Problemi

PROBLEMI: La fede cristiana, la cultura e la coscienza; domande, interrogazioni e problemi intorno alla fede e alla vita.

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L’URGENZA DI RI-PENSARE E RI-PROPORRE LA VERITÀ DELL’ESSERE UMANO, CREATO DA DIO UOMO E DONNA

Da Quaderni di Scienza & Vita nr. 17, giugno 2017

di Ana Cristina Villa Betancourt, Responsabile Sezione Donna, Pontificio Consiglio per i Laici.

Affermare la femminilità, non il femminismo
Come chi ha la mia stessa età, sono cresciuta in un ambiente in cui tante porte erano già state aperte per le donne. Non ho dovuto lottare per iscrivermi alla facoltà di ingegneria, anche se un anno dopo ho cambiato l’ingegneria per la psicologia. Successivamente, arrivata a Roma come donna consacrata, nessuno mi ha guardato storto quando mi sono iscritta alla facoltà di teologia, e non ero l’unica donna tra i banchi dell’Università Gregoriana. Nella mia comunità ho svolto ruoli di leadership, ho condotto ritiri e lavorato anche nel discernimento vocazionale; le poche volte che ho sentito qualche uomo fare commenti strani riguardo a donne come me, mi era chiaro che ad avere un problema fosse lui, non io. Il femminismo mi lascia molto perplessa. Non dubito che abbia aperto porte importanti per le donne, né che ci abbia dato molto sul piano dei diritti e delle opportunità, e sono molto grata per questo. Non nego l’enorme sofferenza che ancora vivono moltissime donne. Papa Francesco, in Amoris laetitia, ha parlato di tanti «costumi inaccettabili» presenti nella nostra società, elencandone molti, come le mutilazioni genitali, la disuguaglianza dell’accesso a posti di lavoro dignitosi, ma anche la pratica dell’utero in affitto o la «strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nella cultura mediatica», che non sono meno gravi in termini di calpestamento della dignità delle donne . Noto che Papa Francesco, quando parla del femminismo, ne fa sempre un bilancio pacato. Pur riconoscendogli il superamento di vecchie forme di discriminazione e una reciprocità più presente nelle famiglie, in Amoris laetitia al punto 173, afferma: «apprezzo il femminismo quando non pretende l’uniformità né la negazione della maternità» . Trovo che con queste parole il Santo Padre abbia “colpito nel segno”: la maternità è forse il tema in cui il femminismo ha fallito. Altro fenomeno interessante che ho potuto osservare in questi anni è che spesso le donne giovani tendono a prendere le distanze dal femminismo.
Permettetemi di condividere alcune ragioni per cui penso che il femminismo accusi delle forti debolezze:
Primo: l’autonomia a cui richiama le donne è propria di un modello di società individualista, capitalista, che non risponde alla realtà del vivere concreto delle persone, in particolar modo delle donne. Una risposta al riguardo si trova, ad esempio, nel cosiddetto “femminismo della cura”, con proposte interessanti che tentano di leggere la società come un tessuto di relazioni di cura.
Secondo: la lettura anacronistica della storia. Non è possibile rileggere le contingenze storiche che spiegano i rapporti tra uomini e donne a partire della cultura del XX secolo. Leggere la storia imponendole i nostri paradigmi è una mancanza di rispetto nei confronti degli uomini e delle donne che quella storia l’hanno vissuta. In pochi autori ho trovato sensibilità a questo tema. Una pista interessante c’è in Julián Marías, ad esempio, nella saggio La mujer en el siglo XX, in cui definisce la donna come lo strumento della stabilità della storia. Il mondo è riuscito ad andare avanti perché le donne hanno potuto garantire quel “ti aspetto qui, tornerai e la vita continuerà” in mezzo alle tante rivoluzioni portate avanti dagli uomini. Secondo Marías, questa vocazione femminile dà coerenza alla storia. L’autore ritiene inoltre che le idee agiscono nella storia quando queste diventano credenze, e ciò accade principalmente quando le donne le assumono e le trasmettono ai figli . Spunti molto interessanti, ma purtroppo ad oggi prevalgono per lo più letture molto riduttive della storia e del rapporto tra uomini e donne.
Terzo: il vittimismo. Penso che quando le donne iniziano a colpevolizzare gli uomini è vano in partenza qualsiasi tentativo di dialogo serio e produttivo. Personalmente, non lo trovo interessante perché rimarrebbe il dubbio se gli uomini stanno dialogando con sincerità o fingono per voler essere lasciati in pace. Preferisco senz’altro la prima delle due possibilità. Papa Francesco ha affermato: «Temo la soluzione del “machismo in gonnella”, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo. E invece i discorsi che sento sul ruolo della donna sono spesso ispirati proprio da un’ideologia machista» . O ancora: «Non bisogna cadere nel femminismo, perché questo ridurrebbe l’importanza di una donna»
Credo fermamente nella via della collaborazione e del dialogo tra uomini e donne. È una via che si fonda sul bisogno che abbiamo l’uno dell’altro e sull’interesse dell’uno per l’altro; un interesse che non è soltanto sessuale, ma prima di tutto umano. Questa via trova indicazioni preziose nel Magistero degli ultimi decenni. San Giovanni Paolo II è stato un maestro nella ricerca di questa via. Dobbiamo cercare modi per trarre spunti concreti dalla ricchezza del suo insegnamento, riscoprire la forza e la bellezza della vocazione dell’uomo e della donna come pensati dal Creatore e restaurati in Cristo Gesù.

