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PAOLO VI, IL PIU' GRANDE PAPA  RIFORMATORE DELLA MODERNITA'

di Carlo Cardia, storico cattolico


Pubblichiamo la relazione tenuta dal prof. Carlo Cardia l’8/11/2017 presso la Basilica di San Paolo fuori le Mura in occasione del Convegno “Paolo VI, il Papa della modernità: giustizia tra i popoli e amore per l’Italia”, promosso e organizzato dalla cattedra di Diritto ecclesiastico dell’Università di Roma Tre in collaborazione con l’Abbazia dei Benedettini.

SOMMARIO.

1. Premessa. Lo sguardo verso l’alto. Il Papa più italiano e più universale della modernità.

2. Paolo VI e l’amore per l’Italia. Storia, Risorgimento, Repubblica.

3. Il programma dell’Ecclesiam Suam del 1964. Dialogo con i non credenti e dialogo interreligioso. 4. Ebraismo ed ecumenismo, per l’unione del ceppo ebraico-cristiano.

5. Fede e ragione. L’universalità della Chiesa e dell’ONU.

6. Collegialità e unità nel governo della Chiesa. Coscienza della funzione petrina.

7. Un fremito lo prende, una vertigine, talora una follia, lo invade. Ma Paolo VI chiude le ferite della storia.

8. Profezia e storicità del magistero di Papa Montini. Sacerdozio, celibato, i tempi della storia.

9. Etica, famiglia, sessualità. Paolo VI, l’antropologia solidale, contro il nichilismo della dissoluzione.

10. Conclusioni. Paolo VI, uomo della fede e della sapienza.

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7. UNA FRENESIA LO PRENDE, UNA VERTIGINE, TALORA UNA FOLLIA LO INVADE. MA PAOLO VI CHIUDE TANTE FERITE DELLA STORIA.

A conferma del carattere forte e deciso di Paolo VI, sovviene la ruvidezza, la sistematicità, con la quale alcune componenti del dissenso ecclesiale dell’epoca scelgono il Papa come un vero bersaglio, per criticare, corrodere la sua azione, il suo sforzo di tenere unita la Chiesa.

Non è agevole riassumere le linee, e gli episodi, della contestazione che Paolo VI ha dovuto subire. Basterà ricordare che le critiche scivolano presto sul piano personale, quand’è accusato di volta in volta d’essere “massone, filocomunista”, o “debole, restauratore, conservatore”. Un’eco notevole hanno le scelte del monaco benedettino Giovanni Franzoni, Abate dell’Abbazia di San Paolo Fuori le Mura, che dà vita per diversi anni a una contestazione continua, aspra, su quasi tutte le scelte della Santa Sede, dal Concordato alla guerra in Vietnam, dal divorzio all’aborto, al celibato, al carattere oppressivo della disciplina ecclesiastica, e via di seguito: esse portano nel 1974 alla sua sospensione a divinis, poi alla riduzione allo stato laicale. Sulla scia di Dom Franzoni, ma anche in via autonoma,altri ecclesiastici come don Enzo Mazzi, danno via a comunità di base che tendono a creare strutture alternative a quelle cattoliche parrocchiali; per don Mazzi “ubbidire alla gerarchia cattolica significa quasi sempre disubbidire alle esigenze più profonde, vere e evangeliche del popolo”.

A un livello diverso, emergono incomprensioni tra la Santa Sede e personalità come il Cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino dal 1967 al 1977, che sottolinea spesso la volontà del Papa di sminuire i contenuti innovativi del Concilio e di bloccare la ricerca teologica. Alla morte di Paolo VI, il Cardinale vuole rimarcare: “io ho amato profondamente Paolo VI e inginocchiandomi presso la sua salma ho pianto con tutto il cuore; ma devo dire che le cose amare che ho sentito di dovere di dirgli, gliele ripeterei ancora tutte, anche oggi parola per parola per il bene della Chiesa”. La posizione di Pellegrino riflette una dimensione più vasta della contestazione che investe di volta in volta la Chiesa d’Olanda per motivi teologici, più disponibile a una concezione razionalistica del messaggio evangelico, o, al contrario il vescovo francese Marcel Lefèbre che rimproverava la Chiesa di Roma, Paolo VI in particolare, di cedere a correnti moderniste, e di contraddire la dottrina tradizionale della Chiesa: con la Chiesa olandese i dissensi sono rientrati, con Lèfebvre e la sua comunità di Écône si è consumato uno scisma che si stenta ancora a superare.

