Tematiche teologiche 1

TEMATICHE TEOLOGICHE 1

I MAESTRI DELLO SPIRITO

Proponiamo un cammino con testi dedicati ai maestri dello spirito. Attingeremo ai Padri della Chiesa, ai teologi medioevali, alle testimonianze rinascimentali e moderne fino a testi e testimonianze del nostro tempo presente. Ma cosa possono suggerire a noi abitatori della città post-moderna delle testimonianze talvolta così lontane nel tempo?

E ancora: È veramente possibile anche oggi, per il credente comune, vivere nel mondo senza essere del mondo? In un breve ma denso scritto del filosofo Remi Brague credo vi sia la risposta più esauriente a queste domande: La civiltà dell’Europa cristiana è stata costruita da gente il cui scopo non era affatto quello di costruire una “civiltà cristiana”. La dobbiamo a persone che credevano in Cristo, non a persone che credevano nel cristianesimo. Pensate a papa Gregorio Magno. Ciò che lui ha creato – ad esempio il canto gregoriano – ha sfidato i secoli. Ora, lui immaginava che la fine del mondo fosse imminente. E dunque, non ci sarebbe stata alcuna “civilizzazione cristiana”, per mancanza di tempo.

Lui voleva soltanto mettere un po’ d’ordine nel mondo, prima di lasciarlo. Come si rassetta la casa prima di partire per le vacanze. Cristo non è venuto per costruire una civiltà, ma per salvare gli uomini di tutte le civiltà.

Quella che si chiama “civiltà cristiana” non è nient’altro che l’insieme degli effetti collaterali che la fede in Cristo ha prodotto sulle civiltà che si trovavano sul suo cammino. Quando si crede alla Sua resurrezione, e alla possibilità della resurrezione di ogni uomo in Lui, si vede tutto in maniera diversa e si agisce di conseguenza, in tutti i campi. Ma serve molto tempo per rendersene conto e per realizzare questo nei fatti. Per questo, forse, noi siamo solo all’inizio del cristianesimo”.
 

§ 2 - (Quinta Parte)

Ireneo di Lione


Ed eccoci al Padre della Chiesa che affrontò intellettualmente le dottrine marcionite e gnostiche per dimostrarne l’inconsistenza. Ireneo era originario dell’Asia minore, nato nel 130/140 d.C. circa, e da giovane aveva ascoltato l’anziano Policarpo di Smirne, che aveva conosciuto dal vivo, come uno degli ultimi rappresentanti della generazione apostolica.

Verso il 177 Ireneo è a Lione, in Gallia, al momento della grande persecuzione che quella comunità dovette sopportare. Proprio la comunità lionese lo inviò a Roma come latore della 
Lettera dei martiri ed è in quella circostanza che risiedette a Roma per un certo tempo.

Tornato a Lione, divenne successore del vescovo Potino che era stato martirizzato. Durante il pontificato di Vittore (189-198), gli scrisse una lettera per esortarlo alla pazienza sulla questione della data della celebrazione della Pasqua. Questa lettera sua dovette così arrivare a Roma ed essere letta nell’urbe.

L’Adversus haereses: «la vittoria contro le eresie consiste nel manifestare le loro dottrine»

Di Ireneo si è conservata integralmente l’opera più importante che si intitola Adversus haereses, (Contro le eresie), testo importantissimo per conoscere il suo pensiero e la storia del II secolo d.C.

Fin dalle prime battute dell’opera, Ireneo denuncia il fatto che le eresie di cui si occuperà non si contrappongono esplicitamente alla fede cristiana, ma cerchino di presentarsi, sebbene solo apparentemente, come conformi al vangelo; esse però, in realtà, intendono dichiarare superato il cristianesimo, proponendosi come dottrine di valore superiore 

«
Grazie ad una forza di persuasione ingegnosamente combinata sviano la mente dei meno esperti e li fanno prigionieri, falsificando i detti del Signore e diventando, così, cattivi interpreti di ciò che è stato detto bene; rovinano molti, allontanandoli, con il pretesto di una conoscenza, da colui che ha formato e ordinato questo universo, come se potessero mostrare qualcosa di più alto e più grande del Dio che ha fatto il cielo e la terra e tutto ciò che contengono; essi in maniera persuasiva, grazie all'arte della parola, inducono i semplici ad un atteggiamento di ricerca, ma li rovinano in maniera assurda perché rendono il loro pensiero blasfemo e assurdo nei confronti del Demiurgo, non potendo essi distinguere il falso dal vero» (I,1,1).

