T04 - Il testo integrale del Documento preparatorio

Arcidiocesi di Milano

CHIESA DALLE GENTI
RESPONSABILITÀ E PROSPETTIVE

 

Linee diocesane
per la pastorale

Documento preparatorio
 

Introduzione

UNA CHIESA CHE NASCE DALLE GENTI

Noi siamo il popolo di Dio, lieto della sua vocazione, consapevole della dignità di ogni uomo e di ogni donna: tutti figli per grazia!
Sappiamo di essere convocati da ogni parte della terra per essere l’unica santa Chiesa di Dio, umilmente fieri del nostro patrimonio inestimabile: siamo la Chiesa dei santi Ambrogio e Carlo, la Chiesa ambrosiana!
Viviamo nel tempo come pellegrini: non abbiamo qui una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura. Preghiamo ogni giorno: «venga il tuo regno». Accogliamo l’invito di uno dei sette angeli dell’apocalisse: vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello (Ap 21,9) e impariamo a sollevare lo sguardo per contemplare la città santa, la Gerusalemme che scende dal cielo!

Condotti da queste parole, attratti da queste visioni, fiduciosi nelle promesse del Signore, custodendo il tesoro inestimabile della speranza, viviamo con lieta e operosa disponibilità l’obbedienza della fede: chiediamo allo Spirito di illuminare i nostri passi, perché senza di lui non possiamo fare niente, neppure sapere dove andare.
Il Sinodo, che vogliamo celebrare in questa forma minore, non è un insieme di riunioni per concludere con un documento che accontenti un po’ tutti. È invece un modo di vivere il nostro pellegrinaggio con la responsabilità di prendere la direzione suggerita dallo Spirito di Dio perché la nostra comunità cristiana possa convertirsi per essere la «tenda di Dio con gli uomini, la sposa adorna per il suo sposo».

La docilità allo Spirito è disponibilità alla conversione: la conformazione al Signore Gesù e alla volontà del Padre non dà mai ragione a nessuno, non è mai conferma rassicurante. È sempre invito, chiamata, attrattiva e spinta per un oltre inesplorato. Tutti siamo in cammino, tutti dobbiamo convertirci, anche se queste parole e queste urgenze ci possono mettere di malumore invece che contagiare di entusiasmo. Lo Spirito consolatore abita in tutti, perché non ci lasciamo cadere le braccia: non siamo una casa di accoglienza ben organizzata che concede generosa ospitalità ai passanti, siamo un popolo in cammino, una casa in costruzione, una fraterna convivenza che vive un tempo di transizione che riguarda tutti e tutto. La secolarizzazione e l’emarginazione del pensiero di Dio e della vita eterna, la situazione demografica, l’evoluzione della tecnologia, la problematica occupazionale, la liquidità dei rapporti affettivi, l’interazione tra culture, etnie, tradizioni religiose e tanti altri aspetti contribuiscono a rendere complessa la domanda: come deve essere la nostra Chiesa per essere fedele alla volontà del suo Signore?

Verso le genti che abitano nelle nostre terre i discepoli del Signore continuano ad essere in debito: devono annunciare il Vangelo! Devono mettersi a servizio dell’edificazione della comunità che sia attraente come la città posta sulla cima della montagna. Tutti i discepoli del Signore hanno il compito di essere pietre vive di questo edificio spirituale, tutti!
Se parlano altre lingue in modo più sciolto dell’italiano, se celebrano feste e tradizioni più consuete in altri Paesi che nelle nostre terre, se amano liturgie più animate e festose di quelle abituali nelle nostre chiese, non per questo possono sottrarsi alla responsabilità di offrire il loro contributo per dare volto alla Chiesa che nasce dalle genti per la potenza dello Spirito Santo.

Ci proponiamo di vivere questo cammino con l’espressione “sinodo”, consapevoli che lo Spirito parla con la voce di tutti e che il convergere nella comunione ecclesiale è il desiderio del medesimo Spirito che distribuisce i suoi doni a ciascuno per l’utilità comune. Il “metodo sinodale” vorrebbe essere uno stile abituale per ogni momento di Chiesa, sfidando la tendenza all’inerzia, l’inclinazione allo scetticismo, la comoda scelta della passività di alcuni, la tentazione dell’autoritarismo di altri.
Noi, continuando la storia scritta dai nostri padri, vogliamo affermare con la loro stessa fierezza: siamo pronti a confrontarci con le sfide del nostro tempo! Siamo persuasi che possiamo sperimentare la forza dello stare insieme, del camminare insieme, nella docilità all’intenzione di Dio che si è compiuta nella Pasqua di Gesù. Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv 12,32). Ci proponiamo di imparare a riconoscere dentro la storia le tracce di questo amore che ci attrae in un modo inatteso e universale, riunificandoci in un popolo, donandoci pace.
Abbiamo desiderio di imparare ad ascoltare, ad ascoltarci, per discernere, per riuscire a percepire quanto sia reale e feconda la presenza dentro la storia del Dio di Gesù Cristo, superando lo smarrimento provocato dalle troppe parole, dagli stimoli disordinati, dai messaggi che saturano i nostri ambienti e ci stordiscono nella confusione.

Intraprendiamo questo cammino con la persuasione che noi per primi, le nostre istituzioni e le nostre strutture, tutto quello che facciamo, tutto quello che siamo deve essere purificato dalla visione di Chiesa che l’angelo ci ispira. È a questa visione che ci vogliamo ispirare, perché si rinnovino la giovinezza e la freschezza, la bellezza e l’attrattiva di questa Chiesa dalle genti.

Tutti i battezzati nella Chiesa cattolica, ma anche i battezzati in altre Chiese e comunità cristiane, tutti sono chiamati a partecipare alla consultazione sinodale con spirito di fede. Per il discernimento ecclesiale tutti gli uomini e le donne di buona volontà hanno il loro contributo da offrire secondo le modalità che sono state indicate e secondo le modalità che con il tempo si riveleranno opportune e praticabili perché il Vescovo possa esercitare il suo compito con sapienza e prudenza, con lungimiranza e coraggio, con umiltà e rispetto.

Oggetto dell’esercizio di ascolto e discernimento sinodale sarà, come annunciato nel Decreto di indizione, la riscrittura del capitolo 14 del Sinodo Diocesano 47° (“Pastorale degli esteri”). Sono convinto che questo lavoro di revisione delle modalità con cui la nostra Chiesa si configura, riconoscendo di essere Chiesa dalle genti, arricchita dalla presenza di tutti i cattolici, sarà un esercizio per maturare nella fede, nell’amore fraterno, nella carità, nella testimonianza.

