T23 - Giornata della solidarietà

Sale e luce per un lavoro libero, creativo, partecipativo, solidale

domenica 21 gennaio 2018

 

Suggerimenti per la predicazione durante le messa della Giornata della solidarietà

Senza forzare la Parola, credo si possano trovare abbondanti spunti di predicazione che – partendo dalla Parola di Dio – possono suggerire atteggiamenti di “solidarietà”.
Il libro dei Numeri narra un episodio molto noto: la mormorazione del popolo d’Israele nell’Egitto e la nostalgia per il cibo mangiato durante il tempo di schiavitù in Egitto. “Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo il Egitto gratuitamente, dei cetrioli, dei cocomeri, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra gola inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono che questa manna”.
Il popolo è stanco della manna e JHWH lo soccorre con il dono delle quaglie. Dio nutre il suo popolo e lo educa a prendere quanto è necessario senza accumulare. La lezione del deserto è attuale ancora oggi perché ci narra della provvidenza di Dio, del fatto che il necessario non manca mai. Nel tempo presente c’è la necessità di un patto intergenerazionale. Infatti, parafrasando quanto ha affermato Mauro Magatti a Cagliari, c’è una contraddizione che rischia di essere “micidiale”. Chi ha patrimonio non lo investe perché vuole proteggersi (gli anziani) e chi vuole investire non può farlo perché non dispone di risorse necessarie e anzi è gravato del debito accumulato (i giovani). Il patto intergenerazionale chiede di creare nuovi strumenti (finanziari, fiscali, contrattuali, etc.) per mettere in gioco il patrimonio (cioè il dono-del-padre) mobiliare e immobiliare accumulato in favore della ripartenza delle giovani generazioni.
È il dare ora ciò che è necessario, senza troppo calcolare quanto accumulare per varie necessità. La lezione del deserto e della manna va in tale direzione.
Il Vangelo parla della “compassione” di Gesù per le folle e anche in questo caso vi è un’azione di nutrimento. Ma per farlo Gesù parte dall’esistente: cinque pani e due pesci. Cosa sono per tanta gente? Eppure l’apparente inutilità delle nostre risorse, se affidata a Gesù, può diventare abbondanza per tutti. Solidarietà è anzitutto condivisione delle risorse. Il miracolo dei pani e dei pesci è un forte grido contro la cultura dell’individualismo. Se quei pochi pani e pesci non fossero stati messi in comune, non sarebbe accaduto nulla. Abbiamo il coraggio di mettere in comune le risorse?
I francescani nel ‘400 ebbero l’intuizione d’istituire i Monti di Pietà per rispondere alla piaga dell’usura e dare ai poveri gli strumenti di una vita dignitosa, senza scadere in logiche individualistiche. Questa intuizione permise di superare quel problema che si era posto San Bernardo di Chiaravalle e che chiamava l’imbarazzo della ricchezza.
Era successo che i cistercensi si erano separati dai cluniacensi, entrambi benedettini, però i cluniacensi avevano interpretato a loro uso e consumo la grande regola di San Benedetto “ora et labora”. Cluny era nota non certo per la severità o per l’ascetismo, né per l'adozione della povertà evangelica. Loro cioè pregavano e basta e facevano lavorare quanti erano con loro. I cistercensi invece valorizzano la regola del fondatore e a Citeaux (in latino Cistercium), in Borgogna, nel sud della Francia, danno vita all’Abbazia, che da allora prenderà il nome di Abbazia dei Cistercensi, e tornano allo spirito originario della regola benedettina: una vita sobria ed austera ed iniziano la coltivazione delle terre, con il risultato di avere un incremento notevole della produttività del lavoro perché, prima di allora, l’agricoltura garantiva un sovrappiù molto modesto. I cistercensi si mettono a studiare, appunto a beneficio del bene comune, ed insegnano come coltivare le terre. Questi fanno una vita sobria, consumano soltanto lo stretto necessario e l’aumento della produttività in agricoltura determina un aumento del sovrappiù. Per di più la gente del borgo, vedendo il loro comportamento, smette di fare donazioni ai cluniacensi - le loro abbazie sono colme di manufatti in oro ed in argento, mentre quelle dei cistercensi sono ridotte all’essenziale – e fanno le loro donazioni ai cistercensi. Nel giro di pochi anni le Abbazie e i monasteri dei Cistercensi diventano luoghi di accumulazione di ricchezza. Si pone allora il problema di come fare a distribuire questa ricchezza.
L’imbarazzo della ricchezza. Che è un paradosso, un paradosso che si verifica ancora oggi, in altri contesti, nei confronti per esempio dei paesi africani. La ricchezza crea più problemi che la povertà. Questo è l’esempio tipico, non è un fatto di oggi, ma ha radici piuttosto antiche. I cistercensi erano riusciti ad accumulare grazie al loro atteggiamento, al loro comportamento ed alle donazioni che ricevevano, e non avevano ancora capito come far circolare la ricchezza.
Basilio, Vescovo di Cesarea, nella famosa omelia del 370, intitolata “sul buon uso della ricchezza”, molto bella, usa la metafora della sorgente: “La ricchezza è come l’acqua del pozzo. Se attingiamo l’acqua dal pozzo e la distribuiamo per dissetare uomini, animali, etc., la sorgente la rigenera. Se invece non attingiamo l’acqua, dopo un po’ questa marcisce per cui non può essere di nessuna utilità. La ricchezza, conclude Basilio, deve circolare perché, se si ferma nelle mani di pochi, produce disastri”. Queste cose le descrive, come Padre della Chiesa, circa 1700 anni fa. Ebbene a questo punto arrivano i francescani. Hanno la soluzione. Come fare per far circolare la ricchezza? Inventano la finanza. La finanza nasce all’interno del pensiero francescano, appunto coi Monti di Pietà.

