Ricerche

RICERCHE: Il nostro passato e le nostre radici; le tracce del lungo cammino della fede cristiana attraverso la Letteratura, la Storia, l' Arte, la Scienza e la Filosofia.

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Introduzione ai Promessi Sposi

Maria Vittoria Pinna (*)
(*) laureata in Lettere con una tesi di Filologia romanza. Ha insegnato dapprima nella scuola media, poi nel Liceo Scientifico ed ora si occupa di informazione collaborando al mensile del Santuario della Madonna di Bonaria di Cagliari, L'Eco di Bonaria.

Riflessioni su personaggi ed episodi de "I Promessi Sposi". «Desidero perciò proporre una lettura dei Promessi sposi che aiuti realmente i lettori a riconciliarsi con questo capolavoro che la riduttività dell'attuale didattica ha trasformato in un polveroso soprammobile».

19 - Don Rodrigo decide di chiedere aiuto all’Innominato

In questa seconda parte del capitolo diciannovesimo compare un nuovo e inquietante personaggio. Manzoni si dilunga a presentarcelo e lo fa mettendo in rilievo la abissale diversità rispetto alla meschinità del tirannello di provincia.
Lo sappiamo: don Rodrigo vuol spuntarla in uno che è ormai solo un capriccio, anche se ne fa una questione di prestigio personale (che tristezza! Una coscienza assopita che non valuta nemmeno i moti del proprio animo!).
Interessante è invece vedere questo nuovo personaggio, che Manzoni attinge alla storia, ma che presenta a suo modo: non sfugge infatti al suo sguardo indagatore nemmeno la di lui adolescenzache già prometteva lo sviluppo della maturità.
Si tratta, secondo la maggioranza dei critici di Francesco Bernardino Visconti, ma l’autore, con il pretesto della circospezione dell’anonimo e di alcuni storici del tempo da lui consultati (Rivola e Ripamonti), decide di chiamarlo l’innominato.
Fino dall’adolescenza -
 dunque - , allo spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di tante gare, alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno e d’invidia impaziente… Si tratta dunque di un giovane intelligente e sensibile, che davanti alla realtà non resta indifferente e, tra lo sdegno pienamente giustificato e l’invidia impaziente, si può dire che fa un interessante miscuglio: sarà lo sdegno impaziente a prendere decisamente il sopravvento,. E poiché il giudizio, sia pur dettato dall’istintività, porta sempre con sé una decisione per le proprie scelte esistenziali, ecco che incomincia nell’ascesa alla grandezza nella scelleratezze. Tutto è finalizzato in tal senso: le amicizie, i rapporti, l’assoluta spregiudicatezza, condizioni indispensabili per una serie innumerevole di nefandezze richiestegli da coloro che accettavano di essergli amici, ma… subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che gli stessero alla sinistra.. Vuole insomma esser grande con tutti gli oneri della sua scelta e il problema del bene e del male nemmeno lo sfiora. Tanto che paradossalmente accadde talvolta che un debole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa.
Certo il suo nome significava qualcosa d’irresistibile, di strano, di favoloso e il prezzo è una terribile solitudine che lo porta ad emergere sia pur nella malvagità pura, ma comunque lo salverà.
Davanti a lui don Rodrigo fa una ben misera figura: la sua malvagità è altrettanto gratuita, ma mediocre perché voleva bensì fare il tiranno, ma non il tiranno salvatico: la professione era per lui un mezzo, non uno scopo e d’altro canto non poteva fare a meno di una relazione … con un uomo la cui inimicizia era troppo pericolosa.
Mi fermo un attimo sulla interessantissima definizione: la professione per don Rodrigo era un mezzo per poter godere di tutti i vantaggi che gli derivavano dal suo esser un signorotto, sia pur di provincia: questo era l’ideale della sua vita, mediocre certamente, ma un ideale cui conformarsi; anche se alla fine, (interessante a tal uopo è leggere la sua drammatica morte) risulterà un ideale sbagliato.
Per l’innominato invece la professione, cioè il suo modo di rapportarsi con il reale, era uno scopo: ed è sempre lo scopo che si vuole perseguire che detta il comportamento.
La fortuna dell’innominato consisterà nella grazia di comprendere che il suo scopo, il suo ideale, era sbagliato e per questo potrà arrivare alla conversione; e sarà grande nel bene come lo era stato nel male.