Abbiamo le nostre paure e le nostre esitazioni. Le prospettive sono vaghe e incerte, le forze disponibili sembrano talora stanche, le questioni sono evidentemente complicate, le procedure possono logorare l’entusiasmo.
Il documento preparatorio che sarà consegnato ai membri dei consigli diocesani sarà la guida per mettere a fuoco le questioni, per comprendere la posta in gioco, per concentrarsi sull’essenziale, per concludere alle poche decisioni corrette e prospettiche, che farò mie perché la Chiesa di Milano sia Chiesa dalle genti.

Il lavoro non sarà facile. Ma noi siamo certi che la potenza dello Spirito si rivelerà presenza amica, abbiamo fiducia che i nostri santi Vescovi e confessori della fede intercedano nella comunione dei santi, siamo autorizzati dalla nostra storia ad affrontare con fierezza e scioltezza le sfide del presente e del futuro. E, soprattutto, noi ci proponiamo di pregare e di pensare, di pregare e di parlare con franchezza, di pregare e di decidere, di pregare e di scrivere, di pregare e di sperare!

† Mario Delpini
Arcivescovo di Milano

Milano, Basilica di Sant’Ambrogio
domenica 14 gennaio 2018

PREMESSA

Le ragioni del Sinodo minore

«Avendo individuato nel cap. 14 del Sinodo diocesano 47°, Pastorale degli Esteri, il tema che maggiormente abbisogna di essere rivisitato e avendo sentito il parere del Consiglio presbiterale (sessione del 31 ottobre 2017) e del Consiglio pastorale diocesano (sessione 25-26 novembre 2017), con il presente atto indico il Sinodo minore sul tema “Chiesa dalle genti, responsabilità e prospettive. Linee diocesane per la pastorale”». Le parole del nostro Arcivescovo fissano bene le ragioni e i confini del Sinodo minore che apre con questo documento preparatorio la sua fase consultiva, di ascolto e di coinvolgimento.
C’è bisogno di un cammino sinodale per abitare in modo maggiormente consapevole come Chiesa l’attuale momento storico, che vede Milano – designando con questo nome non soltanto la città rigorosamente intesa ma la sua periferia molto estesa, che sovente indichiamo con il termine “terre ambrosiane” – interessata da cambiamenti evidenti e di grandi dimensioni. Cambiamenti così imponenti da richiedere l’aggiornamento dei nostri stili pastorali alla luce del Vangelo.

Dentro una tradizione che ci sostiene e ci accompagna

Questi cambiamenti non si sono prodotti dal nulla. Rappresentano il risultato di una crescita e di uno sviluppo che Milano ha conosciuto dal dopoguerra a oggi. Crescita di abitanti, sviluppo occupazionale, mutamento di cultura e di costumi. La Chiesa ambrosiana è sempre stata dentro il cambiamento, leggendolo, assumendolo, criticandolo, correggendolo. I cardinali Montini, Colombo, Martini, Tettamanzi, Scola hanno investito energie per mantenere la fede cristiana incarnata dentro un contesto urbano in profonda trasformazione. Attraverso il loro magistero, come pure grazie all’azione di tanti cristiani, hanno ascoltato le domande e saputo rispondere alle tante richieste di aiuto, al desiderio di una vita buona e felice per tutti, cominciando dai più poveri ed emarginati.
Il presente Sinodo minore si vuole collocare dentro questa tradizione. Ci mettiamo in cammino sinodale per restare fedeli a questo volto di Chiesa, a una Chiesa che si vuole prossima e vicina a chi bussa in cerca di aiuto, a chi si sente solo, a chi fatica a decifrare il senso di mutamenti così imponenti. Ci mettiamo in cammino sinodale per scorgere dentro questi cambiamenti i segni dello Spirito che ci guida dentro la storia. Ci mettiamo in cammino sinodale per offrire a tutti il frutto del nostro comprendere e del nostro credere, convinti che una fede cristiana più matura e incarnata darà futuro non soltanto alle nostre istituzioni e strutture pastorali ma contribuirà allo sviluppo e alla crescita di Milano, delle tante persone che la abitano, delle istituzioni che contribuiscono alla sua crescita e al suo governo.

Scopo e struttura del presente sussidio

Come indicato dal decreto di indizione, oggetto materiale del Sinodo minore è la riscrittura del capitolo 14 del Sinodo 47°. Il presente documento preparatorio prende le mosse da quel testo, fornendo riletture, domande e approfondimenti, che consentiranno, con il contributo di tutti, di giungere alla stesura del nuovo testo. Il lavoro che si avvia intende essere anzitutto un impegno di riflessione teologica e spirituale, e per questo motivo pastorale: non miriamo a un adeguamento dei servizi e delle strutture come prima istanza, ma a una maturazione della nostra esperienza di fede e di Chiesa. Invitiamo tutti coloro che lo desiderano a unirsi a noi in questo cammino di ascolto reciproco e di confronto, convinti che già la pratica del metodo sinodale costituirà un primo guadagno e un motivo di crescita per tutti.
Il percorso che il presente documento propone è strutturato in quattro capitoli. Apriremo con un primo momento contemplativo, di comprensione delle ragioni teologiche che ci spingono a intraprendere questo Sinodo minore. La visione della Chiesa dalle genti, radunata dallo Spirito come popolo di Dio che attraversa la storia facendo memoria della salvezza donataci da Gesù Cristo sarà lo sfondo a partire dal quale leggere i due capitoli seguenti: il secondo, dedicato all’analisi del contesto di cambiamento in cui viviamo, e il terzo, concentrato sulla individuazione dei tratti del volto di Chiesa che si va costruendo. Un quarto capitolo infine ci aiuterà a comprendere i passi da compiere per rendere il più possibile capillare e partecipato il cammino sinodale che stiamo avviando. In conclusione riprenderemo le consegne che gli ultimi due Papi ci hanno dato, in occasione delle loro visite pastorali a Milano: contengono indicazioni che possono orientare in modo determinante il nostro cammino sinodale.