Si noti che Ireneo utilizza subito la parola “
conoscenza”, gnosis per designare il tratto peculiare di queste dottrine: esse, nel II secolo, si proponevano di offrire una conoscenza più perfetta di quella proposta dalla fede della chiesa.
Continua Ireneo:

«
Infatti, l'errore non si mostra in se stesso per non essere colto in flagrante, una volta messo a nudo, ma adornandosi ingegnosamente di un rivestimento verosimile, sembra presentarsi agli inesperti - è ridicolo perfino dirlo - più vero della stessa verità, grazie all'apparenza esterna. Da uno più bravo di noi è stato detto, a proposito di questi tali, che il vetro divenendo simile ad essa per artificio, disprezza una pietra preziosa come lo smeraldo, che è molto stimata da alcuni, quando non ci sia chi sa valutarlo e smascherare l'artificio compiuto ingegnosamente. Quando, ad esempio, si mescola il bronzo con l'argento, chi potrà valutarlo facilmente, se è inesperto? Non vogliamo dunque che qualcuno per colpa nostra sia rapito, come pecore dai lupi, non riconoscendoli per l'insidia della pelle di pecora che li ricopre all'esterno: quei lupi dai quali il Signore ci ha annunciato di stare in guardia, perché dicono cose simili, ma pensano cose diverse» (I,1,2).

Alcuni maestri gnostici vantavano di aver ricevuto nascostamente le loro dottrine tramite un insegnamento che essi affermavano di aver ricevuto segretamente da alcuni apostoli ai quali era stato loro rivelato, a loro dire, in maniera nascosta da Gesù. Il primo lavoro che Ireneo si propone di fare è, allora, di portare alla luce queste dottrine che gli gnostici affermavano di aver ricevuto in segreto: una volta rese pubbliche, non potevano che emergerne gli evidenti limiti. Qui Ireneo è sarcastico:

«
Dopo aver letto gli scritti dei discepoli di Valentino, come essi dicono, dopo avere incontrato alcuni di loro e averne compreso il pensiero, ho ritenuto necessario esporti, mio caro, i meravigliosi e profondi misteri, che non tutti comprendono - perché non tutti hanno purificato il cervello - affinché anche tu, dopo averli appresi, possa farli conoscere a tutti quelli che sono con te ed esortarli a stare in guardia dall'abisso dell'ignoranza e della bestemmia contro Dio. Per quanto ci sarà possibile, esporremo succintamente e chiaramente il pensiero di quelli che ora insegnano diversamente, voglio dire dei discepoli di Tolomeo, che sono la fioritura della scuola di Valentino, e daremo spunti, secondo la nostra pochezza, per confutarlo, dimostrando che quello che dicono è assurdo e discordante dalla verità, noi che non siamo abituati a scrivere e non siamo esercitati nell'arte della parola. L'amore però ci esorta a manifestare a te e a tutti quelli che sono con te le dottrine che finora sono rimaste nascoste, ma ormai per grazia di Dio sono venute alla luce, “poiché non c'è niente di nascosto che non debba essere rivelato, e nulla di segreto che non si debba sapere”» (I,1,2).

La conclusione del Libro I dell’
Adversus Haereses così sintetizza il sapiente atteggiamento di Ireneo:

«
La vittoria contro costoro consiste nella manifestazione delle loro dottrine» (I,31,3).

Ed ancora:

«
Perciò abbiamo tentato di mostrare l'informe e misero corpo di questa subdola volpe, rendendolo manifesto. Infatti non ci sarà più bisogno di molti discorsi per demolire la loro dottrina, una volta resa manifesta a tutti. Quando una belva si nasconde in un bosco e di qui assalta e devasta, se si taglia e si sfronda la selva e si fa apparire la belva stessa, non si deve più faticare per catturarla, perché si vede che quella belva è una belva (si può scorgerla, ci si può guardare dai suoi assalti, si può prenderla di mira da ogni parte, ferirla ed ucciderla). Così anche noi, allorché avremo messo in luce i loro misteri occulti e segreti, non avremo più bisogno di demolire il loro sistema con molte argomentazioni» (I,31,4).

