Problemi

PROBLEMI: La fede cristiana, la cultura e la coscienza; domande, interrogazioni e problemi intorno alla fede e alla vita.

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Distanziamento sociale dei corpi e degli animi

Mons. Giuseppe Angelini, teologo

L’emergenza sanitaria costringe al “distanziamento sociale”, così si dice. L’espressione è vivacemente contestata. Tutte le contestazioni oggi sono molto vivaci, ma spesso riguardano le parole assai più che i fatti. In questo tempo di emergenza sul proscenio pubblico soprattutto si grida, si proclamano sentenze senza appello. Parlare davvero, dialogare, parlare in due cioè, addirittura in tre, appare impossibile. Nei talk show parlano molti, ma non l’uno con l’altro; gridano rivolti ad una folla assente; da essa è atteso l’applauso, e non l’ascolto. Del tritacarne mediatico dunque è stata vittima anche l’espressione “distanziamento sociale”. L’OMS ad esempio, maestra in fatto di correttezza politica, dichiara con sussiego che è ora di abbandonare ormai quest’espressione e sostituirla con “distanziamento fisico”.

Per combattere il Covid-19 occorre infatti incentivare i legami sociali, pur rispettando il distanziamento fisico. il mutamento lessicale aiuterebbe a interrompere la connotazione negativa della “socialità”. Il rafforzamento dei legami sociali, d’altra parte, sarebbe possibile grazie ai nuovi mezzi di comunicazione mediatica. Ragionamenti di questo tipo illustrano efficacemente il nominalismo del dibattito pubblico, clamoroso e insieme vuoto; esso produce rassicurazioni retoriche dei pregiudizi assai più che approfondimento comune della verità dei fatti. Anche per rapporto al distanziamento sociale l’emergenza sanitaria esaspera problemi che certo non sono nuovi; sono molto antichi, e tuttavia in tempi normali essi potevano rimanere (relativamente) nascosti; o forse meglio, erano oggetto di tendenziale rimozione.

Con la pandemia la rimozione diventa impossibile; essi assumono evidenza spudorata, che non è possibile nascondere. Uno di questi problemi è appunto il cosiddetto distanziamento sociale. Molto prima d’essere decretato dai governi quale misura preventiva alla diffusione del contagio, esso è un tratto dei comportamenti dell’uomo moderno, praticato senza neppure essere scelto, sotto la pressione di sollecitazioni ambientali, connesse alle nuove forme della convivenza sociale nella metropoli. L’uomo della metropoli vive una vita affollata, di presenze e di impegni. Fa moltissime cose, ma è tendenzialmente staccato dalle cose che fa. Pare che tante cose possa fare soltanto a una condizione, non metterci l’anima. L’anima rimane oziosa, staccata, distanziata. E staccato appare anche dalle molte persone che frequenta, quasi che soltanto un proporzionale distacco consenta di tenere insieme tante presenze. Descriveva in maniera molto efficace il distacco dell’uomo metropolitano già un secolo uno dei padri fondatori della sociologia, Georg Simmel. Nel breve saggio La metropoli e la vita dello spirito (del 1903), egli descrive lo stile di fondo della vita della metropoli come quello dell’homme blasé, della persona che appare soprattutto staccata e anche un po’ annoiata. Pare che l’abitante della città avverta lo strano bisogno di mostrare sempre, in ogni luogo e in ogni occupazione, il suo distacco da quello che fa. Fino a pochi anni fa, per qualificare quello stile, e anche biasimarlo, si usava la formula l’uomo ‘borghese’.

Oggi l’aggettivo è sempre meno usato; la verità però è la stessa. Lo stile ‘borghese’ separa rigorosamente vita privata e vita pubblica, sentimenti interiori ed opera delle mani. Il velo di noia ostentato serve appunto a difendere questa separazione. Il velo consente all’uomo della città di trasmettere un tacito messaggio: la mia persona, le mie passioni, i miei affetti, sono altrove rispetto a quello che fanno le mie mani. Il velo di noia consente anche di non rispondere più di tanto di quello che si fa, di quello che si dice, di quello per cui si ride (o soltanto si sorride), e di quello per cui si piange (per lo più però non si piange, si è soltanto un po’ scocciati e di cattivo umore). Il velo di noia, in prima battuta solo ostentato, a poco a poco entra dentro, minaccia di non essere più soltanto una maschera, ma la verità profonda dello spirito. Spesso, d’altra parte, accade che l’uomo della metropoli non sappia neppure distinguere bene nella sua vita tra ciò che è vero e ciò che invece è solo recitato. Sempre egli infatti recita. Come potrebbe fare altrimenti?

Per non recitare, gli sarebbe necessaria una precisa ‘identità’. L’identità invece, come a tutti noto, è diventata un articolo sempre più raro e di lusso nella vita metropolitana. Il distacco da tutte le cose non impedisce che il tempo della giornata si riempia in fretta, anche troppo in fretta. Si riempie però di cose fatte senza persuasione; il singolo non vede che cosa c’entri tutto quel che fa con la sua persona. Tutti questi tratti sono esasperati dal presente distanziamento sociale, decretato dai ripetuti “Dipiciemme”. Nei primi due o tre mesi è parso che il rallentamento dei rapporti sociali non fosse così grave; anzi, lì per lì esso è parso per certi aspetti riposante e propizio alla riappropriazione dello spazio domestico. Nella ripresa autunnale invece sono diventati evidenti gli aspetti “depressivi” del distanziamento. Depressivi, non nel senso clinico, ma nel senso di accentuare il distacco della persona da tutto quello che fa. Quel distacco fa apparire la vita sempre più come sospesa. Per sperare e fare progetti, mancano non solo le condizioni materiali, ma le motivazioni. Minaccia di rafforzarsi addirittura la paura di fare progetti, di sporgere in ogni modo con pensieri e sentimenti oltre il presente. Riconoscere questo aspetto della prova presente e combattere contro di essa è uno dei compiti maggiori della fede e quindi della testimonianza cristiana.