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La misericordia in Dante

di Franco Nembrini

Riprendiamo la trascrizione di una relazione di Franco Nembrini tenuta ad Assisi, nella Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli l’1/8/2015.

Inutile dire che sono emozionatissimo. E lo sono innanzitutto per un sentimento di inadeguatezza, perché non sono uno studioso di Dante nel senso accademico del termine e ci sono tante cose di Dante e della Divina Commedia che non conosco, per cui l’ultimo mio pensiero è quello di spacciarmi per un fine intenditore di letteratura medievale. Semmai mi ritengo un esperto di Dante nel senso latino del termine, nel senso etimologico, cioè uno che avendo fatto una certa esperienza della vita, da Dante è stato aiutato a capirla, a viverla, per cui la storia del mio rapporto con Dante è la storia di uno che cerca di capire e di conoscere, e trova in Dante (come del resto in tutti i grandi autori e in tutta la grande arte) un interlocutore interessantissimo e autorevole. Solo in questo senso mi permetto di essere qui a parlarvi di Dante.

E poi sono emozionato per il centenario del Perdono D’Assisi! Il primo pensiero che ho avuto quando mi hanno chiamato è stato: “Ma non avevano nessuno da chiamare?! Quelli che la sanno lunga sono tutti in ferie?”. Poi mi intriga molto perché  Francesco è il mio nome di battesimo, ed essere qui oggi con voi, a celebrare il Perdono, mi sembra una cosa straordinaria. Provo a fare ciò che mi è stato chiesto di fare. La domanda era proprio, vista l’occasione del Perdono d’Assisi: prova a dirci quel che Dante direbbe, quello che dice della misericordia e del perdono. È chiaro che in tre quarti d’ora riuscirò solo a dare degli spunti, poi toccherà a voi, se la cosa vi interessa, andare a vedere.

Mia moglie dice sempre che dò troppo spazio alle premesse e poi non ho più tempo per dire quel che ho da dire, ma a me sembrano troppo importanti. Raccontare a chi mi incontra perché ho questa passione per Dante mi sembra doveroso perché dà la chiave di lettura per cui uno possa poi ripetere l’esperienza che è toccata a me. Senza questo mi sembra di non dirvi la cosa più importante. Anche stasera faccio queste due premesse fondamentali.

La prima: come l’ho incontrato? Come nasce la passione per un autore così, per un’opera ritenuta ai nostri tempi obsoleta? A me è accaduto un fatto preciso a cui faccio risalire il mio amore per la letteratura e la mia vocazione di insegnante. Senza quel fatto non avrei fatto le scelte che ho fatto nella vita. Estate della prima media: quarto di dieci figli, mio padre si ammala di sclerosi, un momento di difficoltà in casa, mi si chiede di andare a lavorare durante l’estate tra la prima e la seconda media. Vado a lavorare presso dei conoscenti in città a Bergamo, come garzone di una gastronomia. Rimanevo a dormire dal lunedì mattina al sabato sera. Mi sentivo un po’ in esilio, lontano dagli affetti familiari, mi sentivo maltrattato dalla sorte, mi sentivo stanco. Il padrone del negozio una sera alle dieci, mentre sto per andare a letto stanco morto, mi chiede di scaricare un camioncino di casse di acqua e di vino. Devo portarli in un seminterrato lungo una scala ripida, su e giù. Piango, ma improvvisamente accade questo fatto: a metà della scala mi sovviene un ricordo (allora lo studio della Divina Commedia alle medie, secondo il programma ministeriale, era diviso in questo modo: Inferno in prima media, Purgatorio in seconda e Paradiso in terza. Già in prima media si studiava e la mia professoressa ci aveva fatto imparare canti interi a memoria). In quel momento, su quella scala, con una cassa in mano, mi sovviene una terzina di Dante “e proverai si come sa di sale lo pane altrui e com’è duro calle lo scendere e il salir per l’altrui scale”.

Era esattamente quello che stavo facendo. Fu la scoperta della mia vita. È nata lì la mia vocazione perché in quel momento ho scoperto che cosa fosse l’interesse: la scoperta di essere dentro, inter essere. Dante parlava di me e diceva di me quello che stavo vivendo. Io avevo cercato di comunicarlo ai miei a casa, ma mai avrei trovato quei versi folgoranti che mi descrivevano.

Com’è sta storia che un uomo di settecento anni fa mi descrive? Cosa ci faccio io lì dentro, fotografato con questa precisione? Scoprii che la letteratura parlava di me.

A casa mi entusiasmai, lessi tutta la Divina Commedia quell’estate, senza capirci niente ovviamente, ma ci volle poco (aiutato da quell’insegnante) a scoprire che tutto parlava di me. Parlava di me Leopardi, parlava di me la letteratura, la grande musica, la scultura, l’arte. Intuii che quando rimani a bocca aperta davanti a una cosa è perché qualcosa di te è come se interloquisse con quell’opera, con quella scultura, con quelle note. Ho capito anni dopo, (perché ci vuole tempo, bisogna esercitarsi), per dirla con San Francesco, che non solo Dante, non solo la Basilica, non solo la statua, non solo il quadro, ma perfino l’erba, le nuvole, l’acqua parlano di me. C’è una possibilità di interlocuzione con tutta la realtà perché tutto in qualche modo ti chiama, ti interpella, è vocazione, è chiamata alla quale devi rispondere. E la vita diventa una assunzione continua di responsabilità, rispondere a qualcosa che ti chiama. Diventa l’avventura in cui l’unica cosa che conta è cercare di conoscere Questo che ti chiama nelle nuvole, nell’acqua, nell’erba. Ho cominciato a sentire la letteratura come un dialogo e perciò a desiderare che lo fosse per altri.

La vocazione per l’insegnamento nasce da qui, perché hai qualcosa di grande da portare, perché è un mestiere che per definizione ha questa missione: comunicare agli altri la certezza, la bellezza e la profondità del tuo rapporto con le cose.

Ve lo dico perché la bellezza delle discipline nella scuola dovrebbe essere strada (trivio e quadrivio) alla Verità!

Da allora per me leggere Dante è stato l’approfondirsi di questo dialogo. In classe quando cominciavo l’anno scolastico li sfidavo su questo: leggevo un brano di Machiavelli, la lettera a Francesco Vettori, che descrive l’insegnamento così. Esule fiorentino anche lui, dice della propria vita che la passa normalmente ingaglioffendosi, sporcandosi di fango e di loto; però quando viene la sera mi ritorno al mio scrittoio dove lasciati quei panni pieni di fango e di loto, mi metto panni reali e curiali e vestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui uomini dove da loro ricevuto amorevolmente mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io naqui per lui.

L’ora di italiano deve essere questo: almeno nella mia ora, abbiate il coraggio di lasciare fuori dalla porta lo schifo di cui voi stessi dite che è piena la vostra vita, lasciate lo schifo quotidiano ed entrate vestiti condecentemente, cioè consapevoli della vostra dignità, all’altezza del vostro desiderio, del vostro cuore e provate  a venire con me perché per me l’ora di italiano sarà questo. Siccome io ci sono già stato, sono tornato a prendervi, vi accompagno io. Questo è il mestiere dell’insegnante: vi porto dove io sono già stato e dove voi potrete fare agli antichi le grandi domande della vita.

Machiavelli va avanti: dove io non mi vergogno di chiedere loro la ragione delle loro azioni ed essi per la loro umanità mi rispondonoE per quattro ore di tempo dimentico ogni affanno, non mi sbigottisce la morte, tutto mi trasferisco in loro.

Ai ragazzi dico: “Pensate che potremmo passare quattro ore, anzi la mattinata intera così, tutti trasferiti in questo dialogo.  L’unico problema è che abbiate il coraggio di entrare nell’ora con il cuore in mano, con le domande che vi feriscono, con le cose che vi premono. Leopardi risponde, ma se non avete domande da fare il libro rimarrà chiuso e a un certo punto vi romperete le scatole”, come a molti italiani è successo a scuola.

Non si può capire cosa Dante dice della misericordia, uno non lo può capire semplicemente per una curiosità intellettuale, uscireste come siete entrati.

Con Dante non si può uscire come si è entrati, se si è qui è perché si ha una domanda vera su di sé: “Dante, ma tu della misericordia cosa dici?” Si interpella Dante per se stessi, perché sono io il primo ad aver bisogno della misericordia. Se uno entra nella Divina Commedia così non finisce più di scoprire, di vedere, di imparare perché quel dialogo non si interrompe più, perché la propria vita cambia, cresce, si rinnova continuamente e le domande che fai al testo cambiano, e cambiando le domande cambiano anche le risposte.

Così il compito dell’insegnante è dire ai ragazzi “Venite con me, perché io non so le risposte che Dante vi darà, perché ciascuno di voi avrà le sue domande e quindi le sue risposte. Io vi posso solo accompagnare nel luogo dove si può interloquire con Dante, cioè col testo. Poi Dante offrirà a ciascuno le sue risposte”. Lo dico perché non c’è altro modo di capire la letteratura e di capire qualsiasi cosa ci accada. Un uomo è vivo perché ha delle domande. Se ha delle domande, tutto ciò che ha intorno si presenta come possibile risposta. Nasce un lavoro appassionante, una vita di una densità, istante per istante, inaudita, sia di fronte alle cose belle che a quelle brutte, sia nella prova che nella gioia.

Detto questo, la seconda cosa che mi preme dirvi, e cominciamo a entrare nel merito della questione, è questa: per capire qualcosa di Dante bisogna fare uno sforzo di fantasia, di immaginazione. Perché Dante viveva nel Medioevo e noi ce lo siamo lasciati alle spalle, nel bene e nel male, e non ragioniamo più come allora. Io non sono uno di quelli che dice “Nel Medioevo che bello, che bello!”. Il solo fatto che non ci fosse il tabacco mi fa dire “niente Medioevo, preferisco adesso”. Non sono un nostalgico.

Ma certamente c’è una cosa che dobbiamo imparare e che ad Assisi si impara, perché basta guardare la vita di San Francesco e la basilica e gli affreschi di Giotto e questa cosa la si deve ammettere. Tra l’altro ricordo un fatto che mi accadde proprio con una classe che portai qui ad Assisi. Davanti al ciclo di Giotto un ragazzo, un bergamasco ruspante mi disse: “Ma profe, questo sarebbe il buio del Medioevo?” e io gli ho detto: “Bravo! Scrivi un bell’articolo su qualche giornale che sfati il mito, la falsità ideologica che la scuola e la cultura italiana hanno patito da cent’anni a questa parte, che forse fa bene a qualcuno. Guardando Giotto. Una luce così, una bellezza così!

Noi facciamo fatica a immaginare la vita per come la poteva vivere Dante, perché quella fu un’epoca piena di disastri, forse più della nostra – no, della nostra no -  quasi come la nostra, ma aveva certamente una caratteristica che dobbiamo riconoscere: una facilità degli uomini di quel tempo ad essere pensosi, riflessivi rispetto al proprio destino e alle grandi domande, quelle stesse domande che poste oggi ti fanno sentire come un deficiente.

Mi viene la tentazione di entrare sulla questione educativa quando dico queste cose, perché tutta la tragedia dei giovani del nostro tempo è questa: loro per fortuna, quasi per natura, a un certo punto si fanno delle domande serie sulla vita ma una generazione di adulti dice loro: “ma cosa ti viene in mente, vola basso, stai tranquillo, pensa a studiare, pensa al posto di lavoro. Quelle domande lì, ma si…, vedremo, adesso pensa al concreto”. Questo è il delitto che una generazione di adulti compie quotidianamente verso una generazione di ragazzi il cui cuore è come quello di Dante. Il problema della vita non è più essere contenti, ma accontentarsi. E come Dante dice, sono due cose un po’ diverse. E così i nostri figli, siccome non si accontentano perche vogliono essere contenti, fanno quello che fanno.

