Il giorno del Signore nel rito romano

LA DOMENICA NEL RITO ROMANO

 

 

20 giugno 2021

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Oggi, la prima Lettura
propone un brano del Libro di Giobbe.
Può essere utile partire
da una costatazione semplicissima.
Sono in molti a parlare di Giobbe.
Al contrario, sono pochi gli uomini
che di persona parlano direttamente con Giobbe
Oppure sono poche le donne
cui Giobbe parla di persona.

Si potrebbe condensare questi pensieri
in una domanda:
come parlare delle difficoltà della vita
in un modo che non sia banale?
Forse bisognerebbe proprio partire
dal chiedersi cosa è la difficoltà in se stessa.

Questo è infatti uno dei vocaboli che è usato in mille modi.
Succede che risulta sbrigativo
usare questo termine
perché viene immediato spontaneo
e consente di evitare la fatica
di cercare la parola corretta.
Un po' come il sostantivo cosa va bene per tutto
oppure il verbo fare viene adattato a ogni forma di azione.
Così, "difficoltà" è usato per tutto.
Indica tutto,
ma insieme non dice nulla.

Oggi si parla delle difficoltà di Giobbe.
Qui il termine allude a un dramma totale,
insormontabile.
Ciò che crea sconcerto
è il fatto che  Dio ha fatto ad Abramo
una precisa promessa di benedizione.
Proprio in nome di questa promessa
Giobbe ha gridato incessantemente a Dio
per ottenere una giustificazione.
È persino giunto a provocarlo
con una sfida aperta, drammatica.
Così, Giobbe sconcerta gli amici
che cercano di sostenerlo.
Lo avevano sempre ritenuto un credente
equilibrato e sempre all'altezza delle situazioni.
Ora appare essere addirittura il contrario.
Se prima giustificava Dio,
ora lo attacca e lo accusa.
E lo fa consapevole dello scandalo che suscita.
Ormai il fallimento di Giobbe appare completo
al punto che la fede
è portata avanti soltanto da uomini
incapaci di misurarsi con l'evidenza sollevata dal male.

Giobbe ha rinunciato a seguire la razionalità
che in passato aveva sempre seguito scrupolosamente.
Si stacca dai suoi amici.
Ma, più a fondo, si stacca da Dio.

Da parte sua,
Dio interviene solo a questo punto.
Lo fa con una teofania,
cioè si presenta di persona
tenendo un atteggiamento del tutto imprevedibile.
Avrebbe, infatti, dovuto intervenire subito, all'inizio,
impedendo l'insorgere del male.
Ha continuato a restare indifferente
lasciando che il male compisse tutto il suo corso,
in modo tremendo e devastante.

Alla fine, improvvisamente, si fa vivo.
Ma solo dopo che il lettore,
alla pari di Giobbe,
è stato tenuto a lungo nello sconcerto assoluto.

In tal modo, Dio mette in discussione
un certo modo di praticare la fede.
Troppe volte l'uomo concepisce la fede
come il luogo della certezza serena.
Esclude che essa entri nel tempo dello sconcerto.
Addirittura lo considera come fattore contrario.
La sapienza di Dio e la sua potenza
vengono imprigionate
dentro questo modo di pensare
che poi diventa modo di vivere
soprattutto di praticare la religione.

Troppe volte
l'approccio alla fede è da favola.
Si immagina che Dio stesso vinca il male
in modo magico, soprattutto indolore.
Ma non è affatto così.

E, qui, un punto va con cura chiarito.

Dio ha voluto il libro di Giobbe
per preparare alla sua ultima e suprema teofania.
La morte di Gesù sulla Croce.
Questa morte, oggi, è evocata con forza dal Vangelo.
E qui, essa, è inserita
nel contesto tremendo della tempesta.

Seguendo da vicino Gesù,
i martiri lo hanno capito e lo hanno vissuto.
Per loro, la Croce è diventata
la sapienza che li ha interiormente illuminati.
Insieme, è diventata la forza
che ha consentito loro di andare avanti.
Di sfidare addirittura dittatori in modo inerme,
proprio come ha fatto Gesù.
Pieni di fede in Lui,
si sono colmati di certezza, slancio, entusiasmo, pace.
Questi uomini e queste donne
sono gli autentici difensori della fede stessa.
Hanno affrontato ogni sacrificio
mossi dalla speranza di difendere
quanti finivano sommersi
dalla paura e dalla vigliaccheria,
unicamente preoccupati
di difendere l'utile individuale personale.

Alla fine, proprio l'avere affrontato,
fino in fondo,
lo sconcerto di ritrovarsi da soli
dentro un mondo o una vita
fatti solo di male,
ha loro consentito
di salvare l'onore della coscienza
svenduto da chi si è dato alla follia collettiva,
più o meno inconsapevolmente.

Loro si sono sostituiti a tutti gli altri
nel conservare vivo nel mondo
il senso primario della giustizia e della verità
Attorno a loro, molti vivevano
immersi nelle tenebre.
Loro, però, sono riusciti
a tenere accesa la lampada della fede.
Quella luce è misteriosamente riuscita
a dissolvere le tenebre.

Prima lettura Gb 38,1.8-11
Dal libro di Giobbe

Il Signore prese a dire a Giobbe in mezzo all’uragano:
«Chi ha chiuso tra due porte il mare,
quando usciva impetuoso dal seno materno,
quando io lo vestivo di nubi
e lo fasciavo di una nuvola oscura,
quando gli ho fissato un limite,
gli ho messo chiavistello e due porte
dicendo: “Fin qui giungerai e non oltre
e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”?».

Salmo Sal 106

Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre.

Coloro che scendevano in mare sulle navi
e commerciavano sulle grandi acque,
videro le opere del Signore
e le sue meraviglie nel mare profondo.

Egli parlò e scatenò un vento burrascoso,
che fece alzare le onde:
salivano fino al cielo, scendevano negli abissi;
si sentivano venir meno nel pericolo.

Nell’angustia gridarono al Signore,
ed egli li fece uscire dalle loro angosce.
La tempesta fu ridotta al silenzio,
tacquero le onde del mare.

Al vedere la bonaccia essi gioirono,
ed egli li condusse al porto sospirato.
Ringrazino il Signore per il suo amore,
per le sue meraviglie a favore degli uomini.

Seconda lettura 2Cor 5,14-17
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro.
Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Vangelo Mc 4,35-41
Dal Vangelo secondo Marco

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».