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Povertà vera e povertà romantica nella Chiesa

di Fratel Carlo Carretto


La sera del 30 novembre 1966 Bologna ha commemorato il 50° della morte di Charles de Foucauld affidandone l’incarico a fratel Carlo Carretto. Offriamo ai nostri lettori un estratto dell’intervento. Vedi testo integrale in «Jesus Caritas» 1966/gennaio n. 25 e anche nel primo numero di gennaio 2016/n 141.

Mi sento veramente a disagio e indegno di parlarvi stasera di fratel Carlo di Gesù, di parlarvi di questo gigante dello spirito, di quest’uomo che seppe e volle prendere il Vangelo terribilmente sul serio, di questo mistico sahariano che è stato assorbito dall’Assoluto restando ore e ore immobile dianzi all’eucaristia, di quest’apostolo capace di affrontare e di percorrere il deserto più arido, stancando persino i cammelli, alla ricerca delle anime «le più abbandonate, le più povere».

Eppure se una voce deve alzarsi questa sera in questa magnifica adunanza di amici, vorrei che fosse una voce riconoscente; e la mia lo è certamente. Sono stato tanto aiutato da lui! Una sera ho sentito venirmi incontro il Padre de Foucauld, come per chiamarmi e, in tre minuti, ho deciso di essere piccolo fratello: io che mai avevo sognato di farmi religioso, io che non ho mai avuto il desiderio di abbandonare la mia vita di laico, la mia attività di apostolo nel mondo. Sì, in tre minuti, la vigilia di san Carlo, Padre de Foucauld mi chiamò a seguirlo sulle piste del Sahara. Non potrò mai dirgli abbastanza grazie anche se, proprio per averlo conosciuto più profondamente ho capito la distanza che esisteva ed esiste, tra la mia vita e la sua. Ma parliamo di lui. […]

Mi pare di vederlo. «Ma non sai, cugina – scriveva alla de Bondy – che ho avuto la tentazione di farmi musulmano? Una religione così semplice, senza preti, direttamente in contatto con Dio…». Poi la scoperta del Cristo, Dio fatto persona; l’innamoramento di Lui, la sete d’imitarlo. Pensava quella sera alla sua entrata alla Trappa, la sua vita nascosta dietro il muro della clausura, dove s’era rinchiuso per cercare l’imitazione del suo amatissimo Fratello e Signore Gesù. Poi la crisi: «Ho pensato che le nostre case sono troppo grandi, i nostri monasteri troppo comodi. Come sogno un convento che non sia più grande di una casetta d’operaio, non più grande della casa di Gesù a Nazaret!».

Una sera, proprio il suo superiore lo mise in crisi mandandolo fuori per vegliare un arabo morto: è la prima volta che questo visconte, questo finissimo uomo di cultura, si trova davanti al dramma del «terzo mondo», diremmo noi. Una povera cameretta fatta di mattoni di fango, un morto, una donna e dei figli affamati, l’insicurezza sociale, la miseria, la sporcizia. Carlo de Foucauld, dinanzi a quella realtà dice: «Questi – i poveri – nel regno di Dio ci precedono. Noi abbiamo cercato il Cristo, e il Cristo crocefisso nella sofferenza del mondo, ma siamo nella sicurezza del convento. Questi poveri sono come delle foglie, senza pane, senza lavoro, sbattuti nella tempesta. Signore, io voglio costruirmi una casa, un convento che sia così, come la casa di un povero, come la casa di un operaio. Voglio anch’io guadagnarmi il pane come un povero». […]

Chicco di grano fecondo
Per lui che aveva sangue nobile nelle vene, guadagnarsi il pane con le mani significava l’abiezione; per un nobile, il lavoro manuale era l’abiezione. Fratel Carlo di Gesù cerca l’abiezione. E fu in quel momento che maturò il mistero di Nazaret nel suo cuore: il Cristo che visse così. Il Cristo, che pur potendo scegliersi un popolo, una famiglia, una madre, volle vivere come un povero. «O Signore, non mi darò pace finché non avrò un convento come la casa di Nazaret, aperta sul mondo, in mezzo alla gente, vivendo il dramma di tutti, guadagnandomi il pane, come tutti, per imitare te, Gesù, Figlio di Dio che, scendendo in terra, hai voluto essere un povero».

Così ripensava quella sera. Poi la prima “fraternità” di Beni Abbés, davanti al grande deserto; la solitudine, la ricerca dell’Assoluto: «Gesù! Gesù! Ecco questa finestra sul mondo, ecco questa finestra sul mistero di Dio!». L’eucaristia. Questa piccola “ciambella” di pane schiacciato, il mistero di Cristo crocefisso per amore dell’uomo. Il mistero di Cristo che rimane per noi non tanto per essere adorato, ma per ricordarci che ci ama. «Voi farete questo in memoria di me». Il memoriale della sua passione contenuto sotto il segno del pane, il seme della resurrezione: «finché io ritorni voi farete questo». È l’attesa. In quel piccolo disco – l’eucaristia – padre de Foucauld vedeva l’amore di Dio per noi e vedeva come il testamento del ritorno di Cristo tra noi.

«Ma allora, se Cristo ritorna, bisogna che io sia pronto a riceverlo! O Cristo che ritornerai alla fine dei tempi e che qui in questo segno bianco sei presente per testimoniare questo tuo ritorno, fa’ che io rimanga questa notte a pregare con te. Voglio restare così, vigilante, dinanzi al tuo mistero». Attorno è il deserto, il silenzio; più lontano il mondo che pesa coi suoi peccati e che fa soffrire l’anima di questo mistico sahariano. A un certo punto egli apre il vangelo e legge: “Se il chicco di grano non muore resta infecondo”. «E io sono qui infecondo dinanzi al mondo che muore, che soffre senza Cristo, fa’ che io percorra la terra e dia tutta la mia vita per te e per le anime». “Se il chicco di grano non muore, non può dare frutto”. «O Dio, io non son morto: è per questo che sono infecondo».

Siamo dinanzi a un uomo che non scherzava e che ha creduto sino in fondo al vangelo. Era la vigilia del suo sacrificio. Il giorno dopo – primo dicembre – sarà ucciso. Davanti al bordj di Tamanrasset lascerà la sua vita, in modo eroico… il chicco di grano scenderà per terra e la sabbia succhierà il suo sangue. Tutto è finito! Charles de Foucauld è l’unico fondatore di ordini che non ebbe nemmeno un fratello con sé; chiese, pregò, impetrò dal Signore che gliene mandasse almeno uno. Ebbene: morì solo. «Ma forse è giusto – disse un giorno – che io paghi. Forse è giusto che io, in questa solitudine sia qui, o Signore, per impetrare, per gridare quest’amore delle anime e questo desiderio che ho di radunare nel mondo dei piccoli fratelli, dei piccoli fratelli universali».

Stabilire un ponte d’amore

Dopo Francesco d’Assisi non c’era stato più nessuno così radicale come padre de Foucauld. La sua intuizione è la stessa di Francesco. Sì, è vero: molti l’hanno messo sulla stessa linea. Perché? Perché san Francesco non va dai ricchi a cercar soldi, non va dai governi a cercar mezzi per risolvere il problema dei poveri. No! Ci saranno altri santi che lo faranno, e degnamente, e bene. Nella Chiesa esistono infinite varietà e ognuno ha il suo carisma. Francesco dice: «No! Io non cerco di risolvere i problemi dei poveri, io sono povero, vogli imitare Gesù povero!». Ecco, in questo padre de Foucauld è sulla linea di san Francesco, e non tentò di risolvere il problema dei poveri: vuole essere egli stesso povero. Ma sono passati sette secoli, le cose sono cambiate: e come sono cambiate!

Il tempo di Francesco è un tempo in cui c’era una mano tesa: milioni di uomini erano condannati all’accattonaggio, non c’era la sicurezza sociale, non vi erano le pensioni; bastava una minima disgrazia, in quei secoli, e una famiglia era buttata a mendicare. L’accattonaggio era un tale fenomeno così che nessuno poteva pensare di risolvere, neppure i governi, nemmeno la Chiesa. La Chiesa consigliava, spingeva i cristiani ad aiutare i poveri con l’elemosina. Non v’era donna, nelle nostre campagne, che non fosse abituata a ricevere ogni sera qualche accattone di passaggio, per indicargli un fienile ove dormire. Ogni casa cristiana era un asilo per questi accattoni. Francesco giunge, e fa lui l’accattonaggio. Perché? Perché, tra questa imitazione di Gesù povero e i suoi fratelli dell’ultimo posto, vuole stabilire un ponte d’amore.

Certo, noi siamo diventati romantici! Siamo capaci di una povertà romantica e, in tempi in cui le cose sono cambiate, continuiamo a fare le stesse cose di prima. Certo, per un frate, andare in giro in cerca d’elemosina, in paesi amici e ricchi, in quella maniera, oggi è diventato un romanticismo. Perché? Perché non ci sono più le condizioni storiche che provocarono il movimento d’amore verso l’accattonaggio. Nella situazione di chi sta sotto i ponti di Parigi, o, come nelle città dell’America del sud, in quei tremendi luoghi di miseria del terzo mondi, il vivere d’accattonaggio rappresenta un atto di eroismo! Vorrei vedere dei religiosi su quella strada! Vorrei vederne: vi assicuro che quando ve ne vedo qualcuno, io mi alzo in piedi, come davanti ad uno più coraggioso di me, perché è capace di fare l’accattone in quella situazione autentica.

Come vorrei che nella Chiesa si stabilisse una corrente per cui ogni uomo di Dio che si trova nelle campagne, e ne abbia il tempo, senta il bisogno di scendere accanto a chi paga con il sudore della fronte, per passare qualche ora nel lavoro. Come vorrei che nella corrente spirituale di oggi, ognuno di noi sentisse il limite che deve dare al proprio campo e alla propria vigna. Crearsi un limite alla propria vigna, riuscire a sentire la beatitudine della povertà: il che significa che se la mia macchina è di scandalo al vicino io la riduco, ma non gli do scandalo.

Come dice san Paolo: «Voi fratelli che venite a mangiare la cena del Signore e gozzovigliate e vi ubriacate e offendete il povero che arriva e non ha più nulla!». È proprio nella società cristiana del benessere che si è dimenticato questo: il senso del limite. Oh, io non dico che dobbiamo rinunciare e che la povertà significhi che il cristianesimo dev’essere una religione di pitocchi! Non dico questo! Non credo che Gesù ci neghi l’amore ad un quadro, che ci neghi l’amore ad un oggetto che ci piace, di una casa messa su con garbo ed amore. Ma penso che dovremmo riuscire a capire che, di tanto in tanto, la nostra anima è sollecitata ad un esame.

fratel Carlo Carretto

 

 

P.S. - La ricerca " I nuovi movimenti religiosi " di M. Introvigne è ancora interamente reperibile in Archivio (vedi: Clicca qui)

 

 

 

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