Alcuni elementi di verità e bellezza per una riflessione
Le idee che vi propongo scaturiscono dalla lettura insieme di Edith Stein e di Papa Francesco. Entrambi hanno molti temi in comune che credo possano rispondere alle proposte insufficienti del femminismo.
La donna compagna e madre
Chi è la donna e come capire il suo mistero?
Edith Stein vede nella donna una particolare vocazione ad «essere compagna e madre»; scorgiamo così da subito una definizione che molte femministe non accetterebbero. Essere «di sostegno e d’appoggio» per gli altri, in modo particolare per l’uomo, è una definizione che forse facciamo fatica ad accettare anche noi, perché eredi di idee individualiste. Ma la Stein non esita ad indicare la maternità come una peculiarità della donna, intesa come la capacità di accompagnare l’umanità allo sviluppo pieno. La santa filosofa ha un’idea tutt’altro che riduttiva della maternità e, secondo l’esempio di Maria, la intende come disponibilità verso tutti coloro che sono affaticati e oppressi . La Stein spiega che, per essere compagna e madre, la donna ha bisogno di essere salda interiormente, di possedere l’umanità che deve custodire e accompagnare al compimento. La donna non può compiere questo incarico se non è salda nella propria umanità. Non nega compiti di leadership possibili per alcune donne, come vedremo dopo, né pensa che alcune professioni debbano essere esclusive di maschi o femmine. Ma nella definizione di ciò che è proprio della donna non ha dubbi: maternità, sponsalità, essere compagna.
Credo che Papa Francesco condivida la proposta di Edith Stein: «Le capacità specificamente femminili – in particolare la maternità – le conferiscono anche dei doveri, perché il suo essere donna comporta anche una missione peculiare su questa terra, che la società deve proteggere e preservare per il bene di tutti». Il Santo Padre ha usato una definizione molto bella sulle madri: «l’antidoto più forte al dilagare dell’individualismo egoistico» perché loro “si dividono” nell’ospitare un figlio per darlo al mondo e farlo crescere. E le donne che non sono madri? Né Edith Stein né Papa Francesco riducono la maternità a qualcosa di biologico. Anzi, entrambi parlano chiaramente della maternità della donna consacrata.
L’uomo come padre
Vorrei adesso puntare l’attenzione sul richiamo di Papa Francesco contenuto nell’Amoris laetitia alla paternità dell’uomo, al «ruolo egualmente decisivo nella vita della famiglia» dello sposo e padre, che descrive come «protezione e sostegno della sposa e dei figli». Parole che mostrano un desiderio di sottolineare la peculiarità maschile come qualcosa di bello, buono, quasi a proporre un “genio” maschile necessario all’armonioso sviluppo della vita familiare. Papa Francesco attribuisce alla madre la protezione tenera, la compassione, l’aiuto per far emergere la fiducia, la bontà del mondo, l’autostima «che favorisce la capacità di intimità e l’empatia»; e al padre la capacità nell’aiuto a percepire i limiti della realtà, l’orientamento, l’invito a uscire «verso il mondo più ampio e ricco di sfide», l’invito allo sforzo, alla lotta. E conclude: «Vi sono ruoli e compiti flessibili, che si adattano alle circostanze concrete di ogni famiglia, ma la presenza chiara e ben definita delle due figure, femminile e maschile, crea l’ambiente più adatto alla maturazione del bambino». Il Santo Padre esprime preoccupazione per la nostra «società senza padri» che mette in discussione persino la virilità stessa e invita l’uomo a essere «vicino alla moglie, per condividere tutto, gioie e dolori, fatiche e speranze […] vicino ai figli nella loro crescita: […] padre presente, sempre». E continua: «alcuni padri si sentono inutili o non necessari, ma la verità è che i figli hanno bisogno di trovare un padre che li aspetta quando ritornano dai loro fallimenti»
Individualità e tratti maschili e femminili
Una delle obiezioni più comuni a chi propone la specificità della femminilità o della mascolinità è quella delle differenze individuali. Come se proporre il maschile e il femminile equivalesse ad affermare che tutte le donne e gli uomini sono uguali. È interessante quindi notare che Edith Stein, pur affermando molto fortemente la singolarità della femminilità con i suoi tratti propri, afferma anche che: «nessuna donna è solo “donna”, ciascuna ha, come l’uomo, la sua peculiarità individuale e le sue predisposizioni, che le consentono di esercitare questa o quella attività professionale […] In linea di massima, la predisposizione individuale può orientare verso qualsiasi campo, anche verso quelli che sono di per sé