec. a.c.), che troviamo nel libro di Daniele. Due racconti che contengono un insegnamento simile con sfumature diverse. Parlano entrambi dello shabbat del cuore, dell’anno sabbatico dell’anima, del grande giubileo della nostra vita, individuale e collettiva. In particolare, questo racconto di Daniele ci consente di capire nella sua essenza cruda la logica tremenda della gestione del potere, del successo e della grandezza.

“Passeggiando sopra la terrazza del palazzo reale di Babilonia, il re prese a dire: - Non è questa la grande Babilonia che io ho costruito come reggia con la forza della mia potenza e per la gloria della mia maestà?” (Daniele 4,26-27). Il re si trova nei suoi leggendari giardini pensili. È in compagnia costante di un pensiero potente, che cresce fino a diventare quello dominante, il signore di tutti i suoi pensieri. Il re è convinto di aver realizzato un regno straordinario, una impresa fantastica, e tutto quel successo è frutto soltanto della ‘forza della sua potenza’, ‘per la gloria della sua maestà’. Contemplava le sue conquiste e in esse si compiaceva, se ne sentiva l’unico padrone, sovrano assoluto e onnipotente. Si ‘fingeva’ nel suo pensiero, incantato da un altro ‘infinito’. Ma ecco che mentre è ancora assorto in quella strana contemplazione, irrompe una voce del cielo: "A te io parlo, re Nabucodonosor: il regno ti è tolto!" (Dn 4,28).

Questa passeggiata regale ci svela una profonda e costante legge dell’ascesa e del declino dei popoli, delle comunità, delle organizzazioni, delle persone. Quando la vita funziona e porta frutti e successi, soprattutto quando ne porta di grandi e sbalorditivi, prima o poi arriva il pensiero dominante di Nabucodonosor. Eccone la grammatica. All’inizio, in una prima fase che coincide in genere con la giovinezza, le persone e le comunità che si ritrovano ad amministrare grandi talenti, sono troppo occupate dalla gestione della vita che corre e cresce per avere tempo e condizioni per formulare una teoria delle cause del proprio successo. Vivono e basta, anche perché i giovani si trovano dentro una sensazione di insufficiente conoscenza dei propri veri talenti, e non di rado sono anche afflitti dalla cosiddetta ‘sindrome dell’impostore’. Poi, nella fase adulta, il rapporto con il proprio successo inizia a cambiare e a degenerare.

Iniziamo a convincerci che siamo noi i padroni di ciò che abbiamo generato, e un giorno ci ritroviamo nel giardino di Nabucodonosor. Diventiamo i sovrani assoluti dei nostri imperi - nessun dittatore nasce dittatore, ci diventa un giorno passeggiando nel suo giardino meraviglioso.

È tremendo e sbalorditivo quanto accadde poi a quel grande re: “Egli fu cacciato dal consorzio umano, mangiò l’erba come i buoi e il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, i capelli gli crebbero come le penne alle aquile e le unghie come agli uccelli” (Dn 4,30).
Nello spazio di un pensiero, nel tempo di una breve passeggiata mattutina, il re si ritrova trasformato dal sovrano più grande in un mostro dantesco, in Caco o Malacoda. Da semi-dio a lupo-mannaro.

Va notato un dettaglio importante. Se leggiamo la prima parte del capitolo 4 di Daniele, ci accorgiamo che Daniele (interpretando il suo sogno del grande albero abbattuto) aveva profetizzato a Nabucodonosor la trasformazione in bestia ben dodici mesi prima (Dn 4,22).
Passa quindi un anno tra la profezia e l’avveramento. Perché, chiediamoci, il re non si è fermato e ha continuato a coltivare il suo pensiero per un intero anno? Perché non ha fatto un’inversione ad U della vita?
La risposta possibile è triste e spietata: quando i sogni tremendi di onnipotenza arrivano dentro le notti dei re (e nostre), il declino è già iniziato da tempo: il punto di non-ritorno è stato già superato.

Le malattie spirituali dell’anima somigliano a quelle del corpo. C’è, in genere, un lungo tempo di incubazione o di latenza, mesi e anni nei quali la malattia cresce ma noi lo sappiamo. Potremmo intuirlo, qualche volta, se fossimo attenti al tipo di vita che facciamo, al cibo, alle abitudini, allo stress, ai dolori spirituali profondi, e se fossimo capaci di ascoltare gli amici (quando ne abbiamo conservato qualcuno) che ci dicono parole scomode perché vere. Ma intanto la malattia cresce, fino a superare la soglia critica quando finalmente ci accorgiamo di cosa eravamo già diventati, senza saperlo. Quel pensiero della passeggiata solitaria nel giardino si era già impadronito da molto tempo del cuore del re, aveva occupato tutta la sua anima e la sua vita. Il profeta, per vocazione, vede 'in sogno’ i segni della metamorfosi che è già iniziata anche se ancora non abbastanza evidente, vede già bestie dove tutti gli altri vedono ancora re, uomini e donne. Il profeta è la tac dell’anima, la scintigrafia del cuore delle persone e delle comunità, che quindi vede prima e di più la salute e la patologia.