È evidente che solo l’ignoranza dei dati storici porta alcuni moderni ad affermare che la chiesa del tempo di Ireneo voleva tenere nascosta una qualche verità. La questione si presentava, invece, esattamente nei termini opposti, poiché erano i maestri gnostici ad affermare di possedere dottrine segrete e ritenevano il volgo non adatto a riceverle: Ireneo vuole, invece, che tutti conoscano liberamente le tesi gnostiche per poterle valutare apertamente.

La Tradizione della chiesa è pubblica e deriva dagli apostoli

Ireneo passa poi ad affermare che la fede della chiesa non ha mai scelto vie nascoste o segrete, ma fin dal principio è stata pubblica. Il cristianesimo è stato predicato apertamente a tutti, nonostante il rischio ancora presente delle persecuzioni:

«
La Tradizione degli apostoli, manifestata in tutto quanto il mondo, possono vederla in ogni Chiesa tutti coloro che vogliono vedere la Verità e noi possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi. Ora essi non hanno insegnato né conosciuto sciocchezze come quelle che insegnano costoro. Infatti, se gli apostoli avessero conosciuto misteri segreti, che avrebbero insegnato a parte e di nascosto ai perfetti, certamente prima di tutto li avrebbero trasmessi a coloro ai quali affidavano le Chiese stesse. Volevano infatti che fossero assolutamente perfetti e irreprensibili in tutto coloro che lasciavano come successori, trasmettendo loro la propria missione di insegnamento. Se essi avessero capito correttamente, ne avrebbero ricavato grande profitto; se invece fossero falliti, ne avrebbero ricavato un danno grandissimo» (III,3,1).

In questa maniera Ireneo è in grado di mostrare che ciò che la chiesa annunziava era conforme a ciò che gli apostoli avevano predicato. Non erano così i cristiani ad aver contraffatto la dottrina apostolica, ma erano gli gnostici a proporre dottrine nuove che, pur richiamandosi apparentemente alla tradizione di qualcuno degli apostoli, in realtà non avevano niente a che fare con essi.

In particolare, Ireneo propone l’esempio della chiesa di Roma, elencando la successione apostolica dei vescovi dell’urbe che avevano sempre dichiarato pubblicamente e a rischio della vita la fede ricevuta. Chi è in comunione con il vescovo di Roma ha così la garanzia di professare la stessa fede annunciata dagli apostoli Pietro e Paolo, poiché una ininterrotta e pubblica tradizione apostolica lega l’ultimo anello della catena al primo:

«
Poiché sarebbe troppo lungo in quest'opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la Tradizione ricevuta dagli Apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi confondiamo tutti coloro che in qualunque modo, o per infatuazione o per vanagloria o per cecità e per errore di pensiero, si riuniscono oltre quello che è giusto. Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d'accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte - essa nella quale per tutti gli uomini sempre è stata conservata la Tradizione che viene dagli Apostoli» (III,3,2).

S. Ireneo elenca tutti coloro che sono stati vescovi di Roma dalle origini ad Eleutero , il pontefice in carica al tempo della redazione dell’
Adversus Haereses, ma dichiara anche che la successione episcopale delle altre chiese manifesta parimenti l’unità della fede e l’origine di essa negli immediati discepoli del Signore. Ireneo fa riferimento, in particolare, alla chiesa di Smirne, dove egli aveva personalmente conosciuto Policarpo prima che fosse martirizzato; attraverso di lui era venuto in contatto diretto con la generazione che aveva udito i discepoli del Signore . Il brano ci testimonia, fra l’altro, che anche Policarpo di Smirne era venuto a Roma, ai tempi di papa Aniceto.

Ireneo spiega che esistono certamente le Scritture come punto di riferimento a conferma della verità della fede, ma che anche la trasmissione orale della fede ha un ruolo molto importante:

«
Tali essendo dunque le prove, non si deve cercare presso altri la Verità, che è facile prendere dalla Chiesa, poiché gli apostoli ammassarono in lei, come in un ricco tesoro, nella maniera più piena tutto ciò che riguarda la Verità, affinché chiunque vuole prenda da lei la bevanda della Vita. Perché è lei l'ingresso della vita, mentre “tutti” gli altri “sono ladri e predatori”. Perciò si devono rifiutare quelli e amare con grandissimo zelo ciò che appartiene alla Chiesa ed afferrare la Tradizione della Verità. E che? Se ci fosse qualche controversia su una questione di poca importanza, non si dovrebbe ricorrere alle Chiese più antiche, nelle quali vissero gli apostoli, e prendere la dottrina esatta sulla questione presente? Anche se gli apostoli non ci avessero lasciato le Scritture, non si dovrebbe seguire l'ordine della Tradizione, che hanno trasmesso a coloro a cui affidavano le Chiese?» (III,4,1).

