Problemi

PROBLEMI: La fede cristiana, la cultura e la coscienza; domande, interrogazioni e problemi intorno alla fede e alla vita.

=== === ===   ===   ===

Se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra fede

Mons. Giuseppe Angelini, teologo

 

Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. […] Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. (1 Cor 15, 13- 14.19)

Al tema della risurrezione l’apostolo Paolo dedica un intero capitolo della prima lettera ai Corinzi. Il tono è apologetico, e assai polemico; l’apostolo scrive per correggere lo scetticismo dei cristiani di Corinto; greci, essi condividono con la cultura greca uno scetticismo di fondo a proposito della carne e delle cose sensibili tutte. Identificano la religione con il culto di realtà spirituali. Paolo non cerca di spiegar loro il senso della risurrezione; propone invece con insistenza l’affermazione che Cristo è risorto davvero. La sua argomentazione è attraversata da un tacito assunto: sussistono soltanto due possibilità: si o no; Cristo è risorto o no? E quali altre possibilità potrebbero esserci? A fronte dell’affermazione sorprendente, Cristo è risorto, nella nostra mente, e in generale nella mente dell’uomo moderno, nasce prima di tutto un altro interrogativo: “Che cosa vuol dire?”. Se l’annuncio sia vero o no, non so; mi chiedo però che cosa voglia dire. È subito troppo evidente, infatti, che non può essere inteso in senso troppo materiale. Gesù non è uscito dal sepolcro come Lazzaro; non è tornato a respirare, a parlare, a camminare, a vivere come prima. Ma allora che altro vuol dire che è risorto? Una domanda come questa non è soltanto nostra; fu formulata anche dai discepoli, quando Gesù era ancora in mezzo a loro; fu formulata in risposta all’unica volta in cui Gesù parlò loro, con proporzionale chiarezza, della sua risurrezione. Meglio, della risurrezione del Figlio dell’uomo; così Gesù si chiamava, quando doveva fare affermazioni importanti sulla sua persona. Quella volta stava scendendo da un alto monte con Simone, Giacomo e Giovanni; sul monte essi erano stati testimoni della sua trasfigurazione; dovevano essere piuttosto frastornati e pieni di domande; ma non sapevano dare ad esse parola. Gesù ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Subito il vangelo precisa che essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti (Mc 9, 9-10). Il loro interrogativo non si riferisce al fatto – come si vede –, ma al senso. L’annuncio della risurrezione del Figlio dell’uomo è ancor più esplicito a conclusione del triplice annuncio della sua passione (cfr. Mc 8, 31; 9, 31; 10, 32-34 e paralleli). Anche in quel caso il racconto evangelico sottolinea che essi non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni (Mc 9, 32). Nella lettera ai Corinzi Paolo proclama dunque con perentorietà il fatto, ma poca o nulla attenzione dedica al senso. La cosa stupisce. E lascia un segno profondo nella tradizione successiva. Gli interrogativi sollevati a riguardo della risurrezione vanno tutti nel senso dell’alternativa: davvero è risorto, oppure è soltanto un modo di dire? una forma enfatica per affermare che il suo ricordo è sempre vivo in coloro che credono? La responsabilità di questa contrazione dell’annuncio non è soltanto di Paolo. Il tema è poco presente nella predicazione di Gesù. Prima ancora, è poco presente negli gli scritti dell’Antico Testamento. Stranamente, essi dicono proprio poco del destino ultraterreno dei figli di Adamo, e lo dicono tardi. Le prime affermazioni esplicite sono del II secolo a. C. (2 Maccabei 7; Dan 12,2; Sap 3, 1- 9); si producono sullo sfondo dell’esperienza del martirio e nel quadro di una generale lievitazione della letteratura apocalittica. Nei giorni della sua vita terrena, Gesù, fu sollecitato a dichiararsi sul tema ad opera di alcuni sadducei, i quali dicono che non c’è risurrezione, è apparso abbastanza laconico (cfr. Mc 12, 18-27p). Quei sadducei, con intenti chiaramente provocatori, gli proposero il caso di una donna che aveva sposato sette uomini: Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Gesù nella risposta denunciò anzitutto l’ignoranza dei suoi inquisitori a proposito delle Scritture e della potenza di Dio; Gesù suppone che la speranza nella risurrezione – anche se di essa alla lettera poco si parla nelle Scritture – sia del tutto scontata in esse. Poi, venendo alla questione più precisa della moglie, sottolinea che i morti, quando risusciteranno non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Come gli angeli, dunque senza moglie; anche senza corpo? Certo non con un corpo