Capitolo primo

«ATTIRERÒ TUTTI A ME»
(Gv 12,32)

Uno sguardo contemplativo

Il nostro arcivescovo Mario, nella lettera alla diocesi per l’anno pastorale 2017-2018, intitolata Vieni, ti mostrerò la sposa dell’Agnello, invita innanzitutto ad «alzare lo sguardo», a un esercizio di contemplazione dell’opera di Dio. Siamo così posti di fronte alla «Gerusalemme nuova, [...] come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). Solo se guardiamo a quello che Dio ha fatto per noi tutti possiamo avere occhi di fede per leggere quello che sta accadendo nel mondo: cambiamenti inediti e travaglio epocale. Per capire quali siano i passi da compiere, quale «conversione pastorale» (EG 25-33) attuare nelle nostre comunità, come ci invita insistentemente a fare papa Francesco, possiamo guardare a quello che Dio ha compiuto, al suo prestabilito disegno di benevolenza (cfr. Ef 1,9-10) che ha realizzato pienamente in Gesù, crocifisso, risorto e datore dello Spirito, «senza misura» (Gv 3,34).

Attratti dal Crocifisso risorto

La nostra tradizione ambrosiana ci spinge innanzitutto a guardare alla croce di Cristo; quella croce che san Carlo Borromeo ha a lungo meditato e posto al centro della sua vita spirituale e azione pastorale: la croce con il “sacro chiodo”, che anche noi in questi anni abbiamo venerato e portato lungo le strade dei nostri quartieri, e dietro alla quale il nostro popolo ha camminato, riponendo in essa la speranza.
Che cosa ci rivela la croce riguardo alla Chiesa, ai popoli e al mondo intero? «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Gesù pronuncia queste parole, entrato in Gerusalemme, dopo che la folla venuta per la festa gli era corsa incontro con acclamazioni di giubilo. Alcuni greci, segno dell’incipiente attenzione dei gentili verso il Signore, avevano espresso il desiderio di vedere Gesù (cfr. Gv 12,12-32). Di fronte a questi segni e nell’imminenza della sua passione, il Signore con l’espressione «attirerò tutti a me» indica l’interpretazione originaria che lui stesso dà alla sua morte. Egli ha dato la sua vita per noi, per le moltitudini, per tutti. Ogni fratello e ogni sorella che incontriamo, a qualsiasi nazione, cultura e civiltà appartengano, sono un fratello e una sorella per cui egli ha dato la vita.
La Chiesa vive di questo mistero d’amore e lo celebra con gratitudine; ogni celebrazione eucaristica, in particolare quella domenicale – memoriale della passione del Signore – realizza in forma concreta e plastica questo immenso dono, espresso bene nella III preghiera eucaristica, dove ci si rivolge al Padre perché «continui a radunare intorno a te un popolo, che da un confine all’altro della terra offra al tuo nome il sacrificio perfetto».

Dalla Pentecoste la Chiesa dalle genti

Noi possiamo celebrare questo mistero perché Gesù stesso ci ha resi partecipi della sua Pasqua. Il sacrificio di Cristo ha reso possibile l’effusione del Paraclito. A Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste, «tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (At 2,4). Per questo i presenti, appartenenti a nazioni diverse, sentivano gli apostoli «parlare nella propria lingua» (At 2,6). Nella Pentecoste, al contrario di quanto le Scritture ci narrano circa Babele (cfr. Gen 11,1-9), si realizza una comunione nuova tra i popoli diversi, che per essere riuniti non hanno bisogno di abolire le loro differenze.
Il cambiamento profondo in atto nelle nostre terre ambrosiane, riguardo alla presenza crescente di fedeli appartenenti a nazioni diverse, ci chiede di approfondire il carattere universale, cattolico, della Chiesa. Questo ci fa sperimentare oggi più intensamente che in ogni Chiesa particolare «è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica e Apostolica» (CD 11). La Chiesa particolare è chiamata a vivere come sua dimensione costitutiva l’universalità.
Pertanto, è necessario sviluppare nuovi esercizi di contemplazione, per imparare meglio la dimensione inclusiva della fede che deve caratterizzare sempre di più le nostre comunità cristiane, di fronte al fenomeno epocale, ma non totalmente nuovo, delle migrazioni. In ciò sta un tratto decisivo di una Chiesa «in stato permanente di missione» (EG 25). Si tratta di una vera e propria «conversione pastorale».

Il disegno del Padre si dispiega nel tempo

Lo sguardo contemplativo sul mistero pasquale ci porta a considerare in esso la realizzazione compiuta del disegno del Padre, il quale ha creato il mondo in vista di questa pienezza di comunione. Il peccato dell’uomo non ha fermato il disegno. Dio stesso, fedele al suo amore, nella croce del Figlio prenderà su di sé il nostro male, per riconciliarci con lui e rendere accessibile a tutti la libertà dei figli di Dio.
In vista di questo compimento Dio stesso aveva scelto Abramo perché da lui avesse origine una discendenza numerosa «come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare» (Gen 22,17; Eb 11,12); una vocazione universale, come mostra anche l’ospitalità offerta ai tre stranieri presso le querce di Mamre (cfr. Gen 18,1-15). Dio si era formato un popolo eletto, Israele, perché dentro la storia degli uomini fungesse da punto di attrazione e raccolta degli altri popoli, per realizzare dentro la storia il disegno originario di comunione, che la creazione stessa esprime. Questo è il popolo che, attraverso l’esodo, passa dalla schiavitù alla libertà, e con cui Dio stabilisce la prima Alleanza; è il popolo che sperimenta l’umiliazione e la dispersione dell’esilio; che riceve le promesse; è il popolo in cui Dio suscita profeti, i quali preannunziano il carattere universale dell’azione di Dio nella storia: «Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria» (Is 66,18; cfr. anche Is 60). Proprio questo è ciò che Dio ha realizzato nel suo Figlio Gesù: il popolo della nuova ed eterna alleanza.
E poiché questo disegno divino guida tutta la storia dell’umanità, poiché tutto è stato fatto per mezzo di Gesù Cristo e in vista di lui (cfr. Col 1,15-19), esso riguarda ogni persona umana, anche quelle appartenenti ad altre confessioni cristiane e fedeli di altre religioni, che sempre più frequentemente incontriamo oggi sul nostro territorio. La consapevolezza dei misteri della nostra fede ci apre al dialogo ecumenico e interreligioso, nella ricerca del bene comune e della solidarietà, sottolineando quanto già ci unisce e favorendo forme costruttive di condivisione. Siamo convinti infatti che l’incontro con l’altro è un bene per noi, per la nostra fede, per la vita delle nostre comunità, che si vedono continuamente stimolate nella maturazione di una identità cristiana che sappia leggere il presente alla luce di questo disegno salvifico.

