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L'approccio Antropologico di San Giovanni Paolo II

e quello Pastorale di Papa Francesco

di Rocco Buttiglione, filosofo cattolico e parlamentare

 

capitolo 1

 

Nel dibattito in corso sul Magistero di Papa Francesco torna spesso il tema della continuità o rottura fra il suo insegnamento e quello di S.Giovanni Paolo II. Lo spunto per la discussione viene in genere dalla Esortazione Apostolica Amoris Laetitia e dal confronto fra essa e la Esortazione Apostolica Familiaris Consortio oltre che con la enciclica Veritatis Splendor.

Abbiamo voluto affrontare questo tema partendo dalla filosofia di Karol Wojtyła. Non è del tutto corretto leggere un testo del Magistero alla luce dei testi che il Papa ha scritto come "dottore privato", e in questo caso anche prima di diventare Papa. L'antecedente immediato di un testo del Magistero è... il testo precedente del Magistero, anche se scritto da un altro Papa. Tuttavia la conoscenza del pensiero teologico e filosofico di S.Giovanni Paolo II può avere una funzione ausiliaria importante per comprendere la visione complessiva del Papa e quindi anche il suo Magistero.

Abbiamo poi visto il rapporto, centrale per il tema che adesso ci sta a cuore, fra S. Giovanni Paolo II e l'etica della situazione o, più correttamente, fra S. Giovanni Paolo II e la svolta antropologica nella teologia morale.

A differenza di ciò che talvolta si sente dire non si tratta di un rapporto di semplice opposizione. S. Giovanni Paolo II condivide la svolta antropologica ma la interpreta in senso potentemente cristocentrico (1).

Gesù di Nazareth è l'uomo vero, l'uomo secondo la pienezza della intenzione originaria con cui Dio ha creato l'uomo. Lui è dentro il destino di ogni uomo e, contemporaneamente, trascende il destino di ogni uomo verso la verità sull'uomo e verso la verità su Dio.

L'invito della teologia della svolta antropologica (2) ad assumere l'orizzonte trascendentale della auto-comprensione storica dell'uomo moderno viene fatto proprio dal filosofo Wojtyła prima ancora che dal Papa Giovanni Paolo II (3).

L'orizzonte trascendentale, però, non è una prigione. Esso deve essere assunto per essere trasceso. Esso è il punto di partenza che deve essere assunto necessariamente ma non è il punto di arrivo. Fra il punto di partenza ed il punto di arrivo c'è il tempo di un cammino ed in questo cammino la Chiesa è una compagnia dell'uomo.

Abbiamo poi preso in esame la ispirazione di fondo di Amoris Laetitia.

Papa Francesco assume l'orizzonte di auto-comprensione dell'uomo del nostro tempo ed in modo particolare del divorziato risposato. Questa assunzione è il punto di partenza del discernimento.

L'uomo non vede la verità intorno a se stesso. È prigioniero del proprio orizzonte trascendentale, della propria autocoscienza. Bisogna aiutarlo ad oggettivare il proprio vissuto soggettivo. Contemporaneamente l'uomo non è libero, cioè non è capace di fare il bene. È come un ferito sul campo di battaglia - si ricordi la famosa metafora di Papà Francesco sulla Chiesa come Ospedale da Campo (4) - che deve essere ricucito, riabilitato, riabituato ad avere fiducia nelle proprie forze.

L'amore ci chiede sempre di uscire da noi stessi e di abbracciare la croce, e la croce (una parte della croce) per il divorziato risposato è la rinuncia ai rapporti sessuali.

Se nessuno può sfuggire alla sua croce è anche vero che nessuna storia incomincia con la croce. C'è un cammino. In questo cammino "il tempo conta più dello spazio"(5).

In che direzione si sta muovendo il peccatore? Verso la casa del Padre o si allontana da essa? La direzione di movimento ( segnata dal tempo) conta più della distanza assoluta. Sta lottando per superare il suo limite? Dentro questa prospettiva acquista rilievo la distinzione di peccato mortale e peccato veniale e la considerazione degli elementi soggettivi dell'azione che non possono cambiare la natura dell'atto ma sono decisivi per graduare la responsabilità.

Ci domandiamo poi cosa cambia fra Familiaris Consortio e Amoris Laetitia anche alla luce di qualche documento del pontificato di Giovanni Paolo II poco considerato nel dibattito attuale.

