Mi - s.Tecla

 

 

 

Storia

Cinquecento anni prima della nascita di Cristo, dove ora sorge il Duomo, c' era una zona boschiva in cui una popolazione celta, gli insubri, aveva deciso di insediarsi, in quanto l’area intorno era ricca di vie d’acqua e circondata da quattro fiumi (e che all’epoca dovevano essere un po’ più puliti: il Lambro, l’Olona, il Seveso e il Nirone). Al centro di tutto, era un bosco sacro in cui i druidi officiavano i loro riti,tra il magico e il religioso, e offrivano sacrifici animali alla Madre Terra: in un periodo successivo, edificarono anche un tempio ad essa dedicato, successivamente detto “tempio di Atena”.

Il primo a parlare di questo edificio fu lo storico Polibio, che nelle sue Storie, narra come nel 170° anno della fondazione di Mediolanum (circa il 223 a.C) furono rimosse dal tempio di Atena le insegne d’oro inamovibili. Si trattava in sostanza, secondo Polibio, di un santuario in cui gli Insubri custodivano gli emblemi sacri, che utilizzavano in situazione di pericolo per il loro territorio.

Questa spogliazione avvenne in seguito alle guerre galliche, quando i romani assoggettarono definitivamente le popolazioni al nord di Roma. Dopo la sconfitta nel 225 a.C. a Talamone (vicino a Grosseto) di una coalizione fatta di Insubri, Taurici e Gesati, Roma estese progressivamente il proprio dominio nella pianura padana:Mediolanum divenne una città romana e il tempio di Atena, privato delle insegne sacre, fu “riconvertito” al culto di Minerva.

Le vicende di questo tempio subirono una nuova svolta con l’editto di Costantino (313 d.C.) e la relativa libertà di culto, per effetto della quale i cristiani poterono celebrare le proprie funzioni non più in segreto ed edificare edifici ad essi adibiti. Si passò così dalle ecclesiae domesticae, i luoghi privati dove venivano officiati in clandestinità, alle domus ecclesiae, le case di culto che precorsero le basiliche vere e proprie.

A Milano, uno dei primi edifici fu la cosiddetta Basilica Vetus, voluta dal vescovo Mirocle proprio nell’area intorno al Duomo: si trattava in sostanza della prima cattedrale, e i suoi resti furono rinvenuti solamente in seguito agli scavi degli anni ’60. Tale basilica sorgeva nell’area oggi occupata dal presbiterio e dall’abside del Duomo, e ad essa era associato il battistero di Santo Stefano, ritrovato sotto l’attuale via Santa Radegonda.

L’anno esatto della sua fondazione non è certo, ma gli studi attuali, basati sull’analisi dei resti del battistero, la collocano intorno al 325-330 d.C; la sua originaria denominazione doveva essere quella di ecclesia-domus Dei, ovvero “casa di Dio”, in quanto unica basilica all’interno delle mura: l’area intorno venne di conseguenza chiamata “situs Domus”.

Questa prima costruzione, unita alla libertà di culto costantiniana, permise il rapido diffondersi in città della fede cristiana, al punto che vent’anni dopo la nascita della Vetus, si rese necessaria la creazione di un nuovo tempio, questa volta di vaste dimensioni. Tale esigenza fu influenzata da altri due fattori: da una parte l’accresciuto ruolo politico che assunse Mediolanum in quel periodo, in virtù dei frequenti soggiorni di Costante, figlio ed erede di gran parte dell’impero di Costantino; dall’altra, il fatto che la cattedra del vescovo milanese venne ad identificarsi con quella di vescovo d’Italia.

 

Il nuovo edificio fu all’altezza di queste esigenze: una basilica a cinque navate lunga 82 m e larga 45, preceduta da un grande atrio quadriportico, che fu iniziata durante il vescovato di Eustorgio (tra il 343 e il 350 circa) e terminata negli anni successivi, con il suo successore San Dionisio. Nominata all’inizio semplicemente come Basilica Nova, o Maior, fu in seguito consacrata a Santa Tecla, e sorgeva nell’area compresa tra l’attuale scalinata del Duomo fino ad oltre metà della piazza..