Quando un pensiero, diventato nel tempo ideologia, si impossessa del cuore, l’operazione più naturale che facciamo è delegittimare i profeti, credere che siano loro i deliranti, non noi. Perché, quasi tutti, preferiamo una vita illusa ad una delusa, e attorno a noi esiste un’intera industria di produttori e venditori di illusioni, con tecniche sofisticatissime di marketing. Poi, finalmente, arriva il giorno in cui la metamorfosi diventa visibile a tutti. Ma è troppo tardi.

Il tempo della bestia descritto da Daniele è un tempo tremendo, e molto lungo: dura “sette tempi”. Abbiamo paura, ci sentiamo in balia della vita e di tutti, ci nasce una grande nostalgia di tutti i ‘sabati’ che non abbiamo celebrato, inebriati dal nostro successo. È il tempo del dolore immenso, dell’esilio, dell’umiliazione vera, che nasce dal muso che si ritrova a contatto con l’humus - se esiste l’inferno, è questo il suo tempo sulla terra.

In questo lungo tempo molti muoiono, qualcuno riesce a risorgere.

La grammatica descritta da Daniele, già molto seria per le singole persone, diventa devastante quando riguarda una intera comunità, un movimento, una istituzione, una impresa. Quasi sempre, nel loro sviluppo, arriva il giorno in cui ci si sente padroni del ‘regno’. Passano i tempi, e arriva il giorno tremendo della bestia. Le poche storie individuali e collettive che non sono state divorate dal loro grande successo sono quelle che hanno saputo fare shabbat. Sono persone, comunità e imprese che si sono fermate (il verbo shabbat significa anche ‘smettere’) e hanno fatto l’inversione ad U. Sono tornate piccole, povere, umili, fragili, e poi nel deserto hanno intonato il canto della cerva. Hanno distrutto intenzionalmente la loro grande reggia e i molti santuari visibili e invisibili, si sono rimesse a camminare nudi come il primo giorno, sono risorte arameo errante, nomadi abitanti di una tenda mobile.

Questo shabbat è (quasi) impossibile (nella vita l’ho visto solo in due o tre persone). Il crollo dei grandi imperi è (quasi) inevitabile - e, forse, è bene che crollino, per liberare nuove energie, per usare quelle pietre diroccate per costruire nuove cattedrali. Tutti però possiamo imparare a gestire la fase che segue il crollo dell’impero. Anche una distruzione può diventare creatrice di un buon futuro, può preludere ad una buona stagione della vita più umana e più vera di quella dei successi e della grandezza passata. Può iniziare il tempo della preghiera vera, perché nei giardini di Nabucodonosor non si prega Dio ma solo sé stessi.

Questo possibile esito buono del ‘tempo della bestia’ ce lo annuncia Daniele, nel messaggio più bello di questo suo capitolo tremendo: “Finito quel tempo io, Nabucodonosor, alzai gli occhi al cielo e la ragione tornò in me e benedissi l’Altissimo” (Dn 4,32). Il tempo della bestia non è un tempo infinito. Un giorno finisce. Passati i sette tempi, il re-bestia alza di nuovo gli occhi, torna umano, ricomincia a guardare il cielo, e benedice Dio. Anche gli inferni, sulla terra, non sono per sempre, dalle discese agli inferni si può uscire - ce lo dice il Crocifisso, ce lo dice Dante, ce lo dice il nostro cuore.

Daniele ci insegna però qualcosa di importante, forse di davvero cruciale. Quei sette tempi furono l’anno sabbatico di Nabucodonosor. Non lo scelse, non lo conosceva, non lo voleva. Ma lo visse, perché la vita glielo donò gratuitamente. Anche per un re potente e crudele ci fu il dono dello shabbat. Questi ‘shabbat della bestia’ sono spesso l’ultima risorsa con cui la vita ci salva, impedendoci di morire sotto le macerie dei nostri imperi. A noi sembra solo un immenso, infinito fallimento: e invece è solo una misteriosa salvezza. Quel tempo terribile di uno shabbat forzato, fu l’unica salvezza possibile per quel re antico. Non c’è stato tempo sabbatico più vero di quello vissuto, senza volerlo, dal popolo d’Israele durante l’esilio babilonese - chissà se l’autore del libro di Daniele, parlando del tempo della bestia di quel re, non stesse parlando dell’esilio-shabbat del suo popolo esiliato?