A immagine della santissima Trinità

Il mistero pasquale è anche rivelazione del volto primo e ultimo di Dio. Attraverso la storia della salvezza Dio si fa conoscere come Trinità – comunione d’amore. Tutti gli uomini sono stati creati a immagine e somiglianza della Trinità, in cui la perfetta unità si mostra come relazione d’amore nella differenza. «Dio è amore» (1Gv 4,8) nel dono che il Padre da sempre fa della vita divina al Figlio, nell’eterna gratitudine del Figlio per il suo essere eternamente generato dal Padre e nella reciprocità del loro amore da cui procede lo Spirito Santo (si possono leggere al riguardo i discorsi di Gesù in Gv 14-17). La santissima Trinità dunque rivela che l’amore vive della differenza e dell’alterità. Questo mistero illumina definitivamente il disegno prestabilito del Padre, di renderci partecipi della vita divina, come figlie e figli nell’unico Figlio (cfr. Ef 1,5). La trama dell’amore di Dio Trinità dentro la storia riunisce, dunque, dai confini, senza uniformare od omologare le differenze, facendole cogliere come ricchezza e vibrare come sinfonia.

La Chiesa dalle genti animata dallo Spirito Santo

Osservando con occhi di fede quanto sta accadendo nel mondo, attraverso i grandi processi migratori, ci è data una possibilità nuova per approfondire la nostra vita cristiana. La Chiesa infatti è chiamata anche in questo tempo a testimoniare la salvezza realizzata da Cristo, contrastando con decisione i segni della morte e del peccato, ovvero la divisione e la dispersione.
Lo Spirito Santo continua a guidare la Chiesa con diversi doni, carismi e ministeri. In particolare i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana sono espressivi di questo carattere inclusivo della salvezza. Il Battesimo realizza l’inclusione nell’unico corpo di Cristo; la Confermazione esprime l’unzione dello Spirito; i fedeli partecipano alla mensa della Parola e dell’Eucaristia, per essere sempre di più Chiesa, germe e inizio del regno di Dio (cfr. LG 5). Inoltre, questa Chiesa dalle genti è popolo profetico, dotato di quel senso soprannaturale della fede (sensus fidei) che «non si sbaglia nel credere» e che rende capaci di esprimere questa fede affrontando situazioni inedite e trovando modi nuovi per testimoniare la ricchezza inesauribile del Vangelo. Altrettanto decisivi per affrontare il cambiamento sono i carismi che lo Spirito Santo distribuisce nel popolo e che rende i fedeli «adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa» (LG 12).

Per un cammino sinodale

Animati dai diversi doni dello Spirito, sotto la guida del nostro Arcivescovo, accogliamo dunque il cambiamento in atto come un kairos, tempo favorevole di conversione, per ripensare concretamente il volto della nostra Chiesa ambrosiana, chiamata a incarnare e a mostrare in modo più profondo il suo essere cattolica, universale. La nostra Chiesa vuole celebrare questo sinodo come momento di rivitalizzazione di uno sguardo contemplativo, che è chiamato a fare da regia a tutto il nostro cammino. È un’occasione provvidenziale per riappropriarci del nostro essere e ripensare la nostra prassi pastorale, sotto lo guida dello Spirito di comunione che unisce in unità popoli diversi per lingua, costumi e provenienza, diventando così più incisiva nella società plurale.

Per una meditazione contemplativa

Un primo modo con cui possiamo partecipare al cammino sinodale è dunque quello di fare oggetto di meditazione contemplativa, personale e comunitaria, il progetto che il Padre ha realizzato con le sue “due mani”, come ricorda sant’Ireneo di Lione: il Figlio e lo Spirito. Meditiamo il mistero della croce che attrae tutti a sé, nessuno escluso; consideriamo il mistero di Gesù risorto e datore dello Spirito che chiama tutti i popoli a formare una sola famiglia. Riflettiamo sul fatto che i fedeli migranti sono in cospicua parte anzitutto dei battezzati, membra dello stesso corpo di Cristo, portatori di doni propri. Consideriamo il compito imprescindibile della Chiesa, in particolare della nostra Chiesa ambrosiana chiamata a ripensare profeticamente le proprie forme di presenza sul territorio per essere per tutti segno di unità e di inclusione intorno alla fede e alla preghiera. Interroghiamoci su come le nostre forme di solidarietà e di carità siano effettivamente segno espressivo di una Chiesa dalle genti.

Capitolo secondo

TEMPO DI METICCIATO
PER LE TERRE AMBROSIANE

Scegliere di vedere

La prospettiva universale del disegno di raccolta delle genti da parte del Padre attraverso lo Spirito nel suo Figlio Gesù Cristo è un punto di vista insostituibile per guardare ai cambiamenti che stanno interessando le terre ambrosiane. I mutamenti che stanno trasformando la nostra vita quotidiana non possono infatti essere riassunti soltanto nella venuta di nuove popolazioni. Anche l’inverno demografico che domina le nostre terre ormai da decenni è un mutamento da osservare; come pure la trasformazione della famiglia, che porta con sé un numero sempre crescente di persone che vivono sole. Il dominio della scienza e della tecnica sulle nostre vite sta cambiando di molto il nostro modo di leggere e di pensare all’esistenza, al suo significato, chiedendoci di reinventare la tradizione dei saperi e dei valori, modificando di fatto il modo con cui accediamo al senso religioso dell’esistenza, la nostra ricerca di Dio, il nostro modo di pregare, da soli e in comunità. La visione delineata nel capitolo precedente ci chiede di scegliere volontariamente di vedere questi mutamenti, di abitarli, per continuare a incarnare la nostra fede cristiana. Non si tratta di studiare dall’esterno fenomeni che non toccano le nostre vite; si tratta di scoprire come queste trasformazioni interrogano le nostre esistenze, chiedendoci di rideclinare la grammatica della fede, perché sia capace di generare la vita nuova dello Spirito anche in questa situazione. L’obiettivo del cammino sinodale infatti non è soltanto il miglioramento (oggi si direbbe “l’implementazione”) delle nostre pratiche pastorali, ma quello di abitare da cristiani il nuovo mondo che avanza, capaci di una fraternità e di una solidarietà che affrontano con determinazione le sfide poste davanti a noi.