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Giovani, ci sarà ancora un lavoro?

L'appuntamento diocesano,
anticipato dal convegno della vigilia a Seveso (col saluto dell’Arcivescovo),

riprende i temi dell’ultima Settimana sociale di Cagliari
e punta ad avviare un percorso
per individuare azioni concrete
per facilitare l’inserimento nel mondo dell’occupazione

Quali sono i luoghi dove ci si forma al lavoro? Gli oratori possono dire qualcosa a tal proposito? Come la scuola prepara alla vita lavorativa? I cambiamenti tecnologici in atto sono un’opportunità o un limite per l’occupazione giovanile? Dopo la recente Settimana sociale dei cattolici italiani, svoltasi a Cagliari del 26 al 29 ottobre, è su questi interrogativi che si fonda la riflessione della Giornata diocesana della Solidarietà (domenica 21 gennaio), anticipata sabato 20 dal tradizionale convegno della vigilia, in programma al Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso sul tema «Ci sarà ancora lavoro per i giovani?». Il senso della giornata è appunto quello di guardare ai giovani, ascoltarli e mettersi in dialogo con loro per ragionare di lavoro.

Ecco il programma del convegno (info e iscrizioni: tel. 02.8556430; sociale@diocesi.milano.itwww.occhisulsociale.it)
ore 9.15: arrivo e registrazione
ore 9.30: preghiera e saluto dell’Arcivescovo monsignor Mario Delpini
ore 9.45: introduzione di don Walter Magnoni
ore 10: video e narrazioni dal vivo di giovani che si preparano al mondo del lavoro (a cura di Paolo Cesana, delegato regionale CONFAP)
ore 10.20: «Ci sarà ancora lavoro per i giovani?», relazione di Rosangela Lodigiani, sociologa, dal 2010 curatrice dell’annuale Rapporto sulla città di Milano per la Fondazione Ambrosianeum
Coffee break a cura dei ragazzi della Fondazione Clerici
ore 11.15: tavola rotonda su «Come vedo il lavoro» (con Massimiliano Riva, imprenditoreGiovanni Castiglioni, sociologo del lavoro; Marta Galimberti, educatrice; Simona Riboni, architetto; Veronica Rivalta, stilista)
ore 11.45: dialogo coi partecipanti
ore 12.30: conclusioni

Il convegno vuole comunque essere solo la tappa di un percorso che ha come obiettivo quello d’individuare azioni concrete per accompagnare i giovani nel difficile inserimento nel mondo del lavoro, in questo riprendendo appunto quanto emerso dalla Settimana sociale di Cagliari, che ha posto quale tema «Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale», scandendolo in quattro momenti: la denuncia, l’ascolto e la narrazione, le buone pratiche e la proposta. Un metodo che ha richiesto di osservare sul territorio quanto già di buono si sta attuando per farlo conoscere e offrire suggerimenti a chi immagina azioni per sostenere il lavoro. Sono state così selezionate 400 buone pratiche (numero in continua crescita) che costituiscono una base di partenza.

Ecco che allora la Giornata della Solidarietà potrebbe essere l’occasione per provare a immaginare qualcosa di analogo:
la denuncia dei “cattivi lavori”, ovvero situazioni critiche sul territorio che hanno bisogno di essere sanate. Occorre avere il coraggio di far riflettere su lavori non dignitosi, dove si attuano forme di sfruttamento o si lucra sulla fragilità delle persone, come pure sul gioco d’azzardo, che vale molti miliardi, ma le cui conseguenze degenerano facilmente nella ludopatia, con ricadute costose sulle famiglie e sulla società;
il racconto di situazioni virtuose esistenti. Esistono esperienze positive di lavoro che permettono alle persone di vivere bene. Vanno segnalate come buone pratiche quelle che creano nuovi posti di lavoro o attività imprenditoriale; forme di solidarietà e di sostegno a chi non ha lavoro; esperienze formative o di alternanza scuola-lavoro innovative; mobilitazione di risorse latenti presenti nel territorio a favore del lavoro.
il lancio del percorso in preparazione della cosiddetta “Lettera alla città”, ovvero un processo immaginato come momento di riflessione e discernimento comunitario per giungere a identificare alcune priorità importanti per il nostro tempo. Questo potrebbe aprire spazi di “proposta”, dove identificare azioni da attivare magari in sinergia con le istituzioni e le associazioni di volontariato presenti sul territorio.