Immaginiamo un’epoca in cui fosse più facile, familiare, alzarsi al mattino e sentire il problema del destino, della felicità della vita. Il contrario di quel che facciamo oggi. E se voi aveste incontrato Dante in giro per Firenze al mattino alle 8 mentre va al bar, e gli aveste chiesto, sorprendendolo, già al mattino presto: “Oh Dante, oggi come la metti? Che valore attribuisci alla giornata di oggi? Cosa cercherai oggi?” non avrebbe risposto con le risposte che diamo noi. Vi avrebbe guardato e vi avrebbe detto: “Ma come? Cosa farò oggi? Cercherò di essere felice, adeguato alla ragione per cui sono al mondo. La felicità. Il compimento della mia vocazione”.

E voi un po’ stupiti gli chiedete: “Va bene, siamo tutti d’accordo, ma cosa è la felicità? Come la dettaglieresti? In che cosa potresti sperare di essere felice oggi?”. E lui vi avrebbe detto: “Ma dai! Possibile che non lo sai? L’uomo è fatto per la felicità, cioè per conoscere la verità, per cercare il bene, per custodire la bellezza”. È ovvio, avrebbe detto. Per cosa siamo al mondo? Che cosa ci differenzia dal nostro cane e dal nostro gatto se non questo? Se non sentire come compito, per il fatto stesso di essere venuti al mondo, sentire come vocazione, come dovere, cioè come ciò che stabilisce la moralità vera di ciascuno di noi, il perseguimento della verità.

Voler conoscere le cose, non quelle dei filosofi e neanche dei teologi. La verità vuol dire saper cosa si dice quando si dice a un amico “ti sono amico”, o a una donna “ti voglio bene”, cosa si dice quando si dice dolore, gioia e verità e menzogna e bene e male. Come si fa a stare al mondo senza sapere niente del valore vero di queste parole? Conoscere la verità, ma non solo. Che la verità possa diventare forma dei rapporti, cioè diventi il modo con cui ci trattiamo, cioè un bene esercitato quotidianamente, un voler bene, un voler il bene dell’altro e proprio. È questo che dà pace al cuore dell’uomo.

Non solo queste due cose ma una terza: sentire la propria giornata e la propria vita utile a sé e agli altri. Il tempo che passa che edifica qualcosa di buono per questo povero mondo. Sentire che la propria vita contribuisce un po’ alla bellezza del mondo. Il vero, il bene, la bellezza. Loro li chiamavano i tre trascendentali. Il verumpulchrumbonum. Siamo fatti così. E Dante avrebbe detto: “La felicità, Franco, è perseguire anche oggi un pochino queste tre cose. Fare un passo nella comprensione di queste tre cose.”

Vi ho detto tutto questo perché ho una fissa che devo motivare. Tra l’altro mi colpisce perché quando si spiega Dante, sempre, anche a scuola, lo si presenta come un genio isolato, come un fiore nel deserto. Ma quei secoli furono secoli in cui la gente, i contadini ragionavano così. Educati da 1200 anni di cristianesimo, nel bene e nel male, con tutti gli errori, le guerre, i difetti, come noi, forse peggio di noi, ma questa cosa c’era. C’era il sentimento della vita come l’ho descritto.

Perché qualcuno mi deve spiegare come un ragazzotto dell’estrema provincia di un paese tutto sommato sconosciuto, in mezzo al cuore dell’Umbria decida di fare una cosa da matti, (spogliarsi in piazza, davanti al vescovo, e dire al padre: “Riprenditi tutto perché la mia ricchezza è la povertà”) e quando a un certo punto del suo breve percorso decide di guardarsi attorno e di convocare a convegno quelli che l’hanno seguito, si ritrova al Capitolo delle Stuoie con cinque mila uomini. Ma vi rendete conto?

In un momento in cui non c’è mezzo di comunicazione che non sia la parola e la fiducia reciproca, senza TV e giornali e cellulari, un ragazzo d’Assisi, nel Milleduecento e rotti, fa una cosa da matti e si ritrova cinque mila uomini che lo seguono da tutta Italia e da tutta Europa. Poi c’è stata la vicenda di San Bernardo, in anni vicini a questi, che è andato a rimettere in piedi un monastero che stava morendo, in una palude, e muore avendo fondato quattrocento abbazie in tutta Europa con dodici mila frati. Capite che se accadevano cose così vuol dire che quello che Dante racconta era sentimento comune, che la gente cristiana di allora aveva di sé, dei rapporti, della fede, della chiesa. Una cosa che facciamo fatica a immaginare ma che dietro a Dante possiamo reimparare insieme.

Dante vi avrebbe anche detto con aria un po’ furba: “C’è un punto della mia vita in cui questo bene, questa verità, questa bellezza, io non so dirti come, ma è come se tutta l’attrattiva che la realtà ha su di me si condensasse in un punto. C’è una specie di parafulmine, di catalizzatore, di antenna che concentra in sé tutto il bene che mi aspetto dalla vita, tutta la bellezza che mi aspetto, tutta la verità che voglio conoscere. Questo punto è il punto affettivo. Una ragazza. Tant’è che racconta che se pensa alla prima cosa che riesce a ricordare della sua vita, il ricordo più antico, che vuol dire la cosa più profonda, più genetica, più strutturale, è un punto che è tutto affettivo. Il rapporto con la donna è il punto dove si condensa tutta l’attesa di bene della vita.