Ireneo sottolinea che la diffusione dello stesso in tutti i luoghi, anche fra i popoli barbari, è un ulteriore attestazione dell’autenticità dell’unica fede:

«A quest'ordine obbediscono molti popoli barbari che hanno creduto in Cristo e possiedono la salvezza, scritta senza carta e inchiostro nei loro cuori mediante lo Spirito e custodiscono scrupolosamente l'antica Tradizione
: essi credono in un solo Dio, Creatore del cielo e della terra e di tutto ciò che è in essi, e in Cristo Gesù, il Figlio di Dio che, a causa del suo sovrabbondante amore verso la sua creatura, accettò la generazione dalla Vergine, unì egli stesso mediante se stesso l'uomo a Dio, patì sotto Ponzio Pilato e fu risvegliato e fu elevato nella gloria, verrà nella gloria come Salvatore di coloro che saranno salvati e getterà nel fuoco eterno gli sfiguratori della verità, e i disprezzatori del Padre suo e della sua venuta. Coloro che senza lettere hanno abbracciato questa fede sono sì barbari per quanto riguarda la lingua, ma per quanto riguarda il pensiero, il costume e il modo di vivere sono sapientissimi in virtù della fede e piacciono a Dio vivendo in ogni giustizia, purezza e sapienza. Se si annunciassero loro le dottrine inventate dagli eretici, parlando nella lingua loro propria, subito tappandosi le orecchie fuggirebbero via e lontano, rifiutandosi di ascoltare quel discorso blasfemo. Così, grazie a quell'antica Tradizione degli apostoli, non accettano neppure nel pensiero alcuna loro falsa dottrina» (III,4,2).

Le eresie, invece, sono “recenti” e non possono vantare alcun legame con il NT e gli apostoli. Le dottrine di Marcione e degli gnostici – afferma Ireneo - non posseggono alcun solido raccordo con le origini cristiane:

«Prima di Valentino non c'erano i discepoli di Valentino, prima di Marcione non c'erano i discepoli di Marcione
 e non c'erano affatto altri sostenitori di false opinioni che abbiamo elencato sopra, prima che esistessero i mistagoghi e gli inventori della loro perversità. Valentino, infatti, venne a Roma sotto Igino, raggiunse la sua massima fama sotto Pio e ci rimase fino ad Aniceto. Cerdone, il predecessore di Marcione, visse anch'egli sotto Igino, che era l'ottavo vescovo; dopo essere venuto nella Chiesa e aver fatto pubblica penitenza, continuò così, ora insegnando di nascosto, ora facendo di nuovo pubblica penitenza, ora essendo denunciato per i cattivi insegnamenti che dava ed essendo allontanato dalla comunità dei fratelli. Marcione, che fu suo successore, raggiunse la massima fama sotto Aniceto, che teneva il decimo posto nell'episcopato. Tutti gli altri, che sono denominati gnostici, hanno avuto origine da Menandro, discepolo di Simone, come abbiamo indicato, e ciascuno di loro apparve come padre e mistagogo dell'opinione che adottò. Tutti questi, invece, si sono levati nella loro apostasia molto più tardi, quando i tempi della Chiesa erano già a metà del loro corso» (III,4,3).

L’insistenza sull’unità e sull’antichità della fede della chiesa è affermata con molta forza da Ireneo:

«
In realtà, la Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino alle estremità della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli la fede [...], conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un'unica casa, vi crede in uno stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca» (I,10,1-2).

E ancora:

«
Infatti, se le lingue nel mondo sono varie, il contenuto della Tradizione è però unico e identico. E non hanno altra fede o altra Tradizione né le Chiese che sono in Germania, né quelle che sono in Spagna, né quelle che sono presso i Celti (in Gallia), né quelle dell'Oriente, dell'Egitto, della Libia, né quelle che sono al centro del mondo» (I,10,1-2).

E ancora:

«
Il messaggio della Chiesa è dunque veridico e solido, poiché essa addita a tutto il mondo una sola via di salvezza» (V,20,1).

Ma, allo stesso tempo, Ireneo tende a sottolineare che questa fedeltà all’origine non diviene un peso che impedisce al vangelo di essere sempre attuale, perché lo Spirito, con la sua presenza attiva, rinnova continuamente la chiesa:

«
Conserviamo con cura questa fede che abbiamo ricevuto dalla Chiesa, perché, sotto l'azione dello Spirito di Dio, essa, come un deposito di grande valore, chiuso in un vaso prezioso, continuamente ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene» (III, 24, 1).

I quattro Vangeli ed il Credo

Ireneo ci testimonia inoltre che già alla metà del II secolo non vi era alcun dubbio nelle chiese che i vangeli riconosciuti da tutti erano i quattro libri di Mt, Mc, Lc e Gv:

«
Del resto i Vangeli non possono essere né più né meno di questi. Infatti poiché sono quattro le regioni del mondo, nel quale siamo, e quattro i venti diffusi su tutta la terra e la Chiesa è disseminata su tutta la terra, e colonna e sostegno della Chiesa è il Vangelo e lo Spirito di vita, è naturale che essa abbia quattro colonne, che soffiano da tutte le parti l'incorruttibilità e vivificano gli uomini. Perciò è chiaro che il Verbo Artefice dell'universo, che siede sopra i Cherubini e sostiene tutte le cose, dopo essersi mostrato agli uomini, ci ha dato un Vangelo quadriforme, ma sostenuto da un unico Spirito. Come appunto David, domandando la sua venuta, dice: “Tu che siedi sopra i Cherubini mostrati”. Infatti i Cherubini hanno quattro aspetti e i loro aspetti sono immagini dell'attività del Figlio di Dio. “Il primo vivente - dice - è simile al leone” e rappresenta la potenza, la eccellenza e la regalità di lui; “il secondo è simile al vitello” e significa la funzione sacrificale e sacerdotale; “il terzo ha un volto come di uomo” e descrive chiaramente la sua venuta secondo l'uomo; “il quarto è simile ad un'aquila che vola” e indica il dono dello Spirito che vola sulla Chiesa. Ora i Vangeli sui quali siede Cristo Gesù sono in accordo con questi animali» (III,11,8).

Ireneo è così il primo, stando alla documentazione superstite, a proporre un parallelo fra i quattro vangeli ed i quattro “esseri viventi” dell’Apocalisse che rimandano, a loro volta, al primo capitolo di Ezechiele.

A fianco della Scrittura e della viva tradizione della chiesa, Ireneo propone anche la centralità della “
regola della fede”, cioè del Credo, come punto di riferimento per tutti i credenti:

«Noi teniamo salda la regola della Verità
, che c'è un solo Dio onnipotente, che per mezzo del suo Verbo ha fondato, ordinato e creato dal nulla tutte le cose, perché tutte le cose esistessero, come dice la Scrittura: “Con il Verbo del Signore furono stabiliti i cieli e con lo Spirito della sua bocca ogni loro potenza”; e ancora: “Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto”. Ora dicendo “tutte le cose”, non se ne esclude nessuna, ma per mezzo di lui il Padre ha fatto tutte le cose: quelle visibili come quelle invisibili, quelle che si percepiscono con i sensi come quelle che si conoscono con l'intelletto, le temporali in base a qualche economia come le eterne. Non le ha create per mezzo di angeli né di alcune potenze staccatesi dal suo Pensiero, perché il Dio di tutte le cose non ha bisogno di nulla, ma per mezzo del Verbo e del suo Spirito crea, dispone, governa e dà a tutte le cose l'esistenza. Egli è colui che ha creato il mondo, che comprende tutte le cose; egli è colui che ha plasmato l'uomo, è il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, al di sopra del quale non ve n'è un altro, né il Principio, né la Potenza, né il Pleroma; egli è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, come dimostreremo. Tenendo salda questa regola, anche se presentano insegnamenti molto numerosi e diversi, è facile per noi dimostrare che si sono allontanati dalla Verità. Infatti, quasi tutte le eresie che esistono dicono bensì che Dio è uno solo, ma con la loro errata concezione ne cambiano la natura, mostrandosi così ingrati nei confronti di colui che li ha creati, come lo sono le nazioni con la loro idolatria. Essi disprezzano l'opera plasmata da Dio e compromettono la propria salvezza, essendo severissimi accusatori di se stessi e falsi testimoni. Essi risusciteranno bensì nella carne, sebbene non lo vogliano, per conoscere la potenza di colui che li risusciterà dai morti, ma non saranno annoverati con i giusti per la loro incredulità» (I,22,1).