Dal momento che anticamente non si poteva entrare in chiesa senza essere stati battezzati, accanto ad essa venne eretto un nuovo battistero dedicato a San Giovanni alle Fonti. Fu il primo della cristianità a forma ottagonale (a simboleggiare l’ottavo giorno, quello della resurrezione dalla vita terrestre) e fu qui che il vescovo Ambrogio battezzò sant’Agostino nella notte di pasqua del 387.

Molti secoli più tardi, nell’836, accanto a Santa Tecla sorse una nuova chiesa, Santa Maria Maggiore, che occupava lo spazio esattamente sottostante la parte centrale del Duomo. Qui vennero officiati i riti dalla terza domenica di ottobre fino alla Pasqua, mentre d’estate le funzioni erano tenute nella più fresca Santa Tecla. Per questo motivo furono anche chiamate ecclesiae hiemale (ovvero chiesa invernale) e ecclesia aestiva.

Due chiese vicine, due battisteri, in tutto questo vasto complesso religioso non poteva mancare una torre campanaria: fu edificata vicino a Santa Maria Maggiore, ed era la più alta della Lombardia.

Questa fu però abbattuta, come gran parte dei monumenti della città, da Federico Barbarossa nel 1162: un secolo e mezzo dopo Azzone Visconti la ricostruì in forme romaniche, ma ebbe vita breve e contribuì non poco al sorgere del Duomo.

Nel 1353 cadde infatti rovinosamente su Santa Maria Maggiore, distruggendo la facciata e la navata centrale. Nonostante i tentativi di ricostruirla, le due chiese ormai mostravano il peso degli anni: i crolli, gli incendi e le devastazioni del Barbarossa avevano reso necessario un intervento sull’area molto più radicale. Così come era avvenuto ai tempi di Mirocle, Eustorgio e Costante, sia l’autorità civile, impersonata dal nuovo signore di Milano, Gian Galeazzo Visconti, che religiose, ovvero l’arcivescovo Antonio da Saluzzo avvertirono la necessità di costruire un tempio più grandioso, all’altezza delle moderne cattedrali gotiche che stavano sorgendo nel resto dell’Europa.

Rimane però una curiosità che vale la pena di segnalare, ovvero il collegamento che è rimasto nel tempo, in questo luogo, circa la sua dedicazione al culto femminile: dapprima alla Madre Terra, poi a Minerva, quindi a Santa Tecla e a Santa Maria Nascente, così come è oggi il vero nome della cattedrale.

Struttura architettonica

La basilica Maior era lunga 86 m e larga 45 m. Come la Vetus, ebbe la lunghezza divisa in due parti da un grande arco, la parte verso l'abside si chiamava Tempio (poi mutò in Presbiterio) e la parte verso l'ingresso si chiamava Platea (poi mutò in Navata).

Si contavano 90 colonne monolitiche di marmo, provenienti dalle cave imperiali dell' Africa del Nord, ed erano diverse per forma e passo tra i colonnati della platea, e quelli del tempio.

Quando fu ricostruita nel IX secolo (dedicata al Santo Salvatore), ebbe lo stesso impianto paleocristiano e le stesse dimensioni del IV secolo. Quando però fu ricostruita dopo l'incendio di Milano del 1075 (dedicata a Santa Tecla), lo stile mutò da paleocristiano a primo romanico lombardo; la lunghezza della chiesa fu ridotta, per mancanza di colonne sane, cosicché la facciata fu arretrata di 14 metri rispetto all'originale.

L'abside della basilica Maior aveva pari ampiezza della navata centrale, era interamente decorata da mosaici (gli scavi hanno restituito alcuni resti, visibili nel museo del Duomo); ma quando fu ricostruita come Santa Tecla, fu realizzata un'abside più piccola.

Non è nota la funzione delle due cappelle rettangolari, laterali all'abside (forse accolsero in un primo tempo statue d'imperatore, che tradizionalmente aveva il ruolo di protettore e garante della religione cristiana dopo l'editto di Milano; egli per esempio convocava i concili, ai quali partecipava di persona o, più spesso, con i suoi legati). Nella ricostruzione come Santa Tecla, furono sostituite da piccole absidi, una per ogni navata laterale, dunque 5 absidi in totale).

La sopraelevazione della navata centrale, detta bema, andava dall'arco di inizio Tempio fino a fondo abside (non c’era nelle navate laterali); in seguito quell'area prese nome di Presbiterio, ovvero "area dei presbìteri" (= anziani, sacerdoti). Nella ricostruzione del IX secolo, fu realizzata la Cripta sotto il bema, e questa variante architettonica si protrasse per tutto il Medioevo.

