Tematiche teologiche 2

Tematiche teologiche 2

IL SEGNO DELLE CHIESE VUOTE

PER UNA RIPARTENZA DEL CRISTIANESIMO

di Tomas Halìk - aprile 2020

Ordinato clandestinamente prete durante il regime comunista, è stato uno dei consiglieri più stretti del presidente Vaclav Havel. Oggi insegna filosofia e sociologia della religione all’Università Carlo di Praga.

Il nostro mondo è malato. Non mi riferisco soltanto alla pandemia del coronavirus, ma allo stato della nostra civiltà, che questo fenomeno globale rivela. In termini biblici, è un segno dei tempi. All’inizio di questa insolita Quaresima molti di noi pensavano che l’epidemia avrebbe portato a una sorta di blackout a breve termine, a un’interruzione delle abituali attività sociali che in qualche modo avremmo affrontato e poi le cose sarebbero tornate come prima. Non andrà così. Anzi, se tentassimo di farle tornare come prima, non sarebbe un bene. Dopo questa esperienza globale il mondo non sarà più lo stesso, e probabilmente è giusto così.

È naturale che in momenti di gravi calamità ci preoccupiamo innanzitutto delle necessità materiali per la sopravvivenza, ma «non di solo pane vivrà l’uomo».

E allora è forse giunto il momento di prendere in esame le implicazioni più profonde di questo colpo inferto alla sicurezza del nostro mondo. Potremmo dire che l’inevitabile processo di globalizzazione abbia raggiunto il suo picco: la vulnerabilità globale di un mondo globale s’è fatta evidente.

La chiesa come ospedale da campo

Che tipo di sfida rappresenta questa situazione per il cristianesimo e la Chiesa – uno dei primi ‘attori globali’ – e per la teologia? Papa Francesco ha detto che la Chiesa dovrebbe essere un «ospedale da campo»: una metafora per dire che essa non deve rimanere in splendido isolamento dal mondo, ma abbattere i propri confini e portare aiuto laddove le persone sono fi sicamente, mentalmente, socialmente e spiritualmente afflitte. Sì, questo è il modo in cui la Chiesa può fare penitenza per le ferite inflitte di recente da suoi rappresentanti ai più indifesi… Ma proviamo a riflettere più a fondo sul significato di questa metafora, e a metterla in pratica.

Se la Chiesa dev’essere un ‘ospedale’, ovviamente deve continuare a offrire l’assistenza sanitaria, sociale e filantropica che offre fin dagli albori della sua storia. Ma, come un buon ospedale, deve adempiere anche ad altri compiti.

Deve svolgere un ruolo diagnostico (identificando i ‘segni dei tempi’), un ruolo preventivo (creando un ‘sistema immune’ in una società in cui dilagano i virus maligni della paura, dell’odio, della divisione) e un ruolo da convalescenziario (superando i traumi del passato con il perdono).

Chiese vuote come segno e come sfida

L’anno scorso, prima di Pasqua, la cattedrale di Notre-Dame a Parigi è andata in fiamme; quest’anno, in Quaresima, in centinaia di migliaia di chiese di diversi continenti, nonché in sinagoghe e moschee, non si sono svolte funzioni.

Da sacerdote e teologo rifletto su queste chiese vuote o chiuse come se fossero un segno e una sfida provenienti da Dio. Comprendere il linguaggio di Dio negli eventi del nostro mondo richiede l’arte del discernimento spirituale, che a sua volta esige un distacco contemplativo dalle nostre emozioni e dai nostri pregiudizi sempre più forti, oltre che dalle proiezioni delle nostre paure e dei nostri desideri. Nei momenti di calamità gli ‘agenti dormienti’ di un Dio malvagio e vendicativo diffondono la paura e ne fanno un capitale religioso per i propri fini. La loro visione di Dio è acqua per il mulino dell’ateismo da secoli. Ma io non vedo Dio, in un momento di calamità, come un regista irascibile, comodamente seduto dietro le quinte mentre gli eventi del nostro mondo precipitano, bensì come una fonte di forza operante in coloro che in tali situazioni danno prova di solidarietà e di un amore capace di sacrificio, compresi coloro, ebbene sì, le cui azioni non hanno una ‘motivazione religiosa’.

