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L’immigrazione: un’invasione da cui difendersi o un’occasione per costruire una nuova convivenza?

Giorgio Paolucci, rivista di cultura, arte, storia e filosofia

 

L’immigrazione viene generalmente vissuta dall’opinione pubblica italiana secondo diverse prospettive: c’è chi ne è spaventato soprattutto per il “por­tato” di aspetti negativi (criminalità, marginalità sociale, minaccia all’iden­tità italiana, ecc.), chi la ritiene un elemento positivo perché contribuisce allo sviluppo economico con una funzione di supplenza alla carenza di ma­nodopera nazionale in taluni settori, chi vi scorge l’occasione per un’aper­tura alla “diversità” e al multiculturalismo, ritenuto di per sé un segno di modernità.

Nella prima parte di questo contributo vengono presentati in maniera essen­ziale alcuni dati quantitativi, lasciando alla seconda parte una valutazione sulle problematiche connesse alla crescente presenza di stranieri in Italia e sulle pro­spettive di convivenza.

Tre “nota bene” in premessa

1)    Le migrazioni sono un fenomeno ricorrente che, seppure in forme diverse, ha interessato molte fasi della storia dell’umanità.

2)    In epoca recente, esse si presentano come un fatto strutturale figlio del di­vario tra il Nord e il Sud del pianeta e della globalizzazione che ha compor­tato anche una rivoluzione mediatico-informativa (possibilità di conoscere ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza) e mobiletica (accresciuta possibilità e velocità di spostamento).

3)    Si emigra per motivi economici (fame, povertà, disoccupazione) ma anche politici e religiosi, per cercare libertà e diritti umani totalmente o parzialmen­te negati nelle terre in cui si vive.

Alcuni indicatori mondiali

- 1 miliardo 400 milioni di persone non dispongono di 2 dollari al giorno

- 192 milioni di disoccupati

- 191 milioni di immigrati, tra cui 20 milioni di richiedenti asilo

 

La situazione in Europa

- 26 milioni di stranieri su una popolazione di 457 milioni, 5% del totale

- Numeri assoluti: Germania 7.300.000, Spagna 3.400.000, Francia 3.300.000, Italia 3.000.000, Gran Bretagna 2.900.000

- Percentuali: 9% Germania e Austria, 8% Spagna, 5% Italia, Francia e Regno Unito

La situazione in Italia

Gli stranieri regolari sono circa 3 milioni, a cui va aggiunta l’area grigia dei clan­destini, che secondo recenti stime sarebbero 700mila. Per capire come sta cam­biando l’Italia, basti pensare che nel 1970 erano 144mila, meno dei 152mila italia­ni che in quell’anno emigrarono.

La metà proviene dall’Europa (r milione solo dall’Est), il 20% dal­l’Africa, altrettanti dall’Asia, il 10% dalle Americhe.

Sono 191 i Paesi di origine, un dato che esprime una peculiarità italiana: la gran­de pluralità di etnie e di culture presenti, a differenza di quanto accade in altri Paesi dove si registra una netta prevalenza di alcune componenti: magrebini e centroafri­cani in Francia, indopakistani e bengalesi in Gran Bretagna, turchi in Germania.

In anni recenti i nordafricani sono stati superati da coloro che provengono dall’Europa dell’Est: i romeni (più di mezzo milione) sono diventati la prima comunità straniera, seguiti da albanesi (460mila) e marocchini (400mila), che per molti anni hanno capeggiato la graduatoria delle nazionalità.

Da segnalare l’aumento sia in numeri assoluti sia in termini percentuali del­le comunità che vengono considerate più prossime alla cultura e alle tradizioni del nostro Paese, provenienti da Stati europei e sudamericani: romeni, albanesi, ucraini, moldavi, peruviani.

Dai dati emergono alcune considerazioni che aiutano a sfatare certi luoghi comuni, come l’equivalenza tra stranieri ed extracomunitari (cresce invece la percentuale di coloro che sono membri di Paesi appartenenti alla Ue, anzitutto i romeni che sono la prima comunità), o quella tra stranieri e musulmani (costoro rappresentano un terzo del totale, più della metà sono cristiani). In generale si deve rilevare che il mondo dell’immigrazione in Italia non è affatto monolitico come certi stereotipi (anche mediatici) farebbero ritenere, ma contiene al suo interno una grande molteplicità di etnie, culture, fedi religiose.

L’incidenza della presenza straniera rispetto alla popolazione è del 5,2% a livello nazionale, con punte molto superiori a Prato (12,6), Brescia (10,2), Roma (9,5), Pordenone (9,4), Reggio Emilia (9,3), Treviso (8,9), Firenze (8,7), Modena (8,6), Macerata e Trieste (8,1).

Il 60% vive nelle regioni settentrionali, dove le possibilità di lavoro sono maggiori, il 27 per cento in quelle centrali, il 13 per cento nel Sud e nelle Isole. In Lombardia risiede un quarto degli stranieri, nella sola area milanese l’1%.