lontani dalla specificità femminile». La Stein ci insegna che affermare un carattere proprio della mascolinità e della femminilità non significa negare le nostre differenze. Le differenze individuali hanno un grande spazio perché grande è il mistero della persona umana, uomo e donna. E tuttavia riesce a mantenere un equilibrio perché non arriva ad affermare – come invece vorrebbero certe ideologie di oggi – che le differenze sono meramente culturali o di ruoli completamente scambiabili; al contrario, nella sua concezione riesce a mantenere l’equilibrio tra un’affermazione delle differenze radicate nella profondità dell’essere e l’importanza dell’unicità della vocazione personale di ogni uomo e ogni donna.
Il peccato, ostacolo alla bellezza della vocazione umana
Il tema del peccato è centrale nella visione cristiana dell’essere umano. Senza questa verità l’uomo è un enigma senza soluzione. Il peccato originale ha due tratti fondamentali: «la ribellione dello spirito contro la signoria di Dio e la ribellione delle potenze inferiori contro le superiori». Edith Stein spiega che il peccato mostra volti specifici nell’uomo e nella donna: «la degenerazione specifica dell’uomo è quella di tendere al dominio brutale (su tutte le creature e specialmente sulla donna) e a rendersi schiavo del lavoro fino a compromettere la propria umanità. La degenerazione specifica della donna è il legame servile verso l’uomo e l’ottundimento dello spirito nella vita corporeo-sensuale». Afferma che, sin dal peccato originale, corrisponde alla donna un ruolo del tutto peculiare nella guerra contro il male e nell’educazione dei giovani, passando per la vocazione di Maria Madre di Dio. I pericoli che la realtà del peccato porta per l’adempimento di ogni vocazione umana possono, secondo la Stein, essere superati «solo con una rigorosa disciplina alla scuola del lavoro e con la forza liberatrice della grazia divina»
Maschile e femminile in Cristo
Uomo e donna, creati a immagine di Dio, sono chiamati a essere perfetti «come perfetto è il vostro Padre celeste»; la strada è conformarci a Gesù. Ma Edith Stein ci dice che «il materiale di partenza è diverso» negli uomini e nelle donne; e prosegue: «Dio […] ha dato a ciascuno di loro un compito particolare nell’organismo dell’umanità. A causa del peccato, sia la natura maschile che la femminile sono corrotte. Nella fornace del forgiatore possono venir liberate da queste scorie. E chi si abbandona incondizionatamente a questa forgia, non solo vedrà restaurata in sé la natura nella sua purezza, ma crescerà al di sopra di essa, diverrà un alter Christus; in lui verranno meno i limiti e si concilieranno i valori positivi della natura maschile e di quella femminile». In Cristo sono eliminati tutti i limiti, si sommano i pregi sia della natura maschile che di quella femminile, sono sanate le imperfezioni e si elevano i fedeli al di sopra dei limiti della natura. La Stein ci spiega: «Per questo, in uomini santi vediamo una bontà e una tenerezza femminile e una cura veramente materna per le anime che sono loro affidate, e in donne sante un’audacia, una prontezza e una risolutezza maschili. Così, la sequela di Cristo porta a sviluppare in pieno l’originaria vocazione umana: realizzare in sé l’immagine di Dio […] generando ed educando, mediante paternità e maternità spirituale, figli per il regno di Dio». Questo ci aiuta a capire perché San Paolo può aver detto che in Cristo non c’è più giudeo e greco, né schiavo e libero, né uomo e donna (cfr. Gal 3,28); penso che Edith Stein ci sveli il senso autentico del testo paolino. La differenza uomo-donna è essenziale, propria della natura umana. Ma allo stesso tempo, siamo entrambi, maschio e femmina, a immagine di Dio,«non come specie unica, ma doppia […] E come ogni creatura, nella sua finitezza può rispecchiare soltanto un frammento dell’essenza divina, […] così anche il genere maschile e quello femminile riprodurranno l’immagine di Dio in modi diversi». Questo significa, se interpreto bene, che la differenza conta, ma non deve essere assolutizzata. Ha un suo luogo, ma la vocazione ultima di tutti noi è quella di esprimere in noi stessi l’immagine di Dio, rispondendo alla vocazione personale con cui ognuno è chiamato da Dio. Questa vocazione tiene conto del nostro essere uomo o donna; è vocazione al dono di noi stessi nell’amore, è invito a riflettere l’immagine di Dio a partire dell’essere uomo o donna. Ma la grazia di Dio ci può condurre come meglio crede, e la vocazione all’amore è sempre una vocazione a superarsi, a donarsi spinti dall’amore di Cristo (cfr. 2Cor 5,14).