La grandezza dell’innominato (o della serietà della vita)

Come don Rodrigo, anche l'Innominato, personaggio di ben altra levatura, viene inserito nella sua cornice naturale, il castellaccio dall'alto del quale come l'aquila dal suo nido insanguinato (…) dominava all'intorno tutto lo spazio dove piede d'uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto. Il che coincide con il suo carattere che vuol essere al di sopra di tutto e di tutti.
Il silenzio e la solitudine la fanno da padroni, ma non vi è nulla di opprimente come accadeva per il palazzotto del mediocre don Rodrigo… Certo, tutto reca il sigillo di un odioso padrone, ma di un padrone che ama respirare a pieni polmoni la sua libertà sfrenata ed anarchica. Unica nota originale è l'osteria con una vecchia insegna che pendeva sopra l'uscio e nella quale era dipinto da tutt'e due le parti un sole raggiante; ma in sintonia con l'ambiente alquanto inquietante, la vox populi chiamava la taverna col nome della Malanotte.

Descritta la cornice, Manzoni passa a delinearci il personaggio: non penso sia possibile sostituirsi all'autore nella presentazione di quest'uomo, nell'animo del quale, qualcosa, come un tarlo, da qualche tempo ha iniziato la sua lenta opera di … distruzione (in vista di una inimmaginabile rinascita, però).
Si tratta di uno dei capitoli più intensi e drammatici che segna l'inizio di un percorso lancinante che culminerà nella conversione: in esso è messa a nudo un'anima. Un'anima e la lotta sconvolgente che in essa si attua tra il nulla e il Mistero… perché il nulla divora, consuma, dilania senza proporre alternative.
Ma Dio è buono e dal nulla ci ripesca tutte le volte che ci lasciamo da esso ghermire. E felice è colui che ha la libertà di guardare con coraggio fino in fondo questo nulla per conoscere bene l'avversario dal quale solo un misterioso Altro potrà liberarlo. Manzoni lo sa forse perché anche lui, a detta di alcuni critici, avrebbe vissuto il travaglio della conversione, e non teme di scandagliare i recessi di quest'anima, grande perché ha preso sul serio la sua vita, anche nel male.
Ma vediamo come avviene la spaventosa lotta tra il nulla e… lo smarrimento di chi vorrebbe sfuggirgli ma non sa come.
Il primo segno esterno che solo l'autore coglie si può ravvisare in quell'affrettato consenso alla richiesta fastidiosa di don Rodrigo, per timore che il suo travaglio interiore si manifesti a causa di una qualche titubanza.
Ma, una volta congedato don Rodrigo, appena rimase solo, l'ormai sessantenne Innominato si trovò, non dirò pentito, ma indispettito d'averla data. Sì, perché da un po' di tempo una cert'uggia delle sue scelleratezze lo rendeva inquieto: una certa ripugnanza provata ne' primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi affatto, tornava ora a farsi sentire…

Ma ritengo molto più interessante una lettura personale della descrizione potente del travaglio interiore del personaggio ed invito vivacemente a farla.
Mi limito soltanto a qualche osservazione relativa ad alcuni aspetti interessanti.
Per esempio: che volto ha l'inquietudine dilaniante dell'innominato? Il volto più drammatico è quello della morte: non … la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva respingerla con armi migliori, e con braccio più pronto come contro un avversario normale; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento.
Accanto alla morte l'idea confusa, ma terribile, di un giudizio individuale che ora la coscienza gli mostrava come ineluttabile.
C'era poi il sentimento di una solitudine tremenda: la solitudine senza illusioni di un'anima che anela a Dio senza saperlo.
E infine quella voce inesorabile di Dio, troppo a lungo ignorata, che vuole farsi largo nel suo cuore: Io sono però.
Inizialmente il nostro tenta di mascherare questa imprevista inquietudine con l'apparenze di una più cupa ferocia. Ma alla fine dovrà cedere ad una forza più potente, che saprà abbracciarlo, nonostante lui.