Uno sguardo alla natalità: come noto, da anni la popolazione del nostro Paese non diminuisce solo grazie al contributo demografico portato dall’immigrazione. I minori figli di stranieri sono 486mila, il 56% è nato in Italia. Nel 2005 i nati sono stati 52mila, un decimo del totale; 2,4 è il tasso medio di fecondità delle donne straniere, il doppio delle italiane. Anche qui va notata la grande varietà che si riscontra nelle diverse comunità: 4 figli per donna tra le marocchine, 1,7 tra polacche e romene.

La popolazione immigrata è molto giovane: il 70% ha un’età compresa tra 15 e 44 anni, mentre tra gli italiani la percentuale è del 47,5.

Gli studenti sono mezzo milione, il 5% del totale, con percentuali assai più rilevanti in molte scuole. Sono presenti nel 75% degli istituti scolastici. Erano 50mila nel 1995, quindi sono decuplicati nello spazio di dieci anni. Negli ultimi tre anni si registra un ingresso di 60-70mila unità all’anno.

In generale si può rilevare che gli immigrati sono sempre più protagonisti tra i giovani e tra coloro che sono in età produttiva, rispetto a una popolazione italiana in cui continua a crescere la quota degli anziani.

È albanese la comunità scolastica più numerosa (70mila, 16,3% degli stranieri nelle classi), seguono Marocco (60mila) e Romania (53mila) Circa un terzo pro­viene da Paesi dì cultura musulmana.

E in futuro, cosa ci aspetta? Nuovi arrivi dall’estero, ricongiungimenti fami­liari, alti tassi di natalità: il combinato disposto di questi fattori ha comportato il raddoppio delle presenze straniere negli ultimi sei anni. Secondo i demografi, se venissero mantenuti gli attuali flussi di ingresso annuale (circa 300 mila uni­tà) per il 2016 è prevedibile una presenza che oscillerà tra 5,5 e 7 milioni: cifra che peraltro andrebbe rivista al ribasso “scalando” coloro che acquisteranno la cittadinanza italiana, anche per effetto delle norme in discussione a livello par­lamentare e che daranno accesso alla nazionalità dopo cinque-sette anni di per­manenza.

Integrazione, che fare? La crisi di due modelli

In questi anni l’Italia ha subito, più che governato, l’immigrazione, con provve­dimenti di regolarizzazione e/o sanatoria che sostanzialmente prendevano atto della presenza di clandestini e ponevano le condizioni per legalizzarla, e con una programmazione dei flussi di ingresso che si è indirizzata soprattutto verso le fasce meno qualificate del mercato del lavoro.

Da tempo si manifesta la necessità di una politica meno emergenziale e più lungimirante che sia in grado di con­temperare le esigenze del mondo imprenditoriale con la possibilità di una reale integrazione a livello sociale e culturale, tenendo nella necessaria considerazione i costi da sostenere per affrontare aspetti come l’abitazione, l’istruzione, la sanità, il welfare. In estrema sintesi, è sempre più evidente l’inadeguatezza (e la perico­losità sociale) di un approccio esclusivamente economicistico come quello che ha dominato finora, e la necessità di una prospettiva globale che si preoccupi di arginare il degrado e la ghettizzazione (o autoghettizzazione) e di favorire la costruzione di una reale convivenza con gli stranieri che hanno messo radici in Italia.

Ecco alcuni interrogativi con i quali è necessario misurarsi: il sistema Italia sarà in grado, e a quali condizioni, di assorbire un simile impatto, con flussi di in­gresso attorno alle 200-300mila unità all’anno? Come si sta preparando a questa sfida che non può essere ridotta - è bene ripeterlo - agli aspetti economico-produttivi? Quali contenuti dare alla parola “integrazione”, molto evocata ma troppo spesso ridotta a contenitore senza contenuti? E ancora: siamo disposti a lasciare che sia l’immigrazione a risultare sempre più determinante nello sviluppo della popolazione che appartiene al segmento produttivo, a quello riproduttivo e al conseguente capitale umano in fase di formazione? Se vogliamo fare in modo che la presenza degli stranieri diventi un’opportunità di crescita e non si tramuti in un pericolo da cui guardarsi, è necessario impegnarsi a dare risposte adeguate e realistiche a queste domande.

In questi anni assistiamo alla crisi dei modelli di integrazione messi in campo nei Paesi che prima del nostro si sono misurati con le sfide dell’immigrazione. È in crisi il modello francese, basato sulla combinazione tra assimilazione e laicité, rivelatosi incapace di mantenere la promessa di uguaglianza e libertà figlia del­l’universalismo repubblicano e insieme di affrontare gli interrogativi posti dalla presenza di comunità musulmane che non accettano la separazione dell’espe­rienza religiosa dallo spazio pubblico. I disordini nelle banlieues e la battaglia che si è scatenata per la legge sui simboli religiosi sono due significative testimonian­ze della difficoltà di trovare soluzioni adeguate alle problematiche emergenti in Francia seguendo le strade fin qui battute.

