Ricerche

RICERCHE: Il nostro passato e le nostre radici; le tracce del lungo cammino della fede cristiana attraverso la Letteratura, la Storia, l' Arte, la Scienza e la Filosofia.

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APPUNTAMENTI  LETTERARI

In questa pagina dei nostri Appuntamenti Letterari non presentiamo un altro grande libro ma ci occupiamo di uno specifico scrittore: Dante Alighieri. Le ragioni di questo interesse lo spiega bene il prof. Sacchi sin dal primo paragrafo della sua relazione: Perché parlare di Dante e di Dante cristiano oggi? La Divina Commedia diviene, quindi, l'occasione per incontrare il grande poeta, il suo tempo, la sua vita, la sua fede cristiana.
N.B.- La conferenza non è stata rivista dall'autore e mantiene, quindi, l'immediatezza dell'esposizione orale.
Abbiamo volutamente riportato anche le domande del pubblico che certamente contribuiscono all'approfondimento del tema.



IL CRISTIANESIMO DI DANTE

prof. Guido Sacchi, specializzando in Letteratura Italiana alla Normale di Pisa e docente di Lettere al Liceo Scientifico Democrito di Casal Palocco, tenuta nel mese di aprile del 2002

Indice

  • Perché parlare di Dante e di Dante cristiano oggi?

  • La finzione della Commedia è quella di pretendere di essere creduta

  • Paolo e Francesca

  • La visione di Dio, nell'ultimo canto del Paradiso

  • Quella circulazion che sì concetta

  • Dialogo col pubblico

Perché parlare di Dante e di Dante cristiano oggi?

Volevo cominciare questa chiacchierata con una domanda molto brutale, cioè: “Perché fare un incontro su Dante?” E pensavo di rispondere a questa domanda in due modi. Il primo motivo è dovuto al fatto che Dante è senza dubbio il più grande poeta delle letterature occidentali. Questo va detto così, senza mezzi termini, secondo me tanto più oggi, quando non si ha più l'abitudine, non si ha più la voglia, per diversi motivi più o meno gravi, di affermare dei valori estetici assoluti; invece è così. Ci sono quattro, cinque autori nelle letterature dell¹occidente, l'italiana, la francese, l'inglese, la spagnola, la tedesca e diciamo la russa, che sono sicuramente delle guide, dei classici che non possono mancare in nessuna biblioteca, e che fanno parte del patrimonio culturale di qualunque persona colta. Omero, Dante, Shakespeare, sono degli autori perfetti, diciamo, e Dante più di tutti fra questi.
Secondo motivo, che è più strettamente legato al fatto che parliamo di Dante qui, in una parrocchia, in un centro culturale come il nostro, è il fatto che Dante sia un autore sostanzialmente cristiano; non solo sia un autore sostanzialmente cristiano, ma che sia un autore che è comprensibile soltanto in una prospettiva interamente cristiana. E ve lo dico con le parole di Paolo VI, che ha scritto una lettera che si chiama “Altissimi Cantus”, che è del 7 dicembre 1965, che io ho scoperto per caso a casa delle suore pastorelle e che poi don.Francesco mi ha fatto leggere, e che è molto bella.

Vi invito a leggerla. Vi sono tra l'altro dei segni molto belli di affetto di Paolo VI nei confronti di Dante: sulla tomba di Dante a Ravenna, c'è una croce d'oro che fece porre il Papa in ricordo della morte del poeta; e, come ricorda proprio qui, insieme ad alcuni dei padri conciliari, del Concilio Vaticano II che si stava per chiudere, Paolo VI fece porre una corona di alloro dorata nel Battistero di San Giovanni a Firenze, dove Dante era diventato cristiano. E un gesto più esplicito di questo affetto nei confronti di Dante è questa lettera.

Nell'introduzione dice, a un certo punto: “Qualcuno potrebbe forse chiedere come mai la Chiesa cattolica, per volontà e per opera del suo capo visibile, si prenda così a cuore di celebrare la memoria del poeta fiorentino e di onorarlo. La risposta è facile ed immediata: perché Dante Alighieri è nostro per un diritto speciale, nostro cioè della religione cattolica, perché tutto spira amore a Cristo, nostro perché amò molto la chiesa di cui cantò gli onori, nostro perché riconobbe e venerò nel romano pontefice il vicario di Cristo in terra”. E subito dopo, giustamente, Paolo VI ricorda che questo non impedì a Dante di mettere papi all'inferno, di rimproverarli, di farli rimproverare da San Pietro se ancora erano vivi e non poteva sistemarli da nessuna parte e quindi di dirgliene peste e corna quando era il caso. Però sulla fedeltà cattolica di Dante nessuno può sollevare dubbi e sulla sua natura di cristiano meno che mai.

Una seconda provocazione che mi spinge a rispondere così alla domanda è un altro testo, che pure vi invito a leggere. E' un articolo di Carlo Maria Martini, del cardinale di Milano, uscito nel settembre del 2000 su “La Repubblica”. Faceva parte di una serie di articoli, strani, perché commemoravano non, come la lettera del Papa, la nascita di Dante o la morte, ma l'anniversario del viaggio immaginario che Dante compie nell'al di là eche si immagina finito nell'anno 1300, che era fra l'altro anche l'anno del primo Giubileo - non a caso! Quindi il giornale celebrava in questo modo questo strano anniversario. Concludeva questa serie di articoli una lettura del Paradiso del Cardinale Martini, che è molto impressionante per una ragione molto semplice: cioè che Martini non è uno specialista, non è un dantista - i suoi meriti di studioso sono altri - ma legge il Paradiso come se fosse un testo di spiritualità, cioè lo legge immediatamente, senza troppi riferimenti culturali, naturalmente con la cultura che ha lui, ma con la semplice sensibilità di un cristiano. E questo dà uno sguardo, permette di dare uno sguardo al Paradiso che è un po' straniante, a cui noi non siamo abituati. E' come se Martini facesse capire che i contenuti fondamentali del Paradiso, che pure sembra così inaccessibile, così difficile, siano di fatto i contenuti normali, banali di una qualunque esperienza di fede cristiana.
Naturalmente questo è un problema enorme, quando si parla di Dante, che è un uomo del Medio Evo, che nasce nel 1265 e muore nel 1321: è il problema della distanza storica. E qui si pongono, come dire, si affrontano negli studi moderni del '900, due atteggiamenti diversi. Uno è quello degli studiosi credenti, più o meno esplicitamente cattolici, che hanno un atteggiamento di questo genere. L'altro è invece l'atteggiamento prevalente, e che è quello che parte da una constatazione molto banale: non solo non viviamo più nel Medio Evo, ma viviamo dopo l'illuminismo, dopo la Rivoluzione Francese, in piena secolarizzazione, cioè in un mondo in cui non possiamo più avere la certezza che i contenuti, la mentalità di base del cristianesimo siano diffusi, siano patrimonio comune. Cioè: gli uomini del Medio Evo che leggevano la Commedia alzavano gli occhi, vedevano il cielo e credevano, sapevano che oltre quel cielo c'era il Cielo invisibile in cui abitava Dio, che è il Cielo di cui parla Dante; sapevano, quando vedevano la sera le stelle, che quelle stelle erano mosse dalle intelligenze angeliche che Dante vede nel Paradiso; sapevano che sotto la loro terra, in fondo in fondo, c'era piantato Lucifero, che Dante arriva a vedere. Questa cosa per noi è inconcepibile. E' inconcepibile ed è naturalmente una cosa che noi non possediamo più come patrimonio culturale comune; per noi questi elementi di base, di mentalità cristiana, il cristianesimo che riempie non solo, che non è soltanto un aspetto di vita spirituale, ma che costituisce le categorie attraverso cui leggere la realtà, non esiste più, puramente e semplicemente.
L'atteggiamento degli studiosi laici nel '900 è stato quello, in modi diversi, però quello di ricostruire questa mentalità cristiana, ma partendo dall'idea che proprio non esistesse più, con una operazione archeologica, come se stessimo parlando della civiltà babilonese, insomma. A questo si può rispondere, come fa implicitamente l'articolo del Cardinal Martini, che in realtà è così, ma non è così! Cioè noi sappiamo di poter contare su un fatto molto banale che però sperimentiamo tutti i giorni; e cioè il fatto che è vero che c'è una distanza storica incolmabile, ma è anche vero che i contenuti della fede sono rimasti gli stessi, perché è anche vero che il Credo che noi recitiamo oggi è lo stesso che recitava Dante, che i sacramenti che noi celebriamo sono gli stessi. E questo è un fatto innegabile: cioè ci unisce a Dante una comunione ecclesiale che è innegabile, per cui noi stiamo parlando di una cosa che in parte è morta, ma in parte è assolutamente viva, e quindi è possibile dare una lettura del Paradiso così, in termini di cristianesimo immediato, come fa Martini.
Naturalmente questo non significa, non può significare, che noi siccome siamo cristiani possiamo permetterci di aprire la Commedia, di leggerla e di capirla. Per due ordini di problemi.
Uno è linguistico. Secondo me la lettura di Benigni facilita molto la comprensione - non so che impressione avete avuto - però noi possiamo dire sulla lingua di Dante che, anzitutto noi italiani siamo avvantaggiati, perché rispetto ai francesi, per esempio, noi possiamo leggere i testi del nostro Medio Evo senza traduzione. Ifrancesi leggono per esempio i romanzi di Lancillotto, di cui parla Francesca nel V dell'Inferno, con il testo a fronte, perché la lingua è troppo cambiata. Noi leggiamo Dante senza testo a fronte - qualcuno ci sta provando ma è un'eresia! Dante è la nostra stessa lingua: naturalmente Dante è difficile, e quindi qua e là, ogni verso è stato interpretato in cento modi diversi, però di fatto è la nostra stessa lingua. Però, comunque sia, c'è un distacco, esiste un problema di comprensione, difigure e di invenzioni linguistiche dantesche che è un ostacolo.
Secondo punto che ci rende difficile, anche in quanto cristiani, accostarci alla Commedia è un problema che riguarda ancora una volta i contenuti della fede: perché è vero che noi parliamo di una chiesa che è rimasta sempre la stessa (non è vero chiaramente che sia la stessa, ma è rimasta sempre la stessa in quello che dicevamo prima, nella sua realtà e nei contenuti della fede), ma è anche vero che proprio i punti della Commedia più intimamente cristiani sono espressi da Dante con un linguaggio, un modo di pensare, che è quello della teologia del suo tempo, che è quella di San Tommaso d'Aquino, di San Bonaventura da Bagnoregio, di Sant'Alberto Magno, ecc. che per lui – anche se non si può dire che fosse diffuso, che tutti conoscessero San Tommaso all'epoca di Dante - comunque era un modo di concepire la fede assolutamente ovvio. Oggi chi ha confidenza con la Summa Theologica di San Tommaso fuori dalle università pontificie (e anche dentro a volte!)? E quindi questa è una difficoltà oggettiva. E' evidentemente una difficoltà oggettiva e quindi se noi leggiamo la dimostrazione che Dante fa nel Paradiso della necessità della salvezza, è una dimostrazione stupefacente, bellissima, ma che non si capisce se non si entra nell'ottica del ragionamento tomista, della filosofia di San Tommaso.
Quindi è assolutamente indispensabile, se noi vogliamo capire l'operazione, il senso dell'operazione dantesca, un'operazione di ricostruzione diciamo filologica-storica, e per questa operazione ci facciamo guidare da un paio di personaggi di cui parleremo ora, che sono due studiosi molto importanti di Dante di questo secolo, che ci aiutano a capire - diciamo – il mistero fondamentale della Divina Commedia, che è questo: che senso ha scrivere una cosa del genere? Noi l'abbiamo letta a scuola, siamo abituati ad essa, però la realtà è che noi apriamo un libro in cui abbiamo un tale, Dante, che non è papa, non è imperatore, non è niente, è un cittadino di Firenze, certo un uomo politico, celebre ai suoi tempi, ma senza meriti particolari, che dice: “Io ho fatto un viaggio nell'aldilà e ho avuto una visione. Sono stato condotto nell'aldilà, ho visto l'Inferno, il Purgatorio, il Paradiso, sono arrivato a vedere Dio” - il che per inciso significa che Dante afferma che gli è assicurata la salvezza, perché questo significa “vedere Dio”; tanto è vero che Dante vede in Paradiso il posto libero per lui, il che significa che si anticipa la santità; giustamente, sicuramente starà lì! E non solo questo! Dice anche: “Io faccio questo viaggio perché ho da dire qualcosa al mondo” - questo qualcosa fra l'altro è mettere all'inferno Papa Bonifacio VIII, sistemare qui e là chi non mi sta simpatico e così via, operazione divertentissima, naturalmente! Naturalmente questa è un'operazione assurda, cioè inconcepibile, che non ha assolutamente precedenti. Dante inventa una cosa completamente nuova. Quando noi leggiamo la Divina Commedia troviamo un poema di cui è impossibile anticipare qualcosa, di cui è impossibile trovare analoghi in altre letterature, nella letteratura greca o latina, assolutamente impossibile. E' una cosa del tutto nuova e originale. Come gli è venuto in mente? Questa èla domanda fondamentale.

