Problemi

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L’autorità dei genitori nella società democratica

di Giuseppe Angelini, teologo

Suggerisco una riflessione intorno alle difficoltà che incontra la relazione tra genitori e figli a divenire luogo di tradizione dei significati elementari della vita da una generazione all’altra. Luogo di tradizione della fede, ma anche luogo di tradizione della sapienza.

Che cos’è “sapienza”? Come distinguere la sapienza dalla scienza?

Per trovare risposta a tutti gli interrogativi posti dalla vita comune il nostro mondo si affida soprattutto alla scienza, come ben sappiamo. Ma a proposito del mestiere di vivere, e dunque del bene e del male, della speranza e della disperazione, della verità e della menzogna, la scienza non sa proprio nulla.

Un sapere a proposito del mestiere di vivere è possibile apprenderlo soltanto a procedere dalla relazione con il padre e la madre, dalla relazione che sta all’origine stessa della vita.

Cosi afferma, con formula breve e incisiva, Mosè nel decalogo: Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dá (Dt 5,16).

La possibilità che la tua vita abbia un futuro – così possiamo parafrasare il comandamento –, che nell’età adulta tu possa riconoscere il compimento delle promesse iscritte nel primo cammino infantile della vita, tale possibilità dunque è legata a questa precisa condizione, che tu continui a onorare il padre e la madre, come hai fatto con tutta naturalezza nella tua infanzia.

Il comandamento è dato per gli adulti, ovviamente, non per i bambini.  I bambini infatti non hanno alcun bisogno di alcun comandamento per onorare il padre e la madre. Hanno una capacità straordinaria, spesso addirittura sorprendente, a trovare i motivi per riconoscere degni di onore genitori, che pure agli occhi di tutti gli altri appaiono poco onorevoli.

Il comandamento è dato per gli adulti, dunque; appunto nel loro caso si fa viva la tentazione di non onorare affatto i genitori. Non che agli occhi i genitori appaiano come tutti gli altri; no, certo i genitori continuano ad apparire impegnativi; ma proprio perché appaiono così, essi sono tentati di evitarli. Continua certo l’affetto; ma accordare ad essi addirittura onore appare imbarazzante e anche un po’ infantile. I figli grandi si occupano certo dei genitori; magari danno loro una mano per sovvenire alla loro debolezza; evitando tuttavia il troppo impegnativo onore.

Per riferimento ai bambini, che vuol dire onorare i genitori? Non è facile rispondere. Il tema dell’autorità ha conosciuto una rimozione abbastanza rigida nella cultura moderna, per riferimenti ai genitori come per riferimento ad ogni altro rapporto; tale rimozione fa sì che manchino ormai anche le parole per dirne. E tuttavia l’onore che i figli bambini accordano ai genitori è un ingrediente assolutamente essenziale della loro crescita nella competenza circa il mestiere di vivere, o della loro sapienza. Che vuol dire dunque per il bambino onorare il padre e la madre? Obbedire? Sì, certo, anche obbedire; ma non solo e non subito obbedire.

Onorare vuol dire accordare ad essi un grande credito, quello d’essere addirittura gli interpreti affidabili del senso della vita, della speranza che essa dischiude, e delle leggi che essa impone. I piccoli poi certo anche ubbidiranno; la loro non sarà però un’obbedienza servile; sarà invece un’obbedienza sempre attraversata dall’attesa di scoprire, appunto attraverso l’obbedienza, la via della vita.

La letteratura psicologica e sociologica s’è occupata spesso, negli anni recenti, della figura del padre e della sua evanescenza nei costumi della famiglia affettiva contemporanea. Spesso è stata ripetuta in particolare questa denuncia: i padri di oggi non saprebbero più opporre divieti ai figli; a motivo di tale incapacità sarebbero anche incapaci di tramettere ai figli la cosa che più importa, e cioè veri desideri, o addirittura passioni, e non languidi e indistinti bisogni, i quali attendono sempre da capo conferma o smentita attraverso la fruizione effettiva del loro oggetto. Soltanto passando attraverso e oltre la siepe del divieto, il bisogno ha la possibilità di crescere e diventare appunto un grande desiderio, un desiderio ‘spirituale’.

Quest’apologia del divieto appare un po’ patetica. Il divieto non ha il potere di far crescere soltanto perché è un divieto. Fa crescere soltanto se è sotteso da una promessa che gli conferisce valore. Il divieto appare di fatto persuasivo al bambino appunto perché egli vede nel padre il testimone di una terra promessa. Appunto questo modo di vedere gli consente anche di onorare il padre. L’onore che il bambino spontaneamente accorda al padre può rimanere per sempre? Esso può durare nel tempo soltanto a una condizione, che prenda progressivamente figura quella terra promessa che in maniera per così dire magica il bambino intuisce attraverso la persona del padre.

Un tempo l’autorità del padre era il modello di ogni autorità sociale. In tal senso, era largamente condivisa una visione ‘paternalistica’ del rapporto sociale.

Merita di ricordare a questo riguardo che un tempo nei formulari catechistici, disposti per aiutare l’esame di coscienza dei fedeli, i doveri nei confronti dei cosiddetti ‘superiori’ erano trattati sotto il titolo del quarto comandamento, onora il padre e la madre.