La creazione come opera di Dio e la conseguente visione dell’uomo

Ireneo difende contro Marcione e contro lo gnosticismo l’unità delle Scritture ed afferma con grande forza che l’unico Dio Padre è anche il creatore: non c’è alcun Demiurgo o divinità inferiore, oltre all’unico Dio:

«
Tutti questi [autori], pur provenendo da luoghi diversi ed insegnando dottrine diverse, convergono alla medesima posizione blasfema: feriscono mortalmente insegnando a bestemmiare contro Dio che ci ha creati e ci nutre e a non credere alla salvezza dell'uomo. L'uomo è, infatti, una mescolanza di anima e di carne modellata ad immagine di Dio e plasmata dalle mani di Dio, cioè dal Figlio e dallo Spirito, ai quali disse: “Facciamo l'uomo”. Questo è dunque il progetto di colui che ha invidia della nostra vita: rendere gli uomini increduli circa la propria salvezza e blasfemi contro Dio che li ha plasmati. Qualunque cosa dicano con solennità, tutti gli eretici arrivano in fin dei conti a questo: a bestemmiare contro il Creatore e ad opporsi alla salvezza della creatura di Dio, che è la carne, per la quale, come abbiamo dimostrato in molti modi, il Figlio di Dio ha compiuto tutta la sua economia. Abbiamo chiarito anche che le Scritture non hanno chiamato Dio nessun altro all'infuori del Padre di tutte le cose, il Figlio e tutti quelli che hanno l'adozione filiale» (IV, prefazione,4).

I diversi sistemi gnostici ritenevano, come abbiamo visto, che non Dio, ma una sua emanazione degradata avesse prodotto il mondo:

«
È, dicono, il Protoarconte, l'artefice di questo mondo. Questi, raccontano, prese una grande potenza dalla madre, se ne andò lontano da lei nelle regioni inferiori e fece il firmamento del cielo, nel quale dicono che abita. Essendo l'Ignoranza, fece le potenze che sono sotto di lui, gli angeli, i firmamenti e tutte le cose terrene. Poi, dicono, si unì alla Audacia e generò Cattiveria, Gelosia, Invidia, Vendetta e Desiderio. Dopo che furono generati questi, la Sapienza, rattristata, fuggì, si ritirò nelle regioni superiori ed è l'Ogdoade per chi la conta dal basso. Dunque, quando essa si fu ritirata, egli pensava di essere solo, e perciò disse: “Io sono un Dio geloso, e non c'è nessuno all'infuori di me”. Queste le menzogne che costoro vanno raccontando» (I, 29, 4).

Si noti qui il rovesciamento del testo di Genesi e della fede del Simbolo, quando il Protoarconte afferma che c’è un solo Dio: «Io sono un Dio geloso, e non c'è nessuno all'infuori di me». Ma è proprio questa unicità di Dio che lo gnosticismo del II secolo rifiuta, poiché oltre al Protoarconte/Demiurgo c’è il pleroma, il vero Dio, con le sue otto emanazioni dell’Ogdoade. È il Demiurgo, spinto da gelosia verso il pleroma, ad affermare che c’è un solo Dio creatore, cioè se stesso, mentre in realtà, per gli gnostici, esiste un altro Dio superiore al creatore. La fede degli ignoranti aderisce alle parole del Protoarconte, asserendo l’esistenza di un solo Dio, mentre per “coloro che hanno la conoscenza” la fede si rivolge alla complessità relazionale del pleroma.

Questo comportava, come si è già accennato, un completo rovesciamento dell’AT ed, in fondo, un vero e proprio antigiudaismo gnostico, poiché il popolo ebraico aveva venerato il creatore, cioè una divinità inferiore, e non l’Ogdoade.