Dio è amore umile e discreto. Non posso però fare a meno di chiedermi se questo tempo di chiese vuote e chiuse non rappresenti una sorta di monito per ciò che potrebbe accadere in un futuro non molto lontano: fra pochi anni esse potrebbero apparire così in gran parte del nostro mondo. Non ne siamo già stati avvertiti più e più volte da quanto è avvenuto in molti Paesi, dove sempre più chiese, monasteri e seminari si sono svuotati o hanno chiuso? Perché abbiamo attribuito tanto a lungo questo fenomeno a influenze esterne (lo ‘tsunami secolarista’), invece di renderci conto che si stava concludendo un altro capitolo della storia del cristianesimo e che era tempo di prepararsi a uno nuovo? Forse questo tempo di edifici ecclesiali vuoti mette simbolicamente in luce il vuoto nascosto delle Chiese, e il loro possibile futuro se non si compie un serio tentativo per mostrare al mondo un volto del cristianesimo completamente diverso. Abbiamo pensato troppo a convertire il ‘mondo’ (il ‘resto’) e meno a convertire noi stessi, che non significa un mero ‘migliorarci’, ma un radicale passaggio da uno statico ‘essere cristiani’ a un dinamico ‘divenire cristiani’.

La Chiesa medievale fece un eccessivo uso punitivo dell’interdetto, portando l’intera macchina ecclesiastica a una sorta di ‘sciopero generale’ per cui non si tenevano funzioni e non si amministravano sacramenti. Come conseguenza, la gente iniziò a cercare sempre di più un rapporto personale con Dio, una fede ‘nuda’. Proliferarono confraternite laiche e si manifestò un’ondata di misticismo la quale contribuì senza dubbio a spianare la strada, da una parte, alla Riforma, non solo di Lutero e Calvino, ma, dall’altra, anche alla riforma cattolica legata ai gesuiti e all’espressione del misticismo spagnolo. Magari la scoperta della contemplazione potrebbe oggi contribuire al ‘percorso sinodale’ verso un nuovo concilio riformatore…

Una richiesta di riforma

Forse dovremmo accettare l’attuale astinenza dai servizi religiosi e dalle attività della Chiesa come kairós, come un’opportunità per fermarsi e impegnarsi in una approfondita riflessione davanti a Dio e con Dio. Sono convinto che sia giunto il momento di rifl ettere su come continuare il cammino di riforma necessario secondo papa Francesco: non tentare di tornare a un mondo che non esiste più e neanche affidarsi a mere riforme strutturali esteriori, ma andare al cuore del Vangelo, compiere un viaggio nel profondo. Non vedo come un rimedio veloce sotto forma di artifi iali surrogati, quale ad esempio la trasmissione delle messe in televisione, possa essere una buona soluzione in questo momento in cui il culto pubblico è sospeso. Un passaggio alla ‘devozione virtuale’, alla ‘comunione da remoto’ in ginocchio davanti a uno schermo è qualcosa di veramente bizzarro. Forse dovremmo invece mettere alla prova la verità delle parole di Gesù: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Pensavamo davvero di potere risolvere la mancanza di sacerdoti in Europa importando ‘pezzi di ricambio’ per il macchinario della Chiesa da magazzini apparentemente infiniti in Polonia, Asia e Africa? Dobbiamo ovviamente prendere sul serio le proposte del sinodo amazzonico, ma abbiamo nello stesso tempo bisogno di accrescere la portata del ministero dei laici nella Chiesa (non dimentichiamo che in molti territori la Chiesa è sopravvissuta senza clero per interi secoli). Forse questo ‘stato di emergenza’ attuale è un indicatore del nuovo volto della Chiesa. E ha anche un precedente storico. Sono convinto che le nostre comunità cristiane – parrocchie, congregazioni, movimenti ecclesiali e comunità monastiche – dovrebbero cercare di avvicinarsi all’ideale che diede origine alle università europee: una comunità di allievi e maestri, una scuola di saggezza in cui la verità viene cercata attraverso la libera discussione e anche la profonda contemplazione. Quelle isole di spiritualità e dialogo potrebbero essere la fonte di una forza capace di guarire un mondo malato. Il giorno prima dell’elezione a papa, il cardinale Bergoglio citò un passo dell’Apocalisse in cui Gesù sta alla porta e bussa. E aggiunse: oggi Cristo sta bussando da dentro la Chiesa e vuole uscire. Forse è quello che ha appena fatto.

