Ricerche

RICERCHE: Il nostro passato e le nostre radici; le tracce del lungo cammino della fede cristiana attraverso la Letteratura, la Storia, l' Arte, la Scienza e la Filosofia.

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Il nostro cammino ecumenico oggi

Don Giuseppe Grampa

QQuando era ancora arcivescovo a Milano, Giovanni Battista Montini così spiegava ai suoi preti il senso del Concilio: “Nel Concilio la chiesa cerca se stessa, tenta con grande fiducia e grande sforzo di definirsi meglio, di comprendere che cosa essa è...Dopo venti secoli di storia, la chiesa sembra sommersa dalla civiltà profana, assente dal mondo attuale. Essa avverte allora il bisogno di raccogliersi, di purificarsi, di rifarsi...mentre si impegna a qualificarsi e a definirsi, la chiesa cerca il mondo, tenta di venire in contatto con questa società. E in che modo realizzare questo contatto? Essa apre il dialogo con il mondo...La Chiesa non può comprendere bene se stessa che nel suo rapporto con il mondo e non con un mondo astratto, ma con il mondo concreto, storico” (Discorsi al clero, p.80, 213-4). Dobbiamo riconoscere che lo stile del dialogo è scelta recente da parte della Chiesa, fin qui persuasa di dover dare al mondo piuttosto che ricevere dal mondo. Il Concilio afferma una vera e propria reciprocità tra chiesa e mondo: “L’esperienza dei secoli passati, il progresso delle scienze, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana attraverso cui si svela più appieno la natura stessa dell’uomo e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò è di vantaggio anche per la Chiesa” (G.S. 44). Questo tema conciliare è particolarmente importante nei confronti delle altre tradizioni religiose, ha aperto infatti la via del dialogo ecumenico con le altre Chiese cristiane e del dialogo interreligioso con le altre esperienze religiose.
Nel 1439 nei giorni che avevano visto nel Concilio di Firenze la ricomposizione della frattura tra Chiesa cattolica latina e Chiese Ortodosse dell’Oriente cristiano, ricomposizione effimera ben presto cancellata, il cardinale Bessarione, illustre esponente dell’Ortodossia che si era adoperato per la ricomposizione, scriveva: “Quale scusa potremo portare per giustificare il fatto di aver rifiutato di riunirci? Che potremo dire a Dio per giustificare la nostra divisione tra fratelli, mentre
Gesù è disceso dal cielo, ha preso una carne umana, è stato crocifisso per riunirci e fare di noi un solo gregge? Quale sarà la nostra scusa di fronte alle generazioni future, anzi di fronte ai nostri contemporanei
?”

Dobbiamo fare nostra questa domanda e chiederci se qualche cosa è mutato dai tempi del cardinale Bessarione.
Dovranno passare non pochi secoli perché la Chiesa cattolica, con il Concilio Vaticano II, riprenda decisamente il cammino ecumenico che nei decenni precedenti il Concilio era stato avviato. Fin dal 1890 il religioso francese Fernand Portal aveva inaugurato con l’anglicano Lord Halifax il metodo delle conversazioni ecumeniche che saranno sviluppate sotto la guida dell’arcivescovo di Malines in Belgio, il cardinale Mercier. Si tratta di esperienze limitate che contribuiranno alla felice pratica della Settimana di preghiera che ancora oggi viviamo in questo gennaio.

Nel 1950 la Congregazione per la dottrina della fede che allora si chiamava sant’Uffizio, un anno dopo la creazione del Consiglio Ecumenico delle Chiese, riconobbe che il movimento ecumenico si era prodotto per il soffio della grazia dello Spirito Santo. Annunciando la sua intenzione di indire un Concilio, Giovanni XXIII si rivolse alle altre Chiese cristiane invitandole “a seguirmi anch’esse amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia a cui tante anime anelano da tutti punti della terra”. Il Concilio non fu come allora qualcuno pensò la provvidenziale occasione di sanare le fratture che nel corso dei secoli avevano diviso la chiesa ma non poche affermazioni conciliari hanno aperto, irrevocabilmente, il cammino ecumenico. Ricordiamo qui alcune di queste ‘perle’ che nei testi conciliari aprono spiragli di unità. Una parola, un verbo usato tre volte, cancella tanti secoli di incomprensioni, di lotte, di intolleranze. Parlando della vera Chiesa di Cristo il Concilio afferma che essa “sussiste” nella chiesa cattolica. Si poteva più semplicemente dire “è” la chiesa cattolica, come si è detto per secoli, istituendo così una piena identità tra Chiesa cattolica e vera Chiesa di
Cristo. Con l’uso di questo verbo “sussiste” si vuol dire che la Chiesa di Cristo e degli Apostoli è nella Chiesa cattolica ma non la esaurisce, e la Chiesa di Cristo non si riduce alla Chiesa cattolica. Infatti le altre chiese cristiane sono a loro volta portatrici di quei valori che costituiscono la vera Chiesa di Cristo: “Le Chiese e le comunità separate, quantunque crediamo abbiano delle carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e di peso. Poiché lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza” (Decreto conciliare sull’Ecumenismo, n. 3).