Non abbiamo capito shabbat. Abbiamo dimenticato la Bibbia, scordato tutte le preghiere, abbiamo dimenticato la disciplina della terra. Ma il Dio della vita continua ad amarci, e qualche volta, a nostra insaputa, arriva shabbat, ci ferisce e ci benedice durante la lotta. Ce lo annuncia un sogno, un profeta, un amico. Arriva, non lo riconosciamo come dono, soffriamo molto. In realtà ci sta salvando, ma non lo sappiamo. È una resurrezione, ma noi vediamo soltanto tre croci. Ci convinciamo che il tempo della bestia sarà infinito.
E invece, in un altro giorno, ci svegliamo fuori dal sepolcro.

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Stiamo vivendo un momento veramente strano, caratterizzato da una tensione fortissima che sta sempre più prima sdoppiando la realtà della legge e poi contrapponendone i due versanti. È infatti sotto gli occhi di tutti il crescere devastante della corruzione. Alla pari, la criminalità più o meno organizzata si fa sempre più spavalda e audace. Seduce soprattutto giovani. Ma, insieme, l'avidità piega la legge alle sue pretese e la rende sempre meglio aderente ai suoi disegni egemonici: tantissimo a pochissimi. Gli effetti devastanti di queste pretese da una parte riempiono le cronache e, dall'altra purtroppo, colmano la vita quotidiana di un numero crescente di persone di dolore e di disperazione. Quello che dovrebbe impressionare, al riguardo, è l'affermarsi di un nuovo ordine mondiale che di ordine a sempre meno per un numero di persone che si fa ogni giorno crescente.

Questo sdoppiamento della realtà della legge è tanto oggettivo e forte che si potrebbe proseguire a lungo in questa analisi. Si dovrebbe poi passare a valutare le conseguenze pratiche collegate a ogni punto, evitando però di fermarsi sia al chiacchiericcio inconcludente sia alla protesta tossica che degrada ben presto nella violenza e nella eversione.
Noi riteniamo sia invece, qui, il caso di non prendere la strada dell'analisi. Preferiamo prendere il sentiero luminoso dell'annuncio evangelico. Siamo perfettamente consapevoli che questo annuncio porta a una porta stretta. Noi, però, percepiamo forte la bontà di questo annuncio. Per noi è davvero un buon annuncio. È Vangelo. Così, noi ci rifacciamo a Gesù. Ribadiamo che Gesù ha precisato una volta per tutte cosa la legge è e deve essere. Al tempo stesso, ha chiarito con estrema decisione cosa la legge non è e non deve essere.
A partire dai primi, i cristiani vivono gioiosamente il loro rapporto con Gesù proprio perché Gesù mette ordine nella vita. È luce per i passi. Mai, cieca imposizione per la coscienza. Ravviva, stimola. Provoca e chiede molto. Sempre, però, dà molto in cambio. Lui, mette davvero ordine alla vita. Porta, infatti, il credente alla relazione profonda con chiunque si faccia vicino. Promette di rendere vincente la relazione proprio là dove chi non lo segue vede solo la necessità dello scontro. Lui riesce a parlare di amore proprio quando ormai tutti si ritrovano così condizionati dal male insorgente da sentire possibile solo una parola: guerra.

Gesù, collega sovente questo suo parlare di amore al sabato. Lo shabat. Noi sappiamo che lo shabat è giorno sacro, perché dedicato al culto di Dio. Un culto molto particolare. È, infatti, un giorno dedicato allo stare con Dio e al viverne la sua misericordia. Si tratta di riceverla. Ma si tratta anche di viverla. Per questo, il sabato elimina momentaneamente il lavoro per consentire di vivere a pieno l'armonia della famiglia e la gioia della fraternità con gli amici.
Come si vede, lo shabat rappresenta una esperienza chiave nella vita del credente. Mette nella sua coscienza l'ordine fondamentale voluto da Dio che, successivamente, dovrà consentire al credente di immettere questo ordine in tutta la sua vita.

Quello che già i profeti avevano sostenuto, Gesù lo ripete più volte. Per vivere il sabato non basta fermare il lavoro. Ci vuole altro. Ma, per lui, "altro" è un qualcosa che riguarda lo stesso rapporto con Dio. L'uomo può sempre incrinare questo rapporto. Può piegarlo alle deviazioni della sua coscienza, sempre tanto creative. Sempre tanto capaci di rendere storto ciò che Dio ha creato diritto, dice Isaia.