La finzione della Commedia è quella di pretendere di essere creduta

Per rispondere a questa domanda bisogna dire che se c'è un testo che spiega la Divina Commedia, questo è la Bibbia. E questo si può dire in due sensi: il primo senso è quello studiato da Charles Singleton, che ha scritto diversi libri sul nostro tema. La poesia della Divina Commedia (Bologna, Il Mulino, 2002) è il più importante. Singleton è un americano, ed il suo è un libro molto bello, molto chiaro, come sanno scrivere gli americani quando sono intelligenti. E' secondo me uno dei libri più importanti scritti sulla Divina Commedia. Singleton dice una cosa molto breve ma significativa. Dice: “La finzione della Divina Commedia è di non essere una finzione”. Frase paradossale, che significa?
Naturalmente noi non sappiamo se sia vero che Dante ha incontrato Virgilio, che sia andato a vedere Farinata degli Uberti, Paolo e Francesca, ecc. Non ci importa apparentemente, questa potrebbe essere una finzione letteraria. La finzione letteraria dei Promessi Sposi è che Manzoni afferma di scoprire una storia del 1600 e di riscriverla in un linguaggio moderno. Sappiamo che tutto questo non è vero, che è una finzione, però serve a Manzoni per i suoi fini.
Allo stesso modo questa della visione è la finzione della Divina Commedia. Il problema però è che noi possiamo anche dire a Manzoni: “Va tutto bene, ma non è vero che tu hai trovato questi manoscritti”.
Non importa a Manzoni che noi crediamo veramente alla storia del manoscritto - anzi si prende in giro da solo! Dante no. Dante pretende che noi crediamo alla assoluta verità della sua finzione: cioè noi dobbiamo credere che lui ha avuto questa visione e che in questa visione ha compiuto questo viaggio.
Perché questo è paradossale e perché questo ci riporta alla Bibbia? Perché Dante pretende non solo che questo viaggio sia vero, ma che abbia un significato universale, per tutti gli uomini. Cioè il viaggio di Dante riassume in sé il viaggio dell'intera umanità, dal peccato alla salvezza.
E Dante lo racconta a noi perché vuole far sì che anche noi impariamo a compiere questo viaggio. Questo significa che il viaggio raccontato nella Divina Commedia ha, da un lato, un significato letterale, immediato - cioé che il racconto di come lui scende all'Inferno, di come sale il monte del Purgatorio, è un viaggio molto concreto, fino al Paradiso – ma, dall'altro, ha anche un significato allegorico, simbolico, diverso, che riguarda ciascuno di noi. E' vero ilsignificato simbolico - cioè è vero che la Divina Commedia parla a ciascunodi noi - ma è vero anche il significato letterale: Dante pretende che sia vera la finzione del suo poema.
Quale libro ha un significato allegorico ed un significato letterale che sono entrambi veri? La Bibbia e solo la Bibbia. Nel Medio Evo, quando si interpretavano i testi secondo il metodo allegorico, si diceva: “Se io leggo le Metamorfosi di Ovidio, per esempio, e leggo, per esempio, di Apollo che rincorre Dafne e lei per scappare si trasforma in alloro, questa è una storia finta - tutti lo sappiamo - però io la posso interpretare allegoricamente, ricavarne un significato simbolico. Resta, però,una storia non reale. Se io invece leggo la storia di Israele che attraversa il Mar Rosso, io la posso interpretare allegoricamente come la storia del popolo di Dio che anche oggi esce dalla schiavitù del peccato e si salva, ma ciò non toglie che il passaggio del Mar Rosso sia vero, storico e reale per Dante. Oggi è così solo in parte, ma il concetto rimane valido. Perché la Bibbia può essere fatta in questo modo? Perché la Bibbia l'ha scritta Dio, perché Dio ha organizzato la storia in modo tale che i fatti della storia significassero anche qualcos'altro, avessero cioè qualcosa da dire anche agli uomini che sarebbero venuti cinquemila anni dopo. E' per questo che il passaggio del Mar Rosso, che è un fatto storico, nella mente di Dio era già previsto, come un fatto che avrebbe avuto anche dei significati simbolici, allegorici. La Bibbia è quindi l'unico testo che ha insieme questi due aspetti: è un testo vero - storicamente, è avvenuto realmente, ciò che racconta – però ha anche un'infinità di significati allegorici: è l'unico.
E' l'unico insieme alla Divina Commedia. La Divina Commedia pretende di essere letta secondo questi stessi criteri: lo dice Dante stesso, non nella Commedia, ma altrove. Lo dice esplicitamente: guardate che il mio libro si deve leggere come la Bibbia. Ora questa, naturalmente, è una pretesa pazzesca, perché implica, implicherebbe, diciamo, che l'autore della Divina Commedia fosse lo stesso della Bibbia. Il che Dante non afferma mai, ma c'è un altro particolare importante: perché Dante può pretendere che il suo poema siafatto in questo modo? Perché il suo è un viaggio voluto da Dio: è la Vergine che ha visto Dante nella selva oscura, si è impietosita di lui, ha chiamato Santa Lucia, la quale ha chiamato Beatrice e Beatrice è scesa a incaricare Virgilio di accompagnare Dante nei primi due regni oltremondani. Ma tutto è partito dalla Vergine e da Dio. Quindi il viaggio di Dante è voluto da Dio - e questo Dante se lo fa dire in continuazione durante il poema. L'ultima volta, la più importante, nel Paradiso, se lo farà dire dal suo antenato Cacciaguida che gli dice “Guarda, tu sei venuto fino qui, ma perché hai un compito ben preciso: devi ritornare giù e devi raccontare per filo e per segno quello che hai visto, perché Dio vuole che tu lo racconti, perché questo serve”.
Cioè Dante pretende per se stesso un ruolo di profeta. Questa è un'altra cosa straordinaria. Dante chiede che il suo libro venga letto né più né meno come i libri di Isaia o di Geremia. Il suo è un ruolo di profeta e per questo il suo libro va letto, può essere letto allo stesso modo.
E' un modo di interpretare la Commedia non universalmente accettato, ma è l'unico modo corretto. Io stesso – ricordo - ho seguito un corso all'università in cui si arrivava ad un punto in cui appariva molto chiaro questo discorso della funzione profetica di Dante, ma il professore diceva: “Sì, c'è anche questo Dante profeta, ma....” Io credo che sia sbagliato questo atteggiamento, nel senso che davvero se non ci mettiamo in questo ordine di idee, non si capisce niente della Commedia, cioè la leggiamo come un testo molto bello, ma che rimane un sostanziale mistero. In realtà la Commedia è concepita così: Dante pretende di essere un profeta e pretende che il suo libro si legga in questo modo.
C'è un secondo aspetto che lega la Commedia alla Bibbia; lo spiega in un libro bellissimo un altro grande critico, che si chiama Eric Auerbach, che è un tedesco. E', fra l'altro, un bel personaggio perché era uno studioso di filologia romanza, un uomo di una cultura sterminata, ebreo, perseguitato dai nazisti, che insegnò all'università di Istanbul. La leggenda vuole che lui abbia scritto il suo libro più importante, in cui parla della letteratura da Omero fino a Virginia Woolf, a memoria, cioè senza avere libri.Sicuramente una leggenda, comunque è un personaggio notevole. Auerbach ha scritto un libro intero su Dante, e ne parla anche altrove, dicendo una cosa importante: la Bibbia ci serve per capire la Commedia anzitutto dal punto di vista linguistico. Cioè, è già strano concepire un poema come questo, ma poi è assurdo scriverlo in volgare, in un'epoca in cui il volgare, tanto più il volgare italiano, era giovanissimo.
Perché Dante può permetterselo? Può permetterselo perché lui - come dire? - assume veramente, fino in fondo, una grande rivoluzione che era stata portata dal cristianesimo nella letteratura d'occidente e che è sostanzialmente questa: prima di Cristo vigeva una rigidissima divisione, gerarchia degli stili. Questo voleva dire, ad esempio, che se tu sei povero, se sei brutto, se non sei importante io posso parlare di te in letteratura, ma ti devo rendere comico, ti devo prendere in giro. Quindi io posso parlare, non so, del fatto che gli schiavi vengono picchiati dai loro padroni, ma questo non è un dramma, anzi abbiamo delle scene, tipo le scene di Pulcinella per intenderci, in cui il servo è servo, noi sappiamo che è schiavo, ma ci fa ridere. Viceversa io posso parlare seriamente dei problemi dell'umanità, ma soltanto se parlo di re e di guerrieri. Quindi esiste una corrispondenza perfetta fra il livello sociale dei personaggi e il livello dello stile. Ad un certo punto arriva la crocifissione, cioè l'evento in cui la salvezza dell'umanità, l'evento più importante di tutta la storia, si ritrova in una cosa, in un tipo di morte, che è all'epoca quella più brutta, più scandalosa e più vergognosa. Allora, a questo punto, da questo punto in poi, diventa possibile parlare seriamente anche delle cose più brutte, scandalose e vergognose, ed è per questa ragione - questa è un'intuizione che oggi nessuno più discute, ma che è una grande intuizione di Auerbach - ed è per questa ragione che nellaDivina Commedia noi troviamo nello stesso poema, ma alla distanza di due, tre versi, i cori angelici, le creature più perfette, senza corpo, e la parola “merda”. Troviamo la perfezione della luce divina e la parola “puttana”. Sono parole dantesche tutte e due. Dante se lo può permettere, allo stesso modo, possiamo dire semplificando brutalmente, come in Cristo si riuniscono la natura divina e quella umana.
Un secondo aspetto che Auerbach individua è che il modo figurale di leggere la Bibbia - che è quello che usiamo anche noi ai giorni nostri, vale anche per la Commedia, perché, secondo lui, anche la Commedia è fatta allo stesso modo.
Il modo figurale di leggere la Scrittura consiste in questo: esiste un evento dell'Antico Testamento che prefigura un evento del Nuovo, e quando arriva questo evento del Nuovo noi capiamo bene anche il Vecchio. Di nuovo l'esempio del Mar Rosso: questo evento che avrebbe prefigurato la salvezza, la redenzione operata da Cristo, quando arriva questa redenzione, questa redenzione completa l'evento precedente, e lo rende comprensibile in toto. Anche i beati e i dannati della Divina Commedia sono fatti così: la loro vita terrena è solo una prefigurazione della vita dopo la morte, e questa vita dopo la morte è la vera vita di questi beati. Che è la ragione peraltro per cui questi beati sono così concreti, così reali, si picchiano, si mozzicano, si sorridono, parlano con Dante, è un mondo dell'aldilà che sembra più reale del nostro mondo, esattamente per questa idea, che la vita dell'aldilà è la vera vita dell'uomo, un concetto molto cristiano, esattamente come esiste un rapporto fra il Vecchio e il Nuovo Testamento.