Ireneo conosceva pure un 
Vangelo di Giuda - probabilmente lo stesso testo recentemente riscoperto - e lo collocava giustamente nella sua vera prospettiva di testo contrario alla bontà della creazione e della materia. Tale vangelo apocrifo appartiene, infatti, al filone che sarà detto “cainita, caratterizzato da un orizzonte ideologico volto a sostenere che è Caino il vero giusto, mentre Abele è l’uomo “ilico”, “carnale”. Caino, secondo questa corrente gnostica, avendo compreso che la carne è un male, uccide il fratello Abele proprio perché lo ama, aiutandolo così a sbarazzarsi finalmente del peso della carne. Allo stesso modo Giuda, secondo l’omonimo vangelo, aiuterà Gesù ad uscire dalla materia, tradendolo e permettendo così la sua morte vista come liberazione dalla prigione materiale del corpo.
Afferma Ireneo:

«
Altri ancora dicono che Caino deriva dal Principato superiore, e confessano che Esaù, Core e i Sodomiti e tutti i loro simili sono loro parenti; e per questo sono stati combattuti dal creatore, ma nessuno di loro è male accetto, perché la Sapienza strappava da loro per portarlo a sé ciò che c'era di suo proprio. Dicono che Giuda conobbe accuratamente queste cose e proprio perché egli solo conosceva la verità più degli altri, compì il mistero del tradimento. Per mezzo di lui dicono che si sono dissolte tutte le cose terrestri e celesti. Presentano tale invenzione chiamandola il Vangelo di Giuda» (I,31,1).

Anche nell’
Esposizione della predicazione apostolica, Ireneo ribadisce, contro Marcione e contro gli gnostici, gli stessi concetti:

«Nessuno pensi che vi sia un altro Dio Padre diverso dal nostro Creatore, come immaginano gli eretici
, che disprezzano il Dio vero e del dio falso ne fanno un idolo, si creano un padre al di sopra del nostro Creatore e ritengono di avere scoperto qualche cosa più grande della verità. In realtà tutti questi sono empi e bestemmiano il loro Creatore e Padre, come abbiamo dimostrato nella “Esposizione e Confutazione della falsa Gnosi”. Altri ancora disprezzano la venuta del Figlio di Dio e l'economia della sua incarnazione trasmessa dagli apostoli e predetta dai profeti per la restaurazione dell'umanità, come ti abbiamo in breve dimostrato. Anche queste persone vanno contate tra gli increduli. Altri ancora non ammettono i doni dello Spirito santo e respingono il carisma profetico, imbevuto del quale l'uomo produce come frutto la vita divina. Di questi dice Isaia: “Saranno come terebinto senza foglie e come un giardino senza acqua”. Questi tali non sono di alcuna utilità a Dio, perché non producono frutti.
Rispetto ai tre articoli del nostro sigillo, l'errore ha causato molte divagazioni lontane dalla verità. Perciò o disprezzano il Padre, o non accolgono il Figlio parlando contro l’economia della sua
incarnazione, o rifiutano lo Spirito, cioè rigettano la profezia. Da tutta questa gente dobbiamo guardarci, evitare le loro vie, se realmente vogliamo piacere a Dio e ottenere la salvezza» (99-100).

Dalla visione unitaria che Ireneo ha di Dio, della sua creazione e della storia di salvezza, scaturiscono le famose affermazioni dell’
Adversus haereses sulla dignità e la grandezza dell’uomo. Proprio nella sua unità di corpo e anima l’uomo è gloria di Dio ed ha come destino l’incontro con la manifestazione divina in Cristo e la visione beatifica di Dio:

«
Dunque, il Figlio è rivelatore del Padre fin dall'inizio, perché è con il Padre fin dall'inizio ed ha mostrato al genere umano, nel tempo giusto e per il suo vantaggio, le visioni profetiche, le diversità dei doni, i suoi ministeri e la glorificazione del Padre, alla maniera di una melodia ben composta e armoniosa. Dove c'è composizione, lì c'è melodia; dove c'è melodia, lì c'è tempo giusto; dove c'è tempo giusto, lì c'è vantaggio. Perciò il Verbo divenne dispensatore della grazia paterna a vantaggio degli uomini, per i quali ha stabilito così grandi economie, mostrando Dio agli uomini e presentando l'uomo a Dio: salvaguardando l'invisibilità del Padre affinché l'uomo non divenisse disprezzatore di Dio e avesse sempre un punto verso il quale progredire, ma nello stesso tempo mostrando Dio visibile agli uomini per mezzo delle molte economie, affinché l'uomo, privo totalmente di Dio, non cessasse di esistere. Infatti la gloria di Dio è l'uomo vivente e la vita dell'uomo è la visione di Dio. Ora se la manifestazione di Dio che avviene attraverso la creazione dà la vita a tutti gli esseri che vivono sulla terra, molto più la manifestazione del Padre mediante il Verbo dà la vita a coloro che vedono Dio» (IV,20,7).