Ascoltare per rielaborare emozioni e reazioni

Per molti di noi, resi insicuri da mutamenti che non dominiamo, parlare di migranti significa, anzitutto, parlare di stranieri. Lo straniero è il diverso per antonomasia e ciò che è diverso suscita immediatamente emozioni e, tra le altre, una molto precisa: la paura. La paura è reale: per noi italiani, emigranti fino all’altro ieri e tornati a emigrare in questi ultimi anni, è la paura di vedere vacillare quel margine di sicurezza e benessere faticosamente conquistato; è la paura di vedere sventolare davanti ai propri occhi la condizione in cui potremmo ricadere, se condividiamo benessere e sicurezza con altri. Per i “già arrivati” è la paura che i nuovi arrivati conquistino la propria fetta di benessere presumendo che ciò avvenga senza fatica da parte loro, facendo magari retrocedere gli sforzi compiuti per “distanziarsi” dalle rappresentazioni negative circa lo straniero. Per i “nuovi arrivati” è la paura ancora cucita sulla propria pelle per quanto lasciato e per il viaggio intrapreso, nonché per le numerose incertezze del futuro, appesantite dal sentirsi poco riconosciuti da un mondo molto competitivo ed esclusivo.
La paura non va banalizzata, né sottovalutata: soprattutto nel suo potere aggregante contro qualcuno o qualcosa. La paura va accolta, compresa e, attraverso la conoscenza e la consapevolezza, va attraversata e lentamente superata. Oltre un quarto di secolo fa, in una città resa inquieta dalla presenza di poche migliaia di “forestieri”, il cardinale Martini parlava dell’immigrazione come di un’occasione “profetica”: una sfida che la nostra società era chiamata ad accogliere con spirito positivo, trovando in essa il modo per rigenerarsi salvando il meglio della propria tradizione democratica. Con straordinaria lungimiranza, i pastori di Milano che si sono succeduti in questi decenni ci hanno più volte aiutato ad aprire il nostro sguardo per osservare come sui migranti stranieri spesso si scarica l’insoddisfazione per i problemi che non sappiamo risolvere, indicandoli come gli autentici poveri tra i più poveri, che non possono non sollevare questioni che ci appaiono drammatiche. Questioni riguardanti, ad esempio, la presenza di minoranze culturali e religiose che hanno alle spalle poteri violenti, iniqua distribuzione delle risorse, violazione della dignità; o questioni riguardanti l’idea di convivenza messa sotto pressione se i rischi di squilibri e scontri etnici non vengono gestiti attraverso l’elaborazione di un progetto di integrabilità, poiché solo “aprire le frontiere non basta”.
I pastori ambrosiani in più occasioni ci hanno aperto la mente alla visione e alla speranza di costruire una società plurale, accettando il fatto dell’immigrazione con spirito profetico e come l’occasione di una “più grande presenza di Dio tra gli uomini”, formando coscienze volte all’accoglienza di persone che provengono da mondi diversi e capaci di vedere nella diversità non una causa di scontro ma l’occasione di un reciproco arricchimento, stimolando una maggiore giustizia anche nei Paesi che opprimono le loro minoranze. La posta in gioco, infatti, non è tanto la qualità della convivenza o la tenuta della democrazia, ma la capacità della Chiesa ambrosiana di farsi testimonianza vissuta del Vangelo, vivendo in modo nuovo e pieno la propria cattolicità.

Assumere il meticciato come strumento

In origine, l’aggettivo “meticcio” e il sostantivo derivato “meticciato” non avevano un’accezione positiva. Erano termini nati dentro la lingua ispanica per designare in negativo una mescolanza di razze frutto non di libertà e volontà ma segno di asservimento e dominazione. Essere additati come meticci significava essere esclusi, espulsi, ghettizzati.
Assumendo questo termine per l’energia che da esso può emergere, si è sviluppata negli ultimi decenni una riflessione dentro la teologia cha ha trasformato il concetto di meticciato in uno strumento di inclusione e di generazione di nuove forme di fraternità. Il cardinale Scola in parecchi suoi interventi si è fatto portatore di questa nuova logica. Accettare una logica di meticciato significa volere positivamente fare i conti con un incontro di culture e di società così profondo da giungere a toccarci nella carne, nei nostri affetti più profondi e nei nostri desideri fondamentali; significa fare i conti con un cambiamento che non scegliamo ma che possiamo accogliere, riconoscendolo e cercando, per quanto possibile, di accompagnarlo, indirizzandolo al meglio; significa accogliere la possibilità e accettare che l’incontro con l’altro riscriva le nostre identità, individuali, sociali, culturali.
Assumere il meticciato come strumento significa assumere uno stile di confronto e di apertura per abitare la trasformazione che le terre ambrosiane stanno conoscendo. Chiede di attrezzarsi per abitare la società plurale capaci di prossimità, di fantasia per accendere forme inedite di buon vicinato, con dentro una voglia di giocarsi anticipando il riconoscimento dell’altro e del bene che l’incontro con lui è per me, per la mia fede, per il futuro della nostra società. Come ci ricorda spesso papa Francesco, in un’epoca di individualismo la fede cristiana è capace di generare stili di vita alternativi, antagonisti, che globalizzano la fraternità e la solidarietà, superando la logica dello scarto e una visione riduttivamente consumistica delle relazioni tra le persone e i popoli.

Questo è il meticciato; le tante pratiche che nelle forme più svariate la Caritas ambrosiana ha proposto in questi ultimi anni – come ad esempio i progetti di accoglienza diffusa – sono altrettanti esercizi di apprendimento del meticciato. La tradizione ambrosiana ha saputo inventare tanti modi per accompagnare il cambiamento che viviamo: ne è segno l’intraprendenza di tante associazioni e l’impegno di tanti gruppi, come pure le forme di collaborazione con le istituzioni e le amministrazioni pubbliche. Scuole di italiano per stranieri, doposcuola, laboratori di comunione nelle esperienze estive degli oratori, esperienze di condivisione legate al mondo del cibo, delle tradizioni culturali e delle feste; sono tante le forme che già nel quotidiano ci mostrano un meticciato in piena attività. E non soltanto dentro il mondo ecclesiale: mondi come quello della scuola, della sanità e dell’assistenza sociale sono luoghi da osservare per imparare da coloro che praticano il meticciato in modo ormai quotidiano.
Tutta questa mole di esperienze fatica però a strutturarsi, dando forma a pratiche e a luoghi esemplari di trasformazione dei nostri stili di vita, a livello più ampio. In parecchie occasioni le periferie – ossia quegli spazi sociali e umani in cui le sfide quotidiane hanno innescato processi, pur se circoscritti, ancorché molto significativi per il cambiamento – sono diventate laboratori della città del futuro; ma queste buone pratiche faticano ad avere l’attenzione che meritano. L’urgenza ci ha fatto imparare anche nuovi linguaggi e nuove vie di dialogo e di collaborazione con le amministrazioni e le varie istituzioni pubbliche. Quanto tutto questo diviene profezia, capacità di mostrare come il cristianesimo generi nuove sintesi, nuovi stili di vita?