Paolo e Francesca

Tutto questo come brutale introduzione generale. Ora io volevo rileggere con voi più da vicino almeno alcune cose dei due canti che abbiamo ascoltato, che sono naturalmente due canti che non hanno nessun rapporto diretto fra loro, perché Dante non li pone in rapporto fra loro, ma che si fanno ben accostare insieme, per parlare tra l'altro anche di un tema fondamentale anche nella catechesi: “Amare Dio in ogni cosa e al di sopra di ogni cosa”. E' come se il canto di Paolo e Francesca parlasse di come non sidevono amare le cose e il canto finale invece di come si può raggiungere un perfetto amore di Dio. Sono, in entrambi i casi, non solo sono due dei canti più famosi, ma due dei canti più belli, e sono interessanti perché ci permettono proprio di capire quello che abbiamo detto, cioè come Dante abbia qualcosa da dire al mondo come profeta; e, come tutti i profeti, ha qualcosa da dire al mondo mettendo in gioco la sua biografia, la sua storia personale, così come fa Isaia, come fa Geremia, come fa Ezechiele.

Allora per quel che riguarda il canto di Paolo e Francesca, noi riguardiamo soltanto i versi del colloquio, delle battute di Francesca, dal verso 88 e seguenti - fra l'altro l'episodio, è il primo episodio in cui Dante parla con dei dannati. Prima aveva incontrato sì i dannati del limbo, che sono quelli che sono morti senza battesimo, però a Dante stanno simpatici e allora li tratta bene. Questi sono i primi dannati seri con cui Dante parla; parla Francesca, una donna, cosa peraltro non banale, e Francesca racconta la sua storia d'amore con Paolo. Le tre terzine importanti sono quelle dai versi 97 in avanti:

Siede la terra dove nata fui
sulla marina dove il Po discende
per aver pace coi seguaci sui

Amor, che al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e il modo ancor m'offende.

Amor, che a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.

Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense.

