Problemi

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L'UMANO SOFFRIRE
Evangelizzare le parole sulla sofferenza

di Luciano Manicardi, monaco del Monastero di Bose

 

La sofferenza è esperienza universale.

L'uomo è anche homo patiens . Quando queste affermazioni diventano esperienza vissuta, spesso drammatica, a volte tragica, esse ci segnano.

E noi comprendiamo, non semplicemente in modo razionale, ma anche con le viscere, che la sofferenza costituisce il caso serio dell' esistenza. O quantomeno un' esperienza che può aprirci una strada verso ciò che nella vita è essenziale e vero. Può. Non è detto che avvenga.

Tante persone sono state indurite, intristite e abbrutite dal dolore.

Il credente, poi, sa e sente che attorno alla sofferenza si gioca qualcosa di decisivo riguardo sia all'uomo che a Dio, all'immagine dell'uomo e all'immagine di Dio.

Di fronte alla sofferenza le domande si moltiplicano e le risposte spesso mostrano la loro falsità o debolezza o inconsistenza.

Il credente interroga anche Dio e questa interrogazione è terribile.

Di fronte al bambino morto, all'inerme ucciso, all'uomo torturato, a chi nasce malformato, noi diventiamo un interrogativo, la realtà diviene un enigma.

E Dio stesso diventa un interrogativo per noi. Da questo interrogativo radicale nasce la sete di autenticità umana, di giustizia, di compassione, e sorge pure il desiderio della ricerca e di un'indagine che interpelli le Scritture e la tradizione cristiana, ma anche le scienze umane, l'antropologia e la sociologia, la psicologia e la psichiatria, le scienze della comunicazione, eccetera. Nella convinzione che la sofferenza ha qualcosa da dirci sull'uomo e su Dio.

In particolare, la fede cristiana, che ha al suo cuore la rivelazione inaudita dell'incarnazione, del Dio che si è fatto uomo, carne fragile, non può ritenere estraneo a sé nulla di ciò che è umano. Sofferenza, malattia e morte comprese. Anzi, è convinzione di chi scrive che ciò che è autenticamente umano è anche autenticamente spirituale, e che l'autenticità spirituale deve sempre passare attraverso il vaglio di ciò che è autenticamente umano.

Occorre ripensare i discorsi cristiani su malattia, sofferenza e morte radicandoli nel terreno della rivelazione biblica, evangelica in particolare, e restituirli alla concretezza dell'umano sofferente. Insomma, il senso è di evangelizzare e di umanizzare il discorso cristiano su sofferenza, malattia e morte.

Cosa che comporta il tenere sempre presente il soggetto sofferente più che la sofferenza, la persona malata più che la malattia, l'uomo morente più che la morte. Nell'ambito di cui ci stiamo occupando l'uso dell'astratto può corrispondere a una volontà di fuga, a quel non coinvolgimento che impedisce l'incontro con il concreto sofferente, malato, morente. Cioè, con il suo volto.Inoltre questa riflessione vorrebbe aiutare, propugnare e auspicare il radicarsi sempre più convinto e profondo di una cultura dell' ascolto. E in particolare, dell' ascolto del sofferente. Sappiamo di trovarci in un contesto culturale che, circa il soffrire e il morire, si muove tra rimozione e spettacolarizzazione: vi è chi ha parlato di "rimozione della morte ed epopea del macabro".

La spettacolarizzazione del dolore, la morte in diretta, lo scialo di sofferenza esibita alla curiosità morbosa, la sofferenza "vera" degli altri vista attraverso la mediazione protettiva dei mass media, sembrano far parte di un grande rito di esorcizzazione collettiva della sofferenza stessa.

Sorge la domanda: sappiamo sostenere la visione di un concreto volto sofferente? Ha ancora un senso e una praticabilità la compassione o è oramai soffocata tra indifferenza, rimozione, abitudine, paura?
Umberto Galimberti ha posto l'accento sull' assenza di una cultura dell' ascolto che sappia farsi attenta alla solitudine e alle sofferenze degli uomini. In particolare, che sappia dare tempo e accoglienza al depresso:

Educati come siamo alla cultura dell'applauso, non sappiamo neanche dove sta di casa la cultura dell' ascolto. Distribuiamo farmaci per contenere la depressione, ma mezz'ora di tempo per ascoltare il silenzio del depresso non lo troviamo mai. Con i farmaci, utili senz' altro, interveniamo sull' organismo, sul meccanismo biochimico, ma la parola strozzata dal silenzio e resa inespressiva da un volto che sembra di pietra, chi trova il tempo, la voglia, la pazienza, la disposizione per ascoltarla? Tale è la nostra cultura.

Certo, sappiamo bene come sia difficile ascoltare, se ascoltare indica l'atto di aprirsi e accogliere la sofferenza dell'altro: "La maggior parte degli orecchi si chiude alle parole che cercano di dire una sofferenza".