Una seconda ‘perla’: nei testi conciliari troviamo un avverbio significativo. Nella Costituzione sulla Chiesa leggiamo: “Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che avendo lo Spirito di Cristo accettano integralmente la sua organizzazione e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti”. Un altro papa, Pio XII, vent’anni prima nella Lettera enciclica Mystici Corporis aveva scritto: “Sono realmente incorporati...”. Il Concilio invece contempla una gradualità nell’incorporazione alla Chiesa. Si passa da uno schema rigido – tutto o niente, o l’incorporazione è reale oppure si è fuori – ad uno schema che riconosce sì una piena incorporazione, ma anche gradi parziali di essa. Si passa dalla ‘assolutezza escludente’ alla ‘pienezza includente’.
Quanto si dice per le Chiese cristiane con le quali esistono legami talora fortissimi (Sacra Scrittura, Battesimo, Eucaristia...e molti secoli di cammino comune) vale, in forme e misure diverse, anche per le altre religioni: “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini” (Dichiarazione sulle religioni non cristiane, n. 2).

Una terza perla del Concilio giustifica la scelta del dialogo con le diverse tradizioni religiose: il riconoscimento del primato della coscienza nel cammino di fede. “Gli imperativi della legge divina l’uomo li coglie e li riconosce attraverso la sua coscienza, la quale è tenuto a seguire fedelmente per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza” (Decreto sulla libertà religiosa, n.3).

Accanto a questi testi conciliari non sono mancati gesti compiuti dai Pontefici che hanno con efficacia mostrato il nuovo stile del dialogo ecumenico.
In occasione del suo primo viaggio in Terra Santa, nel 1964, Paolo VI abbraccerà il patriarca ortodosso Atenagora, disporrà la restituzione di insigni reliquie sottratte in passato alle Chiese d’Oriente e nel giorno di chiusura del Concilio la cancellazione delle scomuniche del 1054.

Il 25 marzo 1966 Paolo VI chiede all’Arcivescovo anglicano Ramsey di benedire con lui la folla e poi gli pone al dito l’anello pastorale che i milanesi gli avevano donato.
Il 7 dicembre 1975 il Papa si pone in ginocchio e bacia i piedi del patriarca di Calcedonia Melitone. Pensiamo agli incontri ecumenici di Giovanni Paolo II in ogni suo viaggio e la prima visita di un papa alla Sinagoga di Roma il 13 aprile 1986. Il 27 ottobre 1986 l’incontro ad Assisi con le altre Chiese e i rappresentanti delle diverse religioni. Incontro rinnovato il 24 gennaio 2002.
Fin qui abbiamo visto come il dialogo si radichi nella persuasione che l’altro non è altro, non è davvero estraneo; l’altro può avere con noi in comune un prezioso patrimonio di fede. In altre parole: quando mi apro al dialogo riconosco il positivo che vi è nell’altro. E aggiungo: mi apro al dialogo solo se sono pronto a riconoscere il mio limite.

Dobbiamo ritornare ad Adriano VI, l’ultimo papa non italiano del Rinascimento, che nel 1523 (sono gli anni della Riforma luterana) aveva tentato una riforma affermando: “Anche in questa Santa Sede, fino ad alcuni anni or sono, sono accadute cose abominevoli: abusi delle cose sacre, prevaricazione nei precetti, e tutto infine volto al male. Noi intendiamo usare ogni diligenza perché sia emendata anzitutto la Corte romana dalla quale forse tutti questi mali hanno prese l’avvio”. Dovranno passare secoli e sarà Paolo VI che il 29 settembre 1963 tre mesi dopo l’elezione al Pontificato, rivolgendosi alle Chiese cristiane separate, dirà: “Se alcuna colpa fosse a noi imputabile per tale separazione, noi ne chiediamo a Dio umilmente perdono e domandiamo venia altresì ai fratelli che si sentissero da noi offesi”.

E di nuovo tra le ‘perle’ del Concilio vi è l’aggettivo “peregrinante”: Chiesa pellegrina nel tempo che “già sulla terra è adornata di vera santità anche se imperfetta” (LG, 48). Per questo “la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento” (LG, 8). Ricordiamo il gesto compiuto da Giovanni Paolo II la prima domenica di Quaresima dell’anno giubilare 2000, gesto di umile riconoscimento delle colpe che segnano il volto della chiesa. Alla luce di questo gesto del Papa comprendiamo la gloria e la debolezza della Chiesa. Contempliamo la sua gloria, perché la luce di Cristo risplende sul volto della Chiesa (LG, 1) e la sua debolezza perché essa “porta la figura fugace di questo mondo e vive tra le creature” (LG, 48). Il gesto del Papa aveva una precisa intenzionalità ecumenica: “La Chiesa cattolica deve entrare in quello che si potrebbe chiamare ‘dialogo della conversione’, nel quale è posto il fondamento interiore del dialogo ecumenico. In tale dialogo che si compie davanti a Dio, ciascuno deve ricercare i propri torti, confessare le sue colpe, e rimettere se stesso nelle mani di Colui che è l’Intercessore presso il Padre, Gesù Cristo” (Ut unum sint, 82).

Fin qui alcuni dei principali ‘passi’ del cammino ecumenico: decisivo l’impegno di alcuni Pontefici.

Ma possiamo chiederci: quanto questo cammino coinvolge i fedeli? Certamente coinvolge non poche coppie di sposi appartenenti a due diverse Chiese cristiane o, come sempre più spesso accade, appartenenti alla fede ebraica o islamica. Coinvolge anche fedeli cattolici che vivono con sofferenza l’impossibilità di condividere con fratelli cristiani non cattolici la medesima tavola eucaristica. In anni non lontani il cosiddetto ‘scambio di ambone’ portava ministri del culto cattolici a leggere e commentare la scrittura e Pastori delle Chiese riformate a svolgere analogo servizio nelle nostre Chiese.
Oggi questo scambio che ho avuto la grande gioia di sperimentare non mi sembra favorito e questo mi sembra un passo indietro... L’interrogativo del cardinal Bessarione è tristemente attuale.

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