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La Legge, Gesù «trasgressore seriale» e la tensione dinamica che ci libera

Luigino Bruni, Avvenire /07/2024

Al cuore del Giubileo e del suo umanesimo c’è lo shabbat, il sabato, lo stiamo ripetendo, con molte sfumature, fin dalla prima puntata di questa serie di articoli. Uno shabbat che è un’anima profonda di tutta la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, il suo lievito, il senso della sua visione di Dio, delle relazioni e del mondo.

Gesù di Nazareth non poteva non amare shabbat, una istituzione biblica profondamente coerente con la legge del suo Regno, con la sua gratuità e con la sua fraternità universale che include i gigli del campo e gli uccelli del cielo. Lo shabbat era la caparra del nuovo mondo da lui annunciato, uno shabbat continuo e per sempre, dove non c’è differenza tra liberi e schiavi, tra uomo e donna, tra umani e animali, tra noi e la terra, dove il settimo giorno è il compimento della profezia di tutti i giorni. Perché, allora, i vangeli ci narrano un Gesù che non di rado violava le norme di shabbat?: “Avvenne che di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe. I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?»” (Mc 2,23-24).
E nel vangelo secondo Giovanni: “Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina» … Quel giorno però era un sabato” (Gv 5,8-9b). E potremmo continuare con molti altri episodi che ci mostrano Gesù come un trasgressore seriale dello shabbat e di altre norme della Legge di Mosè (il digiuno, ad esempio).

Cosa era allora shabbat per Gesù e per la sua comunità? Il Regno dei cieli è una liberazione da ogni religione. Lo shabbat sarebbe stato, nella logica profonda biblica, il dispositivo spirituale per proteggere l’Alleanza dal diventare una religione come quella degli altri popoli. Tutta la Bibbia è un tentativo, tenace, di liberare il suo Dio, YHWH, dalla logica delle religioni circostanti. Tramite Mosè, Dio aveva donato anche la Legge-Torah, lo sappiamo, ma quella legge era diversa da tutte le altre anche, e soprattutto, per la presenza in essa di shabbat, quindi dell’anno sabbatico e del Giubileo, un brano di legge paradossale e profetica che avrebbe dovuto rendere la Legge qualcosa di molto diverso dalle norme di tutte le religioni. Tra i sei giorni e il settimo c’è la stessa tensione dinamica che ritroviamo tra Legge e profeti, che il Nuovo Testamento sintetizza nel confronto tra Mosè e Cristo. Per la profezia biblica, shabbat non è l’eccezione alla regola della Legge, ne è invece la sua profezia, ciò che rende la Torah qualcosa di più di un testo fondativo di una religione. Se, allora, anche shabbat diventa una prescrizione della Legge, se viene vissuto non come sublimazione della Legge ma come una norma religiosa tra le tante, shabbat non è più sale né lievito, perde il suo principio attivo e non fa altro che rafforzare la natura giuridica della religione.
Il giudaismo conosciuto da Gesù, o almeno quello che ci narrano i vangeli (striati da una polemica anti-giudaica), sembra che avesse smarrito proprio questo senso sovversivo e profetico dello shabbat. Gesù vedeva che gli uomini avevano trasformato un dono di YHWH in un vincolo per gli uomini a vantaggio di Dio. Operazione comunissima in tutte le religioni, che quasi sempre finiscono per diventare limitazioni di libertà umane reali per immaginate offerte gradite a Dio. E Gesù, con un suo detto probabilmente originale (“Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato”: Mc 2,27), ci dice allora qualcosa di decisivo della sua visione di Dio, del mondo e della vita. Il ‘Figlio dell’uomo’ si presenta come “signore del sabato" (Mc 2,28) per liberarci dai molti sabati sbagliati delle nostre religioni e ideologie.
Per farci riappropriare del vero senso profetico dello shabbat, Gesù chiedeva ai suoi discepoli di liberarsi dalla legge del sabato per trovare lo spirito del sabato. Qualcosa di molto simile al rapporto con il tempio: lo shabbat è quella vera ‘adorazione’ che Gesù annuncia alla Samaritana (Gv 4). Lo shabbat è il tempio del tempo, e il Dio biblico lo si può incontrare solo liberandosi dal tempio e dallo shabbat, per ritrovarli entrambi ‘in spirito e verità’.

Il messaggio di liberazione di Gesù dallo shabbat della religione si rivolge anche alla sua chiesa, ai cristiani di ieri e di oggi, ed è un costante invito a liberarsi e liberare dalle nuove leggi che la stessa chiesa ha creato fin dai primi tempi.