Concludo questa prima serie di riflessioni relative al ventesimo capitolo soffermandomi un momento su Lucia, che, impotente davanti al rapimento di cui è fatta oggetto, si rivolse a Colui che tiene in mano il cuore degli uomini, e può, quando voglia intenerire i più duri. Per il momento le sue suppliche non hanno smosso il Nibbio, però la sua preghiera sarà misteriosamente esaudita al momento opportuno.
Intanto quello spiraglio nel cuore dell'Innominato che lascia spazio alla voce potente che dice Io sono però, resta aperto per un primo no imperioso davanti al proposito di sbarazzarsi al più presto di quella fanciulla così fastidiosa per la sua coscienza.

 L’Innominato e Lucia

Non è facile presentare in modo efficace queste insuperabili pagine, perché occorre la commozione e il rispetto di chi è chiamato ad esser testimone di uno dei drammi più affascinanti e misteriosi: il lento ed inesorabile procedere dell'intervento di Dio per costringere alla resa un'anima che vuol far sua.
Nel breve e conciso dialogo tra l'
Innominato e il Nibbio, come s'è visto, è stata introdotta una parola completamente nuova (o forse completamente dimenticata da ambedue), la compassione(…) che se uno la lascia prender possesso, non è più uomo, trovando un cuore in grave inquietudine.
Il sommesso intervento di Dio nell'anima dell'
Innominato è infatti già iniziato, e ormai il nostro si ritrova indifeso anche davanti alla compassione del Nibbio. Permane però l'uomo vecchio che tenta una debole reazione: Non la voglio in casa costei egli pensa di Lucia; e, in atto di comando, ordina al capo dei suoi bravi di correre da don Rodrigo per dirgli… Ma non fa in tempo a formulare l'ordine che un altro no interno più imperioso del primo gli proibì di finire.
Le prime difese psicologiche davanti all'attacco di Chi tutto può sono state abbattute facilmente: dapprima era in gioco l'eterno problema della morte che proditoriamente si avanza nonostante lui e la sua forza; il primo no imperioso era stato assecondato quasi d'istinto; questo secondo no non teme di presentarsi più imperioso del primo,.
E' davvero un gioco affascinante per chi è spettatore e sa che le cose avranno un lieto fine: ma il protagonista non lo sa, è indifeso davanti ad una situazione del tutto imprevista e si dibatte senza capire. Così è in fondo di ogni umana esistenza: ci dibattiamo, lottiamo, soffriamo, inconsapevoli che un Altro sa bene quel che vuole e come ottenerlo dalla nostra libertà, se essa lascia aperto quel piccolissimo spiraglio di cui abbiamo già parlato.
Ma torniamo alla lotta del nostro 
Innominato: non lo sa, ma la sua anima è più che mai nelle mani di Dio e la sua umanità abituata a neutralizzare, con una decisione ferma della volontà cui segue l'azione, tutte le difficoltà, percepisce che ora è in gioco qualcosa di diverso e non può fare a meno di constatare: Un qualche demonio ha costei dalla sua (…) un qualche demonio, o… qualche angelo che la protegge… no, è troppo incomprensibile: Domattina di buon'ora, fuor di qui costei…
E il tentativo di formulare una decisione irrevocabile si scontra con compassione al Nibbio! – Come può aver fatto costei?(…) Voglio vederla… Eh! No… Sì, voglio vederla.
E' davvero grande l' Innominato! Le sue riflessioni non sono un girare a vuoto intorno ai propri stati d'animo che non conoscono la malinconia; siamo davanti ad un uomo d'azione: c'è un fatto imprevisto (la compassione del Nibbio) e il primo moto è l'azione: nessuno può impedirgli di fare quel che ha deciso; e così vedrà Lucia.

