Problemi

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La vacanza come ritorno a casa: un’opportunità

di Mons. giuseppe Angelini, teologo

La pandemia ha dato una forte scossa al pianeta, e non si vede bene ancora quali nuovi equilibri potranno essere trovati. Neppure può prevedere, con proporzionale certezza, se quelli trovati saranno davvero nuovi equilibri. In primissima approssimazione si può prevedere con certezza che decisamente rallentati saranno gli spostamenti internazionali. Quando ci si spostava sulle ruote, fossero esse pneumatiche o di ferro, gli spostamenti lasciavano la possibilità di misurare le distanze. Da quando ci si sposta in aereo il viaggio è diventato decisamente molto “astratto”: sappiamo, certo, quante migliaia di chilometri percorriamo, ma lo sappiamo per informazione nominale, senza possibilità di apprezzare sensibilmente quella distanza. Inverificabile non è soltanto la distanza da casa di quelle mete esotiche, ma anche la loro qualità umana. Una vacanza a Sharm el Sheik non è una vacanza in Egitto, e neppure nella penisola del Sinai; è semplice mente una vacanza al mare, in un hotel la cui vita è sostanzialmente identica a Sharm, Tenerife o Haiti. Per molti, fattore rilevante dell’attrattiva delle vacanze è proprio la prospettiva di vivere qualche settimana un’altra vita, senza l’ingombro della memoria e dei legami che appunto da essa derivano. L’altra vita è come la vita estetica, conclusa nell’istante: essa può essere inventata; proprio l’invenzione consente la “creatività” che una lunga memoria comune invece impedirebbe. L’emergenza sanitaria ci condanna quest’anno a vacanze interne, in Italia, e quindi anche vicine a casa. Magari non vicinissime, dal punto di vista dei chilometri; vicine però perché legate alla nostra storia. Molti che abitano a Milano, che magari sono nati a Milano, hanno però genitori pugliesi o siciliani; e quest’anno torneranno alla terra dei loro avi. Molti che abitano a Milano hanno in riviera o in montagna una seconda casa, frequentata fin dalla infanzia. Abitualmente essa non è presa in considerazione per le lunghe vacanze estive, specie dai figli giovani; quest’anno invece sarà presa in considerazione. Anche sotto tale profilo le vacanze appaiono quasi un prolungamento del lockdown. Non si tratterà certo di un lockdown inteso nel suo senso letterale, ma di un lockdown inteso come ritorno obbligato alla memoria, alla propria storia, addirittura alla propria origine. Oltre che dal ritorno ai luoghi antichi, il ritorno alla memoria sarà raccomandato dalla contiguità tra genitori e figli. Decisamente più improbabile sarà infatti – immagino – la peregrinazione per tutta la superficie della Terra, che è invece lo stile ormai abituale delle vacanze dei figli emancipati.

Potrebbe accadere che, in prima battuta costretti a passare molto tempo in famiglia dalle circostanze esteriori, essi poi riscoprano quella come un’opportunità. Riscoprano – intendo dire – opportunità di comunicazione con i genitori e con i fratelli, che non immaginavano. Nell’età dell’adolescenza – è cosa nota - i figli soprattutto fuggono lontano dai genitori. L’affetto, la sensibilità ai loro giudizi, l’attenzione al loro respiro rimangono, certo; ma la prossimità è considerata come un dato di fatto scontato, che non ha bisogno d’essere coltivato per sussistere. Le vacanze trascorse insieme invece dispongono le condizioni propizie ad una comunicazione più diffusa; anzi, renderanno in cero modo necessaria tale comunicazione. Costringeranno in tal senso a cimentarsi con il prezzo pratico dell’affetto. Che cosa voglia dire amare non si dice descrivendo un modo di sentire, ma attraverso un modo di fare, disteso nel tempo. L’affetto tra genitori e figli, per un aspetto scontato e irrinunciabile, per altro lato dev’essere edificato attraverso la pratica della vicinanza. E quella pratica, ordinariamente elusa, quando sia invece di fatto realizzata, potrà manifestare la sua grazia, e non solo la sua fatica. I giorni trascorsi insieme potranno rendere manifesta una facilità della comunicazione, che nelle circostanze abituali della vita appariva più difficile da immaginare.