Per continuare a interrogarsi

La traccia che stiamo sviluppando vorrebbe suscitare tante domande. Ci aspettiamo che esse possano divenire uno strumento di ascolto, dibattito, confronto, immaginazione per riconoscere le tante pratiche di meticciato che già viviamo nel nostro quotidiano e quanto esse ci hanno interrogato, come stanno cambiando i nostri giudizi e i nostri stili di vita.
Quali sono le paure e le formule stereotipate che inibiscono le energie positive di trasformazione che pure vediamo presenti, diffuse nelle nostre terre? Quali stili di vita abbiamo saputo modificare, quali sentiamo il bisogno di modificare e in che cosa sentiamo di non avere la forza per cambiare? Dove vediamo il bene che avanza, il futuro che si svela? Dove ci accorgiamo che il cambiamento ha reso inadeguate forme di presenza e i linguaggi delle nostre istituzioni dentro la società? Cosa le nostre comunità stanno imparando dalla presenza e dall’incontro con i migranti che abitano in modo ormai stabile le nostre terre, così come con i migranti che le attraversano in cerca di una nuova patria?

Capitolo terzo

LA DIOCESI DI MILANO,
CHIESA DALLE GENTI

Tradizioni che chiedono di essere rigenerate

Il fenomeno migratorio che sta interrogando la diocesi va letto dentro il contesto più generale di trasformazione che la Chiesa ambrosiana sta vivendo. I cantieri e le riforme che ci hanno interessato negli scorsi anni sono al tempo stesso frutto e segno di questi cambiamenti: basta osservare il numero annuo dei Battesimi che si va riducendo in modo sensibile (abbiamo perso un terzo dei Battesimi in dieci anni), come il numero delle vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata. Cambiamenti intensi e misurabili li osserviamo anche in strutture che il passato recente ci ha consegnato come roccaforti del volto popolare del cattolicesimo ambrosiano (oratori, asili e scuole dell’infanzia) o segno di un cristianesimo che si fa prossimo e solidale (presenza e animazione negli ospedali, case di cura).
I migranti, che in parecchi casi sono fedeli appartenenti alla Chiesa cattolica, si rivelano come una potenziale e positiva energia che spinge le nostre comunità cristiane a quella conversione pastorale che il contesto generale ci sta imponendo con sempre maggiore pressione. Siamo invitati a far fronte a questi mutamenti rileggendoci dentro quell’ottica universalistica che la visione contemplativa accesa nel primo capitolo ci ha fornito come fonte preziosa. Il fenomeno della migrazione si presenta come quel kairos che ci permette di rileggere e rilanciare tutto il bagaglio della nostra tradizione ambrosiana, avendolo riletto e purificato alla luce del potere di attrazione universale della croce di Cristo.
Solo così potremo vincere l’inerzia che ci spinge a ripetere gesti che ci costano sempre maggiore fatica (“si è sempre fatto così”). Proprio grazie a questa visione avremo le energie e la forza, legate alla speranza che ci è donata dalla croce di Cristo e dalla sua risurrezione, per riscrivere dentro il cambiamento i piccoli ma potenti gesti feriali e quotidiani che incarnano la fede, con la loro forza educativa e trasfiguratrice, come ce li ha richiamati il nostro arcivescovo Mario nella sua lettera pastorale (preghiera personale e in famiglia, Eucaristia domenicale, educazione alla vita come vocazione, essere sale e lievito nel mondo).
Un semplice sguardo al presbiterio e al mondo della vita consacrata ci permette di comprendere quanto siano reali le affermazioni appena fatte: sono parecchie le nostre realtà pastorali che ricevono già in questo momento i benefici della presenza di preti, consacrati e consacrate provenienti da altre nazioni, che con la loro dedizione e la loro fede arricchiscono e danno futuro alla nostra Chiesa ambrosiana.

In cammino con i cattolici di altre nazioni e continenti

La presenza dei cattolici di altre nazioni e continenti – in alcune delle nostre parrocchie già organizzata in comunità – oltre che strutturata nelle varie cappellanie e nella parrocchia dei migranti, si presenta come una risorsa che chiede di essere ben evidenziata e valorizzata dal nostro cammino sinodale. La diversità del loro modo di pregare e di celebrare, come pure l’affezione con cui vivono il legame alle loro comunità; la loro voglia di incarnare dentro la cultura ambrosiana le loro feste e le loro devozioni… sono tutti elementi che interrogano la nostra pastorale e la nostra vita ecclesiale, provocandola positivamente.
In alcuni casi le nostre storie e la nostra vita di fede procedono in modo parallelo, pur condividendo gli stessi spazi e vivendo gli stessi tempi liturgici. Ma in più di un luogo si è aperta la strada dell’incontro: si sono accese pratiche di “contaminazione”, forme di meticciato che, sfruttando dimensioni fondamentali dell’esperienza umana (il cibo, la lingua, la festa, il dolore, il bisogno, i legami, il lavoro, il vicinato), hanno di fatto avviato cammini di condivisione che si vanno consolidando, generando nei fatti un “noi” ecclesiale inedito.
Queste buone pratiche di condivisione meritano di essere conosciute e diffuse, perché sono capaci di generare energie per affrontare le sfide che tutti ci troviamo di fronte: vivere una fede incarnata che dà senso al quotidiano; trasmetterla alle nuove generazioni; riscoprire il valore e la bellezza del modo cristiano di vivere la famiglia, le relazioni… Ascoltare le comunità dei migranti, i racconti delle loro vicissitudini familiari, come pure tutte le fatiche che le seconde generazioni ci rimandano; e in modo reciproco fare ascoltare loro le fatiche della trasmissione dei valori e della fede alle nuove generazioni italiane; confrontarci su altre grandi questioni familiari e sociali è fonte di indubbio arricchimento e seminagione di nuovi modi di essere Chiesa dalle genti, a Milano oggi.
Il Sinodo minore, come ci ha chiesto in modo esplicito il nostro arcivescovo Mario, si aspetta di apprendere tanto da questo esercizio di ascolto: come questa contaminazione positiva e questo meticciato trasformano la liturgia (la sua preparazione, la sua animazione, la sua celebrazione: si pensi alle comunità cattoliche di rito orientale, ad esempio), la pastorale familiare (in che modo declinare il tema della “famiglia soggetto di evangelizzazione”), il calendario annuale delle nostre comunità parrocchiali, la vita e lo stile dei nostri oratori (e di conseguenza la formazione delle giovani generazioni), così che la diocesi di Milano possa essere veramente una Chiesa dalle genti?