Francesca, cioé dice: “Io sono nata a Ravenna, il luogo dove sfocia il Po. Amore che si attacca rapidamente al cuore nobile, prese costui, catturò costui, della bella persona che mi è stata sottratta. Paolo è stato catturato dall'amore per la bella mia persona, per il mio bel corpo, che mi è stato tolto con la morte. E il modo con cui questo corpo mi è stato tolto, oppure con cui lui se ne era innamorato, ancora mi offende, ancora mi fa soffrire. Amore, che non perdona a nessun amato di amare, cioè che non consente a nessuno che sia amato di non riamare, quindi che costringe a contraccambiare l'amore, mi prese - quindi Paolo amava me ma io sono stata costretta a riamarlo – mi prese della sua bellezza tanto forte che come vedi ancor non mi abbandona”.
La cosa meravigliosa di Paolo e Francesca è che loro sono ancora innamorati, vanno insieme, sono leggeri. Dinanzi a questa bufera infernale che non si arresta mai, loro sono leggeri, contenti, anche se stanno all'inferno, perché stanno insieme. “Amore condusse noi due ad una sola morte e Caina, cioè il luogo dell'inferno dove sono puniti i traditori dei parenti, attende chi ci ha ammazzato”.
La cosa importante di queste terzine, non è una cosa esplicita, ma è racchiusa in una citazione nascosta al verso 100, che è una doppia citazione. Dante, infatti, in “amor ch'al cor gentil ratto s'apprende” ricorda e sa che i suoi lettori colti del Medio Evo si sarebbero ricordati di altri due versi. Il primo è: “Amor e il cor gentil sono una cosa”, che è un verso di un sonetto di Dante stesso, della Vita nuova, ma questo, a sua volta, è ispirato dal verso “al cor gentil rempaira sempre amore”, al cuore gentile si ripara sempre amore, che è un verso di Guido Guinizzelli, il padre dello Stil nuovo. Quindi Francesca parla, racconta del suo amore con le parole di Dante giovane, del Dante che scriveva la Vita Nuova e del Dolce Stil Nuovo. Questo è il punto primo.
Punto secondo: come hanno fatto questi due ad innamorarsi? Ed è il secondo racconto di Francesca, ai versi 127 e seguenti:

Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancillotto, come amor lo strinse:
soli eravamo e senza alcun sospetto.

Per più fiate, gli occhi ci sospinse
quella lettura e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il desiato riso
Esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.

Francesca racconta qui come si innamorò. Quindi Paolo e Francesca stanno lì, leggendo insieme, ad alta voce come si faceva per i romanzi, i romanzi di Lancillotto, i romanzi cortesi, che sono la letteratura diffusa in quel secolo, quella su cui si era formato anche Dante. E' per questo che Paolo e Francesca sono così famosi, perché rappresentano i pericoli della lettura. E' leggendo di Lancillotto, del “disiato riso” cioè del sorriso di Ginevra, baciato dal grande amante Lancillotto, che “anche noi ci siamo baciati”. Quindi la lettura produce nella vita effetti uguali o contrari - come Don Chisciotte, per intenderci. Quindi può essere molto pericolosa. Allora quindi - naturalmente Dante in questo è molto consapevole e non è un caso che Francesca parli con le parole della Vita Nuova e del Dolce Stil Nuovo - Francesca sta all'Inferno. A Dante sta molto simpatica, la tratta bene, è sicuramente un grande personaggio – su questo non discutiamo - ma sta all'Inferno, questo è fondamentale. Questo significa che Dante condanna Francesca senza mezzi termini, ma - come dire? - le mette in bocca delle parole precise e condanna anche quelle parole.
Allora, è come se Dante in Francesca condannasse un modo di intendere la letteratura e condannasse se stesso giovane, cioè il se stesso che da giovane, nella Vita Nuova, aveva raccontato dell'amore di Beatrice, ne aveva raccontato in modo eccezionale, ma come facevano tutti i poeti del tempo, cioè raccontando di un amore umano. In realtà, dice Dante, purtroppo non basta questo: se noi ci fermiamo qui, se io mi fossi fermato alla Vita Nuova - è come se dicesse - starei insieme a Francesca.
Invece no, Dante non si è fermato alla Vita Nuova, è arrivato a scrivere la Commedia, ed è per questo che lui fa il viaggiatore e Francesca sta all'Inferno. Però Dante, in questa cripto citazione, condanna quel tipo di letteratura e condanna la sua vecchia esperienza. In questo modo dà attraverso, come dire, una ripresa indiretta della sua biografia, una lezione agli uomini del suo tempo, come se dicesse: “Guardate che bisogna stare attenti con la letteratura e con l'amore!”.
La figura di Beatrice naturalmente è fondamentale nella Commedia: Beatrice è una persona reale, perché noi sappiamo di chi era moglie, di chi era figlia -naturalmente parliamo sempre di amori adulteri, nel Medio Evo ma non solo nel Medio Evo. E' il grande amore giovanile di Dante: era morta molto giovane, e Dante ne canta la morte nella Vita Nuova. Su Beatrice volevo leggere qualche parola di Martini, che dimostra bene quello che volevo dire prima, quando vi parlavo di questo modo di leggere la Commedia in modo semplice e immediato, con immediata spiritualità. Dice a proposito di Beatrice, la donna della sua giovinezza. “Beatrice lo invita a rivolgere a lei il suo sguardo, proprio per essergli guida nel mondo del divino. Ciò che conduce l'uomo a Dio è sempre un'esperienza affettiva particolarmente intensa, e Beatrice è per Dante quello spazio umano in cui Dio si è fatto presente, quasi sensibile. L'incontro con l'ineffabile non comporta il dissolversi dell'io e dei suoi rapporti. Nessun affetto umano è cancellato se in esso Dio non era assente. L'amore che l'uomo riversa sulla propria donna, sui figli, sugli amici, su tutto il suo prossimo, acquista senso e valore definitivi se la donna, i figli, gli amici e il prossimo sono amati in Dio. Il legame affettivo anziché sminuirsi è riscattato da ogni egoismo e dilatato fino a comprendere anch'esso cielo e terra”.
Secondo me la lezione della presenza di Beatrice nella Commedia è davvero questa: cioè Dante ad un certo punto si deve essere reso conto che il suo amore per Beatrice significava qualcosa di più che non il semplice amore giovanile che tutti i poeti ad una certa età cantano. Beatrice era stata per lui qualcosa di più, tanto che pensando e ripensando a Beatrice, Dante deve aver individuato in questo episodio della sua vita lo snodo centrale della sua biografia, il momento in cui veramente qualcosa di nuovo era entrato nel suo mondo terreno; ed è per questo che Beatrice, beata e santa, lo accoglie in paradiso e lo guida fino alla visione di Dio.