Diversa ancora la problematica che emerge con il formarsi della Teologia della liberazione, la quale si presenta come un vasto movimento teologico, culturale, e politico, che tende a reinterpretare l’orizzonte della salvezza cristiana in chiave non soltanto escatologica ma immediatamente politico-rivoluzionaria. Animata da teologi sud americani come Gustavo Gutierrez, Hélder Câmara, Leonardo Boff, questa corrente di pensiero ottiene un sostegno intellettuale anche in correnti della c.d. teologia politica di matrice mitteleuropea, soprattutto alimenta nel tempo movimenti e azioni politiche di grande rilievo nell’America del Sud che coinvolgono importanti personalità laiche ed ecclesiastiche. Sul tema Paolo VI interviene più volte anche con importanti documenti, ribadendo che il messaggio cristiano non è rivolto solo alla salvezza ultraterrena ma coinvolge e alimenta anche una liberazione umana, fondata sulla dignità della persona e sui diritti: essa, però, deve comunque salvaguardare la dimensione escatologica del cristianesimo che interessa il destino dell’uomo nel suo complesso, ed evitare lo scadimento politico della presenza cristiana nei Paesi del terzo mondo e nelle Nazioni emergenti nella incipiente fase della globalizzazione. Probabilmente, la risposta di Paolo VI alla Teologia della liberazione costituisce nel XX secolo la più sapiente e illuminataelaborazione che sia stata concepita per attrezzare la Chiesa nei confronti di un movimento di dimensioni mondiali, salvaguardando il principio unitario e insieme la sua capacità rivoluzionaria.

La risposta di Paolo VI, di conseguenza, di fronte a sommovimenti molto diversi, alcuni autenticamente contestatori e distruttivi, altri animati da ispirazione e volontà autenticamente riformatrici, ha avuto un duplice livello. Da un lato, quello volto a recepire tutto ciò si muove nell’orizzonte del Concilio Vaticano II e della sua ispirazione innovatrice, anche prefigurando ulteriori cambiamenti; dall’altro quello di difendere la Chiesa dai rischi di disgregazione, mentre riappaiono i fantasmi dello scisma, lo scadimento di costumi ecclesiastici tradizionali, in Occidente e, con una peculiarità loro, in America Latina, e dolorosi affievolimenti nella capacità d’azione d’importanti ordini religiosi come quello della Compagnia di Gesù, tradizionalmente e istituzionalmente legato alla Santa Sede e alla persona del Pontefice.

In contrasto con l’immagine di Papa incerto, che si piega sotto i colpi del dissenso, interno ed esterno alla Chiesa, Paolo VI affronta i temi della contestazione ecclesiale che sono stati tanti e diversi. Su di essi si sofferma, tra l’altro nell’udienza generale del 15 gennaio 1969, con un’analisi approfondita, non esente da riflessioni psicologiche di grande rilievo, di cui si comprenderà l’importanza nei tempi successivi. Paolo VI osserva che “l’uomo ha acquistato la coscienza sia delle deficienze in cui si svolge la sua vita, sia delle possibilità prodigiose con cui si possono produrre mezzi e forme nuove di esistenza, egli non sta più tranquillo: una frenesia lo prende, una vertigine lo esalta, e talora una follia lo invade per tutto rovesciare (ecco la contestazione globale) nella cieca fiducia che un ordine nuovo (parola vecchia), un mondo nuovo, una palingenesi ancora non bene prevedibile sta per sorgere fatalmente”. Il Papa dichiara che “non saremo noi a contestare del tutto questa contestazione, questo bisogno di rinnovamento, che per tante ragioni ed in certe forme è legittimo e doveroso”, e invita a considerare lo stesso evento conciliare quasi come una riprova della necessità di un rinnovamento generale: “che il Concilio abbia avuto e abbia tuttora come suo fine generale un rinnovamento di tutta la Chiesa e di tutta l’attività umana, anche nella sfera profana, è verità che traspare da ogni documento e dal fatto stesso del Concilio medesimo; ed appunto opportuna la domanda se noi abbiamo bene riflettuto su questo scopo principale del grande avvenimento. Anch’esso s’iscrive nella grande linea del movimento trasformatore moderno, del dinamismo proprio del nostro periodo storico. Anch’esso tende a produrre un rinnovamento. Ma quale rinnovamento?”.

Con questa domanda cruciale, Paolo VI colloca il Concilio al centro del generale movimento riformatore della modernità, e lo definisce evento religioso e cattolico, sottolineando però senza equivoci quali possono essere le deviazioni di una contestazione senza frutti. A questa domanda il Papa risponde in modo così netto da cancellare l’immagine stereotipata di Paolo VI piegato alle ingenerose critiche che gli vengono continuamente rivolte. Prosegue, infatti, sostenendo che “la risposta è complessa, perché molti sono i settore ai quali il rinnovamento vorrebbe applicarsi; e questa molteplicità ha dato pretesto anche ad arbitrarie intenzioni, le quali si vorrebbero attribuire al Concilio, come l’assimilazione della vita cristiana al costume profano e mondano, l’orientamento, così detto orizzontale, della religione, rivolta non più al primo e sommo amore e culto di Dio, ma all’amore e al culto dell’uomo, la sociologia come criterio principale e determinate del pensiero teologico e dell’azione pastorale, la promozione d’una presunta, inconcepibile “repubblica conciliare”; e così via”.

