Dibattiti

DIBATTITI: Uno sguardo sull'attualità religiosa, culturale e politica che cerca di dare voce alla pluralità di esperienze, interpretazioni e commenti presenti nella realtà cattolica.

Legge trans, un dibattito sull’io

Fernando De Haro, sacerdote spagnolo

In Spagna la maggioranza si sta spaccando sulla legge riguardante l’identità di genere. Un tema molto importante perché legato all’identità personale, all’io

Torna il dibattito. In realtà è sempre esistita tensione tra i due soci del Governo spagnolo. Solo circostanze eccezionali possono tenere unita la socialdemocrazia (Psoe) e una formazione della nuova sinistra (Podemos). Torna il dibattito. Questa volta non è per la riforma del sistema pensionistico o per la regolamentazione degli affitti. C’è stato un accordo senza spaccature per l’approvazione del diritto all’autodeterminazione relativo alla morte: la legge sull’eutanasia è stata approvata infatti con un ampio sostegno in Parlamento. Non sta avvenendo la stessa cosa con il penultimo dei nuovi diritti: quello all’autodeterminazione di genere. Il dibattito è importante, molto importante, perché riguarda la grande questione di questo inizio di secolo: l’identità personale, l’io.
Il ministero dell’Uguaglianza, in mano a Podemos, ha presentato un “progetto di legge trans”. Era nel programma di governo, ma i socialisti criticano il fatto che nel progetto la sola volontà di una persona, a partire dai 16 anni, permetta di scegliere il genere. Senza il consenso dei genitori e senza alcun tipo di parere medico, a partire da quell’età, per chi lo chieda, entrerebbero in funzione i cosiddetti “inibitori ormonali”, che bloccano lo sviluppo completo dei caratteri femminile e maschile. La Vicepresidente del Governo, Carmen Calvo, si è opposta perché considera un errore che il desiderio generi un diritto.
I promotori dei nuovi diritti riconoscono ora un limite? La posizione dei socialisti è determinata dai gruppi femministi più tradizionali. Questi gruppi affermano che non si pretende di regolare l’autodeterminazione di genere, ma l’autodeterminazione del sesso. Il genere, dicono, è una questione storica, culturale. Per esempio, è il ruolo sottomesso attribuito alle donne in molte società. Il sesso è un’altra cosa, è un dato oggettivo: si nasce donna o uomo. Le femministe obbiettano che riconoscere l’autodeterminazione sessuale, in nome dei diritti delle persone transessuali, comporta la negazione del sesso come realtà oggettiva e come categoria giuridica. E questo va contro l’uguaglianza delle donne. Le donne, con una regolamentazione come quella proposta da Podemos, sparirebbero e il problema è ancor più grave per i minorenni. Se andasse avanti la legge, a scuola si direbbe loro che quando non hanno comportamenti in accordo con il loro sesso (giocare al pallone, per esempio), possono essere transessuali. E vi sarebbero più facilitazioni nel sistema sanitario per cambiare sesso prima di trovare un minimo di stabilità.
Le femministe tradizionali, forse le ultime illuministe dell’Occidente, si preparano a condurre l’ultima battaglia in favore della donna. Lo fanno affermando identità biologiche oggettive. L’autodeterminazione, affermano, deve avere il limite della realtà e dei diritti dei terzi e, perciò, accettare la caratterizzazione sessuale con la quale si è venuti al mondo. La loro posizione è debole, perché parte da un presupposto, da un’evidenza, che ha già cessato di essere fondata per molti: l’evidenza che il dato biologico è antecedente al desiderio, alla volontà; la chiarezza che l’io, l’identità sessuale o personale, non sorgono dalla decisione di essere. Mancano evidenza, chiarezza ed esperienza che nel dire io vi sia la presa di coscienza dell’incontro con se stessi, come uomo o donna, con precise caratteristiche biologiche, sessuali, di temperamento o di carattere, con un anelito di felicità e di pienezza insaziabili. Senza questa esperienza che il proprio io è dato e accolto, nessuno vuole essere se stesso. Senza questa coscienza, l’oggettivismo dell’identità delle femministe o di chi vuole preservare l’ultimo bastione antropologico è condannato all’insuccesso.
Chiunque sia in contatto con il mondo degli adolescenti sa che è cresciuta esponenzialmente l’inclinazione verso la transessualità. Senza dubbio vi è una certa moda, ci sono influenze che hanno successo, ma siamo probabilmente di fronte al segno più netto che accogliersi come un dono, come un dato, ha smesso di essere abituale e non ci si percepisce più come un bene. Non è sufficiente affermare l’oggettività della biologia perché i bambini che si aprono alla vita cessino di avere problemi di identità. Bisogna tornare a concepirli, a generarli perché non li travolga la rabbia di non poter pronunciare la parola io con un minimo di tenerezza. Perché questa rabbia non li porti a sognare altre identità, altri corpi o, peggio, a farsi del male.
Tornare a generarli di nuovo è fargli sperimentare che questo io che non capiscono non è un nemico, è insegnar loro ad accogliersi con la stima infinita che li fa restare vivi istante per istante. Questo lo sanno fare gli adulti che accolgono se stessi con questa stima.