Problemi

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IL DIO DI ABRAMO, DI ISACCO E DI GIACOBBE

di Paolo De Benedetti - ebreo e cattolico; è stato docente di Giudaismo presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale

Questi testi rispondono a domande che sono la premessa e la soglia della fede biblica: chi è Dio, di chi Dio è Dio?

La risposta è unica.

Forse noi non ci rendiamo conto della grandezza e della novità, rispetto alle religioni non bibliche e alle filosofie, di questo fatto: che Dio si manifesta esclusivamente come Dio di qualcuno.

Non è Dio del cielo, non è Dio del paese, non è Dio dell'istituzione regale, bensì Dio di un arameo errante: cioè di un uomo che non ha patria e ovunque è straniero. Quest'uomo è così caro a Dio, che in un certo senso, prende il suo nome; infatti che cosa significa Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ( gli aramei erranti ) se non che Dio ha un nome soltanto in riferimento a coloro che egli ama?

L'elezione e l'alleanza sono già contenute nel nome con cui Dio, nel roveto ardente, si manifesta a Mosè: tutta l'intimità che il Dio vicino offrirà continuamente a Israele nei secoli della sua storia biblica, attraverso la predicazione dei profeti, è già racchiusa in questo nome. Esso indica la scelta irrevocabile che Dio ha compiuto di essere con noi, e di esserlo al cospetto del mondo.

La storia dei patriarchi, e sopratutto quella di Abramo, ci mostra che essi accettarono senza esitare questo Dio così vicino e al tempo stesso così sfuggente ai canoni religiosi dell'epoca: un Dio che fa parte della famiglia, ma si nasconde dietro il nome dei suoi eletti; che non può essere visto e non tollera figure, ma si disvela nella parola.

Abramo vede, di Dio, solo immagini simboliche e labili: il forno fumante, i tre ospiti; ma le parole di Dio gli sono così chiare, da suscitare la sua fede e la sua speranza. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che nella fase più antica della fede ebraica fu considerato potente e geloso, poi superiore a tutti gli dèi, liberatore dall'Egitto, e infine unico creatore, è la sola divinità del mondo antico senza volto e figura, ma anche la sola che parla e ascolta.

il Dio di Abramo è infatti il Dio che parla ad Abramo, e al quale Abramo può parlare.

Mentre tutta la Bibbia ebraica scoraggia ogni proposito di vedere Dio ( Mosè si nascose la faccia perchè aveva paura di Guardare Dio ), essa è percorsa dall'appello divino: Shemàh, ascolta!

Se vedere Dio non poteva risolversi che nella morte (Un uomo non può vedere Dio e vivere: Es 33, 20) o nell'inganno (Facci un Dio che cammini alla nostra testa: Es 32, 1), udirlo era ed è il mistero dell'alleanza: la parola di Dio è tutt'uno con l'elezione, perchè udita da colui che è l'oggetto dell'amore divino. Ed è udita perchè Dio la mette nel cuore: "Questa parola è molto vicina ate, è nella tua bocca e nel tuo cuore" (Dt 30, 14).

Questa intimità di ascolto diviene nella Bibbia, come abbiamo detto, un'intimità di discorso reciproco: anche Dio ascolta , anche Abramo parla.

La preghiera biblica , nei salmi e fuori dei salmi, si fonda sulla persuasione che si può parlare a Dio perchè egli è il Dio di nostro padre, cioè di casa nostra, di noi stessi, bisognoso di noi, come diranno con paradossale verità i mistici ebrei. Non per nulla, a leggere con "delicatezza" la Bibbia ebraica, si ha l'impressione che Dio sia sempre in attesa. Il Cantico dei Cantici esprime con l'ardore di un rapporto amoroso l'attesa di Dio, ma anche i profeti non cessano di manifestare l'ansia che Dio ha di essere veramente , in ogni generazione, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe: "Come vorrei considerarvi figli miei....Tu mi avresti chiamato 'Padre mio' e non vi sareste più rivolti lungi da me" (Ger 3,19).

Al Dio dei padri, al Dio che parla e aspetta, va ricondotto ogni altro pensiero su Dio ricorrente nella Bibbia. La stessa affermazione di Dio come colui che è: "Io-sono chi sono" e anche "Così dirai ai figli di Israele:L'Io-sono mi ha mandato a voi" (Es 3,14), provocata dall'insistenza tipicamente semitica di Mosè di possedere un "nome"di Dio, è perentoriamente ricondotta , subito dopo, a questa affermazione: Così dirai ai filgi di Israele: ' Il Signore Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome in eterno e questo è il mio memoriale di generazione in generazione" (Es 3,15).

Legandosi in modo che potremmo dire viscerale ad Abramo e ai suoi discendenti, Dio ha scelto di camminare nella storia e ha respinto per sè una dignità cosmologica.

Non c'è chiave metafisica che aiuti a capire questa uscita di Dio dall'assoluto per discendere con alcuni suoi aramei erranti, ed esistere in loro compagnia.