C’è una ragazza che è questo, (che ho visto per la prima volta a nove anni: è il primo ricordo che ho di me) che sento come il punto in cui mi è promessa la felicità: Beatrice, portatrice di beatitudine. La cosa che mi ha sempre colpito è che, se non si legge la Vita Nuova, non si capisce cosa è successo a Dante quando si è innamorato di quella ragazza, della Divina Commedia non si può capire niente. Perché lui vive il rapporto con quella ragazza in un modo tale che sente realmente lì la promessa del bene che la vita è sempre a ciascuno.

La cosa incredibile è che coincidono il rapporto con lei, il presentimento di questo bene e il perdono, la misericordia. “Dico che quando ella apparia da parte alcunaper la speranza della mirabile salute, nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritate, la quale mi facea perdonare a chiunque m’avesse offeso. E chi allora m’avesse domandato di cosa alcuna, la mia responsione sarebbe stata solamente Amore, con viso vestito di umiltade”.

Pensate che roba. Questo a diciotto, venti anni, sentiva un desiderio di felicità costitutivo della vocazione dell’uomo, presentiva una risposta nell’incontro con una ragazza che sembrava promettergli la beatitudine e sentiva che questa beatitudine sarebbe stata una immensa possibilità di perdono. Quando guardavo lei, quando vivevo sotto il suo sguardo, nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritate, la quale mi facea perdonare a chiunque m’avesse offeso.

Legge della vita, dell’essere, del rapporto fra gli uomini è un amore, cioè un perdono. Perché amore e perdono coincidono: “In questo sta l’amore, che Dio ci ha amati per primo mentre eravamo ancora peccatori”. Non c’è altra formula dell’amore. Quando diciamo ti voglio bene ai nostri figli, o si dice questo o si mente, consapevolmente o inconsapevolmente. Amore è perdono, sempre. È per questo che Dio è misericordia. La definizione di Dio è che è amore, cioè misericordia, capacità di dare la vita per l’altro prima che l’altro se lo meriti. Perciò sono convinto che la Divina Commedia è il grande poema della misericordia, e in particolare lo è la cantica del Purgatorio.

La Divina Commedia parte da una semplice constatazione: io di me stesso cosa posso dire? Ciascuno di noi stasera prima di andare a letto o stamattina quando si è alzato, guardandosi allo specchio, diciamo la verità, che cosa può dire se non che siamo niente? Se fosse per noi non sta in piedi niente. Non ci siamo dati la vita, non ci siamo dati la bellezza che abbiamo attorno, niente. Non ci siamo meritati niente. È un amore, una gratuità che tiene su la giornata, le cose. Una gratuità totale, immeritata, e di noi possiamo solo dire che non capiamo niente che la vita è una assenza di luce. Come una selva oscura, il punto di partenza vero, onesto, che la Chiesa ci ricorda ogni volta che andiamo a messa ci fa dire “mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa” ci fa dire che il punto di partenza è che di noi stessi possiamo dire solo il tradimento, il male, la pochezza, il niente che siamo. Polvere sei e polvere ritornerai. Cos’altro hai da dare, da dire? Se non constatare, magari anche quando le cose van bene, e credi di essere arrivato, di aver fatto le cose per benino, nel mezzo del cammin di nostra vita, a 35 anni, l’anno della carica politica, del successo, dove tutto sembra funzionare, se uno è leale cosa dice di se stesso? Mi ritrovai per una selva oscura, mi manca proprio ciò che è più essenziale nella vita, una luce per cui possa dire ti amo e saper quel che dico, ti sono amico e saper quel che dico, parlar della gioia e del dolore e portare il peso del dolore senza essere schiacciato e vivere di un’ultima speranza buona. Tutto questo non ce lo diamo noi, dobbiamo cercarlo. Di noi stessi possiamo solo dire che siamo nel mezzo della selva oscura. Dante ci invita a prendere atto di questa debolezza.

Ma poi cosa succede? Preso atto di questo, ragionando sulla nostra condizione, capiamo che una luce che illumina la vita ci deve essere. Se abbiamo il coraggio di alzare la testa e non guardare l’ombelico sempre, sappiamo che è dentro la natura delle cose la possibilità di un bene all’origine e alla fine. Alzai lo sguardo e vide le sue spalle vestite già dei raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogni calle. Nel fondo della selva, alza la testa e vede il colle illuminato dal sole, e dice “Bah, allora siamo a posto! Il sole c’è, la luce c’è, si tratta di arrivarci”. Tutto speranzoso inizia a salire verso il colle, ma una lonza, un leone, una lupa lo fermano. C’è una debolezza originaria per cui l’uomo non si salva da solo. C’è un peccato originale, qualcosa che sta all’origine, di strutturale, per cui anche intuita la presenza di Dio, anche desiderata la felicità, anche voluta la verità, non la agguantiamo con le nostre forze, e allora il suo tentativo finisce, esattamente come quello degli antichi.

La concezione tragica che avevano gli antichi nasceva da qui, dal bellissimo mito di Icaro, per cui l’uomo si sente in una prigione, capisce che bisognerebbe vivere alla luce del sole, si arma di quel che ha, le ali con le penne di uccello, vola verso quel sole. Ma proprio il sole gli brucia le ali e il tentativo finisce in mare. Fine. Gli antichi si fermavano qui. Anche Dante fa questo percorso: la selva, il colle illuminato dal sole, ma la debolezza lo respinge e lo spinge in fondo alla selva, nel profondo, quando sta per morire: io fui per ritornar più volte volto, ma lì Dante dice la cosa che gli antichi non potevano dire.

Lì avviene la misericordia. Perché lui non si è meritato chissaché. Tant’è che usa un verbo strepitoso, stavo per morire e dinanzi agli occhi mi si fu “offerto” chi per lungo silenzio parea fioco. Capite? Gratis, imprevedibile, immeritato! Pura misericordia, puro perdono. Nel mio male, quando stavo sprofondando, improvvisa una presenza, di cui non riconosco i connotati, non so dir bene che cos’è, qual che tu sia od ombra od omo certo.