Oggi suscita istintivo fastidio il semplice fatto che si parli di ‘superiori’.

Rapporti gerarchici esistono ancora, certo; essi sono intesi però come rapporti disposti per motivi di carattere solo funzionale, tecnocratici o burocratici. In tal senso non ci sono più ‘superiori’, né tanto meno ‘padri’, né autorità. La presa di distanza moderna e democratica dalle rappresentazioni paternalistiche dei rapporti sociali gerarchici ha alimentato, ai suoi inizi, prevedibili resistenze nella Chiesa e nella coscienza cattolica.

Oggi, specie dopo le impegnative dichiarazioni programmatiche di pace con il mondo moderno proposte dal Vaticano II, la stessa lingua cattolica decisamente inclina a recepire una visione soltanto funzionale dell’autorità; cos’è in specie per la lingua della comunicazione pubblica ecclesiastica. Anche sotto questo profilo trova alimento la solitudine dei padri, e dei genitori in genere. Essi rimangono i soli a fruire di un’autorità, che per un lato stentano a giustificare, per altro lato e più decisivo lato stentano a esercitare.

Davvero dobbiamo rinunciare in radice a riconoscere al rapporto tra genitori e figli, e in particolare tra padri e figli, ogni valenza di paradigma per rapporto al resto dei rapporti sociali? Il riconoscimento di tale valenza è stato così insistito e profondo per secoli e secoli, da rendere facile una previsione: sarà difficile cancellarla in radice. Ma forse neppure di deve cancellarla in radice. D’altra parte, la valenza di paradigma per riferimento ad ogni altro rapporto umano, e addirittura per rapporto alla figura stessa dell’autorità di Dio, è riconosciuto ai genitori dai testi stessi della Scrittura; ancor meno probabile appare dunque l’ipotesi che la lingua cristiana possa negare in radice quel valore di paradigma.

Sollecitato da tali interrogativi, ho tentato una verifica: come il Catechismo della Chiesa Cattolica parla del quarto comandamento, onora il padre e la madre? Quel Catechismo è abbastanza recente; è stato pubblicato da Giovanni Paolo II nel 1997; esso intende ancora il quarto comandamento come riferito a tutti i cosiddetti ‘superiori’, o soltanto ai genitori? Debbo dire che la lettura dei paragrafi del Catechismo ha suscitato in me qualche piacevole sorpresa. Per un primo aspetto essi riconoscono molto espressamente il rilievo fondamentale che il rapporto tra genitori e figli assume per rapporto al resto dei rapporti sociali. Per altro aspetto la giustificazione che danno di tale tesi si basa su una lettura proporzionalmente sofisticata sotto il profilo esegetico del testo biblico.

Riporto e brevemente commento i tre numeri del Catechismo che interessano, con qualche breve commento:

2197 Il quarto comandamento apre la seconda tavola della Legge. Indica l’ordine della carità. Dio ha voluto che, dopo lui, onoriamo i nostri genitori ai quali dobbiamo la vita e che ci hanno trasmesso la conoscenza di Dio. Siamo tenuti ad onorare e rispettare tutti coloro che Dio, per il nostro bene, ha rivestito della sua autorità.

Del quarto comandamento è suggerita, come subito si vede, una comprensione abbastanza impegnativa, che suscita facili obiezioni. Esse sono alimentate anzitutto dalla nostra mentalità democratica; per altro lato sono alimentate dal desiderio di aderenza alla lettera del testo biblico.

Davvero il comandamento di Mosè dice che «siamo tenuti a onorare e rispettare tutti coloro che Dio, per il nostro bene, ha rivestito della sua autorità»?

Per se stesso, il comandamento non ha certo un significato tanto largo. E tuttavia sussistono argomenti che incoraggiano a riconoscere al comandamento un rilievo architettonico importante per riferimento a tutto il decalogo. Il quarto comandamento ha anzi tutto una collocazione strategica: è posto all’inizio della seconda tavola, all’inizio dunque della serie dei comandamenti morali. Inoltre, è l’unico comandamento della seconda tavola che viene motivato. Finalmente, è anche l’unico comandamento della seconda tavola che abbia formulazione positiva e non di divieto.

Questi tre aspetti insieme suggeriscono una congiunzione stretta tra il quarto comandamento e il terzo, ricordati del giorno di sabato per santificarlo; anche quello è formulato in positivo e non come un divieto; anche quello è motivato. Questa relazione stretta con il terzo comandamento suggerisce di leggere nel quarto il fondamento e quasi l’anticipazione dei comandamenti successivi; esso appare quasi una sintesi degli altri sette precetti della seconda tavola.

La motivazione del quarto comandamento, oltre tutto, è data nella forma di una promessa per il futuro: perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dá.

Una motivazione così vale, in realtà, per tutti i precetti della legge; anche per questo motivo il sospetto è che questo precetto sia come una sintesi di tutti i doveri morali dell’uomo. Conseguentemente, non pare arbitrario riconoscere ad esso un rilievo architettonico per rapporto al sistema sociale tutto, alla alleanza che sta alla base della vita di un popolo.

