Problemi

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Gesù, un interrogativo sempre aperto

di Giuseppe Angelini – Teologo

Se lo comprendi, non è Dio”, diceva Agostino; se davvero di Dio si tratta, sempre da capo ti sorprenderà.

Nel caso di Gesù si tratta appunto di Dio, del Figlio, nato da donna e nato soggetto alla legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli (Gal 4, 4-5).

Il fatto che egli sia nato da una donna, abbia camminato per le vie di questo mondo, ne abbiano avuto notizia milioni e miliardi di persone, abbia lasciato traccia di sé in tanta parte della nostra cultura, lo hanno reso in certo senso familiare.

E tuttavia proprio questa sua prossimità inevitabile alla vita di tutti noi lo ha reso insieme motivo di sempre rinnovato stupore. Fin dai giorni della sua presenza visibile su questa terra egli ha suscitato interrogativi, e sopra tutto questo interrogativo: Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono? (Mc 4, 41), chi è mai costui che compie prodigi, che perdona ai peccatori, che si proclama signore del sabato, e così via? A tale interrogativo da lui proposto non si finisce mai di rispondere. Anche coloro che hanno creduto in lui su sempre da capo debbono a suo riguardo interrogarsi.

La verità della sua persona non può mai essere racchiusa in una formula.

La fede cristiana lo riconosce come Figlio di Dio.

Questa confessione grandiosa dice tutto, certo; non se ne potrebbe immaginare una che dica di più. E tuttavia essa non parla da sola, non riesce da sola a esprimere quello che vuol dire; non è affatto chiara nel suo senso. Per accedere alla verità della sua identità di Figlio di Dio siamo sempre da capo rimandati alla sua storia: alle sue parole, ai suoi gesti, e soprattutto alla sua passione morte e risurrezione.

La memoria dei fatti è la forma insuperabile mediante la quale soltanto è possibile accedere alla sua verità.

Non sappiamo infatti che cosa sia un Figlio di Dio. Non sappiamo neppure chi sia Dio.

Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato. (Gv 1, 18)

La formula assai netta, quasi brutale, del vangelo di Giovanni, proclama un principio molto preciso: noi non abbiamo mai visto Dio; non solo, neppure mai lo abbiamo in alcun modo davvero conosciuto.

Di lui (o più genericamente dei divini, del divino ) si parla certo da sempre tra gli uomini; ma la notizia da sempre gli uomini hanno di Lui ha soprattutto i tratti della notizia di uno sconosciuto.

Pensiamo a un figlio orfano, o a un trovatello; egli sa certo del padre; sa che ha un padre, o che ha avuto un padre; ma non lo consce; lo sappia o non lo sappia, sempre nella vita lo cerca. Così, pressappoco, è Dio nella vita dei figli di Adamo.

Soltanto la nascita in questo mondo dell’Unigenito che è nel seno del Padre ci ha fatto conoscere il Padre.

La sua nascita, e quindi poi tutto ciò che egli ha detto e fatto, la vita inaugurata da quella nascita, e la morte che l’ha conclusa, l’annuncio sorprendente della sua risurrezione.

Questa affermazione, che Dio non si potrebbe conoscere altro che mediante la vicenda di Gesù, non trova affatto tutti concordi.

Molti credenti in Dio, e anche molti cristiani (nel nostro paese e nei paesi di tradizione cristiana in genere, d’altra parte, i credenti in Dio si considerano ovviamente cristiani) pensano che Dio sia evidente.

Problematica sarebbe invece il riconoscimento di Gesù quale Figlio di Dio.

La persona di media cultura, che sa leggere e scrivere, che di fatto legge, facilmente pensa a Gesù come a un grande santo, o un grande profeta, o più semplicemente un grande uomo; magari addirittura l’uomo per eccellenza; ma non come al Figlio di Dio.

Gesù non è in discussione, è al di sopra di ogni sospetto.

A questo universale apprezzamento corrisponde un’immagine precisa di Gesù?

La mia impressione è che la massima parte dei credenti di oggi non abbiano di Gesù un’immagine definita. A quel nome corrispondono nella loro coscienza molte immagini, una galleria di immagini. Ciascuno ne privilegia alcune, e a partire da quelle si finge una figura di Gesù cara.

Le immagini di Gesù sono certo quelle rese possibili dalla consuetudine con i testi evangelici.

L’esercizio ordinario della memoria di Gesù nella vita cristiana è la celebrazione eucaristica; nel quadro di tale celebrazione si ascoltano sempre da capo i vangeli.

Ma tale ascolto ha bisogno di iniziazione, e dunque di catechesi.

L’impressione di molti è che in realtà non ci sia alcun bisogno di iniziazione; le pagine del vangelo – o quanto meno molte pagine del vangelo – sono immediatamente parlanti.

Questo è vero in certo senso, ma solo in certo senso.

La suggestione immediata, suscitata dalla singola pagina, certo non basta a rispondere alla domanda: chi è mai costui?

Delle singole pagine evangeliche il lettore o l’ascoltatore contemporaneo spesso e facilmente si appropria in maniera proiettiva: essa gli serve per dare immagine a pensieri o sentimenti segreti, che non si saprebbe come esprimere attingendo a parole e immagini messe a disposizione della cultura secolare e piatta che sta alla base della vita ordinaria.