Procediamo infine al confronto fra Veritatis Splendor ed Amoris Laetitia per concludere con alcune considerazioni sulla svolta che il Magistero sia di S. Giovanni Paolo II che di Papa Francesco chiede alla teologia morale.

L'Antropologia di Wojtyła L'opera filosofica principale di Karol Wojtyła è dedicata all'atto umano (6).

L'autore vuole comprendere la persona attraverso l'atto.

L'atto umano è infatti la manifestazione più compiuta della persona, quella nella quale più direttamente diventa accessibile la sua essenza.

Wojtyła distingue accuratamente gli atti umani dagli atti dell'uomo. Gli atti dell'uomo sono tutte quelle attualizzazioni del complesso psico/fisico umano che non coinvolgono le caratteristiche specificamente umane che distinguono l'uomo dagli altri animali, cioè propriamente la intelligenza e la libertà. Qui incontriamo prima di tutto gli atti del corpo che sono strutturalmente indipendenti dalla volontà.

Tutte le contrazioni dei muscoli lisci avvengono in modo del tutto indipendente dalle nostre decisioni, così per esempio il battito del cuore.

Esiste una sfera di autonomia del corpo che corrisponde ai processi in generale della materia vivente che riscontriamo anche nelle piante. Individueremo questa sfera con la parola soma, che in greco vuole dire appunto corpo.

Su ciò che si sottrae al controllo della volontà non si può esercitare, naturalmente, una responsabilità morale. Esiste poi una serie di attualizzazioni delle potenzialità del complesso psico/fisico umano che dipendono dalla intelligenza e dalla volontà.

Sono queste a caratterizzare propriamente l'uomo in quanto uomo. Esse dipendono fondamentalmente dall'atto dell'intelligenza che riconosce la verità. Ciò che propriamente caratterizza l'uomo è esattamente la capacità di vedere dentro le cose (in latino intelligere, secondo una antica etimologia intus legere, leggere dentro). Questo leggere dentro le cose ha due lati. Per un verso l'uomo vede connessioni necessarie fra stati di fatto, cioè relazioni di causa ed effetto, e questo gli permette di ordinare il mondo intorno a lui e di utilizzare le forze della natura trasformando il mondo delle cose in un insieme di strumenti per realizzare i propri intenti e dare esecuzione alla propria volontà. S. Agostino chiama questa modalità di uso della ragione scientia (7), Max Horkheimer la chiama ragione strumentale (8).

L'altro lato della ragione è la capacità di vedere cosa è giusto per l'uomo desiderare, cioè la capacità di intuire i valori ed i beni per l'uomo.

L'atto propriamente umano è quello con il quale l'intelligenza vede il bene e lo propone alla volontà perché lo realizzi, cioè perché muova l'uomo ad agire secondo la verità conosciuta. Più esattamente l'atto propriamente umano è quello nel quale l'uomo agisce in accordo con la verità intorno al bene.

L'uomo può conoscere che esiste Dio, che Dio ha creato il mondo secondo una legge eterna, che l'uomo è parte di questa realtà creata e deve cooperare con le sue azioni a realizzare il bene del creato obbedendo alla legge che Dio ha dato all'insieme delle cose create.

Da questa capacità dell'uomo di conoscere la legge della natura è possibile dedurre una concezione della morale come obbedienza alla legge. Wojtyła, però, non ritiene sufficiente questa visione della morale. Si badi bene: non la nega, tuttavia pensa che non sia adeguata (9). L'uomo infatti non è solo intelletto e soma. Fra l'intelletto ed il soma sta il mondo delle emozioni umane. Questo mondo delle emozioni e delle passioni è ricompreso da Wojtyła nel concetto di coscienza intesa non come coscienza morale (in polacco sumienie) ma come essere cosciente (in polacco świadomość).

La coscienza ha il compito di soggettivizzare la verità che l'intelletto ha conosciuto (10) Non basta conoscere il bene per farlo.

Occorre anche riconoscerlo come il mio bene, identificarsi con il bene. Il bene conosciuto deve diventare forma della mia coscienza.

La coscienza ha il compito di associare ogni oggetto conosciuto, ogni esperienza, con l'emozione che gli corrisponde. In questo modo l'oggetto conosciuto entra a costituire in mondo interno del soggetto.

La filosofia idealista ha fatto della coscienza il soggetto creatore del mondo. Wojtyła non riconosce alla coscienza questo ruolo creativo (11).

