Tematiche teologiche 1

Tematiche teologiche 1

IL TIMORE DI DIO
Benoit Standaert, monaco benedettino e biblista

Il timore di Dio è il suo tesoro 
(Is 33, 6)

Unifica il mio cuore
affinché tema il tuo Nome

(Sal 86, 11)

INTRODUZIONE

Quel bel “timore”
(di Roberto Vignolo, teologo della Facolta Teologica dell'Italia Settentrionale)

È significativo che oggi si ritorni a parole antiche della spiritualità cristiana, per decenni lasciate giacere inerti; alcune perché rimosse, altre invece addirittura strategicamente evitate dall'ordinario linguaggio post-conciliare per motivi reputati buoni e, perché no, almeno in parte effettivamente tali.
Tra queste, ultima sarà da annoverare proprio il timore di Dio (espressione tradizionalmente assunta dalla coscienza e dal linguaggio popolare come sintesi della vita spirituale), in quanto collegata a un'immagine di Dio troppo distante e fredda - quando non terroristica e faraonica - segnata da una trascendenza arcigna e separata, piuttosto che compatibile, con quella all' opera nella storia salvifica centrata in Gesù Cristo. E poi, non dice forse l'Apostolo che Dio deve essere oggetto di un perfetto amore, che sia capace di scacciare ogni timore (l Gv 4, 18)?
Per farla breve, in nome del primato salvifico del rapporto con il Dio d'amore, è subentrata una retorica dell'amore con pretese egemoniche, che per fortuna cominciano giustamente a stare troppo strette.
Locuzione originale della coscienza credente di Israele, dove è caratterizzato come «principio della sapienza» 
(Pr 1, 7; 9, 10; Gb 28,28; Sl 111, 10; Sir 1,14), dopo secoli di meritata fortuna, nell'uso più recente il «timore di Dio» ha finito per prendere una brutta piega, incutendo disagio e perfino paura nella sensibilità più diffusa. Non a caso, tanto per esemplificare, illustri esegeti hanno messo in discussione la scelta di questo termine nella traduzione dei testi biblici e in nome di una corrispondenza semantica non priva di verità, in quanto ne coglie aspetti certamente precipui - hanno proposto come alternativa formule quali «rispetto», «pietà», «adorazione».

Il monaco benedettino Benoit Standaert non entra nella discussione a livello esegetico, preferisce invece - e lo fa da par suo - concentrarsi sull'essenziale:
«La sola cosa che si deve comprendere e salvaguardare è il fatto che il timore in quanto tale mantiene un aspetto pungente, penetrante, inquietante. La nostra cultura - riconosciuta da molti come altamente narcisistica - tende a smussare le punte, con la conseguenza che l'io perde la propria vulnerabilità rispetto all'Altro. Ora, è proprio questo che bisogna evitare a ogni costo. Il timore apre il soggetto, lo rende vulnerabile e gli permette un vero incontro con Colui che è altro».
Come si dice, prendi due, paghi uno: mentre rimette in circolo un basilare principio di vita spirituale, si contribuisce ad alleggerire qualcosa degli accumuli narcisistici della nostra cultura con una serie di riflessioni che non indulgono a moda alcuna e che, con autentica, non posata «inattualità», registrano «l'orrore e il ridicolo» ispirati da un mondo senza timore.
In effetti, concesso che il timore di Dio sia irriducibile alla semplice «paura» di Dio, questa, quand'anche ne fosse una componente di misura variabile, dovrà essere a tutti i costi demonizzata, bandita da ogni linguaggio ed esperienza? «Ma», come esclamerebbe lo scrittore Elias Canetti, «che mai saremmo noi, in fin dei conti, senza le nostre paure!».
A sottrarcene completamente, finiremmo per perdere la percezione più immediata della nostra peculiare identità e, al tempo stesso, della differenza, dell'alterità degli altri, di Dio. E ci graveremmo di una retorica dell'amore fusionale e dell'io minimo (che a qualunque amore rinuncia subito volentieri, tranne che all' amor sui) anche peggiore di quella baldanzosamente orizzontalista, che almeno non si sottrae al contatto reale con il mondo condiviso in nome di un tutto solo proprio, che di reale conserva davvero pochino: una retorica nata triste.
 

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