La visione di Dio, nell'ultimo canto del Paradiso

E veniamo appunto a questa visione di Dio, cioè all'ultimo canto, che è un vertice assoluto. Comincia con la preghiera di San Bernardo alla Vergine. Dante non sceglie a caso San Bernardo da Chiaravalle, che è noto per essere uno dei più grandi cantori delle doti della Vergine Maria.
E Bernardo è l'ultima guida di Dante.
Beatrice si mette a sedere insieme agli altri beati, affida Dante a San Bernardo perché San Bernardo preghi la Vergine che interceda per lui e gli conceda la visione di Dio. La cosa impressionante di questo canto è la continua dialettica fra quello che Dante vuole dire e il fatto che non lo può dire, perché la visione di Dio è un suo preciso dovere come profeta, come dicevamo, ma non si può raccontare, c'è poco da fare! Quindi tutto il canto è giocato su dei tentativi in avanti e subito un ritorno indietro, richieste di aiuto a Dio perché lo assista e affermazioni di incapacità, di impossibilità di raccontare.
La preghiera iniziale è straordinaria, anche per la grande concentrazione teologica che contiene - fra l'altro è ripresa anche alla lettera da testi di San Bernardo. Basterebbe “Vergine Madre”! Naturalmente quello che a noi non fa problema perché lo ascoltiamo in continuazione, è però già di per sé un paradosso, il paradosso cristiano. “Vergine Madre”! E poi Dante continua aggiungendo paradosso a paradosso. La Vergine è figlia del suo figlio, perché è insieme figlia di Dio Padre e Madre di Cristo Figlio, umile e alta, umile insieme e alta più che creatura. Lei è stata più umile di tutti perché ha accettato la volontà di Dio su di lei, ma è alta più di ogni creatura, perché ora è la regina del cielo. “Termine fisso d'etterno consiglio”, tu sei l'estremo termine a cui tende ogni decisione di Dio e tu sei colei che hai nobilitato a tal punto la natura umana che il suo creatore non ha disdegnato di farsi sua creatura. Cioè grazie a te il Creatore è diventato creatura, si è fatto uomo.
Volevo soltanto commentare qualcosa di quest'ultimo canto e di nuovo leggervi alcune parole di Martini, stavolta su San Bernardo. Avete visto che Bernardo dice, quando sta per concludere la preghiera, cioè ai versi 28 e sgg.: “E io che non ho mai sentito tanto desiderio per il mio vedere, per la mia visione personale di Dio, quanto ne ho ora per la sua visione”, cioè io che non ho mai desiderato tanto di vedere Dio per me stesso, più di quanto ora desideri che Dante lo veda, cioè io voglio che Dante veda Dio più di quanto abbia mai desiderato di vederlo io, in primap ersona.
A proposito di questa affermazione Martini dice: “Desiderare per gli altri con la stessa intensità quanto desideriamo per noi stessi, quasi immedesimandoci. Questa è carità, e questo è Paradiso. Mentre in terra l'invidia fa sì che la partecipazione di un maggior numero allo stesso bene renda minore la pienezza di ciascuno, in Paradiso amore e beatitudine si dilatano con l'accrescersi del numero dei beati”. E' questa la lezione di San Bernardo. Quindi quello che sembra una furbizia di San Bernardo per accattivarsi una volta di più il favore della Vergine è in realtà un contenuto spirituale e teologico molto profondo, cioè è la dimostrazione che Bernardo, nella “candida rosa”, cioè in quel fiore di beati che racchiude l'intera Chiesa celeste, è pronto a desiderare per Dante più che per se stesso; lo fa spontaneamente, perché è in Paradiso.
Rileggiamo la terzina che forse è la più bella della Commedia, fa spavento per quanto è bella. Dai versi 64 in poi:

Così la neve al sol si disigilla,
così al vento nelle foglie lievi
si perdea la sentenza di Sibilla.
 
Dante sta spiegando come ha fatto questa visione a scomparire dalla sua mente, perché lui di così ragiona: “Allora io mi volto, vedo Dio, adesso provo a raccontarvelo” e appena prova a raccontarlo già subito si deve fermare per dire: “No, non lo posso fare”. Per due problemi: uno perché non me lo ricordo più, perché quello che ho visto è superiore ad ogni visione umana, e quindi la memoria che segue la visione non gli è andata appresso, quindi io non mi ricordo. Inoltre quel che mi ricordo, che è comunque pochissimo, non lo posso comunque dire, quindi devo sforzarmi di trovare delle parole che mai nessun uomo ha usato per descrivere questa cosa inedita.
La mia visione quindi si è dileguata come “così la neve al sol si disigilla”, la neve perde il suo sigillo al sole, cioè si scioglie, “così al vento nelle foglie leggere si perdeva la sentenza di Sibilla”. Latradizione, che racconta anche Virgilio nell'Eneide, voleva che la Sibilla Cumana scrivesse i suoi responsi su delle foglie che poi abbandonavadavanti alla caverna dove faceva la profetessa; e queste foglie si disperdevano con il vento e ciascuno ne raccoglieva una. Quindi la mia visione si è dileguata come neve al sole e come delle foglie che sono portate via dal vento.
Di nuovo dal verso 85 all'87 e dal 115 al 145:

Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna;

Nella profonda e chiara sussistenza
Dell'Alto lume parvemi tre giri
Di tre colori e d'una contenenza;

e l'un dall'altro come iri da iri
parea riflesso, e 'l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco
Al mio concetto! E questo, a quel ch'io vidi,
è tanto, che non basta a dicer “poco”.

O luce eterna che sola in te sidi,
sola t'intendi e da te intelletta
e intendente te ami ed arridi!

Quella circulazion che sì concetta

Pareva in te come lume riflesso,
dagli occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta della nostra effige;
per che il mio viso in lei tutto era messo.

Che cosa vede Dante? Dante vede in due momenti successivi - ed è rappresentato in modo geometrico, cioè con gli strumenti che Dante traeva dalla scienza più perfetta del suo tempo - vede appunto questi tre cerchi distinti, ma insieme sovrapposti - è una cosa impossibile, però ovviamente è impossibile - che rappresentano il primo grande mistero, che è quello della Trinità; e poi di nuovo in uno di questi cerchi vede riflessa la sua stessa immagine, cioè vede riflessa l'immagine umana, ovvero il secondo grande mistero, l'Incarnazione. Ma la cosa straordinaria è che Dante nel fissare questo punto luminosissimo che è Dio vede riassunto, per così dire, tutto l'universo: nel suo profondo, nel profondo di questi cerchi, di questa luce, “io vidi che s'interna” (già questo verbo è strano, Dante se lo inventa in questo significato), che sta inserito nelle sue profondità, legato con amore come in un libro, in un volume, tutto ciò chesi squaderna per l'universo, tutte le cose, tutti gli esseri che nell'universo sono diffusi come dei fogli, in Dio sono raccolti come in un libro. Quindi Dio parla attraverso un libro, ma Dio è esso stesso il libro dell'universo. Ed è per questo che la visione di Dio riassume tutte le altre visioni, perché in Dio io vedo tutto l'universo. E' per questo che Dante dice: “Una volta che uno guarda Dio non può più distogliere lo sguardo, perché tutto il bene a cui tende la natura umana sta lì”. Quindi il volere non può andare da un'altra parte.
E poi il momento finale, al verso 133 e seguenti:

Quel è 'l geomètra che tutto s'affige
Per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond'elli indige;

tale era io a quella vista nova:
veder volea come si convenne
l'imago al cerchio e come vi si indova;

ma non eran da ciò le proprie penne;
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

All'alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disìo e il velle
sì come rota ch'igualmente è mossa,

l'Amor che move il sole e l'altre stelle.
 