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Che cosa infatti trattiene normalmente la comunicazione tra genitori e figli, e anzi quasi la impedisce? Le risposte più frequenti fanno riferimento alle differenze di cultura. I genitori, ormai avanti negli anni, riflettono modi di dire, di sentire e anche di fare che ai giovani paiono anacronistici, desueti, addirittura fuori dal mondo. I figli a loro volta partecipano modi di dire e di pensare che agli occhi dei genitori paiono semplici mode superficiali. In effetti, la cultura a cui si affidano gli adolescenti nel loro rapporto con i coetanei è abbastanza distante da quella propria dei genitori; e soprattutto, è lontana dalla cultura della famiglia stessa. Sì, perché anche la famiglia ha una cultura sua; essa non è quella dei genitori, né quella dei figli; è invece quella iscritta nella vicenda complessiva della oro alleanza. Si deve anzi riconoscere come proprio attraverso la mediazione dell’alleanza famigliare passa l’appropriazione di ogni altra cultura da parte dei figli e dei genitori stessi.

Appare utile a tale proposito precisare l’accezione del termine cultura. Lo usiamo qui nella sua accezione nuova, “democratica” e non aristocratica. In tal senso la cultura può essere definita come il complesso delle risorse simboliche, mediante le quali i significati elementari della vita trovano iscrizione nelle forme della vita comune. A quei significati il singolo non accede attraverso discorsi; tanto meno attraverso discorsi scolastici; accede invece attraverso la pratica dei rapporti umani.

Una tale pratica è configurata appunto da una cultura, e dunque da una tradizione; la pratica stessa fa vivere e per molti aspetti anche incrementa la tradizione. A titolo di esempio, che cosa voglia dire essere figlio o figlia, rispettivamente che cosa voglia dire esser padre o madre, non si impara a scuola, ma attraverso la pratica della vita famigliare. Quella pratica configura non soltanto il senso delle relazioni primarie, ma ogni altro significato, ogni altro aspetto della visione del mondo.

Il sistema famiglia non è uno tra i molti mondi abitati da ogni nato di donna, ma è il mondo prossimo attraverso il quale soltanto il singolo accede al grande mondo. Questo compito di fungere quale mediazione originaria di ogni tradizione culturale è intrinseco alla famiglia; non è possibile in alcun modo sottrarsi ad esso.

Il compito, comunque realizzato, può tuttavia essere realizzato in maniera più o meno pertinente. La tendenziale riduzione del rapporto famigliare al registro esclusivamente affettivo opera nel senso di mortificare le capacità di mediazione culturale, che obiettivamente competono alla famiglia. La difficoltà del compito della famiglia trova espressione puntuale e più evidente nella difficoltà del compito paterno, e della figura stessa paterna. Trova oggi diffuso consenso la tesi che afferma l’“evaporazione del padre” (J. Lacan); essa dà espressione più puntuale a una difficoltà che riguarda più in generale la famiglia tutta. Il padre assente è il padre inteso come interprete della legge – così di solito si dice. In questa appropriazione al padre del compito di essere testimone della legge c’è un aspetto di verità.

La verità intera però è quella che riconosce come concorra alla testimonianza della legge anche la madre; soprattutto, concorra il rapporto di alleanza tra padre e madre. Attraverso la pratica dei rapporti famigliari in genere passa di necessità il processo di tradizione culturale da una generazione all’altra. Ma la famiglia affettiva contemporanea appare largamente inadeguata ad assolvere ad un tale compito. La radice di tale inadeguatezza non è – come troppo disinvoltamente si dice – la presunta distanza culturale tra una generazione e l’altra; non la distanza dei contenuti della rispettiva cultura. È invece prima di tutto la consistenza troppo esigua della vita famigliare. Per assolvere al suo compito di mediare l’appropriazione della cultura pubblica, essa avrebbe bisogno di tempi più lunghi e di opportunità più numerose. Invece i tempi della vita comune in famiglia sono assai scarsi; di più, in quei tempi l’espressione dell’alleanza è affidata assai più alle risorse affettive che alle pratiche di vita.