Dov’è la Galilea di oggi?

Da anni rifletto sul noto testo di Friedrich Nietzsche sul «folle» (lo sciocco cui solo è permesso dire la verità) che proclama «la morte di Dio». Il capitolo termina con il folle che va in chiesa a cantare Requiem aeternam deo e chiede: «Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?». Devo ammettere che per molto tempo varie forme della Chiesa mi sono sembrate sepolcri freddi e opulenti di un dio morto. Molte delle nostre chiese saranno vuote a Pasqua quest’anno; leggeremo i passi del Vangelo sulla tomba vuota da qualche altra parte. Ma se il vuoto delle chiese ricorda la tomba vuota, non ignoriamo la voce dall’alto: «Non è qui. È risorto. Vi precede in Galilea». Ecco una domanda per stimolare la meditazione in questa strana Pasqua: Dov’è la Galilea di oggi, dove possiamo incontrare il Cristo vivente? La ricerca sociologica indica che nel mondo il numero di quelli che io chiamo i ‘residenti’ (dwellers), cioè coloro che s’identificano fino in fondo con la forma tradizionale di religione, ma anche coloro che dichiarano un ateismo dogmatico, è in diminuzione, mentre stanno aumentando i ‘cercatori’ (seekers). Inoltre, ovviamente, è in aumento il numero degli ‘apatei’, gli indifferenti, persone a cui delle questioni religiose o della risposta tradizionale a esse non importa assolutamente nulla. La principale linea di divisione non è più fra quanti si considerano credenti e quanti si considerano non credenti. Vi sono ‘cercatori’ fra i credenti (coloro per i quali la fede non è un ‘retaggio’, ma una ‘via’) e fra i non credenti, che respingono i concetti religiosi proposti loro da quanti li circondano, ma provano comunque il desiderio di qualcosa che soddisfi la loro sete di significato. Sono convinto che la ‘Galilea di oggi’, dove dobbiamo cercare Dio, che è sopravvissuto alla morte, sia il mondo dei cercatori.