Alla vista 
dell'Innominato Lucia, che è stata accolta nella camera della vecchia del castello, sopraffatta dal terrore, ma non tanto da rinunciare alla sua dignità, reagisce in modo quasi plateale, o almeno a noi pare tale (noi che siamo abituati a misurare e calcolare tutto): son qui: m'ammazzi; e il suo è insieme un comando e una preghiera.
L'
Innominato la scruta pieno di domanda e pronto ad arrendersi a quel sentimento che rende meno uomini, la compassione. Anche Lucia lo guarda negli occhi, e, pur nella drammaticità della sua situazione, intuisce che qualcosa nel cuore del suo sconosciuto interlocutore si sta muovendo… e non è che una povera contadina, ma il suo sguardo innocente è rimasto limpido e pieno di dignità nonostante l'angoscia. Non iscacci una buona ispirazione dice davanti al guizzo di incertezza dello sguardo dell'Innominato.
Ed ecco quella frase fatidica "Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!"detta in un momento di totale mancanza di calcolo, ma certamente solo per ripetere una verità imparata fin da piccina. E sarà quella frase, come vedremo, a salvare l'Innominato dalla disperazione suicida.

La notte di Lucia e quella dell’Innominato: due diverse angosce

La notte di Lucia nell’orribile castello dell’Innominato non è solo la notte del voto alla Madonna. E’ una notte di angoscia indicibile che rischierebbe di annientarla se ella non avesse il conforto della fede che fa fiorire la speranza.
E’ lì, che si dibatte
 contro i fantasmi nati dall’incertezza e dal terrore quando si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza: prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario: e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata. E’ a questo punto che si rende conto che la propria libertà, la propria salvezza vale qualsiasi sacrificio: anche quello di rinunciare per sempre al suo Renzo, consacrandosi a Maria “per non esser mai d’altri che vostra”. Tutto ciò le dona una pace e una serenità insospettata.

E’ inevitabile soffermarsi un attimo su questa notte così travagliata per osservare quanto sia pulsante di vita e reale questa situazione di gravissima ingiustizia: anche nella nostra disastrata società accadono delle situazioni altrettanto drammatiche; ma generalmente il dramma si trasforma in tragedia, cioè in una situazione senza speranza, perché nella maggior parte dei casi non vi è una personalità veramente cristiana che lo sappia affrontare.
La cattiveria gratuita, la sofferenza inflitta all’innocente sono purtroppo argomenti all’ordine del giorno, ma - se lo si fa – ci si ferma unicamente a stigmatizzare il fatto gravissimo senza riuscire a dargli un significato che lo salvi dalla tragica disperazione… e il dolore diventa, tranne per chi lo deve affrontare in una solitudine disumana, un puro pretesto per accusare i tempi che vanno sempre peggio. E questo perché senza Dio niente ha più significato e il dolore è solo qualcosa di bestiale e incomprensibile.