È in crisi anche il modello del multiculturalismo, adottato in Gran Bretagna e Olanda, basato sulla convinzione che ogni comunità etnica o religiosa sia li­bera di organizzarsi a partire dalle proprie regole e tradizioni, a scapito di una condivisione forte dei valori che fondano la società. Il che ha permesso la forma­zione di “pezzi” di società parallele e autoreferenziali con rapporti forti al loro interno ma deboli col resto del Paese. Gli attentati alla metropolitana e sui bus di Londra (7 luglio 2005) e l’assassinio del regista Theo Van Gogh ad Amsterdam (2 novembre 2004) - compiuti da persone che avevano rispettivamente cittadinan­za inglese e olandese ma erano di origini indopakistana e marocchina - hanno provocato uno choc culturale. Inglesi e olandesi si sono chiesti: come è possibile che persone nate e cresciute nel nostro Paese, nostri concittadini, abbiano potuto coltivare un’ostilità tale da condurli a commettere simili efferatezze? “Sono tra noi, ma sono contro di noi”. A partire da queste episodi si è sviluppata una rifles­sione collettiva di grande portata - che continua tuttora e che non abbiamo in questa sede la possibilità di approfondire - attorno alla compatibilità tra libertà di espressione, uguaglianza di diritti, tutela delle diversità e salvaguardia dell’in­teresse e dell’identità nazionale.

Di fronte alla crisi dei modelli basati sull’assimilazione e sul multicultura­lismo, cosa può fare un Paese come l’Italia che finora, come dicevamo, ha più subito che governato l’immigrazione e che non ha ancora scelto la sua strada? In che direzione muoversi per costruire integrazione? Si può pensare a un nuovo modello da mettere in campo, una sorta di “terza via”? L’Italia deve fare tesoro degli errori commessi negli altri Paesi e valorizzare le proprie peculiarità. A chi evoca un multiculturalismo in salsa italiana - e sono molti, sia tra gli intellettuali sia nell’opinione pubblica - va ricordato che l’integrazione non avviene quando si relativizza la civiltà di un Paese ma quando la si rafforza. Solo una civiltà forte e vigorosa può arginare le derive ghettizzanti, regolamentare una presenza in crescita e stabilire con chiarezza e rigore diritti e doveri reciproci.

Identità arricchita: il modello italiano per l'integrazione

Da dove si può cominciare? Va innanzitutto detto che in questo Paese non siamo all’anno zero. Non viviamo in un deserto dove ognuno può piantare le tende e costruirsi attorno un pezzo di società soltanto in nome della propria cultura. L’Italia non può essere paragonata a un libro fatto di pagine bianche: è un libro ricco di pagine in cui nei secoli si sono sedimentate usanze, leggi e consuetudini, frutto di tradizioni come quella cristiana, ebraica, illuminista, liberale, socialco­munista, che hanno saputo incontrarsi e fecondarsi (non senza conflittualità) e costruire nel tempo quella che oggi chiamiamo comunemente “identità italiana”.

Gli immigrati devono conoscere le regole che governano il territorio in cui vivono, e insieme ad esse il patrimonio di storia, cultura e tradizioni che hanno “fatto” questo Paese e che costituiscono il cuore della convivenza, che connotano un certo modo di concepire il lavoro, la scuola, la famiglia, i rapporti tra le per­sone. Tutto ciò, si badi bene, non è un’opzione tra le tante: è invece un compito che si devono assumere le istituzioni pubbliche (in primo luogo, la scuola) e una responsabilità che gli immigrati devono condividere responsabilmente. Senza che questo significhi automaticamente abdicare alla propria originalità e alle pe­culiarità di cui essi sono eredi e testimoni, ma anzi, con la possibilità di “conta­minare” costruttivamente il Paese in cui hanno messo radici.

In questa prospettiva si colloca il “modello dell’identità arricchita”, basato su una concezione aperta e dinamica di società. È un’ipotesi di convivenza che parte dalla conoscenza approfondita dei valori fondanti e del patrimonio di tradizioni e di regole che costituiscono l’identità italiana, e che si rende disponibile ad arric­chirsi di contributi “altri”, evitando però che vengano messi in discussione i fon­damenti culturali e giuridici della nostra civiltà. È astratto e ideologico pensare che la novità derivi da una semplice “mescolanza” delle identità. La novità nasce dalla condivisione, dentro l’esperienza quotidiana, di valori fondativi come la libertà politica e religiosa, la laicità, la centralità della persona e dei suoi diritti, il pluralismo e la democrazia, la pari dignità tra uomo e donna.

Perché tutto questo possa accadere, ci sono due condizioni fondamentali: una società civile forte e consapevole del proprio ruolo, e insieme istituzioni pub­bliche capaci di valorizzare ciò che cresce nella società. In questa prospettiva è necessario passare da una prospettiva sostanzialmente bipolare, che vede da una parte l’individuo e dall’altra lo Stato, a una nuova impostazione in cui siano protagonisti individuo, società civile e Stato, e nella quale in nome di una sussi­diarietà reale le istituzioni sappiano valorizzare e consolidare ciò che la società costruisce

 

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N.B. - La ricerca "PAOLO VI, il più grande Papa riformatore della modernità" è ancora interamente disponibile in Archivio

 

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