L’incontro con Gesù libera da ogni religione della Legge, incluso lo stesso cristianesimo, inclusa la stessa idea-ideologia di Gesù Cristo che ogni cristiano si costruisce. Si può sperare di incontrare Gesù se siamo capaci di liberarci anche dalla sua religione, per trovare il suo Regno.
È questa la sua metanoia, l’inversione ad U della vita, che quando si compie ci immette in un altro mondo, in una nuova città. Il Regno non è una religione, ma è la liberazione da ogni culto per entrare nell’età dello spirito. Non si entra nel vangelo, tantomeno in Paolo, senza questa comprensione della metanoia. Il Regno che Gesù annuncia è dunque una liberazione prima di tutto dal peso che le religioni mettono sulle spalle dei loro fedeli. Quando allora si incontra la persona e il messaggio di Gesù, se si è già dentro una religione la prima operazione è liberarsene, tornare liberi dai suoi lacciuoli, fare metanoia, rinascere nello spirito per ricominciare a credere come bambini.
Questa operazione essenziale, poi, si ripete molte volte nella vita. Perché ogni nuova idea di Dio secerne presto il suo idolo (di una comunità, un movimento, una persona, di noi stessi …), che va distrutto ogni giorno ricominciando una nuova sequela della nuda voce sottile.
Il cristianesimo ha perso tutta la sua forza trasformatrice e liberante tutte le volte che lo abbiamo trasformato in una delle tante religioni della terra, in imago imperi, imperi grandi e piccoli, dove la legge ha soggiogato la spirito, il vangelo è stato trasformato in un trattato di etica, in manuali per confessori e sillabi per ‘legare’ invece di ‘sciogliere’, per definire chi era dentro e chi era fuori dai confini dell’impero, per scomunicare, per difendere a tutti i costi i confini della cittadella sacra. Quando leggiamo i vangeli, allora, dovremmo avere molto chiaro che gli scribi, i farisei, i dottori della legge con i quali Gesù entra in conflitto non sono soltanto quelli del suo tempo storico ma sono i rappresentanti della Legge, della religione e della teologia che ogni religione genera, inclusa la religione nata dal vangelo di Gesù sebbene lui volesse solo annunciare un Regno nuovo, l’eterno shabbat.

Dobbiamo ricordare che all’origine della fede biblica c’è una esperienza di liberazione, e tutte le volte che non la leggiamo come esperienza di liberazione siamo dentro un rapporto con un idolo anche se lo chiamiamo YHWH o Gesù. Quella liberazione originaria inizia progressivamente a generare culti, liturgie, dogmi, leggi etiche, classe sacerdotale. Dio inizia ad essere immaginato dai suoi rappresentanti come un essere superiore che si nutre dei sacrifici degli umani, e iniziano ad insegnare che noi dobbiamo diminuire affinché Dio cresca. Una religione che diventa un ‘gioco a somma zero’ tra Dio e gli uomini, dove il dolore degli uomini e delle donne diventa gioia per Dio, e viceversa. Ogni conversione inizia con shabbat shalom, entrando in un nuovo giorno liberato dai pesi dei primi sei, in un tempio vuoto senza tempo e senza sacrifici.

Ma c’è di più. Ogni incontro importante con l’altro dovrebbe essere introdotto da ‘shabbat shalom’, dovrebbe essere un’entrata in un giorno diverso, una preparazione ad accogliere un mistero, il mistero racchiuso in ogni persona, il mistero dell’altro. Questo atteggiamento è buono in ogni incontro interpersonale, ma è essenziale in ogni comunità spirituale e carismatica. Le comunità vivono bene e sono luoghi di autentica liberazione dalle molte trappole nascoste nei terreni relazionali quando davanti ad ogni ‘fratello’ e ‘sorella’ sappiamo dire ‘shabbat shalom’, quando siamo consapevoli di trovarci di fronte ad un mistero, e quindi saperlo rispettare e custodire. Un rispetto non sempre presente, e forse non essenziale, nelle famiglie e nelle amicizie, invece indispensabile nelle comunità spirituali. Viviamo insieme, condividiamo la tavola, il lavoro, il coro, siamo gomito a gomito nella liturgia e nella preghiera. Siamo spesso immersi in una grande prossimità, fraternità e sororità, che sono quel ‘bene relazionale’ che creiamo ogni momento e che ci nutre come il pane e il latte, ogni mattina. Ma le comunità appassiscono se e quando perdiamo la consapevolezza che in quella persona che vive accanto a me da anni, da decenni, alberga un mistero intimo, che resta in buona parte sconosciuto a me (agli altri, e all’altro). L’inmiarsi e l’intuarsi, che ci ha donato l’immensa poesia di Dante - “s'io m'intuassi, come tu t’inmii” (Paradiso, IX,81) - è la vita del paradiso, ma sulla terra è sempre esperienza parziale e imperfetta, che deve convivere con una necessaria castità spirituale che sa fermarsi di fronte al mistero dell’altro, senza cedere alla tentazione della gola per la sua bellezza sublime. E imparare per tutta la vita a gioire nel sapersi accontentare di quei pochi squarci che, nelle mattine particolarmente luminose, riusciamo a intravvedere dalla giusta distanza; per poi scoprire la felicità del ‘quia’, di gioire cioè di quel che ci è dato: “State contenti, umana gente, al ‘quia’" (Purgatorio, III, 37).