Poi l’ombra si rivela esser Virgilio, e allora Dante tira un sospiro e dice “usciamo da questa selva o no?” e Virgilio: “Si può uscire, ma l’hai fatta troppo semplice. Pensavi che bastassero quattro salti, ma no, no. C’è un lungo percorso da fare, e se vuoi ti ci porto. Si tratta di rendersi conto che l’essere è misericordia. Dovrai affrontare l’Inferno, cioè renderti consapevole di tutto il male di cui sei impastato e poi fare un lungo percorso perché questo male sia redento, sciolto, perché tu possa essere liberato da quel male e solo allora avrai accesso a quello che chiedi, a quella verità, bellezza e bene che rendono la vita grande”.

Apro una parentesi: è chiaro che la Divina Commedia non parla dell’al-di-là, ma dell’al-di-qua, se no non ci capiamo. Ci sono ancora insegnanti che dicono che parla dell’aldilà, in particolare del Paradiso per cui a scuola si fa tanto Inferno, un po’ di Purgatorio e niente Paradiso. Forse la gente sta bene all’Inferno, perché io non capisco… Di una cosa che inizia all’Inferno io bramerei sapere se se ne può uscire, come minimo.

Il cammino è possibile ma è lungo, è un cammino di conversione e Virgilio glielo dice: “Dante guarda che la vita non ammette scorciatoie, a te convien tenere altro viaggio”. Ma si capisce davvero che la Divina Commedia è il poema della misericordia solo nel secondo canto. Dante deciso di seguir Virgilio si rende subito conto che è una lotta, capisce che la vita è una guerra, non è una cosa per mezze cartucce. Le mezze cartucce, quelli che non scelgono né per il bene, né per il male, quelli che non si assumono la responsabilità di diventare uomini, quelli sciaurati che giammai non furon vivi, possono essere campati cent’anni ma è come se non fossero mai esistiti, li mette nell’infinita schiera degli ignavi. Indegni persino dell’Inferno.

Lui capisce che la vita è una guerra e si tira indietro: “Io non ce la faccio, va bene tutto ma io non sono San Francesco o Santa Chiara o Papa Francesco…non chiedetemi tanto. Non riesco, non posso, non voglio vivere all’altezza della mia vocazione”. E Dante preso dalla paura ed io sol uno m’apparecchiava a sostener la guerra sì del cammino e sì della pietate, inventa la scusa dietro cui ci nascondiamo per non assumerci il compito della vita che è la sanità: io non sono degno, sono un poveraccio. È la falsa umiltà. Perché l’umiltà vera è la virtù che combatte la somma di tutti i peccati che è l’orgoglio, di cui c’è bisogno per diventar grandi, ma noi la usiamo coma alibi. È la falsa umiltà che ci fa dire: “Non son capace, non sono degno, non sai che storia ho avuto… sono caduto dal seggiolone…”, poi vai da uno psicanalista che è fatto apposta per darti ragione e spiegarti che te non c’entri, è perché sei caduto dal seggiolone. E uno comincia a dire di no.

Lo stesso Dante dice: “Dai Virgilio, io non sono Enea, non sono San Paolo, ma secondo te c’è qualcuno al mondo che mi ritiene degno di fare questo viaggio? Me degno a ciò né io né altri ’l crede. Virgilio in cinque minuti lo prende, lo appende al chiodo e gli dice: “Non hai capito niente, sai perché ti sono venuto a prendere? Non sono capitato qui perché sono andato a funghi, io stavo bene nel limbo con Orazio, Omero e gli altri, è venuta una ragazza bellissima, ma dovevi vedere che roba, lucevan gli occhi suoi più che la stella, una bellezza infinita e mi ha pregato di venire in tuo soccorso. Io subito le ho risposto: certo!

E le ho chiesto: “Ma te chi sei? Cosa ti interessa di quello là?” e lei mi ha spiegato che era la tua vecchia morosa e tutta preoccupata mi è venuta a cercare perché ti salvassi e mi ha raccontato che a sua volta se ne stava per i fatti suoi e di te, per il dire il vere, non gliene fregava niente, quando è stata interpellata da Santa Lucia, che è corsa da lei e Santa Lucia ha spiegato a Beatrice che a sua volta l’ha chiamata la Madonna, madre di tutti i viventi, madre di misericordia.

Vi ricordo che nell’Inno alla Vergine il primo appellativo a Maria è in te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate. Le attribuisce gli attributi di Dio. La parola misericordia nella Divina Commedia ricorre quattro volte, una all’Inferno, una in Paradiso e due nel Purgatorio, non a caso. La Madonna, Mater Cristianorum, madre di ciascuno, è l’unica che potrebbe dire: se anche una donna si dimenticasse del figlio del suo seno, io invece non ti dimenticherò mai, come è scritto nei salmi.

Lei ti ha visto, lei ha chiamato Santa Lucia, patrona della vista, dell’atto di vedere, vedere il vero. Santa Lucia ha chiamato Beatrice, Beatrice è venuta fin nell’Inferno a mi ha chiamato e io sono venuto a prenderti. Adesso prova ancora a dirmi che non sei degno. E Dante: “Effettivamente…” e c’è la seconda decisione di Dante che parte per il grande cammino. Ma capite che è stato preso nella selva oscura, cioè l’inizio è già la misericordia.

Lui era partito dal fatto grave che gli era accaduto perché gli pareva che la vita fosse la negazione della misericordia. Quando lui aveva incontrato Beatrice, presentita come possibilità di bene, – Beatrice che gli aveva detto sì, la questione del saluto…incontrandolo per Firenze gli dice: “Sì, Dante! Sono io. Quando Dio mia ha creata, mi ha creata per te. Io sono la fonte della tua felicità”. E lui si esalta un sacco, si mette a scrivere poesie.