Paolo VI individua più volte i rischi d’una contestazione distruttiva, che non favorisce le riforme necessarie ma induce al dissolvimento di quanto s’è costruito nella storia millenaria della Chiesa: “l’interesse per il rinnovamento è stato da molti rivolto alla trasformazione esteriore e impersonale (…), alla accettazione delle forme e dello spirito della Riforma protestante, piuttosto che a quel rinnovamento primo e principale che il Concilio voleva, quello morale, quello personale, quello interiore”. Dunque, nel pieno della sua attività riformatrice, nella Chiesa e nei rapporti della Chiesa con il mondo, Paolo VI conferma i capisaldi della fede cristiana e delle strutture di governo della Chiesa universale. E dimostra, di fronte alle ricorrenti crisi, di opposta tendenza, la capacità, e la fermezza, di risposta a chi supera i limiti del velleitarismo che pone a rischio il volto della Chiesa, aperta invece alla discussione, ma anche ferma nel respingere ogni intento dissolutore. Noi tutti sappiamo, per primi gli studenti presenti a questo Convegno, che è sempre esistita nella Chiesa una tentazione formidabile, quella di trasformarla in una realtà (lato sensu) democratica, come avvenne in certo qual modo, in circostanze eccezionali, con il Concilio di Costanza, dopo il grande scisma d’Occidente. La subalternità del Papa al Concilio, definita con il Decreto Haec Sancta Synodus, l’obbligo d’indire con scadenza periodica ravvicinata l’assise conciliare, quasi come si sarebbe fatto più avanti nelle sessioni parlamentari delle nascenti democrazie, delineano a Costanza i tratti d’una sorta di democrazia ecclesiale. Ma conosciamo anche le conseguenze disastrose di quel periodo, e con questa consapevolezza, sappiamo tutti oggi che non vogliamo, non possiamo, desiderare, una Chiesa democratica, bensì una Chiesa sempre più spirituale. Sappiamo che una Chiesa democratica diventa parte e fazione della società, e per dirla con una battuta finirebbe col fare le primarie, finiremmo un giorno per andare a votare con le primarie, per il parroco e per il vescovo, distruggendo così quanto di positivo la Chiesa deve invece realizzare se vuole essere fedele a se stessa.

È bene osservare che già nell’udienza del dicembre 1969 Paolo VI si chiede: “dov’è la Chiesa che noi amiamo, che noi desideriamo? Quella di ieri era forse meglio di quella di oggi? E quella di domani quale sarà? Un senso di confusione sembra diffondersi anche nelle file dei migliori figli della Chiesa, talora anche fra i più studiosi e i più autorevoli; si parla tanto di autenticità; ma dove la possiamo trovare, mentre tante cose caratteristiche, alcune anche essenziali, sono messe in discussione? Si parla tanto di unità, e molti cercano d’andare per conto proprio. Di apostolato: e dove sono gli apostoli generosi ed entusiasti, mentre le vocazioni diminuiscono e fra il laicato cattolico stesso si affievolisce la coesione e lo spirito di conquista (…) Un senso di incertezza percorre, come un brivido febbrile, il corpo ecclesiale; è mai possibile che questo paralizzi nella Chiesa cattolica il suo carisma caratteristico, quello della sicurezza e del vigore?”.

Possiamo allora concludere che Paolo VI è stato, pur nella bufera del dissenso e della spinta critica oltre ogni misura, il più grande Papa riformatore della modernità. Quegli anni, mi riferisco agli anni ’60-’70 sono stati anni tumultuosi, non negativi come pretendono a volte i conservatori senza speranza, ma pieni di fiducia e ricchi di riforme in ogni campo. È stata un’epoca guidata non a caso da personalità come Paolo VI, Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Amintore Fanfani, ciascuno dei quali, in un caleidoscopio apparentemente incomprensibile e frastagliato, svolge un ruolo pieno di passione ed equilibrio, innovazione e saggezza. Questi termini sembrano ossimori ma sono complementari, perché la passione è necessaria per cambiare il mondo, ma non è sufficiente, mentre l’equilibrio e la prudenza realizzano poi i sogni dell’utopia: l’innovazione spinge ad agire ma la saggezza garantisce che essa si realizzi, non resti solo una parola.