Si innalzano barriere per evitare che la sofferenza passi da chi la vive e la esprime a chi la ascolta. Eppure, senza questa cultura dell'ascolto del sofferente noi condanniamo l'altro alla solitudine e all'isolamento mortale e precludiamo anche a noi la possibilità di una consolazione e di una comunicazione nella nostra sofferenza. Prosegue Galimberti:

Ascoltare non è prestare l'orecchio, è farsi condurre dalla parola dell' altro là dove la parola conduce. Se poi, invece della parola, c'è il silenzio dell'altro, allora ci si fa guidare da quel silenzio. Nel luogo indicato da quel silenzio è dato reperire, per chi ha uno sguardo forte e osa guardare in faccia il dolore, la verità avvertita dal nostro cuore e sepolta dalle nostre parole. Questa verità, che si annuncia nel volto di pietra del depresso, tace per non confondersi con tutte le altre parole.

La domanda che qui si deve porre è: sappiamo dare tempo, attenzione ed energie all'ascolto di chi soffre? E sappiamo ascoltare la sofferenza profonda che è in noi, premessa indispensabile per porci sempre più attentamente in ascolto della sofferenza dell'altro?

Ascoltare significa dare la parola, dare tempo e spazio all' altro, accoglierlo anche in ciò che egli rifiuta di sé, dargli diritto di essere chi lui è e di sentire ciò che sente e fornirgli la possibilità di esprimerlo.

Ascoltare è atto che umanizza l'uomo e che suscita l'umanità dell'altro. Ascoltare è far nascere, dare soggettività, permettere all'uomo di realizzare il proprio nome e il proprio volto. Ovvero la propria umanità.
Il volto, infatti, è l'emergenza dell'identità. Il volto è epifania dell'umanità dell'uomo, della sua unicità irriducibile, e questa preziosità del volto è simultanea alla sua vulnerabilità:

La pelle del volto è quella che resta più nuda, più spoglia. La più nuda sebbene di una nudità dignitosa. La più spoglia anche: nel volto c'è una povertà essenziale ... Il volto è esposto, minacciato come se ci invitasse a un atto di violenza. Al tempo stesso, il volto è ciò che ci vieta di uccidere.

La sofferenza può dunque sfigurare il volto e cancellare, con la sua brutale violenza, l'umanità della persona, ma la sofferenza può anche, paradossalmente, restituire umanità al volto del violento.
Gli internati nei campi di sterminio nazisti si vedevano annientare umanamente venendo spogliati del nome e ridotti a numero, quindi privati del proprio volto: si doveva eliminare dal volto del detenuto ogni residuo di individualità.

Ha testimoniato Primo Levi:

Già mi sono apparse, sul dorso dei piedi, le piaghe torpide che non guariranno. Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio: ho il ventre gonfio e le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato a sera; qualcuno fra noi ha la pelle gialla, qualche altro grigia: quando non ci vediamo per tre o quattro giorni, stentiamo a riconoscerci l'un l'altro.

La fatica, la paura, il terrore, la fame, gli orrori quotidiani, tolgono carne alla pelle che resta fragile involucro di ossa:

Prima della morte fisica, regna nei campi la liquidazione dell'individualità attraverso lo smantellamento del volto, la cancellazione dei tratti sotto la durezza delle ossa che ricopre una pelle privata di carne. La stessa magrezza... che conforta l'aguzzino nel sentimento di non avere a che fare con uomini, ma con un residuo che bisogna eliminare ponendosi solo problemi amministrativi e tecnici.

Ed Elie Wiesel testimonia:

Tre giorni dopo la liberazione di Buchenwald io caddi gravemente ammalato: un'intossicazione. Fui trasferito all' ospedale e passai due settimane fra la vita e la morte. Un giorno riuscii ad alzarmi, dopo aver raccolto tutte le mie forze. Volevo vedermi nello specchio che era appeso al muro di fronte: non mi ero più visto dal ghetto. Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava. Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più.

Al tempo stesso è anche vero che la sofferenza può ridare dignità a chi la violenza l'aveva usata fino al giorno prima. Con toccante lucidità Barbara Spinelli commenta così le immagini del volto di Saddam Hussein violato dalle mani del soldato che fruga nei suoi capelli arruffati e dall'ispezione dei suoi denti, come fosse una bestia da soma cui, al mercato, si spalanca la bocca per guardare lo stato e l'età della dentatura e si controlla se nel suo pelo non s'annidino pidocchi:

Ecco un dittatore feroce... il despota che ha gasato gli iraniani e i curdi, che ha massacrato gli sciiti e ogni sorta di oppositore, e tuttavia d'un tratto non sembrava più l'orrore che era stato. Sembrava aver acquisito una dignità che poco prima non possedeva, uno sguardo di cui in passato non era stato capace. Era ridotto alla sua umanità e precisamente questa umanità è stata imbestialita dai modi dell'arresto e della successiva spettacolarizzazione ... Quel viso di Saddam trasformato in poster pubblicitario ... è un'incalcolabile sconfitta morale.