Poi la vita sembra contraddire tragicamente questa esperienza di bene: sono venuto al mondo con il desiderio della felicità, il cristianesimo che ho visto vivere dai miei, dalla mia gente, mi ha educato ad assumermi la responsabilità di diventar grande, sento che la possibilità di diventar vero, dove si concentrerebbe tutto il vero della vita è quella ragazza, quella ragazza mi dice di sì…è fatta! Invece Beatrice ha la pessima idea di morire. Muore sul più bello.

E lì Dante si chiede che cosa sia la vita. Era tutto così vero e bello, ma la vita può essere questa fregatura pazzesca per cui mi fa desiderare la felicità, mi fa sentir fatto per l’eterno e per l’infinito, mi fa presentire in una donna una possibilità di bene venuta di cielo in terra a miracol mostrare, una possibilità di bene incredibile, e quando sembro in grado di afferrare finalmente questo bene, questo bene viene meno?! Chiunque sarebbe impazzito di fronte a questo tradimento disperante, che la vita ci riserva o sembra riservarci, la domanda di Dante a questo punto è la stessa di Leopardi, davanti alla tomba di Silvia: o natura, o natura perché di tanto inganni i figli tuoi? Perché non rendi poi, quel che prometti allor? Ma è possibile che veniamo al mondo come promessa di bene e finisca tutto in questo modo?

Dante però è cristiano e si pone la domanda: se la ragazza che mi ha promesso la felicità è venuta meno, una ragione ci deve essere. La devo capire. C’è qualcosa di questa ragazza che non ho ancora capito.

È la famosa chiusura della Vita Nova che vi invito a studiare a memoria: appresso a questo sonetto apparve a me una mirabile visione nella quale io – io credo che Dante fosse santo, di quelli che avevano le visioni mistiche come San Giovanni della Croce, poi non lo faranno mai santo perché ha messo all’Inferno troppi preti, suore… – vidi cose che mi fecero promettere di non dire più di questa benedetta infino a tanto ch’io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì come ella sae veracemente. C’è qualcosa di lei che non ho capito, giuro che dedicherò la vita, non dico più una parola di lei finché non avrò capito cosa non capisco. E se Dio mi darà la grazia di vivere abbastanza – ditemi se non è vero che questa è la chiave che spiega la Divina Commedia – se colui a cui tutte le cose vivono mi darà la grazia di vivere per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto di alcuna.

E così per dieci anni ha girato l’Europa, dieci anni di preghiere, di conventi, di abbazie, di studi… dieci anni in cui ha cercato veramente di capire! Non sappiamo cosa gli sia veramente accaduto, ma prende carta e penna e dice: “Ho capito! Ho visto Dio, in Dio ho visto la verità di tutto quello che mi è accaduto, non solo, in Dio ho visto la verità di tutta la storia dell’umanità e son tornato a raccontarla”.

Prende carta e penna e scrive la Divina Commedia. Io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto di alcuna, la mia tesi è che Dante abbia il presentimento che dirà di Beatrice quanto non poteva esser detto prima, perché bisognava che il culto mariano prendesse piede così, fino a San Bernardo (che ne è il grande cantore, tant’è che Dante la preghiera alla Vergine la fa fare a San Bernardo nel XXXIII del Paradiso) fino a che non fosse arrivata a maturità, in milleduecento anni, la pazzesca idea che come Maria è stata il tramite che ha reso possibile all’umanità l’incontro con Dio, ha reso possibile l’incarnazione, nella vita di ognuno di noi la carne con cui Dio ci viene incontro è quella della sposa, dello sposo, della comunità. Insomma nella forma delle diverse vocazioni.

Io penso che si possa dimostrare che Dante attraverso un certo uso degli aggettivi, dei verbi, delle connotazioni, lungo tutto il Paradiso vede cambiare Beatrice, cambiare nel senso che gli si svela canto dopo canto, fino ad arrivare alla fine che è come se riassumesse tutto quello che ha capito di Beatrice e lo usa per descrivere nell’Inno alla Vergine la Madonna, così che le due figure diventano quasi sovrapponibili. Beatrice è nella sua vita quel che la Madonna è stata nella storia dell’umanità, carne necessaria perché il verbo di Dio mi venisse incontro, incontrasse me, me Dante.

È una cosa da far venire i brividi ma credo che si possa giustificare e spiegare anche criticamente questa analogia anzi identità che nel percorso del Paradiso è stabilita tra la sua donna e la Donna con la D maiuscola. Bene, è chiaro che se è così tutta la divina commedia è un inno alla Misericordia.

Ora per farvi un esempio andiamo a leggere il I canto del Purgatorio. Il Purgatorio è fantastico perché è la cantica della misericordia. L’Inferno nella sua fissità è stabile, perché l’Inferno è inferno, perché lì nulla può cambiare, nulla di nuovo può accadere. Tant’è che nel fondo dell’Inferno, dove c’è Lucifero, non c’è il fuoco perché il fuoco in qualche modo è vivo ed è simbolo di vita, tanto che lo usiamo anche per il sacro cuore di Gesù, no? Qual è il simbolo della morte che più morte non ce n’è? Il ghiaccio, nel ghiaccio nulla può nascere, nulla cambia, tutto è fisso per l’eternità, terribilmente fisso.

Dall’altra parte il Paradiso nel suo essere il contrario dell’Inferno, cioè perpetuo movimento, è Paradiso perché si ama, cioè si è continuamente interessati all’altro, si abbraccia continuamente l’altro, si mendica continuamente l’altro per essere, che è la spiegazione di Dio Trinità.

