La parola di questa settimana

Per seguire mons. Giovanni Giudici

                                                                   

Domenica II tempo pasquale
        Domenica della Divina Misericordia
       

                                           

                                                                                                                                            11 aprile 2021    

Il Vangelo ritorna sul tema di Cristo risorto. La Chiesa in queste domeniche dopo la Pasqua ci invita alla riflessione e preghiera sulla presenza di Cristo nella nostra vita e a domandarci in quale modo Egli si presenta risorto alla comunità cristiana oggi.

Il Vangelo ci rende partecipi della comunità degli apostoli nella domenica successiva alla Pasqua; la fatica dell’apostolo Tommaso a credere nella resurrezione del Signore, viene da lui dichiarata. Del resto facciamo tutti fatica a credere che la vita è più grande della morte e l’amore è più forte del peccato..

Tommaso non crede; ma come è possibile credere che la storia di cui egli stesso è stato partecipe, e che si è conclusa con un fallimento, non sia l’ultima parola sulla vicenda di Gesù Nazareno? Tommaso non crede perché lui stesso ha tradito il Maestro, come tutti gli altri. Come è difficile pensare che il male non sia l’ultima parola della nostra vita e altrui; come pensare che appunto la morte non sia la signora e sovrana di tutte le cose!

E’ difficile credere che Gesù risorto abbia detto a Paolo apostolo:«La mia potenza si manifesta nella tua debolezza». Tuttavia è una parola di grande speranza; significa che la ferita che ho addosso, il malato che hai in casa, la solitudine che ti pesa, il peccato che ti accompagna, non è il luogo che smentisce l’amore di Dio, ma piuttosto il luogo che dimostra la fedeltà del Signore.

Possiamo dire che il Signore mostra i segni della passione sua ed essi sono presenti sul suo corpo risuscitato perché la risurrezione di Gesù è strettamente connessa con questi segni. Le ferite infatti sono la sua morte e la sua morte è avvenuta per amore di noi, per il riscatto oneroso delle nostre vite e della storia degli uomini.

Le nostre piaghe sono quella piaga del costato di Gesù; e può avere fede solo colui che mette la sua mano nella piaga del Risorto. Allora vediamo la nostra piaga, qualunque essa sia, in quella piaga che abbiamo toccato, e crediamo che la nostra debolezza, la nostra fatica, la nostra reazione alle cose che ci fanno male passano da una esperienza di morte, e per questo siamo partecipi della resurrezione del Signore.

Di questo ci parlava il Maestro paragonando la vita di ciascuno di noi al chicco di grano che caduto in terra marcisce, e per il fatto che marcisce, porta frutto. Il Signore conosce bene che le piaghe restano piaghe e le ferite rimangono dolorose. Del resto Lui stesso nel Getsemani ha chiesto gli fosse risparmiato questo calice del fallimento. E così anche noi possiamo farlo, tuttavia, come vediamo avvenire in Tommaso che incontra Gesù, così possiamo mettere la nostra mano nel suo costato.

Il segno da vedere ed è il segno della tortura, il segno della morte, resa ancora più misera e umiliante dal colpo di lancia. Con lo squarcio prodotto al costato gli uomini hanno voluto sapere: “questo tale, è veramente morto?”.

Guardiamo dunque questi segni, facciamoli passare con attenzione. Le braccia stese sull’asse orizzontale della Croce assomiglia ad un abbraccio universale: nessun uomo, nessuna creatura sia dimenticata, abbandonata. Sull’asse verticale della Croce vi è un uomo e lo spettacolo pietoso che Egli mostra ha ancora l’integrità di questo torace che protegge il cuore…

Anche questo sia squarciato: se vi è un Dio, se vi è uno che gratuitamente ci ha dato la vita, deve essere Lui questo che muore così… Questa è la divina misericordia. Ora impariamo in Gesù che Dio ci si mostra con le misure infinite dell’amore e della dedizione per noi, sue creature.

Da qui dunque la fede e l’amore dei cristiani. Gesù morto e risorto, che ci mostra i segni della sua Passione, ci dà la certezza che ormai nella vita del battezzato vi è la forza dello Spirito donato da Gesù. E questo Spirito ci rende capaci, se accolto e ascoltato, di voler bene a nostra volta.

Quando si parla di “prontezza a dividere con gli altri ciò che si ha” (vv. 32b; 34-35) comprendiamo che è in azione lo spirito di Gesù: Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. …. date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» (cf. Lc 6,20-38).

Ci pare di essere alla fine di un tunnel oscuro a faticoso da percorrere: il tempo della pandemia. Oggi più che mai la divina misericordia ci aiuti a lavorare per il Vangelo, a pregare e sentire con responsabilità l’ideale di una comunità dove si tocca con mano il Cristo vivente, che ci da il cibo buono del Corpo del Signore; continuamente invia lo Spirito, chiede a tutti noi il coraggio di manifestare adesso i segni della sua gloriosa e operante presenza, per trasformare la comunità ecclesiale e liberarla dai limiti che abitualmente la atrofizzano e la condizionano.

Il dono della comunione è giunto nei cuori dei battezzati e li trasforma; il far parte di quella comunità concreta che è la comunità del Risorto consente di esercitare l’amore.

Qui insieme oggi, festa della divina misericordia, chiediamo che ci sia dato di riconoscere sempre quanto grande è l’amore di Dio per noi, e dunque come è possibile anche a noi ricambiare con generosità la dedizione di Cristo