La parola di questa settimana

Per seguire mons. Giovanni Giudici

Domenica all'inizio di Quaresima

21 febbraio 2021

Matteo 4,1-11

Il ver.1 chiarisce subito l’episodio che oggi celebriamo nella Parola di Dio; non si tratta di “incidente di percorso”; la tentazione si pone sul cammino del Signore non accidentalmente. E’ lo Spirito che ha spinto Gesù nel deserto, dopo l’immersione battesimale nel fiume Giordano. La tentazione infatti è un evento “dovuto”; si tratta di una condizione della creatura umana, e per ciò stesso è necessariamente condivisa dal Figlio di Dio che si è fatto Figlio dell’uomo. 

Teniamo a mente che la “tentazione” non è un peccato! E non è semplicemente una “debolezza” umana. La tentazione si chiama più correttamente “prova”, il Signore Gesù la chiama anche “tribolazione”. I santi nostri antenati, Abramo, Isacco, Giacobbe, proprio attraverso l’esperienza di molte prove e tribolazioni divennero amici di Dio. Non vi è alcuna virtù se non è messa alla prova. Non c’è fedeltà matrimoniale o fedeltà sacerdotale se non è mai stata messa alla prova.

Una prova o una tribolazione avviene per le vicissitudini della vita; ed è proprio questa l’occasione mediante la quale il Signore mostra ciò che è vero nella tua vita, mostra a te stesso se tu ti fidi di Lui. la Sapienza dice: Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l'invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. (Sapienza 2,23-24).  

La tentazione nasce dall’ “invidia del diavolo” nei confronti della creatura umana che Dio ha fatto a sua immagine  e somiglianza. All’inizio del brano odierno del Vangelo abbiamo sentito: Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”(ver.1). Gesù non viene condotto dal demonio nel deserto. Nei deserti, nelle prove, nelle tribolazioni che magari stiamo oggi sperimentando, non ci ha portato il demonio.

Il deserto a cui allude il vangelo di oggi può essere la fatica o irrilevanza del mio stare accanto all’altro, quando non ci ascoltiamo, quasi non ci vediamo… Il deserto può essere il calore della passione: per esempio ti puoi innamorare non di tua moglie o di tuo marito. Questo succede nelle vite normali, non nelle vita dei peccatori.

Da esperienze simili nasce lo smarrimento; il deserto è immagine efficace: non ci sono strade, tutte le direzioni sono buone e sono false… Il deserto alla fine è la solitudine. Gesù la sperimenta al termine della sua vicenda terrena. L’ultimo suo grido sulla croce è: «Dio mio, Dio mio mi hai abbandonato…».

Quale è lo scopo della tentazione di cui ci parla oggi il Vangelo? Strappare Gesù dalla sua comunione con il Padre. La resistenza di Gesù nei confronti del diavolo è per noi limpido esempio di come respingere la tentazione diabolica e custodire la nostra comunione di figli con il Padre, che ci ha creati e redenti.

Gesù, “dopo aver digiunato per quaranta giorni e quaranta notti ebbe fame”. Si può considerare la “fame” come la condizione che accompagna tutte e tre le tentazioni. Nella sua manifestazione più immediata, la tentazione della fame suggerisce l’immagine dei pani: “Se tu sei Figlio di Dio, dì che queste pietre diventino pane”. Ma Gesù fa della sua fame l’occasione per celebrare la sua comunione con il Padre: “Sta scritto (Deuteronomio 8,3): non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. E’ il Padre che lo nutre, e la fame Sua, come la fame patita dai padri nel deserto dell’Esodo, è prova e occasione della comunione con Dio!

La seconda tentazione, dopo quella del pane, possiamo considerarla la tentazione della potenza. Allora il “Se tu sei Figlio di Dio” significa esporre Gesù alla tentazione di un esercizio di potenza: “gettati giù”. E questo anche con l’appoggio e la garanzia della Scrittura che nel Salmo 90(91),11ss dice la protezione angelica garantita da Dio stesso. Ma Gesù risponde citando Deuteronomio 6,16: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”. Dunque è ancora il primato assoluto della comunione con il Padre quello che Gesù vive e afferma.

La terza tentazione è la tentazione del potere. Il testo parallelo di Luca 4,1-13 fa dire al tentatore che “tutto questo potere e la loro gloria (quella dei “regni della terra”) a me è stata data e io la do a chi voglio”. Ci si può forse domandare se questa non è la suprema tentazione, dato che eviterebbe al Signore le incomprensioni, i dibattiti con scribi e farisei, e dunque la dolorosa passione con il martirio della crocifissione.

Inoltre ci fa pensare quanto è evidente che il potere, che si esercita così diffusamente in ogni tempo e in ogni luogo, è a disposizione del diavolo! Questa verità è impressionante. E’ importante per noi che il diavolo stesso venga allo scoperto e riveli il legame tra potere mondano e adorazione demoniaca: “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai”.

Dunque la contrapposizione-opposizione qui è assoluta, e Gesù risponde: “Vattene, Satana!...” e cita Deuteronomio 6,13: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a Lui solo renderai culto”. La parola del Signore viene a indicarci che il potere può essere redento, nella misura in cui coloro che detengono il potere-necessario per condurre una società, una città, un paese, vincono in se stessi l’egoismo che acceca. E sono aiutati in questo da cittadini interiormente liberi, attivi e pensanti.

Teniamo fisso lo sguardo su Gesù, ‘autore e perfezionatore della nostra fede’, secondo la lettera agli Ebrei. Molte certezze sono scosse, vi sono sempre nuove incertezze che sembrano porci nel deserto, senza direzioni chiare, con l’esperienza della solitudine. Ma, come dice il salmo, «Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio, la santa dimora dell’Altissimo. Dio sta in essa, e non può vacillare».

Si tratta di una immagine gioiosa e positiva che illustra l’opera dello Spirito, che “conduce Gesù nel deserto” perché possiamo conoscere che siamo figli di Dio, e che il Signore non ci abbandona mai, e non ci fa mancare di nulla.