Ebbene Lucia , l’umile paesana del ’600, vive il tutto non come tragedia, ma come dramma; la sua persona infatti è pienamente protagonista della situazione, cui reagisce con dignità vera perché cosciente di una potenza superiore che ha in mano il cuore degli uomini e le cui vie sono imprevedibili.
Un’altra riflessione. Ultimamente vanno di moda gli sport estremi che dovrebbero riprodurre le emozioni di situazioni estreme: nulla contro questi sport. Ma la motivazione che spinge dei giovani annoiati a sperimentare una vita avventurosa in questo modo è davvero riduttiva della loro dignità di figli di Dio. Il vero dramma non è quello che ci scegliamo noi che non siamo padroni delle nostra vita, ma quello che un Misterioso Destino Buono permette per noi, per la nostra maturazione, per la nostra capacità di reggere davanti alle difficoltà. E tale allenamento non lo si fa con gli sport estremi, non basta; perché quel che importa è avere un’anima grande, come quella di Lucia o anche dell’
Innominato. Sì, dell’Innominato, perché ha l’onestà di arrendersi all’evidenza di una vita più umana della sua, come vedremo. E un’anima grande non la si improvvisa se non si ha un ideale vero, esauriente, verso il quale convogliare tutte le nostre energie.

Di diverso tenore è l’angoscia mortale della notte dell’Innominato. Espletate velocemente tutte le incombenze serali, il padrone del castello si affretta a raggiungere la sua stanza, quale agognato rifugio al tormento che lo assilla. Quel tormento ha il volto di Lucia: “Ma quell’immagine, più che mai presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu non dormirai. Cerca allora rifugio nel ricordo di qualche sua nefandezza, ma lungi dal rinfrancarlo, destava in lui invece una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento. E così il pensiero tornava a Lucia, alla quale almeno avrebbe potuto far del bene liberandola, avrebbe potuto anche dirle: Perdonatemi… Perdonatemi? io domandar perdono? A una donna ? io…! Ah, eppure! Se una parola,una parola tale (…) potesse (…) levarmi d’addosso questa diavoleria, la direi, (…) a che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!...
Non starò qui a riprendere tutti i passaggi del suo pensiero allucinato che giunge alla decisione di liberare l’indomani Lucia. Ma tale decisione non basta ad acquietarlo; e la mente lo conduce a ripercorrere tutta la sua odiosa vita di soprusi inflitti ad innocenti. Il peso è troppo grande e, per non sentirsene schiacciare, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e… al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine…
A questo punto il corso dei suoi pensieri prende una nuova direzione. Interessantissima: Se quell’altra vita di cui mi hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse una cosa sicura; se quella vita non c’è; se è un’invenzione de’ preti; che fo io? perché morire?cos’importa quello che ho fatto? cos’importa?è una pazzia la mia… Ma poi ben più drammatico e terribile: …E se c’è questa vita?
A tal dubbio, a tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale dalla quale non si poteva fuggire, neppure con la morte.
E’ un dramma nel quale non è facile immedesimarsi, ma nella sua mente angosciata non perde un briciolo di lucidità: se l’altra vita non c’è perché suicidarsi? Se c’è, sarebbe tremendo… Insomma non c’è via di scampo alla disperazione che lo vuol ghermire.
Tutt’ad un tratto, gli tornarono in mente le parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: - Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia – E non gli tornavan già con l’accento dell’umile preghiera (…) ma con un suono pieno di autorità, e che insieme induceva una lontana speranza…: avrebbe potuto liberarla e questa forse sarebbe stata la sua salvezza. Ma un residuo di disperazione lo riassaliva, anche se più debole, al pensare alla sua solita vita che sarebbe ripresa…
“Un imprevisto è la sola salvezza” diceva Montale, ma l’
Innominato non lo sa e non può nemmeno aspettarselo. Ed è proprio l’imprevisto che lo strappa alla disperazione: sul far dell’alba ecco uno scampanio, un allegro vocio, gente che allegra si dirigeva tutta verso una comune meta: Che diavolo hanno costoro? Che c’è in questo maledetto paese? Dove va tutta quella canaglia?(…) Guardava… guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa.
Vedremo nel prossimo capitolo che tutta quella festa era… per un uomo! (…) per vedere un uomo!
Ma quell’uomo è il Cardinal Federigo che completerà l’opera così pazientemente orchestrata da Dio nell’ anima dell’Innominato.

 

 

 

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