Questa valenza sintetica è attestata in maniera ancor più esplicita nel successivo articolo del Catechismo, che non si riferisce precisamente al tema delle autorità, ma agli ordinamenti sociali nel loro complesso:

2198 Questo comandamento è espresso nella forma positiva di un dovere da compiere. Annunzia i comandamenti successivi, concernenti un rispetto particolare della vita, del matrimonio, dei beni terreni, della parola. Costituisce uno dei fondamenti della dottrina sociale della Chiesa.

L’ultima affermazione appare molto impegnativa: il comandamento dell’onore al padre e alla madre sarebbe addirittura «uno dei fondamenti della dottrina sociale della Chiesa». Come si debba intendere questa famosa ‘dottrina sociale’ della Chiesa non saprei dire; di essa mi pare si parli tanto più facilmente quanto meno ne è chiara la natura; in ogni caso l’affermazione è assai impegnativa. È possibile tradurla in questi termini: il quarto comandamento indica uno dei pilastri della concezione che la Chiesa propone del rapporto sociale.

L’estensione del comandamento che alla lettera è riferito ai genitori a tutti i rapporti sociali che abbiano connotazione gerarchica diviene ancor più esplicita nel successivo paragrafo:

2199 Il quarto comandamento si rivolge espressamente ai figli in ordine alle loro relazioni con il padre e con la madre, essendo questa relazione la più universale. Concerne parimenti i rapporti di parentela con i membri del gruppo familiare. Chiede di tributare onore, affetto e riconoscenza ai nonni e agli antenati. Si estende infine ai doveri degli alunni nei confronti degli insegnanti, dei dipendenti nei confronti dei datori di lavoro, dei subordinati nei confronti dei loro superiori, dei cittadini verso la loro patria, verso i pubblici amministratori e i governanti.

Ha fondamento una tale estensione del comandamento? Se stiamo alla lettera, pare di no; se consideriamo però il contesto sociale e culturale, entro il quale il comandamento ha trovato formulazione, si deve riconoscere che in effetti in quelle società arcaiche ogni autorità era concepita e vissuta, effettivamente, a immagine dell’autorità parentale.

La valenza sintetica che l’autorità parentale assumeva un tempo per rapporto ad ogni altra forma di autorità sociale sembra decisamente condannata alla obsolescenza, a misura in cui procede la secolarizzazione del rapporto sociale, e quindi la riduzione del rapporto di autorità a figura di rapporto funzionale. La logica sottesa cessa d’essere quella simbolicamente densa di significato, che consente di parlare di ‘superiori’ e di ‘onore’, ma quella meramente burocratica, che suppone un deciso scorporo tra la persona e il suo ruolo sociale.

Merita di sottolineare come il comandamento di Mosè prescriva l’onore, e non l’obbedienza. E tuttavia già nelle tavole domestiche del Nuovo Testamento il precetto del decalogo è ripreso in termini di obbedienza: Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore.

Un’altra novità di Paolo è il fatto che al dovere dei figli nei confronti dei genitori egli quello correlativo dei genitori; Paolo procede nel caso del rapporto genitori e figli così come procede nel caso di tutti gli altri rapporti umani; ad ogni dovere del singolo nei confronti di altri è subito accostato il dovere correlativo di altri nei suoi confronti; il dovere dei padri è espresso così: Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino (Col 3, 20-21).

Il fatto di proporre sempre i doveri a due a due – mogli e mariti, genitori e figli, padroni e servi – è tipico della tavola domestica del Nuovo Testamento; non accade così né nelle tavole domestiche dei filosofi pagani, né in quelle giudaiche, siano esse ebraiche o ellenistiche.

La scelta stessa della parenesi apostolica di adottare la “tavola domestica” quale schema dei doveri del cristiano comporta il riconoscimento di questa circostanza: la vita morale del cristiano tutta si articola intorno a questo centro costituito appunto dalla casa.

La “casa” non è certo la famiglia nucleare moderna; è il casato di cui dice il decimo comandamento (non desiderare la casa del tuo prossimo…): E tuttavia al centro della casa così intesa stanno effettivamente le relazioni moglie/marito e genitori/figli. Esse dispongono le fondamenta per la costruzione successiva di tutte le altre relazioni sociali. In esse prima e più che nelle altre relazioni sociali si rende percepibile il rimando della relazione umana alla relazione religiosa.

La famiglia vive oggi come appartata; ad essa non è riconosciuta alcuna missione per rapporto alla società tutta. Di questa marginalità sociale soffre la famiglia stessa; i genitori stentano a confermare con la loro testimonianza la promessa fatta ai figli attraverso le forme della relazione precoce con loro. Ma soffre anche la società, la quale, priva ormai di autorità morale, diventa un meccanismo complesso sempre più difficile da gestire.

La famiglia cristiana deve reagire a questa marginalità e deve accettare un compito di testimonianza sociale. Ma per far questo ha bisogno di aiuti che solo nel rapporto con molte altre famiglie può trovare; e rispettivamente nel rapporto con una Chiesa che sappia venire incontro alla coscienza troppo sola dei genitori.