Da questa angolazione, possiamo comprendere la grandezza di Paolo VI che è stato il Papa che ha sanato le ferite della storia, dentro e fuori la Chiesa. Ha sanato antiche piaghe per le divisioni tra le Chiese affermando che “l’enterprise la plus mystérieuse et la plus importante de son ministère c’est l’oecuménisme”. Ha proclamato, chiudendo i capitoli di tanti Sillabi della storia cristiana, la libertà religiosa come diritto inerente la dignità umana. Ha elevato, più che in altre epoche, l’eguale dignità dei i popoli, e proclamato la giustizia come valore universale: ha scritto il lessico di una modernità libera e solidale, quel lessico che dopo tanti anni noi ancora usiamo per parlare di noi stessi, del nostro futuro, per spingerci a migliorarci con fiducia.

A queste riforme sono seguite tante altre, ne ricordo una che ha cancellato uno strumento di controllo del pensiero, che ai giovani non dice niente, ma chiude un capitolo plurisecolare, uno strumento che ai tempi della mia giovinezza appariva ridicola e grottesca: parlo della abolizione dell’Indice dei libri proibiti, istituito nel 1559 da Paolo IV e abolito il 14 giugno 1966. L’Index librorum prohibitorum, finalizzato tra l’altro a mantenere e difendere l’integrità della fede, esaminare e proscrivere gli errori e le false dottrine”, s’è rivelato nel tempo, lo strumento più ottuso del potere clericale, con risultati che ai nostri occhi, ma anche agli occhi dei contemporanei delle diverse epoche, non si sa se definire più esilaranti o grotteschi. È noto, anche se molti giovani non lo sanno, che finirono all’Indice i più grandi scrittori, filosofi, e le più eccellenti opere della nostra letteratura, comprese quelle delle più grandi personalità cattoliche. Condannati dall’Indice sono stati, per ricordare alcuni, accompagnati da un crescendo Rossiniano, Dante Alighieri, per il De Monarchia, Niccolò Machiavelli, Francesco Bacone, Honoré De Balzac, Henri Bergson, Cartesio, Alexandre Dumas, padre e figlio, Gustave Flaubert,Victor Hugo, Immanuel Kant, Montaigne, Montesquieu, Blaise Pascal, Pierre-Joseph Proudhon, Jean-Jacques Rousseau, Stendhal, Émile Zola. E ancora Vittorio Alfieri, Cesare Beccaria, Ernesto Buonaiuti, Benedetto Croce, Antonio Fogazzaro, Vincenzo Gioberti, Ugo Foscolo, Galileo Galilei, Giovanni Gentile, Giacomo Leopardi, Enea Silvio Piccolomini (eletto poi come papa Pio II), Antonio Rosmini, Niccolò Tommaseo, Pietro Verri, Aldo Capitini, e via di seguito.

Si potrebbe quasi dire che la Chiesa ha finito per mettere all’Indice sé stessa, considerando che ha condannato autori e personalità laiche e cattoliche che costituiscono oggi l’espressione della cultura umanistica che ha superato i tempi della propria stagione ed è entrata tra le opere universali del pensiero umano. Né dobbiamo pensare che all’epoca di Paolo VI l’Indice fosse un vecchio arnese del passato, anche perché il provvedimento di abolizione venne personalmente caldeggiato da Paolo VI nonostante l’opposizione di importanti ecclesiastici, e la mentalità di controllo guardingo era ancora in auge. L’attenzione di Paolo VI per la libertà della cultura è, tra l’altro testimoniata dalla richiesta di perdono che egli rivolge agli Artisti, quando si rivolge loro affermando;: “vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci! Rifacciamo la pace? Quest’oggi? Qui? Vogliamo ritornare amici?”. Sono parole nelle quali si assomma la delicatezza dello stile di Paolo VI, e insieme la forza riformatrici di chi dice, senza esitazione, che dobbiamo cambiare pagina.

Per me, poco più che ventenne, che studiavo avidamente la storia, Paolo VI rappresentò come un raggio di luce che diradava le ombre del passato, quelle che mi sono ritrovato a insegnare ai giovani per tanto tempo, come qualcosa che non deve mai dimenticare. Diradava l’ombra dei patimenti, inflitti dalle Chiese cristiane agli uomini, cristiani e non, per le inquisizioni, le guerre di religione, l’alleanza con il potere e l’assolutismo, che peseranno sulle Chiese che ne sono state responsabili. Altrettanto peserà, perché non s’è dileguata del tutto, l’ombra dell’alterigia e del clericalismo, che Papa Francesco ha richiamato, ad esempio il 17 maggio 2017 nel viaggio di ritorno da Fatima, ricordando che “il clericalismo allontana la gente”, “il clericalismo è una peste nella Chiesa”. Paolo VI ha fatto i conti con molti di questi mali, ha fatto i conti con il passato, e in effetti, le grandi riforme, strategiche e settoriali che egli ha realizzato, sono le migliori risposte agli errori del passato, ma anche le più solide basi per una Chiesa che vuol essere fedele all’Evangelo che deve diffondere.

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