Dio non può che essere Trinità se è amore, perché se è amore deve avere qualcuno da amare, no? Dio è amore nel senso che si compie continuamente esercitando, esprimendo il bisogno che ha dell’altro (Padre e Figlio e il Figlio, lo Spirito…) e ha bisogno di dire tu, tu per poter essere. Questo è Dio. E così siam fatti anche noi, quindi il Paradiso sarà questo eterno movimento di cammino l’uno verso l’altro perché è un amore e perciò non stancherà mai. È un movimento, pensate che lui per dir questo chiude il Paradiso tra due versi il primo e l’ultimo con lo stesso verbo di movimento: La gloria di Colui che tutto move, primo verso del paradiso, e l’ultimo: L’amor che move il sole e l’altre stelle. Il Paradiso è questo movimento incessante, un amore continuo, ma in qualche modo definitivo.

Il Purgatorio invece è la cantica di noialtri che siamo sulla terra, è la cantica della battaglia, è la cantica della misericordia, di un perdono ricevuto continuamente e che continuamente ci rinnova partendo dalla consapevolezza dei nostri peccati. Il Purgatorio è interessante perché tutti fanno tutto il percorso, anche a Dante vengono incise le sette P che indicano i sette vizi capitali, e di gradone in gradone gli vengono cancellati. Di più: in Purgatorio non è solo che te chiedi il perdono dei peccati e perciò si resetta, si va a zero, no. Se tu togli il vizio l’uomo non è neutrale, non esiste un vuoto morale: mi confesso oggi che c’è il Perdono di Assisi, viene azzerato tutto e fino al prossimo peccato più o meno sono a zero, non esiste questo zero morale. Man mano che tu rinunci al vizio acquisti la virtù, non c’è il vuoto in mezzo.

Nel Purgatorio quando Dante fa un gradone gli viene cancellata una P e fa il passaggio al gradone successivo, cioè a purificarsi del peccato successivo, un angelo per ciascuno dei sette gradi del Purgatorio gli grida una delle sette beatitudini. Impressionante! Vuol dire che se io smetto di fare il male, mi converto, non nel senso che divento più perfetto (Dante questo lo ha chiarissimo: è il desiderio che si perfeziona, io resto quel che sono con le mie debolezze, ma si purifica il desiderio). Quando spicca il volo per andare in Paradiso si stupisce e dice a Beatrice: “Ma stiamo andando velocissimi!”. Risposta: “Ma certo! Non è la tua volontà che ti spinge ma la tua natura. Siccome hai fatto tutto il Purgatorio, sei tornato quello che eri, che dovevi essere, puro desiderio. È essere desiderio di Dio che ti attira verso Dio, per natura. È nella natura delle cose, tu sei fatto per le stelle e quando torni ad essere te stesso voli verso le stelle, senza neanche dover decidere cosa fare. È come sei fatto che ti trascina verso l’alto. E allora i sette passaggi del Purgatorio coincidono con le sette beatitudini. Ad ogni passaggio un angelo gli grida una delle beatitudini. Incredibile!

Il I canto del Purgatorio è quello dove incontra Catone e dove è affrontata tutta la questione libertà va cercando… Catone chiede: “Cosa fate qui, peccatori, venite dall’Inferno, eravate all’Inferno, non va mica bene. È il giudizio di Dio così rotto che voi dannati venite alle mie grotte? Sarebbe come se un prete si piazzasse nella Basilica, ci vedesse entrare e dicesse: “Fermi! Te, peccatore schifoso… te, via”, voi dannati venite alla montagna del Purgatorio, cioè alla salvezza? Non va bene. Virgilio risponde, Lo duca mio allor mi diè di piglio e con parole, con mani e con cenni reverenti mi fè le gambe e il ciglio. Davanti al rimprovero di Catone Vigilio per prima cosa dice a Dante di mettersi in ginocchio. Sei pieno di schifo, mettiti in ginocchio e piangi sul tuo male. Poscia rispose lui, a Dante dice: “Tu stai zitto che ci penso io, se parli sbagli anche il quello. Da me non venni, donna discese dal ciel – e la Madonna, Santa Maria degli Angeli, è la Madonna che ha dato inizio a tutta questa avventura, stai tranquillo” – per li cui preghi della mia compagnia costui sovvenniMa dacchè Tuo voler è che più si spieghi di nostra condizion com’ella è vera, siccome lo vuoi sapere ora ti spiego: questi non vide mai l’ultima sera, ma per la sua follia le fu sì presso che molto poco tempo a volger era – guarda che costui non è mai morto, deve ancora morire, il problema è che ci è andato così vicino, ha peccato così tanto che è stato veramente vicino a lasciarci la pelle. Tant’è che son dovuto intervenire. Sì com’io dissi fui mandato ad esso per lui campare e non li era altra via che questa per la quale mi son messo, e se volevo salvarlo cosa volevi che facessi? Dovevo fargli fare tutto il giro.