In un’altra espressione straordinaria, Ireneo spiega allora, contro gli gnostici, che 
cosa vuol dire “spirituale” nella fede cristiana:

«
Gli uomini sono spirituali grazie alla partecipazione dello Spirito, ma non grazie alla privazione ed eliminazione della carne» (V,6,1).

La comunione della chiesa nelle legittime diversità: la questione della datazione della Pasqua

Merita un accenno un ulteriore problema affrontato da Ireneo, la questione della datazione della Pasqua; egli scrisse una lettera a Roma in proposito. A quei tempi si discuteva – e si continuò a discutere a lungo ed, in forme diverse, la discussione è ancora aperta – sulla scelta della data nella quale festeggiare la Pasqua. Le chiese dell’Asia minore si erano mantenute, in questo, fedeli alla tradizione ebraica e la celebravano il 14 del mese di Nisan (coloro che sostenevano questa datazione vengono oggi chiamati dagli studiosi “quartodecimani”); a Roma ed in molte altre chiese, invece, la celebrazione era fissata con un nuovo calendario che la poneva in giorno di domenica.

Ireneo scrisse a papa Vittore (189-198) invitandolo a considerare che, se pure l’usanza della celebrazione della Pasqua in giorno di domenica era certamente la scelta migliore, non per questo bisogna rompere la comunione con chi la celebrava secondo il calendario ebraico.

È lo storico Eusebio di Cesarea ad aver conservato il testo in questione:

«
Anche Ireneo inviò una lettera a nome dei fratelli della Gallia, di cui era a capo. È d'accordo che il mistero della risurrezione del Signore si deve celebrare solo nel giorno della domenica, ma poi esorta a lungo Vittore con riguardo a non scomunicare intere chiese di Dio che osservano la tradizione di un'antica usanza. E aggiunge quanto segue con queste precise parole:
“La discussione, infatti, non riguarda soltanto il giorno, ma anche la stessa forma del digiuno: alcuni pensano di dover digiunare un solo giorno, altri due, altri anche di più; altri misurano il loro giorno in quaranta ore diurne e notturne. E tale varietà di osservanze non si è verificata ora nel nostro tempo, ma risale molto addietro, al tempo dei nostri antenati. Essi hanno praticato una osservanza, a quanto sembra, inesatta. Hanno trasmesso ai posteri questa consuetudine nella sua semplicità e nella sua particolarità. Pur tuttavia tutti costoro rimasero in pace e noi siamo in pace gli uni con gli altri e la discordanza del digiuno conferma la concordia della fede
”.
A questo aggiunge un racconto che sarà utile riferire. È di questo tenore:
Tra loro anche i presbiteri anteriori a Sotere, i quali furono a capo della chiesa che ora guidi tu - intendo dire Aniceto, Pio, Igino, Telesforo e Sisto - neppure loro osservarono quel giorno, né lo permettevano a quelli che erano con loro. Pur tuttavia essi stessi, sebbene non osservassero quella data, erano in pace con coloro che venivano dalle chiese dove la si osservava, quando venivano da loro. E certamente l'osservanza di quella data era molto odiosa per coloro che non la osservavano.
Eppure nessuno fu mai rifiutato per questo modo di fare, ma gli stessi presbiteri tuoi predecessori che non osservavano quella data mandavano l'Eucaristia ai cristiani che la osservavano.

Quando, il beato Policarpo venne a Roma, al tempo di Aniceto, sebbene avessero tra loro qualche piccolo contrasto su alcune altre cose, subito fecero la pace e su questo argomento non ebbero alcuna contesa. Né Aniceto poté persuadere Policarpo a non osservare la data, poiché aveva osservato quella data con Giovanni, il discepolo del Signore, e gli altri apostoli con i quali aveva vissuto; né Policarpo persuase ad osservarla Aniceto, il quale diceva di dover mantenere la consuetudine dei presbiteri suoi predecessori.
E pur stando così le cose, furono in comunione tra loro e nella chiesa Aniceto cedette l'Eucaristia a Policarpo, evidentemente come segno di deferenza, e si separarono in pace. Tutta la chiesa era in pace, sia coloro che osservavano quella data sia coloro che non la osservavano”
» (Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, V,24,11-17).

( continua )



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