come quello che conosciamo oggi. Paolo stesso sottolinea la differenza tra l’oggi e l’eterno parlando di un corpo terrestre e di un corpo celeste: Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. (1 Cor 15, 40-44). Quello che risorge non è il corpo di prima; e tuttavia in un certo senso si deve dire che sì, è il corpo di prima. È il corpo che porta a compimento quel che nel presente corpo di carne mai giunge a perfezione. Nella sua seconda lettera ai Corinzi Paolo ritorna sul tema e descrive in maniera efficace la tensione e quasi la contraddizione tra il desiderio di non morire e il desiderio di un’altra vita. In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. È Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito. Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore. (2 Cor 5, 4-8) L’altra vita, quella presso il Signore, è qui descritta come vita in esilio dal corpo; ma Paolo vuol dire in realtà in esilio da questo corpo, non dal corpo in genere. Perché con il corpo il Signore stesso vive per sempre. Con il corpo che è morto ed è risorto, o meglio con il corpo che è dato come cibo di vita eterna. Nel vangelo di Giovanni Gesù espressamente designa il corpo dato, o più precisamente la carne data, come il pane che nutre la vita per sempre.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. (Gv 6, 51) Il corpo celeste, quello del Risorto, è il corpo che rinasce dall’alto. È il corpo nuovo di cui Gesù parla all’uomo vecchio, eppure desideroso d’essere istruito da Gesù, Nicodemo; egli non sa immaginare come si possa rinascere quando uno è ormai vecchio; e Gesù gli risponde: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito (Gv 3, 3-8). I corpi celesti sono quelli rinati dall’alto, dallo Spirito. E accade per essi quel che accade per lo Spirito, è impossibile dire da dove vengono e dove vanno. Non si possono immaginare, né collocare in un luogo; si possono soltanto credere. Si debbono credere. Tornando a Gesù e alla sua risposta ai sadducei, Gesù aggiunge la menzione della rivelazione di Dio a Mosè presso il roveto ardente; allora Dio si presentò come il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe; non si può ovviamente pensare che Dio sia un Dio dei morti. I patriarchi dunque sono vivi. Per dire di essi Gesù non usa però il lessico della risurrezione, ma quello equivalente che dice: essi vivono oltre la morte, e vivono nella loro precisa identità storica, in quella identità che è legata alla esperienza del carne, e dunque anche della morte. La loro vita consiste nel compimento delle promesse grazie alle quali fin dal principio essi hanno camminato e sperato sulla terra. Anche così, o addirittura prima di tutto così, si parla della risurrezione, come del compimento della speranza che ci tiene in vita al presente; siamo in vita come chi è in cammino; la verità della vita presente è sospesa al compimento dell’attesa che essa manifesta e insieme persegue. Non a caso, nel Nuovo Testamento si possono individuare con chiarezza due diversi schemi di discorso a proposito di quel che noi chiamiamo risurrezione; c’è lo schema della risuscitazione dal sepolcro e lo schema dell’esaltazione al cielo. La narrazione dei vangeli privilegia, prevedibilmente (proprio perché narra), lo schema della risuscitazione. Ma nel resto degli scritti del Nuovo Testamento del Signore che vive oltre la morte si dice non come di colui che è risuscitato, ma come di colui che è esaltato in cielo. Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso! (At 2, 36) … apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. (Fil 2, 8-12)

Non si tratta di due eventi distinti, come invece suggerisce il modulo della narrazione, soprattutto di Luca, che distingue la risurrezione a Pasqua dall’Ascensione al 40° giorno. Si tratta invece di due modalità secondo cui dire l’unica cosa, come appare chiaro dalle parole con le quali Paolo riassume il suo vangelo all’inizio della lettera ai Romani: … il vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore. (Rm 1, 2-4) Non deve dunque stupire che i vangeli mai raccontino la risurrezione intesa come uscita di Gesù dal sepolcro; ma solo riferiscano l’annuncio degli angeli e l’apparizione dal cielo di Colui al quale è stato dato ogni potere in cielo e in terra (Mt 28, 18). La scomparsa del corpo dal sepolcro è solo il segno di un mistero, che non si compie sulla terra, ma nel segreto di Dio. Credere nella sua risurrezione e credere nella nostra vuol dire vivere la nostra vita presente nel segno dell’attesa di una vita altra, inimmaginabile, e tuttavia anche irrinunciabile, perché questa abbia una speranza