I figli adolescenti decisamente privilegiano il rapporto con i coetanei al rapporto con i genitori e con i fratelli. E nel rapporto con i coetanei la cultura di riferimento è, fondamentalmente, quella predisposta dall’industria culturale; essa ignora a vicenda primaria dell’adolescente. Di più, quella cultura è adottata attraverso forme di comportamento mimico; l’imitazione dei comportamenti precede la convinzione; l’attesa è che proprio attraverso il comportamento, si possa finalmente accedere alla convinzione. La cultura di cui si nutre il gruppo dei pari è, certo, distante dalla cultura dei genitori; è distante non solo e non subito perché diversa nei contenuti, ma prima di tutto e soprattutto perché ignora la relazione parentale, dunque la relazione di autorità, e in ultima istanza il riferimento all’Autore.

La cultura del gruppo dei pari, alimentata dall’industria culturale, si sovrappone per molta parte alla cultura pubblica alla quale tutti partecipano; si sovrappone, più precisamente, alla cultura della comunicazione pubblica.

La filosofia di vita dell’adolescente appare oggi anche come la figura tipica della filosofia di vita di tutte le età. Possiamo sintetizzarne quella filosofia in pochi slogan. Il primo è “provare per credere”: non dalla convinzione, e dunque dalla fede, nasce il comportamento; ci si aspetta invece che da comportamenti posti senza convinzione nasca finalmente una convinzione. Il secondo slogan è quello della cosiddetta “autorealizzazione”, da intendere come il passaggio da un sé inquieto e insicuro ad un sé certo, reso tale dal fattore emotivo, dalla scomparsa dell’ansia. Ma non c’è una vita senza ansia. E neppure c’è un’autorealizzazione. Vale a tale riguardo il teorema evangelico: chi cerca di realizzarsi, chi cerca in tal senso di salvare la propria vita, l’ha già persa; la guadagna invece chi la dà per la causa giusta, quella di Gesù e del suo vangelo (vedi Mc 8, 35 e paralleli). Quel teorema non è soltanto proposto da Gesù; è iscritto nei rapporti primari della vita; dunque nei rapporti famigliari, quelli tra moglie e marito, quelli tra genitori e figli. La legge di quei rapporti è sostanzialmente ignorata dalla cultura pubblica, che prevede soltanto rapporti secondari e revocabili, non rapporti primari e indisponibili. La cultura degli adolescenti e rispettivamente la cultura pubblica, prima che in contraddizione con la cultura dei genitori, è censoria nei loro confronti. Esercita una censura, più in generale, nei confronti di tutti i rapporti che sono da sempre e per sempre. Quella cultura identifica la causa della dignità del soggetto con la causa della perpetua ritrattabilità di ogni legame. I figli adolescenti sanno bene che questa cultura mente. Lo sanno davvero? Lo sanno, ma di un sapere che è senza parole, dunque arduo da comunicare. Sanno che quella cultura mente e cercano tacitamente il padre. Sanno che quella cultura mente anche i genitori; in essi il sapere di cui si dice è aiutato da una cultura altra rispetto a quella pubblica. Ma questa cultura altra se ne sta nascosta. Vale anche a questo riguardo la sentenza usata da Alessandro Manzoni a proposito del buon senso e del senso comune nel capitolo XXXII dei Promessi sposi: «Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune». Il senso di tutte le cose percepito dai genitori se ne sta nascosto per paura del senso comune. Il rimedio a tale distanza tra cultura famigliare e cultura pubblica non può venire semplicemente dai discorsi. Esige invece tempi più distesi di contiguità esistenziale e occasioni più articolate di pratiche condivise. Appunto questi tempi e queste occasioni potrebbe offrire la vacanza domestica di quest’anno. Tali opportunità saranno però realizzate soltanto se saranno deliberatamente cercate.