Mostrato ho lui tutta la gente ria e ora intendo mostrar quegli spirti che purgan sé sotto la tua balia. Com’io l’ho tratto saria lungo a dirti dall’alto scende virtù che mi aiuta conducerlo vederti e audirti, or ti piaccia gradir la sa venuta. Libertà va cercando che è si cara come sa chi per lei vita rifiuta – guarda, non te la sto a dir tutta perché sarebbe troppo lungo, fidati, mi ha mandato la Madonna e sappi che lui ha bisogno solo di una cosa nella vita: la libertà. Perché per la libertà si vive, e per la libertà si muore, Libertà va cercando che è si cara come sa chi per lei vita rifiuta. Catone si era suicidato in nome della libertà, era pagano e suicida, e Dante lo mette a guardia del Purgatorio, lo fa santo, osando l’inosabile appellandosi a questo amore per la libertà, perché ciò per cui siamo nati è la libertà. Virgilio alla fine di un certo canto dice a Dante: “Adesso sei pronto, io te sovra te corono e mitrio… io ti rendo signore di te stesso. Finalmente sei libero, non sei schiavo di nessuno, Te sovra te corono e mitrio … Allora Catone dice: “ho capito però a una condizione. Vedi come è conciato? Prima di entrare vai a lavargli la faccia: è nero d’Inferno, nero di male, troppo sporco per poter entrare. Fai così: accompagnalo giù fino alla riva, al bagnasciuga, lì c’è una pianta, un giunco, e troverai anche, in un posto dove il sole non batte ancora, l’erbetta di un praticello piena di rugiada del mattino. Prendi la rugiada, lavagli la faccia, cingilo col giunco che è il simbolo dell’umiltà e allora potrà entrare. È il Perdono d’Assisi, è la cosa che San Francesco chiede a Dio per tutti: fa che la gente possa fare questo passo e perciò accedere, non al Paradiso direttamente, ma al Purgatorio, a una vita più vera, più buona, più giusta. Queste isolette intorno ad imo ad imo laggiù colà dove batte l’onda porta dei giunghi sopra il molle limo. Null’altra pianta che facesse fronda o indurasse vi puote aver vita però che le percosse non seconda – il giunco segue l’onda, non si ribella all’urto dell’onda, ma le consente, cioè è umile – Quando noi fummo là dove la rugiada pugna col sole e … ambo le mani in su l’erbetta sparte soavemente il mio maestro pose ond’io che fui accorto di sua arte, porsi ver’lui le guance lacrimose – perché bisogna pentirsi davvero, non è un gioco, ha pianto tutte le sue lacrime sul proprio male.

Quando capisce che Virgilio raccogliendo la rugiada intende lavargli la faccia, cioè intende lavarlo, purificarlo, si getta in ginocchio, piangendo, gli porge il viso ivi mi fece tutto discoperto quello color che l’inferno nascose. È uscito nero che non lo si riconosceva più, non si vedeva più la sua faccia, tanto male lo aveva deturpato. Virgilio lo lava e finalmente riappare il suo volto, la sua identità vera, si ritrova, si riconosce, può dire di nuovo “io”. Venimmo poi in sul lido diserto che mai non vide navigar le sue acque omo che di tornar sia poscia esperto, quivi mi cinse sì com’altrui piacque. Oh meraviglia che qual ei scelse l’umile pianta cotal si rinacque subitamente là onde l’averse. Che meraviglia, appena ha strappato il giunco per cingermi, è rinato subito.

La domanda a cui risponde la Divina Commedia è questa: si può ricominciare? Perché dico che la Divina Commedia ha come tema la misericordia? Perché ha come tema la vita ed è la vita che mette a tema la misericordia. Che problema abbiamo tutti, i più vecchi di più? Se si possa ricominciare. È vero o no? Come il vecchio Nicodemo che vergognoso del suo male consapevole però perché dice a Gesù: “Ho capito quel che tu dici ma i peccati io li ho fatti ormai, quelli ci sono. Si dovrebbe poter rinascere. Si potrebbe tirare una riga? Vado spesso a leggere Dante nelle carceri ad un gruppo di ergastolani.

Una volta parlando del Purgatorio, stavo andando via, mi ha rincorso uno di loro, uno che non uscirà mai più e mi ha detto: “Scusi professore, mi scusi, non posso lasciarla andare, lei mi deve dire una cosa prima di andare via. Mi deve dire se questo è vero anche per me” e mi legge questi tre versi: orribil furon li peccati miei, ma la bontà infinita ha sì gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei. Professore vale anche per me? E si è messo a piangere.

Professore, mi dica che vale anche per me. Il suo problema è anche il mio! Il problema che abbiamo è tutto qui: uno sguardo che ci perdoni. La Divina Commedia è costruita per dire che c’è. Dall’incontro nella selva oscura, ma in particolare lungo il cammino del Purgatorio si racconta di questo.

Manfredi era un malvagio veramente, ne ha fatte di tutti i colori, nemico di Dante, nemico e perciò già perdonato da Dante, racconta la propria morte così: poscia ch‘io ebbi rotta la persona di due punte mortali – sono stato ferito a morte in due punti, in faccia e sul petto – io mi rendei piangendo a quei che volentier perdona. Orribil furon li peccati miei, ma la bontà infinita ha sì gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei.

Se i vescovi e il Papa sapessero di questa misericordia forse non mi avrebbero trattato da morto come mi hanno trattato. E invoca la preghiera di suffragio per i defunti perché essa li aiuta ad accedere prima al Paradiso.

E Bonconte di Montefeltro, canto V del Purgatorio, anche lui ne aveva fatte di tutti i colori, sta morendo, trafitto da una freccia in gola, muore in un prato, ma prima di morire riesce a dire: “Maria…” così, non un’Ave Maria intera! Dante gli chiede come mai non è stato trovato il suo corpo dopo la battaglia. E lui racconta: ferito a morte in battaglia, invoca Maria, muore e arriva un diavolo per prendersi l’anima, ma un angelo, velocissimo, gliela porta via. Il diavolo ci rimane malissimo, si arrabbia: “Ma cosa fai? Questo è mio. È tutta la vita che gli ho insegnato ad ammazzare, bestemmiare… l’ha fatto fino a un momento fa”.

E per vendicarsi massacra il corpo tanto che non lo ritrovano più. “Per una lacrimuccia mi avete fregato un’anima che mi sono curato per tutta la vita facendole fare i peggiori peccati”. Per una lacrimuccia. Straordinario. Quando Francesco chiede a Dio. “Per una lacrimuccia o per una mia lacrimuccia perdona la mondo intero tutti i peccati e Dio glielo concede fa un’operazione così. Io la Divina Commedia l’ho sempre sentita così, come un infinito, perpetuo, quotidiano Perdono d’Assisi che si può imparare, di cui si può godere…

 

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