La parola di questa settimana

Per seguire mons. Giovanni Giudici

 

Quarta Domenica dopo il Martirio di san Giovanni il Precursore

26 settembre 2021

Giovanni 6,41-51

Nella Parola evangelica proclamata nella Messa di oggi, Gesù parla alla folla; Egli ha preso le distanze da chi vuol farlo re, per il miracolo dei pani e dei pesci condivisi. Egli chiarisce: chi lo vuol seguire sappia che Egli propone il cammino della fede nell’unico Dio, e promette di essere Lui stesso sostegno e aiuto nel percorso di chi riconosce la presenza del Padre nella propria vita di credente.

L’esperienza del ‘mormorare’, che è la scelta degli avversari del Maestro, richiama un comportamento che anche oggi è un vezzo comune nella comunità cristiana. Che cosa significa ‘mormorare’? E’ un parlottare sommessamente su argomenti delicati, un esprimere malcontento a mezza voce; è contrapposto al chiedere, al dialogare, al cercare con una curiosità buona. Questo è l’atteggiamento positivo che dobbiamo sempre tenere, perché mostra la volontà di sapere ciò che capita, di capire i fatti e i comportamenti.

Il mormorare trattiene le persone sul piano del ripetere pareri, del formulare giudizi ascoltati, del non cercare la verità sui fatti e le opinioni; il mormorio non conduce da nessuna parte, non apre la strada alla conoscenza della realtà, e quindi alla verità che, compresa, aiuta a vivere e a stare in reale rapporto con gli altri.

Il fatto che dà luogo al chiacchiericcio degli avversari di Gesù, deriva dalla affermazione di Gesù: «Io sono il pane disceso dal cielo». Come è possibile che questo uomo, che ha una realtà storica conosciuta -«Di lui conosciamo il padre e la madre»- possa dire di essere un cibo sostanzioso disceso dal cielo? Di fronte allo scandalo dei giudei, Gesù non attutisce le sue affermazioni, ma ribadisce la sua pretesa: «Io sono il pane della vita. …Io sono il pane vivo, disceso dal cielo».

I suoi avversari si scontrano con una ‘teologia’ diversa: una presenza divina che assume i tratti della storia quotidiana. Gesù è un uomo concreto, con una famiglia, un lavoro di artigiano. Certo, vi é poi la predicazione che Egli ha sviluppato, con i suoi insuccessi e le sue luci, sempre con il proposito di chiarire le idee su Dio.

Ecco, è questo artigiano di Nazareth colui che afferma di essere nutrimento disceso dal cielo… Se questo è un Messia, è diverso da Colui che si attendeva: trionfatore e vincitore dei suoi nemici e del male del mondo. Come è possibile che si tratti di un Messia questo Gesù che si fa povero, e addirittura dice di essere come un pezzo di pane per il nutrimento del discepolo?

Egli è un pane che è “disceso dal cielo”. Questa espressione è tanto più scandalosa perché il Primo Testamento narra di un pane disceso dal cielo, la manna, che ha sfamato gli ebrei nel tragitto del deserto. Dunque non solo Gesù afferma di essere come pane, ma fa capire che il suo essere cibo supera ciò che aveva fatto la manna donata da Dio per il sostentamento del suo popolo nel viaggio dall’Egitto alla terra promessa. Egli è il cibo che nutre per la vita presente e per la vita eterna.

Pane della vita: dunque sostiene una esistenza, come quella umana, che di per sé è fragile. Egli è pane vivo: non si tratta di un cibo materiale, come di una sostanza che ci nutre, ma di una persona. Siamo di fronte ad un mistero, ma ne possiamo intuire la bellezza: l’amicizia, l’amore, la prossimità a noi di una Persona che viene a noi da parte di Dio, è Dio Lui stesso.

Gesù si fa educatore dei suoi ascoltatori, e anche maestro per noi. E dichiara quali sono le condizioni della fede: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato”; “Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da Lui viene a me”. L’iniziativa è del Padre, la condizione richiesta all’uomo è la docilità alla parola: ascoltare, lasciarsi istruire sul significato della vita, accettare di fare scelte che conducono alla esistenza buona qui nel tempo.

La prima lettura della Messa di oggi ci ha proposto un breve racconto dalla vita di Elia, il profeta. Egli ha ottenuto il dono di un fuoco dal cielo che bruciasse il suo sacrificio, offerto al Dio di cui egli è il servitore. Il nome del profeta è (Jahvè è Dio!).Gli altri falsi dei che vengono onorati dal popolo sono inesistenti; invocandoli non si ottiene il dono del fuoco. E dunque falsi sono gli dei e bugiardi i loro profeti.

Da questa vittoria, il profeta prende spunto per scatenare un massacro che coinvolge sacerdoti delle false divinità; ma la violenza genera violenza. La regina Gezabele vuol far pagare a Elia l’eliminazione dei sacerdoti degli dei falsi. Elia deve fuggire, e scappa nel deserto. Mortalmente stanco del cammino, si mette sotto una ginestra. «Ma ecco un angelo lo toccò, e gli disse: “alzati e mangia”». Quanta dolcezza e quanta cura per lui! E pure noi siamo accuditi.

Chi parla ad Elia è un Angelo, chissà, è Gesù! L’inviato del Signore rende presente il Regno di Dio. «Alzati e mangia; perché è troppo lungo per te il cammino». Nel tempo, in questo spazio del tempo, il Regno è Gesù, è il pane vivo. E noi non dobbiamo andare in cielo per prenderlo; basta che andiamo all’altare.

Noi siamo abitatori e costruttori fin da ora dei cieli nuovi e della terra nuova, proprio attraverso le tribolazioni che segnano la nostra vita, e attraverso le quali passiamo come in un deserto. Il pane è assunto dal Signore perché Dio vinca la nostra morte, ed entrando nel tempo ci faccia vivere l’eternità.

E’ così che la Resurrezione incomincia a insinuarsi nel nostro tempo; non ci sia mormorazione sulle nostre labbra, né sfiducia nei nostri cuori, ma la pace e la gioia di chi si è sentito dire: «Alzati e mangia…». Neppure il deserto ci farà paura.