Cercare Cristo fra i cercatori

La teologia della liberazione ci ha insegnato a cercare Cristo fra le persone ai margini della società. Ma è necessario cercarlo anche fra le persone emarginate all’interno della Chiesa, fra ‘coloro che non ci seguono’. Se vogliamo porci in rapporto con loro come discepoli di Gesù, vi sono parecchie cose che dobbiamo prima abbandonare. Dobbiamo abbandonare molte delle nostre precedenti idee su Cristo. Il Risorto è radicalmente trasformato dall’esperienza della morte. Come leggiamo nei Vangeli, anche le persone a lui più vicine e più care non lo riconobbero. Non dobbiamo prendere per buone le notizie che circolano attorno a noi, ma insistere a volere toccare le sue ferite. D’altronde, dove altro saremo sicuri di incontrare quelle ferite se non nelle ferite del mondo e nelle ferite della Chiesa, nelle ferite del corpo che Egli assunse su di sé? Dobbiamo abbandonare i nostri obiettivi di proselitismo. Non stiamo entrando nel mondo dei cercatori per ‘convertirli’ il più rapidamente possibile e introdurli a forza nei confini istituzionali e mentali delle nostre Chiese. Nemmeno Gesù provò a fare rientrare a forza quelle «pecore perdute della casa di Israele» nelle strutture dell’ebraismo dei suoi tempi. Sapeva che il vino nuovo doveva essere versato in otri nuovi. Dal tesoro della tradizione che ci è stata affidata vogliamo prendere cose nuove e vecchie, e renderle parte di un dialogo con i cercatori, un dialogo nel quale possiamo e dobbiamo imparare gli uni dagli altri. Dobbiamo imparare ad ampliare radicalmente i confini della nostra visione della Chiesa. Non è più sufficiente che apriamo magnanimi un ‘cortile dei gentili’. Il Signore ha già bussato ‘da dentro’ ed è uscito; il nostro compito è cercarlo e seguirlo. Cristo ha varcato la porta che avevamo chiuso per paura degli altri. Ha attraversato il muro che avevamo eretto attorno a noi. Ha aperto uno spazio la cui ampiezza e la cui profondità ci hanno fatto girare la testa. Agli inizi della sua storia, la Chiesa primitiva degli ebrei e dei pagani conobbe la distruzione del tempio in cui Gesù pregava e insegnava ai suoi discepoli. Gli ebrei di quei tempi trovarono una soluzione coraggiosa e creativa: sostituirono l’altare del tempio demolito con la tavola familiare, e la pratica del sacrifi cio con quella della preghiera privata e collettiva.

Agli olocausti e ai sacrifici di sangue sostituirono il ‘sacrificio delle labbra’: la riflessione, la lode e lo studio della Scrittura. Più o meno nello stesso periodo il primo cristianesimo, bandito dalla sinagoga, cercò una nuova, sua propria, identità. Sulle rovine delle tradizioni, ebrei e cristiani impararono a leggere daccapo la Legge e i profeti, e diedero loro nuove interpretazioni. Non è una situazione simile a quella dei nostri giorni?

Dio in tutte le cose

Quando all’inizio del V secolo Roma cadde, ci fu chi trovò subito la spiegazione: per i pagani si trattava una punizione degli dei per l’adozione del cristianesimo, per i cristiani una punizione di Dio a Roma per avere continuato a essere la «prostituta di Babilonia». Sant’Agostino rifiutò entrambe le interpretazioni e, in quel momento spartiacque, sviluppò la sua teologia della battaglia epocale fra due «città» contrapposte; non di cristiani e pagani, ma di due «amori» che risiedono nel cuore umano: l’amore di sé, chiuso alla trascendenza (amor sui usque ad contemptum Dei), e l’amore che fa dono di sé e così trova Dio (amor Dei usque ad contemptum sui). Questo nostro tempo di cambiamento a livello di civiltà non chiede forse una nuova teologia della storia contemporanea e una nuova visione della Chiesa? «Sappiamo dove la Chiesa è, ma non sappiamo dove non è» insegnava il teologo ortodosso Pavel Nikolaevič Evdokimov. Forse quello che l’ultimo Concilio ha detto sulla cattolicità e l’ecumenismo ha bisogno ora di acquisire un contenuto più profondo. È giunto il tempo per un ecumenismo più ampio , per una più audace ricerca di Dio «in tutte le cose».

Possiamo naturalmente accettare questo tempo di chiese vuote e silenziose semplicemente come una breve misura temporanea che sarà presto dimenticata.

Ma possiamo anche sfruttarla come kairós: un momento opportuno per «prendere il largo» e cercare una nuova identità per il cristianesimo in un mondo che cambia radicalmente sotto i nostri occhi. L’attuale pandemia non è certamente l’unica minaccia globale per il nostro mondo, ora e in futuro. Facciamo della Pasqua una sfida a cercare nuovamente Cristo. Non cerchiamo il Vivente fra i morti. Mettiamo coraggio e tenacia nel cercarlo, e non lasciamoci prendere alla sprovvista se ci appare come uno straniero.

Lo riconosceremo dalle sue ferite, dalla sua voce quando ci parlerà intimamente, dallo Spirito che porta la pace e bandisce la paura.