Possiamo così comprendere: “Come il geometra che tutto si fissa per misurare il cerchio, cioè per trovare la quadratura del cerchio, cioè il mistero assoluto della geometria, e non ritrova per quanto pensi quel principio di cui va in cerca, così ero io a quella visione nuova, straordinaria. Volevo vedere, come si convenne, cioè come potevano stare insieme l'immagine, cioè l'immagine umana del Cristo e mia riflessa e come vi si indova”. Questo è un esempio di come Dante inventi la lingua: il verbo “indovarsi”, cioè trovare il proprio “dove”, il proprio posto, è un verbo che non esiste, che inventa Dante come ne inventa in grande quantità, soprattutto nel Paradiso, ma non solo. Ed è la prova che se io voglio parlare di Dio, devo inventarmi una lingua, non solo devo inventarmi una lingua perché il volgare è quello che è e quindi io devo fargli fare degli sforzi che solo io Dante Alighieri posso fare, ma me la debbo inventare anche al di là di ogni lingua concreta, utilizzata, impiegata. “Ma le proprie penne, cioè le penne con cui io posso volare, io uomo, non erano tali da poter affrontare questo volo, cioè da poter scoprire in che rapporto stanno l'immagine e il cerchio, cioè la natura divina e quella umana. Senonché la mia mente fu percossa da un fulgore nel quale giunse il suo desiderio” - cioè il desiderio di Dante è come dire, prevenuto dal fulgore col quale Dio lo illumina, rivelandogli ciò che lui per se stesso non potrebbe comprendere. Ma questo fulgore è tale da essere superiore a qualunque capacità di comprensione di Dante; quindi alla “fantasia” - che non significa la fantasia come la intendiamo noi, ma è un preciso termine tecnico, quasi medico, nel Medio Evo, ed è la facoltà con cui io guardo gli oggetti e gli oggetti si fissano nella mia testa, tanto che io me li posso ricordare - “alla mia alta fantasia qui mancò ogni suo potere”. “Ma già il mio desiderio, la mia volontà erano mossi da Dio, come una ruota che è mossa ugualmente in ogni suo punto, dall'amore che muove il sole e le altre stelle, cioè da quello stesso amore di Dio che mi ha condotto fino a questo punto, ora mi ha riportato giù”. Quindi noi possiamo immaginare che nel momento stesso in cui Dante vede l'alto fulgore, già si ritrovi di nuovo a Firenze dove è cominciata la sua visione, pronto per cominciare a scriverla. Basta così.

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Dialogo col pubblico

Domanda:
Io volevo chiedere una cosa sola: nei miei studi, di molti anni fa, si studiava molto bene l'Inferno, si studiava molto bene il Purgatorio, si studiava malissimo il Paradiso, con la motivazione che non era così interessante come i primi due. Il che significava quindi che era ritenuto più interessante il carattere del canto che non effettivamente i versi. Ma c'è un lirismo nel paradiso che negli altri due non c'è, pure era incancrenita questa convinzione! Non so se c'è anche adesso.

Risposta:
No, adesso molto di meno. Ma questo dipendeva dal fatto che per molto tempo - è carino, si vede come Paolo VI polemizzi con questo atteggiamento nella lettera - noi abbiamo letto Dante sempre come lo leggeva Benedetto Croce. E Croce diceva: “Nella Divina Commedia non ci deve importare niente di tutti i contenuti religiosi, di tutte le strutture teologiche. Ci devono importare i pezzi belli, cioè i bei frammenti e quindi le storie”. Nel canto di Paolo e Francesca, Croce staccava il pezzetto in cui parla Francesca e quello era il pezzo da leggere. Così il canto di Ulisse, del Conte Ugolino, ecc. Nel Paradiso non cisono episodi così impressionanti, così vivi dal punto di vista umano, teatrale anche, se vogliamo, e quindi interessava di meno in questa prospettiva. Però, naturalmente, oggi è assurda tutta questa idea. Noi sappiamo che non si può leggere Dante in questo modo, come non si può leggere niente in questo modo, tanto più Dante, e che il Paradiso va letto assolutamente, altrimenti, come dire, non arriviamo al punto che per Dante era il più importante - fra l'altro! Certo, nel Paradiso, è vero che – peraltro già nel Paradiso basterebbe il canto di San Francesco per obbligarci a leggerlo, l'XI, che è un vertice assoluto - Dante lascia perdere un po' i grandi personaggi e invece risolve alcuni problemini teologici importanti, perché è arrivato il momento in cui lui può - come dire - spiegare a modo suo i contenuti importanti della fede.

Domanda:
Come può Dante affermare la propria santità? Capisco che voglia profetizzare, però arrivare a dire: “Per me c'è un posto in Paradiso!”

Risposta:
Sì, è l'assurdo nell'assurdo. Intanto non lo dice mai esplicitamente, lo fa capire. Quindi un po' viene da sé, nel senso che è già tanto assurdo quello cui siamo giunti che una cosa in più non cambia la sostanza. Ma c'è da dire anche che Dante dice di sé cose tremende, durante tutta la Commedia. Si mette in stato di accusa molte volte, in modo molto pesante, dimostra di essere capace - e non solo per quello che abbiamo detto, per esempio, su Paolo e Francesca – di mettersi in discussione anche in modo molto più diretto. Si fa processare da Beatrice nel Purgatorio, e Beatrice ci va giù di brutto, e questa è una cosa. E poi il fatto è che non solo per se stesso, che a noi stupisce, ma anche per molti altri personaggi storici Dante dava un giudizio netto, affermando di proporre il giudizio divino. Però sistemava nell'aldilà dei personaggi in modo molto diverso da come pensavano i contemporanei. Basta fare l'esempio di Manfredi: Manfredi era il figlio di Federico II di Svevia; Federico II Imperatore era stato scomunicato. Manfredi pure, era morto scomunicato, quindi la Chiesa sapeva che Manfredi stava all'Inferno, come per ogni morto scomunicato, e come Dante stesso dice, perché in Purgatorio sta chi, per quante schifezze abbia fatto, all'ultimo momento si è pentito. Manfredi no, era morto non riconciliato con la Chiesa. Quindi dovrebbe stare all'Inferno. Invece no, Manfredi sta in Purgatorio. E Dante si inventa tutta una storia che lui in realtà poco prima di morire si era riconciliato direttamente con Dio, quindi la scomunica non era valida. Inventa una cosache non sta né in cielo né in terra, dal punto di vista strettamente dogmatico, canonico, però per lui Manfredi meritava di essere salvato e quindi lui lo mette in Purgatorio. E questo doveva fare scandalo almeno quanto il fatto che Dante riservasse a se stesso il posto futuro inParadiso.

Domanda:
In qualche punto fa anche un po' a cazzotti con quello che è l'idea di fatti attuali, come nell'esempio di Celestino V messo all'Inferno mentre oggi è diventato santo. Quindi bisognerebbe un po' giustificare il perché di queste due concezioni diverse.