Conclusione: mantenere la tensione tra uguaglianza e differenze
Chi, come me, studia storia della teologia, e in particolare il pensiero patristico, che ha dato alla Chiesa i concetti per poter dare ragione della fede, sa bene che il pensiero cattolico si è sempre caratterizzato per aver saputo mantenere le tensioni e non cercare facili soluzioni che finiscano per togliere ricchezza alla fede che la Chiesa custodiva. Così è successo con la tensione tra unità e trinità, tra vero uomo e vero Dio, tra persona divina e natura divina. Oggi percepiamo tali tensioni sul piano antropologico, e in concreto sul piano del significato della differenza uomo-donna. Il pensiero gender spinge fortemente ad attribuire alle differenze un contenuto puramente culturale, e la sessualità viene intesa oggi in modo sempre più “liquido” e scambiabile. Questa concezione entra in tensione con il modo in cui nella nostra tradizione tali differenze sono sempre state considerate, come qualcosa cioè di “naturale” e forse a volte in modo anche rigido. Come uscire da questa tensione e quali risposte può e deve dare la Chiesa con la sua “esperienza in umanità” alle domande di oggi? Penso sia importante non percorrere la strada di soluzioni facili e riduttive alla tensione tra uguaglianza e differenza, tra naturale e culturale, che sono parte delle differenze uomo-donna. La sfida è proprio questa: non possiamo certo ignorare che le differenze non ci siano, ma non sono tutto. Non è questo il problema. La visione cattolica deve sostenere e valorizzare sia la differenza che l’uguaglianza, e sarà compito del pensiero cattolico proporre una nuova sintesi che tenga insieme i termini della tensione aiutando così l’umanità a custodire la ricchezza e la bellezza della verità dell’essere umano, creato da Dio come uomo o come donna.