La parola di questa settimana

La parola di questa settimana

Domenica dopo l'Ascensione
Settima Domenica di Pasqua

24 maggio 2020


Luca 24,13-35

Tutti gli Evangelisti concludono i loro scritti con una serie di episodi nei quali Gesù insegna ai suoi discepoli che la sua morte non ha separato per sempre discepoli e Maestro. E leggendo i brani evangelici, ci accorgiamo che è realistica la reazione dei discepoli: è mai possibile che un uomo torturato e ucciso sotto i loro occhi sia ora davanti a loro, vivo, pur con i segni delle piaghe sul suo corpo? La sorpresa dell’incontro può facilmente presa come un sogno, come una allucinazione… E certo così pensano gli apostoli al vedere Gesù vivo.

E’ veramente difficile ottenere che apostoli e discepoli maturino la disponibilità ad ascoltare con attenzione e poi a credere nel fatto inimmaginabile della resurrezione del Maestro. La pagina evangelica di oggi ci presenta uno degli incontri con Gesù, e una pagina spesso narrata, certo perché è così vicina alla normalità delle nostre vite: un camminare insieme, un confidarsi di un dolore grande, il fallimento delle speranze dei due viandanti.

Due discepoli hanno deciso di lasciare Gerusalemme; abbandonano il luogo in cui hanno visto fiorire tante speranze; hanno potuto  sperimentare un tempo di vita fraterna, occasioni di lieta familiarità per i segni operati da Gesù di Nazareth, e poi un improvviso e incomprensibile devastazione di tutte le loro prospettive di vita. Avevano dedicato anni a stare con Lui; alcuni di loro avevano lasciato anche il proprio lavoro, la propria famiglia… Ora ogni speranza è distrutta. Gesù è morto, condannato all’ignominia della croce.

Certo Lui era stato un profeta potente, aveva fatto molti miracoli; era stata una bella esperienza stare con Lui, ma evidentemente non era il Messia atteso. I due ne stanno  parlando tra loro, hanno forse bisogno di convincersi che le cose stanno proprio così o devono cercare di comprendere meglio insieme il significato di questi avvenimenti. E’ duro pensare di aver sbagliato obbiettivo nella propria vita… Ma essi non si accorgono che Gesù cammina con loro  “Essi però non lo riconobbero, perché i loro occhi erano come accecati.”.

La pagina di Luca descrive anche la nostra esperienza, quella di persone che si sono fidate di Lui, che da Lui hanno ricevuto il senso della propria vita, che hanno fatto anche l’esperienza della Sua amicizia. Ma come questi discepoli di cui Luca ci parla, talvolta ci troviamo delusi, scontenti di constatare che nella vita nostra quotidiana la nostra fede non ci libera da occasioni e esperienze segnate dalla tristezze riguardo a speranze deluse. E anche noi, siamo tentati di non fidarci dei precetti morali che ci costano rinunce, o sostenere gli insegnamenti di Gesù, in particolare quando dobbiamo prendere decisioni che non sono condivise  dall’opinione dei più.

Il Vangelo, come le parole e i fatti compiuti da Gesù pensavamo che conducessero a un altro mondo: una situazione che vedeva il Messia vittorioso e potente che ristabiliva la giustizia sulla terra, che clamorosamente vinceva il male, che rendeva i suoi discepoli vittoriosi, offrendo loro un prestigio sociale.

 Ma Gesù non si è presentato così, si è sempre sottratto a questa immagine falsa di salvatore. Ricordiamo so scherno con il quale lo oltraggiano le persone che passano presso la croce, e i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d'Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!».  (Matteo 27:40.

Talora un simile atteggiamento é sotteso anche al nostro modo di pensare sia personalmente che come comunità cristiana. Una posizione sociale prestigiosa, una chiesa ascoltata, rispettata, potente si pensa che potrà meglio annunciare il Vangelo. Gesù, invece, non sceglie questa strada. Egli ha parlato del Padre, ha annunciato con la sua vita che il volto di Dio è proposto agli uomini e alle donne nella sua assoluta novità. Il Dio di Gesù, che egli chiama ‘padre’ è’ un Dio che ha misericordia, per tutti, che è vicino a chi consola i  fratelli nelle loro sofferenze e gioisce per le gioie quotidiane degli altri.