È la castità nei confronti di quel nucleo spirituale irriducibile che segna, e deve segnare, un limite nelle relazioni tra le singole interiorità. Quando questo limite viene violato, le comunità diventano compagnie di conviventi che, nella migliore delle ipotesi generano qualche opera sociale e erogano qualche servizio benemerito, e che nelle peggiori produce dolore, nevrosi, violenza. Una comunità sabbatica è invece quella che chiede molto a tutti, dove tutti e ciascuno vivono autentiche relazioni di comunione e di prossimità, dove regna la mutua responsabilità di tutti per tutti, dove ciascuno vede gli altri cambiare, evolvere, soffrire, gioire. Per sei giorni li accompagna, li ascolta, li ammonisce, li incoraggia, ma nel settimo giorno si sa fermare, sa riconoscere e accogliere l’ignoranza sul mistero di quel giorno diverso dell’anima, perché impara che è in quel giardino inviolato dove sono vivono i fiori più belli, che non muoiono se siamo capaci di non coglierli.

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ECONOMIA E SPIRITUALITA'
Il Giubileo biblico: una faccenda economica e sociale

Si conclude questa serie di articoli che, guidati dagli scritti dell’economista L. Bruni, ci ha guidato alle radici bibliche dell’Anno Santo.
Un viaggio che ci ha portato a riscoprire il profondo legame che intercorre tra il linguaggio economico e il linguaggio spirituale: un accostamento insolito e solitamente contrapposto e che consente una lettura inusuale del testo biblico. 
Questo rapporto tra spiritualità ed economia appare fondamentale proprio nel tema del Giubileo che, come ha scritto il prof. Bruni, risulta essere propriamente “una faccenda economica e sociale". 

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I beni relazionali contro l’invidia: così il Giubileo cambia la società

di Luigino Bruni

Avevamo iniziato questa serie di articoli con il rapporto tra il capitalismo e il Giubileo, e con questo grande tema la chiudiamo oggi. Il capitalismo, per come si è venuto configurando in questi ultimi due secoli, ha generato una cultura che si pone agli antipodi di quella giubilare, e quindi sabbatica, per come ce la mostra la Bibbia. Non abbiamo saputo far rifiatare la terra, non abbiamo generato una economia che libera gli schiavi e rimette i debiti, che restituisce al debitore il mantello dato in pegno: “Dovrai assolutamente restituirgli il pegno al tramonto del sole, perché egli possa dormire con il suo mantello e benedirti” (Dt 24,13). Il mantello resta sempre tra le mani del creditore, il povero indebitato soffre il freddo durante la notte, e non di rado muore. E perdiamo la benedizione dei poveri. Un capitalismo che non conosce tregua, non toglie mai il suo giogo pesante dalle spalle dei lavoratori, dalla terra, dagli oceani, dalle piante, dagli animali.  

Lo spettacolo (dei consumi) deve andare avanti ad ogni costo, gli stili di vita cambiano poco e troppo lentamente, il futuro dei figli e dei nipoti non è un asset registrato dagli indici delle nostre borse valori. Le guerre aumentano, alle armi tradizionali si sono aggiunti anche i dazi. Dovremmo lasciare le quantità per la qualità dello sviluppo, ridurre le merci e aumentare i beni, moltiplicare i beni comuni e limitare i beni privati - ma non lo facciamo.