Un ecumenismo di popolo

Tra i migranti sono presenti anche molti cristiani non cattolici. Il fenomeno delle migrazioni ha permesso alla nostra diocesi in pochi anni di apprendere e praticare un reale stile ecumenico, capillare e diffuso, di popolo appunto, come lo ha definito il cardinale Scola. Oltre alla presenza storica del cristianesimo legato al mondo della riforma protestante, in questi ultimi decenni sono apparse e si sono strutturate in modo visibile comunità legate alla Chiesa ortodossa (romena, russa, ucraina, moldava, greca, bulgara, serba…), la Chiesa copta, le Chiese cristiane antiche. Anche il mondo pentecostale ha bussato in più di un luogo alle porte delle nostre parrocchie.
Le occasioni di incontro e di prossimità si sono moltiplicate: a più di una comunità abbiamo offerto ospitalità nelle nostre chiese e negli spazi parrocchiali; con più di una realtà abbiamo avviato iniziative caritative comuni; l’offerta di spazi e la condivisione di attività si è trasformata in più di un caso nell’accensione di un processo di ascolto e scambio reciproco. Stiamo scoprendo quanto sia arricchente il confronto con le loro liturgie, le loro teologie, i loro processi di incarnazione e di trasmissione della fede.
Ci sentiamo molto stimolati dalla diversa prospettiva a partire dalla quale vivono l’unica fede cristiana. Oltre a un legame profondo con la Parola di Dio, pregata e studiata, dalle altre Chiese cristiane ci sentiamo interrogati per la capacità che hanno saputo conservare di concretizzare la fede nel quotidiano e di scriverla, ad esempio, nel corpo (tramite le pratiche del digiuno), per la loro radice monastica a cui alimentarsi, per una devozione e una partecipazione molto vive, frutto anche del martirio che segna in modo ancora attuale parecchie di queste Chiese. L’ecumenismo, da oggetto e contenuto dei nostri scambi, sta diventando metodo per affrontare problemi che scopriamo essere comuni: l’iniziazione alla fede delle giovani generazioni, la forza e il modo di essere cristiani dentro una società secolarizzata, la capacità di trovare linguaggi adeguati per rispondere da cristiani alle sfide di una cultura e una tecnica sempre più invasive.
Anche in questo campo specifico il cammino sinodale ci permetterà di raccogliere molti frutti: racconti di buone pratiche, indicazioni per una condivisione di spazi e iniziative che col tempo chiede di essere maggiormente strutturata e regolata. Ma soprattutto la certezza che la nostra fede sta maturando e arricchendosi grazie a questo cammino ecumenico.

Cristiani dentro una società plurale

Tanti migranti, giunti nelle terre ambrosiane per motivi economici e politici e non primariamente religiosi, appartengono a religioni antiche ma che per noi risultano nuove, come l’Islam. Le nostre comunità hanno così imparato in pochi anni a vivere dentro un contesto sociale che si è trasformato, adattandosi non senza fatiche a questa presenza religiosa plurale. Il pluralismo religioso già conosciuto in altre parti del continente europeo e negli altri continenti sta diventando lo sfondo al ritmo quotidiano della nostra vita ecclesiale, obbligandoci a declinare in modo diverso e più attivo la nostra identità e testimonianza cristiana. Ci è chiesto infatti di portare in modo positivo la nostra fede come contributo a un dialogo che necessariamente va creato e sostenuto nella società plurale, per partecipare alla costruzione del bene comune, operando insieme alle altre esperienze religiose per raggiungere e promuovere una pace che è non semplicemente il risultato negativo di un’assenza di rapporti (e quindi di conflitti), ma il frutto di un incontro che si fa stima reciproca e cammino comune.
Parecchie nostre strutture sono diventate vere e proprie palestre di questa scuola di convivenza e di costruzione di una società plurale dialogica, anticipando risposte a bisogni anche religiosi (come i luoghi per poter fruire di una libertà religiosa veramente reale e concreta) che spetta alle amministrazioni pubbliche strutturare in modo compiuto. Abbiamo attivato collaborazioni con istituzioni ed enti per favorire la soluzione a bisogni primari e a disagi generati dal ritrovarsi in società e culture molto diverse da quelle originarie. Abbiamo fatto tutto questo con la convinzione che la nostra fede ne uscirà maturata e arricchita, capace di percepire a una profondità maggiore la visione universalistica che le è costitutiva e che guida anche il nostro cammino sinodale. La celebrazione del Sinodo minore è un appuntamento provvidenziale, che costringe le nostre realità ecclesiali a confrontarsi in modo serio con le questioni sollevate dal dialogo interreligioso alla nostra vita ecclesiale e agli stili della nostra testimonianza cristiana.

È in modo particolare su questo terzo capitolo che il Sinodo minore chiede a tutte le realtà cristiane di impegnarsi in un ascolto e in un confronto profondi e capaci di maturare cammini reali di conversione pastorale. Il futuro del cattolicesimo ambrosiano dipende da come sapremo abitare il cambiamento. Per questo il cammino sinodale che stiamo intraprendendo è decisivo. Per questo motivo sarà prezioso il contributo di ogni singola voce: a ognuno di noi lo Spirito dà carismi particolari perché insieme si possa riconoscere in modo sempre più lucido il cammino che la Chiesa, corpo di Cristo dentro la storia, sta percorrendo con l’umanità verso il Regno che il Padre ci ha preparato.

Capitolo quarto

IL CAMMINO DELL’ASCOLTO

I soggetti e i luoghi dell’ascolto sinodale

Questo documento preparatorio è stato pensato per consentire agli operatori pastorali di costruirsi un quadro di lettura sufficientemente esaustivo della problematica oggetto della consultazione sinodale. Fino a Pasqua il percorso del Sinodo minore prevede questa fase di coinvolgimento, riflessione, condivisione, il più possibile capillare e capace di coinvolgere non soltanto il corpo ecclesiale ma anche tutti quei soggetti che intendono offrire il proprio contributo al nostro cammino.
Ci aspettiamo che discutano di questo documento i consigli pastorali (parrocchiali e decanali), le assemblee presbiterali, il mondo della vita consacrata, i movimenti e le associazioni, le cappellanie e le comunità cristiane etniche, le tante istituzioni/ associazioni e realtà cristiane che animano il mondo della carità (a partire dalle tante Caritas parrocchiali e decanali), i mondi dell’assistenza, della salute, del lavoro, dell’educazione, del volontariato, dello sport.
Ci piacerebbe che il mondo della scuola (grazie all’attivazione degli insegnanti di religione, ma non solo), quello della pubblica amministrazione e delle istituzioni politiche, il mondo dei servizi alla persona (sanità, assistenza sociale, sorveglianza e custodia del territorio), discutessero il documento e ci facessero avere le loro conclusioni. Siamo grati ai giovani che si renderanno protagonisti di eventi e momenti di scambio a partire da questo documento, proprio nei mondi che abitano (lavoro, università, gruppi di interesse…).
Attendiamo il contributo dei cristiani appartenenti alle altre confessioni e delle altre religioni. Sarebbe per noi un dono prezioso che il Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano e le altre realtà ecumeniche presenti in diocesi, il Forum delle Religioni e gli altri tavoli di dialogo ci facessero giungere le loro riflessioni, le loro domande e le loro proposte circa gli argomenti che questo documento ha toccato.