Ora Gesù vuol far comprendere il mistero della sua vocazione. Un pellegrino, come tanti, si affianca ai due discepoli che stanno venendo via da Gerusalemme, che stanno cambiando la direzione della loro vita e si fa loro compagno di viaggio. La Sua presenza e i suoi discorsi poco alla volta vincono il loro senso di sconfitta, e cambia il significato del loro viaggio. Gesù, spiega loro le Scritture. Camminare insieme è occasione per rileggere tutti gli avvenimenti della Storia Sacra, che invitano a riconoscere il Messia non nel  personaggio trionfatore e potente, ma in Colui che dona la Sua vita. Avrà parlato di Abele, il cui sangue grida dalla terra, contro il gesto di suo fratello. Avrà ricordato il sacrificio che Abramo fa di suo figlio, per un impulso religioso; avrà fatto memoria del giusto perseguitato e ucciso come un agnello condotto al macello, di cui ha parlato il Profeta Isaia.

Il male commesso dal cuore umano, è redento solo dal dono di sé,  che Gesù ha vissuto pienamente versando il suo sangue per trarci fuori dalla mediocrità, e dal male..

Così, la loro situazione muta; i loro pensieri iniziali lasciano spazio all’ascolto di questo misterioso viandante al punto di pregarlo con insistenza di fermarsi con loro. L’ascolto delle Scritture, così come le spiega Gesù e oggi per noi, la Chiesa, ci interpella e ci invita a cambiare gli occhi con cui leggiamo la vicenda di Gesù, ci aiuta a comprendere che il Crocifisso non è la fine della speranza messianica, ma il suo compimento, la rivelazione di una speranza diversa. Le attese umane infatti troppo facilmente si possono qualificare piuttosto come utopie o illusioni; la speranza che ci consegna Gesù è iscritta nell’amore come dono e ci dà la certezza che l’amore di oggi produce un futuro di bene, e l’amore che mi attende domani come scelta sui passi di Gesù, è la condizione per costruire la vita con la promessa che va persino oltre la morte e aiuta a rispondere alle attese dei fratelli con disponibilità e amore.

Le Scritture ci invitano a lasciarci sorprendere dalla novità di Dio, a guardare agli avvenimenti non con la stanca rassegnazione del tran tran quotidiano o con la delusione delle speranze non realizzate, ma ad aprirci all’inaspettato, alla inimmaginabile fantasia di Dio, alla fedeltà delle sue promesse. Esse, di sovente si realizzano attraverso vie differenti da quelle da noi pensate. “Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie “ ( Isaia 55:8). La parola della Bibbia, interpretata da Gesù conduce i discepoli al riconoscimento del misterioso Viandante. Lo spezzare il pane e distribuirlo a tutti è il gesto dell’ultima cena che Gesù ha festeggiato con i suoi discepoli; è il gesto che parla della sua dedizione, di una vita donata per amore. E’ così che il credente può incontrare il Risorto, può riconoscerne la presenza: nella dedizione al fratello.

Dal cammino dei discepoli che vengono accostati da Gesù mentre fuggono da Gerusalemme, continua a essere  un atteggiamento presente oggi nella comunità cristiana: vorremmo trovare una via più facile per incontrare Gesù; e il Viandante, come durante l’Ultima Cena,  distribuisce, il pane che è il suo corpo, e aiuta ciascuno di noi credenti, a fare altrettanto: “ Fate questo in memoria di me”. E’ il comandamento che ci viene consegnato perché ogni donna e ogni uomo possano riconoscere il Risorto.

“Quindi si alzarono e ritornarono subito a Gerusalemme. Là, trovarono gli undici discepoli riuniti con i loro compagni. Questi dicevano: "Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone". A loro volta i due discepoli raccontarono quel che era loro accaduto lungo il cammino, e dicevano che lo avevano riconosciuto mentre spezzava il pane”.

Il cammino, dunque, si inverte; i discepoli tornano a Gerusalemme. Il riconoscimento del Risorto ha tolto loro la delusione della sconfitta; hanno compreso che esiste un futuro, un futuro buono. Un futuro è infatti assicurato a chi si affida a Dio, ne riconosce il ruolo paterno, creativo, rinnovatore nella vicenda della Pasqua di Gesù. Gesù risorto ci dona la speranza per andare avanti: la storia ha un senso, un senso positivo, perché il male e la morte in Gesù sono stati sconfitti. Vi è un ottimismo cristiano che ci dona il Risorto: Egli ci apre al  futuro e, insieme, ci aiuta a comprendere anche il senso del nostro passato.  Non vi è situazione , anche la più disperata che non possa aprirsi a un futuro di resurrezione; non vi è società, anche quella che noi percepiamo più lontana da Dio a cui questa buona notizia della Pasqua non possa essere annunciata e da chiunque può essere accolta.

Il Signore Gesù ci conceda di riconoscerlo sulle strade della nostra vita, e di poter partecipare al banchetto che Egli ci offre  in ogni Messa.