Lo sguardo che noi portiamo sul volto sofferente (pensiamo in particolare al volto sfigurato dal dolore, deformato dalla malattia, devastato da cicatrici, ustionato, alterato dall' alienazione), sguardo che oscilla tra la ripugnanza e la curiosità morbosa, è chiamato a percorrere il cammino che giunga a riconoscere l'umanità, per quanto ferita o umiliata, di quel volto.

Un racconto della scrittrice finlandese Tove Jansson ci pone di fronte a quello sguardo d'amore che sa restituire umanità a chi ha visto mutato il proprio aspetto in irriconoscibili sembianze mostruose. Sintetizziamo la narrazione: Mumintroll, una delle creature del libro, gioca a nascondino con gli amici. Si nasconde nel cappello grande e nero di un vecchio mago senza sapere che tutto ciò che vi entra cambia aspetto. Quando Mumintroll esce dal cappello i suoi amici si ritraggono spaventati: il suo aspetto è cambiato e ora è terrificante, quasi mostruoso. Mumintroll, tuttavia, non sa di essere cambiato e non capisce perché gli amici fuggono. In preda al panico, intrappolato nella solitudine delle sue nuove sembianze, cerca di spiegare che è lui, è sempre lui, ma loro scappano via urlando per il terrore. In quel momento arriva la mamma di Mumintroll, lo guarda stupita e gli domanda chi è. Lui la supplica con lo sguardo di riconoscerlo perché se lei non lo capirà, come potrà vivere? Allora lei lo guarda negli occhi, osserva profondamente l'anima di quella creatura che non assomiglia affatto al suo caro figlioletto e dice con un sorriso: "Ma tu sei il mio Mumintroll". E in quel momento accade un piccolo miracolo: il mostro, l'estraneo, svanisce e Mumintroll torna a essere quello di prima.

Insomma, non solo ci è necessaria una cultura dell' ascolto, ma anche una cultura dello sguardo: e questo con urgenza ancora maggiore considerando lo scialo di esibizione delle sofferenze e delle morti sui mass media.

Sappiamo volgere uno sguardo umano e umanizzante al sofferente?

L'aprirci al dolore di Dio nel mondo, nella vita quotidiana, è anche il destarci all'umano lacerato, oscurato, menomato nella persona sofferente, nel portatore di handicap, nella persona segnata dalla malattia fisica o psichica; è cogliere la passione di Dio nel dolore e nella sofferenza dell'umano che è nell'uomo.

Parlando dell'umano che è nell'uomo intendo riferirmi a qualcosa che è comune a ogni singola persona, a ogni singolo viso, ma che al contempo va oltre il singolo individuo, e non coincide neppure con la cosiddetta "specie" umana. Del resto, vi è la possibilità di un'umanità disumana: l'uomo non è naturalmente umano e umanizzato, così come non è naturalmente libero.

L'umanità e la libertà sono conquiste per cui si lotta e doni alla cui accoglienza occorre aprirsi. Si verificano spesso disumanità nella chiesa, nelle relazioni fraterne comunitarie, così come nei rapporti familiari, tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra anziani e giovani, e poi nelle relazioni sociali e politiche, così come nelle relazioni più personali e intime, nelle relazioni sessuali, nell'amore (o in ciò che chiamiamo tale). Quante volte dobbiamo constatare che il nemico è l'amico, è il vicino, il familiare, il confratello... Dovremmo imparare pertanto a considerarci ospiti dell'umano che è in noi. Ospiti, non padroni. Così potremmo imparare anche ad aver cura dell'umano che è in noi e a essere solleciti verso l'umano sofferente che è nell'altro.

Forse, l'umano che è in noi è esattamente il luogo della nostra immagine e somiglianza con Dio (cf. Gen 1,26-27). Si comprende come il divenire umani sia per il cristiano l'opera della fede e implichi l'obbedienza alla parola del Dio creatore che ha detto: "Facciamo l'uomo" (Gen 1,26).

Anche noi, anche gli uomini, sono implicati in quel "facciamo"!

L'uomo è chiamato a collaborare con Dio affinché cresca in lui quell'umanità che è il vero riflesso della luce divina nel mondo, è il luogo di Dio nel mondo, luogo che - come l'azione dello Spirito - va ben oltre le confessioni cristiane e gli spazi ecclesiali! Umanità che non può essere eliminata neppure dalla più devastante sofferenza. E la sofferenza, nei suoi molteplici volti, è oramai appello al credente perché risvegli la propria umanità rendendola sempre più conforme a quella di Cristo.