Nel capitolo XV del Purgatorio, Dante ci offre una definizione dell’amore divino: “Per quanti si dice più lì ‘nostro’, tanto possiede più di ben ciascuno” (PG XV,55-56); e quindi Dante si chiede: “Com’esser puote ch’un ben, distributo in più posseditor, faccia più ricchi di sé, che se da pochi è posseduto?” (61-63).
Qui il Poeta sta parlando dell’agape o della carità di Dio, che ha due grandi caratteristiche:
a) l’esperienza del ‘nostro' non solo non riduce quella del ‘mio’, ma più cresce il nostro più cresce il proprio, come in un gioco di specchi reciproci: “E quanta gente più là sù s’intende, più v’è da bene amare, e più vi s’ama, e come specchio l’uno a l’altro rende” (73-75);
b) il valore di questo bene speciale aumenta quanto più aumentano le persone che ne godono. Dante si rende conto che sta parlando di qualcosa che non fa parte del normale godimento e dell’uso dei beni sulla terra, dove si verifica esattamente l’opposto: la crescita del ‘nostro' ha bisogno della riduzione del ‘proprio’, e l’aumento del numero dei ‘possessori’ riduce la fetta spettante ai singoli partecipanti. Quella del divino poeta è una delle più belle e originali definizioni dell’amore agapico - e anche del Bene comune -, quella dimensione dell’amore diversa dalle due forme più tradizionali e note, quella dell’amicizia (philia) e dell’eros, che sono alla base dell’umanesimo greco e di buona parte delle comunità di ieri e di oggi. L’eros e la philia, infatti, possiedono solo la prima caratteristica dantesca, perché, lo sappiamo, la nota più tipica e sublime degli amanti e degli amici sta proprio in questo gioco reciproco di specchi dove mentre ciascuno dice ‘io’ vede crescere il ‘noi’, e viceversa, in una spirale mirabile ascendente che è tra le realtà più straordinarie possibili sotto il sole, che rende il mestiere del vivere possibile e a volte buono a tutte le età. Ma, sia all’eros che alla philia, manca la seconda caratteristica che Dante attribuisce all’agape, perché gli amanti e gli amici sono elettivi, hanno cioè bisogno di reciprocità scelta diretta (A=>B; B=>A), e quindi essenziale è il confine che delimita l’amante da tutti gli altri, e gli amici dai non amici. L’agape no: non è, come l’eros, confinato alla cerchia del mutuo desiderio, né bloccato dalla reciprocità dell’amicizia. L’agape ama anche chi non è desiderabile, ama anche il nemico. Per questa ragione, chi è mosso dall’agape non solo non si rattrista se nel suo cerchio magico entrano nuove persone non reciprocamente scelte (philia) né desiderate (eros), ma la sua gioia-ricchezza aumenta quando qualsiasi persona si aggiunge alla danza dell’agape. La logica agapica non è quella delle gare di ciclismo, di atletica, di nuoto, dove il vincitore piange di gioia e lo sconfitto di dolore - ed è per questa stessa ragione che la metafora sportiva piace così tanto al nostro business, un mondo diviso in winners e loosers.

Nella città dell’agape tutti piangono e ridono per le stesse ragioni.
Per capire la logica dell’agape di Dante, e del vangelo, occorre tener presente che il capitolo XV del Purgatorio è lo sviluppo del discorso sull’invidia iniziato nel capitolo XIII. Lì Dante e Virgilio incontrano gli invidiosi, e li trovano con gli occhi cuciti (“ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra”: Pg XIII,70).
A dirci che il grande peccato sociale dell’invidia nasce da un uso sbagliato degli occhi, da un vizio nel guardare (‘malocchio’), da occhi perversi (in-videre), dal gioire per le sventure altrui e soffrire per la loro felicità. Come ci rivela il suo colloquio con la senese Sapìa: “Fui de li altrui danni più lieta assai che di ventura mia” (109-11). Gli invidiosi si riconoscono perché non riescono a guardarti negli occhi, non reggono a lungo lo sguardo davanti alla persona invidiata. L’invidia è una radice del fratricidio di Caino, del conflitto tra Giuseppe e i suoi fratelli, della disobbedienza di Adamo ed Eva che credettero al ragionamento invidioso del serpente, dell’invidia nei confronti del profeta Daniele. L’invidia non scatta verso "superiori" o "inferiori" ma solo verso i pari. Caino invidia il fratello Abele, non Dio né i genitori. Gli invidiosi con i capi sono solo ruffiani, perché sono grandi manipolatori (ogni ruffiano manipola), facendolo sentire come un dio in terra. Sanno che questa è una tentazione invincibile per il ‘re’.