Le riconosce però il ruolo ed il compito di creare il mondo interiore del soggetto attribuendo agli oggetti conosciuti il loro giusto valore, cioè il posto che loro compete nell'ordine interno del soggetto, nel suo specifico Ordo Amoris (12).

In questo modo l'uomo in un certo senso crea se stesso in quanto soggetto morale, fa di sé un uomo buono o un uomo cattivo.

L'Ordo Amoris è dunque il principio del sistema delle virtù (13). Non è detto infatti che la coscienza riconosca ed accetti il bene che l'intelletto le propone. Essa può anche rifiutarlo, non riconoscerlo, collocarlo in modo sbagliato all'interno dell' Ordo Amoris. Può infine creare in se non un Ordo Amoris che riflette l'amore che Dio oggettiva nelle cose create ma un Ordo Odii vel Inimicitiae, può cioè rifiutarsi di riconoscere il bene in se come bene per me (14).

Incontriamo qui il problema della pedagogia del bene che per Wojtyła coincide in un certo senso con il problema della pedagogia del Concilio Ecumenico Vaticano II (15). Una pedagogia del bene inizia chiedendo di mettere fra parentesi il mondo delle emozioni per considerare l'essere ed il bene in se che è Dio stesso.

Dalla conoscenza dell'essere e del bene in sé deriva il dovere di riconoscere tale essere e bene in se come bene per noi. Dalla metafisica deriva, in questa prospettiva, la morale. L'etica è necessariamente teleologica, organizza la vita in funzione del fine ultimo.

Questo approccio, che è anche quello corrente alla Università Cattolica di Lublino quando Wojtyła inizia il suo insegnamento, ha però due difetti.

Per un verso esso non è accessibile a tutti. Mettere fra parentesi tutte le passioni della vita per permettere un esercizio puro della intelligenza non è cosa che si possa chiedere a tutti. Oltre ad un certo vigore della intelligenza speculativa questo approccio chiede anche una attitudine contemplativa verso la vita, una ascesi sistematica, uno stile di vita monastico.

Richiamo ancora una volta l'attenzione sul fatto che Wojtyła non sente affatto estranea a se questa prospettiva (16).

Essa anzi entra in modo decisivo a forgiare la sua personalità. Egli ha desiderato in una fase della sua vita di farsi carmelitano ed ha fatto la sua tesi di dottorato in teologia su S. Giovanni della Croce. L'idea dunque che nessuno può essere posseduto dal vero amore di Dio se prima non si è spogliato dell'amore per tutte le cose terrene non gli è affatto estranea. Essa si riflette in qualche modo anche nel motto che Egli ha scelto per se stesso: Totus tuus (17).

Rimane vero, tuttavia, che questo è uno stile ecclesiale ma non può essere l'unico. Per un altro aspetto questa prospettiva della legge rischia di formare personalità certo rivolte verso il bene ma che nel loro cammino verso il bene sono private della forza della passione.

C'è il rischio di educare ad una obbedienza senza amore e di bloccare l'energia vitale della persona in una lotta contro le passioni che rende deboli nell'affrontare il compito della vita. Una prima indicazione per uscire da una semplice etica della norma ce la da S. Tommaso d'Aquino. La ragione deve comandare le passioni dell'anima ma deve farlo in un modo che sia politico e non dispotico (18).

La ragione deve, in un certo senso, non costringere ma persuadere le passioni ad accettare la sua direzione e può farlo perché le passioni sono fondamentalmente orientate verso il bene.

La ragione vuole la piena autorealizzazione della persona nel bene e di questa auto-realizzazione fa parte, in linea di principio, anche l'ordinata soddisfazione delle passioni umane. S. Tommaso sviluppa dunque una etica delle virtù. La virtù è una abitudine a tendere verso il bene attraverso l'azione. All'etica delle virtù di S. Tommaso Wojtyła associa la fenomenologia dei valori di Max Scheler.

La percezione di un oggetto è sempre associata ad una risposta al valore di quell'oggetto ( 19) . Educarsi alla virtù significa abituarsi a rispondere in modo corretto al valore degli oggetti della esperienza.

L'oggetto attira una risposta emotiva del soggetto.

Per educarci alla virtù, ci dice Wojtyła facendo uso della lezione sia di S. Tommaso che di Scheler (o, anche, innestando la lezione di Scheler su quella di S. Tommaso) dobbiamo mettere ordine nel mondo delle nostre emozioni (20).

(continua)

 

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