Strumenti per l’ascolto sinodale

Per favorire questo scambio e questo confronto capillare, prendendo spunto da questo sussidio, renderemo disponibili sul sito delle tracce per guidare la riflessione. Una prima traccia è stata pensata per guidare il confronto nei consigli pastorali. Seguiranno tracce per il mondo della scuola e dell’educazione, della carità, dell’ecumenismo, dell’amministrazione e delle istituzioni pubbliche…

Metodo sinodale

A tutti chiediamo di praticare il metodo dell’ascolto e dell’incontro. Ricordiamo che non si tratta di elaborare pensieri e idee “su”, ma di costruire riflessioni e percorsi “con”. Sarà utile costruire platee e luoghi di discussione che prevedano una presenza in grado di fotografare la società plurale, la Milano terra di meticciato che si va realizzando. Sarebbe utile che nelle varie cittadine che compongono il tessuto diocesano fosse organizzato qualche convegno o percorso di approfondimento che adottasse lo stesso metodo e avesse per obiettivo una declinazione locale del più ampio orizzonte sinodale (ad esempio: lavorare per immaginare il futuro di Varese come Chiesa dalle genti, capace di animare la trasformazione sociale e culturale in atto. Lo stesso può essere detto per tutte le città che compongono il tessuto diocesano: per Lecco, per Monza, per Busto Arsizio, per alcuni comprensori come il territorio di Vimercate…).

Consegna dei risultati dell’ascolto

Ci aspettiamo che i frutti di queste pratiche di ascolto vengano fissati in testi e inviati entro Pasqua (1 aprile 2018) alla Commissione che segue il cammino del Sinodo minore (sinodo@diocesi.milano.it). Tutto questo materiale servirà per costruire i testi che faranno da guida alla fase successiva, più di individuazione di alcuni nodi e di deliberazione di alcune linee diocesane. Ricordiamo che quella fase vedrà il cammino simultaneo dei due consigli (presbiterale e pastorale diocesano), chiamati ad affrontare il tema dalle proprie rispettive differenze e peculiarità.

CONCLUSIONE

Nel 2012 papa Benedetto XVI aveva ricordato, ai milanesi riuniti in piazza Duomo ad accoglierlo, che «spetta ora a voi, eredi di un glorioso passato e di un patrimonio spirituale di inestimabile valore, impegnarvi per trasmettere alle future generazioni la fiaccola di una così luminosa tradizione. Voi ben sapete quanto sia urgente immettere nell’attuale contesto culturale il lievito evangelico». La terra dei santi Ambrogio e Carlo, questo grande tessuto urbano che copre e supera il territorio diocesano, si trova in una fase davvero particolare della sua storia: sta conoscendo da un lato un grande momento di risveglio e rilancio ma dall’altro è provocata e anche sfidata da un nuovo contesto culturale e sociale che non sempre favorisce l’incontro di popoli e di culture in una convivenza capace di accogliere e conciliare le differenze. Nel parco di Monza, il 25 marzo 2017, papa Francesco ci ha ricordato che «ci fa bene ricordare che siamo membri del Popolo di Dio! Milanesi, sì, ambrosiani, certo, ma parte del grande Popolo di Dio. Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico. Questa è una delle nostre ricchezze. È un popolo chiamato a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività e a celebrare la novità che proviene dagli altri; è un popolo che non ha paura di abbracciare i confini, le frontiere; è un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore».
Milano, Chiesa dalle genti: il compito del Sinodo minore che stiamo vivendo è dare corpo al mandato che i due ultimi Papi hanno consegnato alla nostra diocesi. È il nostro modo di vivere e consegnare alle nuove generazioni quella tradizione di fede che ci fa vivere, che ci ha fatto conoscere e incontrare Dio come il Padre di Gesù Cristo e il Padre nostro; quel Padre grazie al quale sperimentiamo una nuova fraternità, più forte della carne e del sangue, generata dal suo Spirito, che ci riempie di gioia e ci permette di trasformare in modo nuovo il quotidiano e la storia che viviamo. Preghiamo lo Spirito perché ci guidi nel trasformare una necessità generata dal male e dai peccati degli uomini in un’opportunità per riconoscerci figli dello stesso Padre e fratelli in Gesù Cristo, responsabili insieme del creato e dell’umanità che, ricevuti in dono da Dio, siamo chiamati, nella libertà dei figli, a consegnare in dono alle future generazioni.

A cura della Commissione di coordinamento
del Sinodo minore «Chiesa dalle genti»
Milano, 7 gennaio 2018

PREGHIERA PER IL SINODO MINORE:
CHIESA DALLE GENTI

Padre nostro che sei nei cieli, venga il tuo regno!
Rinnova il dono del tuo Spirito
per la nostra Santa Chiesa
perché viva il tempo che tu le concedi
come tempo di grazia,
attenda con ardente desiderio il compimento
delle tue promesse,
sia libera da paure e pigrizie,
inutili nostalgie e scoraggiamenti paralizzanti,
sia vigile per evitare superficialità e ingenuità,
sia fedele al Vangelo di Gesù e alla santa tradizione
e tutte le genti si sentano pietre vive
dell’edificio spirituale
che custodisce la speranza di vita e di libertà
e annuncia l’unico nome in cui c’è salvezza,
il nome santo e benedetto del tuo Figlio Gesù.

Padre nostro che sei nei cieli, sia fatta la tua volontà!
Rinnova il dono del tuo Spirito
per la nostra Santa Chiesa e per ogni vivente,
perché siamo sempre tutti discepoli,
disponibili all’ascolto reciproco, pronti a consigliare:
donaci parole sincere e sapienti,
liberaci dalla presunzione e dallo scetticismo.
Aiutaci ad essere docili alle rivelazioni
che tu riservi ai piccoli
e aperti alla gioia di camminare insieme,
di pensare insieme, di decidere insieme,
perché il tuo nome sia benedetto nei secoli
e la terra sia piena della tua gloria.