L’invidia ha poi bisogno della convinzione che i talenti dell’invidiato siano veri. Se crediamo che il collega stia facendo carriera per talenti finti o per imbrogli non scatta l’invidia, ma altri sentimenti (la rabbia, lo sdegno); e affinché attecchisca il seme maligno dell’invidia dobbiamo credere che l’altro sia veramente più bravo di noi e che la sua bravura ci procurerà effetti dannosi – anche se nei casi più gravi l’invidia si nutre soltanto del talento dell’altro, anche quando da quel talento non gliene deriva alcun danno diretto. L’invidia ha per sorella la gelosia, ma mentre l’invidia è binaria – A invidia B –, la gelosia ha una struttura ternaria: A è geloso di B a causa di C (non si è simultaneamente gelosi e invidiosi verso la stessa persona). L’invidia fa poi scattare spirali di reciprocità negativa quando l’invidiato gioisce dell’invidia che egli provoca negli invidiosi: poiché so che tu stai provando invidia per il mio successo, anche io provo un piacere subdolo a raccontarti le mie conquiste.
L’invidia è il primo male relazionale, all’origine di circoli morali viziosi che possono essere spezzati solo da persone anti-invidiose, cioè da chi si rallegra per le mie gioie e soffre per i miei dolori. I circoli viziosi invidiosi sono un indicatore infallibile di declino comunitario, che si rivela quando torni a casa la sera e non puoi più raccontare le cose belle della giornata perché senti che i tuoi compagni si intristiscono solo ascoltandoti. L’invidioso, poi, non ha come obiettivo soltanto prendere il posto dell’invidiato; prima di questo c’è il piacere maligno di costringerlo a cambiare vita, di condizionargli l’esistenza fino a stravolgerla. Ecco perché la sola cosa buona da fare di fronte agli attacchi degli invidiosi è continuare a svolgere esattamente la vita di sempre.

L’invidia si cura bene e radicalmente solo con l’agape, perché l’agape è intimamente anti-invidioso. Le persone capaci di agape e quindi anti-invidiose sono un bene preziosissimo nelle comunità, nelle istituzioni e nelle imprese, perché, come i pioppi, assorbono i veleni del terreno. La qualità morale di una comunità dipende decisamente da quante persone anti-invidiose ha generato, attratto e trattenuto. E quando non si ha neanche un amico, una moglie o un genitore anti-invidioso, la vita diventa molto dura, forse impossibile - la fede è anche il dono della certezza o speranza che esista da qualche parte almeno un Amico anti-invidioso.

I circuiti sociali invidiosi, poi, sono particolarmente pericolosi nelle cosiddette ‘civiltà della vergogna’, come quelle meridiane e comunitarie (paesi cattolici, Asia, Africa, Sud America), che diversamente dalle ‘civiltà della colpa’ (i paesi protestanti, ad esempio), sono particolarmente sensibili allo sguardo degli altri, sia nelle punizioni che nei premi. Nelle civiltà della vergogna essere ricchi vale poco se nessuno lo sa e lo vede. Quindi il riconoscimento sociale è qui essenziale, come quasi invincibile è il bisogno di essere invidiati. Al tempo stesso, come altro lato della medaglia, l’invidia è molto temuta e esorcizzata - i vari riti di liberazione dal malocchio e dai ‘fascini’ ci sono solo nelle culture della vergogna.

La logica capitalistica è penetrata poco nei paesi della cultura della vergogna finché è rimasto capitalismo della fabbrica e del lavoro; ma con il passaggio di millennio il capitalismo è diventato soprattutto consumo, ha immediatamente conquistato l’anima delle civiltà della vergogna, come la nostra. Il mondo cattolico è civiltà del consumo e dei consumi, delle feste, della roba di Mazzarò, delle processioni, dei matrimoni opulenti e dei fuochi d’artificio, tutte faccende di ‘occhi’. L’invidia già presente da millenni è così diventata il grande motore di questo nuovo mondo dei consumi, inondando e sommergendo quel poco che restava dell’agape cristiana - ma le chiese non se ne sono accorte, e hanno accolto questa rivoluzione culturale delle masse quasi con entusiasmo: le chiese si sono svuotate perché i culti consumistici ne hanno preso il posto, innanzitutto nell’anima.

Per una civiltà giubilare ci sarebbe bisogno di una economia agapica, quindi anti-invidiosa. Una economia centrata sui beni relazionali, sui beni comuni e sul Bene comune, beni che condividono alcune delle dimensioni dell’amore di Dante, e che quindi riduca il consumo dei beni privati con le loro spirali invidiose. Il Giubileo cristiano dovrebbe essere la celebrazione dell’agape come fattore di cambiamento della società e del capitalismo, cambiarlo al punto da trasformarlo in qualcosa di totalmente altro.
Ancora non ci siamo riusciti, ci siamo fermati agli aspetti liturgici e individuali del Giubileo, e stiamo perdendo una grande occasione - non dico per cambiare il capitalismo, ma almeno per aprire una riflessione critica profonda su di esso. Siamo ancora in tempo?