Risposta:
Certo, certo! Ma appunto, perché poi Dante, da un certo punto di vista, dal punto di vista del suo aldilà, è estremamente preciso. Cioè ogni dannato, ogni purgante e ogni beato sta in un luogo preciso per un rigoroso motivo, giustificabile dal punto di vista teologico e filosofico. L'aldilà della Chiesa non era così. Dante, ad esempio, si è trovato il Purgatorio, l'ha inventato quasi del tutto Dante, almeno in questa descrizione così concreta e precisa. Quindi l'effetto di una sistemazione tale era che Dante, come dire, introduceva dei principi suoi in un vuoto di sistemazione dogmatica, e quindi faceva come gli pareva insomma, alla fine.
 
Domanda:
Alla mostra “Sandro Botticelli pittore della Divina Commedia ” riflettevo su come ci fosse una gradualità nella gravità dei peccati, secondo la sistemazione dantesca. I peccati “sessuali” erano, possiamo dire, i meno gravi, mentre l'estremo massimo di gravità era dato dai peccati di tradimento, soprattutto il tradimento di coloro che si fidano di noi. Mi sembrava anche interessante che il fondo dell'inferno non fosse “infiammato”, ma gelato, e che il freddo e l'immobilità del ghiaccio esprimessero così la lontananza da Dio e dall'amore degli uomini.
 
Risposta:
Sì, sì, ma in tutti i casi, nell'Inferno molto di più, ma anche nel Purgatorio e nel Paradiso, Dante dedica un canto a spiegare come sono fatti i tre regni, cioè su che principi si reggono. Lui trae questi principi da San Tommaso, ma non solo, anche direttamente da Aristotele, che era il filosofo più diffuso all'epoca nelle università, e a secondo di questi principi, in modo molto rigido, sono sistemati tutti i dannati. Per Dante è inconcepibile un Inferno senza ordine e senza differenze di peccato: è chiaro che ci sono modi diversi di peccare, ci sono modi più o meno gravi e quindi ci saranno, cominciando dall'alto, prima i peccatori che peccano per incontinenza - lui dice - cioè perché non sanno frenare i propri istinti. Dante dice: “Non sai frenare i tuoi istinti, hai sbagliato, però stai in alto”. Man mano che si scende poi diventa più grave, se tu usi coscientemente la tua volontà per fare il male; e quindi ci sono i violenti, che possono essere a loro volta violenti contro Dio, contro se stessi e contro gli uomini. Infine ci sono i fraudolenti, quelli che non solo hanno fatto il male coscientemente, mal'hanno fatto apposta per fare male agli altri, e quindi ci saranno le male bolge con i vari generi di frode, via via con una sistemazione ancora più particolare, e in fondo i traditori che sono i peggiori di tutti,s imboleggiati da Bruto il traditore di Cesare, Giuda e Caino, che sono maciullati nelle tre bocche di Lucifero, che si presenta come una specie di mostro a tre teste. Questo è il massimo peccato possibile, cioè chi fa del male a chi ti vuole bene. C'è il freddo per questi, non il caldo.

Domanda:
Non si era fatto molti amici però Dante con la sua Divina Commedia, perché cominciò con Firenze, e ne disse peste e corna, venne dalle mie parti e se la prese con i genovesi. Si era fatto molti nemici, insomma.

Risposta:
Sì, Sì, ma Dante scrive quando è esiliato. Quindi scrive quando è incavolato nero! E' stato esiliato da Firenze, ha sempre rifiutato di tornare perché riteneva che fosse un compromesso indecoroso, indecente. Però è arrabbiato con tutti quanti e quindi non si fa problemi, non ha più niente da perdere e dice a tutti quello che si meritano. Dice dei pisani cose dell'altro mondo; e in realtà è vero anche in un senso più stretto che Dante si fece dei nemici perché, non la Commedia, ma per esempio la Monarchia, il trattato politico di Dante, fu messo all'Indice perché non era in linea con l'idea del potere politico della chiesa del tempo. Mentre la Divina Commedia veniva spiegata all'università, già nel Medio Evo, altre opere di Dante erano messeall'Indice.

Domanda:
E' vero che nel gruppo dei poeti di quel tempo Dante era consideratod agli stessi suoi amici un poeta più scarso della media?

Risposta:
No, no, questo no. Dante - dice un altro grande studioso che si chiama Contini - anche se non avesse scritto la Commedia sarebbe stato comunque il più grande poeta del '200. Ed è vero: anche soltanto tutto il resto della poesia lirica di Dante è abbastanza per renderlo il più grande del suo secolo, e anche i contemporanei ne riconoscevano il valore.

Domanda:
Volevo un parere: secondo te questo ordine di cui tu parlavi prima è solo una sistematizzazione ricevuta dalla filosofia di Aristotele o indica anche chiaramente una serenità interiore profondissima? Mi sembra di cogliere questo.
 
Risposta:
Sì, sì, questo secondo me è vero. E' appunto quello che è più facile perdere. Entriamo purtroppo in una cosa meno dimostrabile, però è certo che per scrivere un testo come la Divina Commedia bisogna aver raggiunto un equilibrio con se stessi, con la propria fede, con la propria storia ormai decisivo, anche se Dante ha camminato mentre scriveva la Commedia e non c'è dubbio che l'Inferno sia molto diverso dal Paradiso. Però, insomma, anche solo per cominciare a scriverla bisogna aver chiuso tutti i conti. Purtroppo questa è una cosa difficile da dimostrare: mentre è più facile vedere come Dante spiega l'Inferno in base ad Aristotele, la serenità interiore è una cosa purtroppo più sfuggente. Quindi è più facile dimenticarla per gli studiosi. Però è senz'altro vero che, da un punto di vista biografico, è importante per capire come nasce il poema.

Domanda:
Volevo chiederti se poi la Chiesa aveva attinto alla Divina Commedia, cambiando o modificando le priorità sulla gerarchia dei peccati?

Risposta:
No, bisogna rispondere di no. E bisogna rispondere che Dante, se è stato un profeta, è stato un profeta, insomma scarso, perché in realtà - non sta a me giudicare se poi, per esempio l'invito alla conversione sia stato recepito oppure no - non abbiamo (però è un problema interessante), non abbiamo le testimonianze di qualcuno che abbia letto la Commedia per farsene convertire. E' sicuro che Dante l'abbia concepita in questo modo, però evidentemente la cosa che dovette più stupire i contemporanei fu la grandiosa operazione letteraria, cioè di avere un testo come nessun altro, spesso molto difficile, che bisognava studiare per capire, e di una bellezza sconfinata. Quindi secondo me nella fortuna della Commedia c'è più questo, che Dante diventa da subito un modello assoluto. Tutti si rendono conto che dopo Dante la strada è tutta in discesa, anche se nessuno mai l'ha imitato: non c'è nessun'altra opera scritta come la Commedia. Però, Dante non è stato seguito sulla strada che dicevi.
 

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