Similmente alla basilica Vetus, davanti alla basilica Maior vi era un Nartece, atrio quadriportico di 45 x 45 metri. Sicché la costruzione occupava in tutto 5900 metri quadri (86+45=131 x 45).

Peculiarità architettoniche

La Maior fu costruita sul modello basilicale pur presentando significative variazioni dai canoni classici paleocristiani. Anzitutto l'orientamento non segue esattamente l'asse est-ovest, come richiesto dall'allora canone religioso, essendo allineato invece all'asse stradale. Inoltre la basilica si articola in cinque navate anziché tre (la chiesa larga fa rivolgere i fedeli in obliquo, mentre il canone prescriveva che fossero tutti rivolti ad est). Poi la navata centrale, non ebbe un unico pavimento in piano, dall'ingresso fino all'abside, ma una sopraelevazione (bema), con funzioni di palco di discussione del Concilio, usato in seguito per le predicazioni.

Con questo, da un lato rimaneva valido il canone architettonico di basilica, derivato dall'edificio civile pubblico della basilica romana: la chiesa è la casa dell'assemblea, non la casa di Dio; perché il Signore si rende presente nel segno dell'assemblea radunata. Dall'altro lato si mutò sensibilmente il significato di chiesa: se in precedenza l'accento era posto sulla funzione spaziale di rappresentare il cammino verso la “fede” (ecco il senso del percorso lineare tra i colonnati, dall'ingresso fino all'altare), ora prevaleva una dimensione più complessa, articolata su diversi piani: vi si entrava per l'adunanza liturgica (l'essere plebs adunata in prospettiva cultuale), ai piedi innanzitutto dell'altare, ma in seconda battuta anche del pulpito, da cui il pastore impartiva l'istruzione e annunciava i misteri della fede (si pensi alle catechesi mistagogiche di Ambrogio, tenute ai neofiti nella settimana dopo Pasqua o alle diffuse predicazioni quaresimali).

Come d'uso, in fondo alla navata centrale, vi era un'abside semicircolare, ma a lato d'essa furono realizzate due cappelle a forma rettangolare, moltiplicando così i poli d'attrazione che tuttavia rimanevano subordinati all'unico catino absidale.

La romanizzazione del cristianesimo primitivo, rappresentato per certi versi in questa chiesa, introdusse con più forza il culto dei santi (con la rappresentazione statuaria). Se può sembrare che questo avvenga in analogia al culto pagano, si deve tuttavia osservare che di fatto il culto dei martiri venne contrapposto intenzionalmente al culto degli antichi eroi pagani. Fin dalle origini neotestamentarie la comunità cristiana, che nel suo culto liturgico si rivolgeva ad un unico Dio in tre persone (pregava il Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito), aveva ammesso una speciale venerazione ai martiri, a coloro cioè che avevano "testimoniato" la fede in Cristo anche a costo della propria vita. Come nel mondo pagano, si usava compiere delle libagioni e recitare delle preghiere presso il loro sepolcro (o, se noto, nel luogo del martirio). Di qui, con il tempo, pur mantenendo intatta la centralità di cristologica in prospettiva della salvezza, la chiesa cristiana ammise alla venerazione – quali modelli di sequela Christi degni di imitazione – la Vergine Maria, gli apostoli, gli angeli, i santi e le sante, con le relative immagini di rappresentazione.

Fonte Battesimale

Suggestiva e ricca di emozioni, accessibile entrando in Duomo sulla destra, offre alla vista del visitatore il grande fonte battesimale voluto dal vescovo sant’Ambrogio nel 387. Il rito del Battesimo avveniva per immersione e il grande edificio ospitava i catecumeni pronti a ricevere il sacramento. Il battistero ottagonale, come da istruzioni del santo patrono, aveva al centro la grande vasca larga 5,5 metri e profonda 80 centimetri. Per riempirla fu studiato un complesso sistema idraulico ancora ben visibile. L’alimentazione era garantita attraverso alcuni fontanili collocati a sud-est (guardando in direzione dell’ingresso del percorso) e la condotta, realizzata in mattoni, correva lungo tutta la lunghezza della vasca, all’altezza del bordo, portando l’acqua attraverso una tubatura in piombo, chiamata fistula. