La parola di questa settimana

Terza domenica dopo l'Epifania

24 gennaio 2021

Matteo 14,13b-21.21

Il silenzio e la solitudine è ciò che il Signore cerca; é stato respinto dal paese nel quale ha vissuto la sua fanciullezza e poi l’età giovanile e la vita adulta; ha appena ricevuto la notizia dell’imprigionamento di Giovanni il Battista, e della sua uccisione. Si tratta di avvenimenti che determinano un cambiamento nella vita del Maestro. E vediamo ora Gesù recarsi con i suoi discepoli in una zona deserta, “in disparte”. Questa pagina del vangelo inizia facendoci riflettere su come Gesù si prende cura della sua vita spirituale in un tempo molto difficile per Lui. Chissà che Egli non abbia da insegnarci come crescere nella fede in tempi sfavorevoli.

Ritorna alla memoria l’esperienza del lockdown che ha chiuso nella propria abitazione molte persone, ha fatto vivere tempi di solitudine. Vorremmo vivere con libere decisione sul dove andare; con chi costruire legami di amicizia, e invece siamo costretti a tenere chiusa la porta di casa, a centellinare gli incontri, a vivere con una certa apprensione ogni dialogo faccia a faccia, mascherina davanti a mascherina…

La pandemia ci ha confinato in casa, e per alcuni di noi questo fatto è stato difficile da vivere. Nel silenzio, nella solitudine si aprono facilmente le oscurità nel nostro cuore: malinconia, memorie che per lo più rendono presenti sconfitte o mancanze. Ci siamo ritrovati nella condizione di Gesù nel deserto e ci siamo trovati ad imparare da Lui a trovare nuovo slancio nel silenzio e nella preghiera. I cristiani possono non essere dei contemplativi?

Esemplare, in questo senso, è stata le preghiera solitaria e silenziosa di Papa Francesco, in una Piazza S. Pietro vuota e bagnata dalla pioggia, quando in Italia era arrivato il picco di morti con quasi mille decessi al giorno. Nella solitudine, nel silenzio, nella novità della sfida, il Papa indicava una via: la contemplazione delle grandi opere di Dio: la croce del Figlio di Dio, la presenza di Maria nella vita di un credente.

E’ importante imparare a entrare in sé stessi, ritrovare le ragioni del proprio credere, rinnovare il dialogo personale “cuore a cuore” con Dio che è vivo e presente, facendosi aiutare dai segni che accompagnano l’esperienza della fede. Sappiamo bene che non è un esercizio facile; occorre avere qualche condizione esterna, ad esempio non aver paura del silenzio e accettare qualche tempo senza il riempitivo del rumore delle notizie o delle parole superflue.

La prima conseguenza del silenzio di Gesù che, come narra il Vangelo di oggi, è stato nel deserto dialogando, come è solito fare, con il Padre, è la compassione verso le turbe che hanno lasciato i loro paesi, la loro vita usuale per seguirlo, affascinati dalla sua dottrina e dalla sua persona. Quale è il frutto del suo dialogo con il Padre? Egli mostra una compassione ricca di tenerezza verso l’incertezza della folla. Che somma di sofferenze sono presenti nella gente! quale attenzione e forza risanatrice deve confrontarsi con i guai personali e comunitari!

La giornata è giunta al tramonto e la gente ha bisogno del pane per sfamarsi. I discepoli propongono una soluzione che li toglie dall’intralcio: «..vadano nei villaggi all’intorno per comprarsi da mangiare». Ma Gesù vede più lontano. Sa che questa gente lo ha seguito non per avere un pane, ma perché sentono che in Lui vi una luce e una forza di cui essi hanno fame, è la fame di Dio.

I discepoli hanno a disposizione solo cinque pani e due pesci. E’ la stessa situazione nostra per la maggior parte dei giorni della vita: ciò di cui disponiamo per risolvere i nostri problemi è francamente irrisorio: cinque pani…, due pesci… Eppure anche la nostra povertà non è un ostacolo per il Signore: mettere nelle sue mani i nostri poveri mezzi umani in ogni contingenza, gli consente di vincere la povertà e l’indigenza dei singoli e di una folla. Che cosa saprà fare per la nostra vita?

Poi Gesù ordina alla folla di sedersi sull’erba. Facciamo attenzione ai gesti che Egli compie: «prese i cinque pani e i due pesci… alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli…»

Questi gesti sono esattamente gli stessi che serviranno a descrivere la cena del Giovedì Santo. Le parole del celebrante in questa messa come in ogni messa, ripetono la benedizione pronunciata da Gesù. Possiamo dunque concludere che Gesù continua fino ad oggi a consacrare, attraverso i suoi ministri, il pane per le folle che vengono a Lui. La conclusione del pasto mostra quanto è grande l’abbondanza del pane. Riconosciamo la sollecitudine di Gesù: dodici ceste piene del cibo avanzato. Inizia un mondo nuovo: fratelli tutti! Per vincere differenze e distinzioni.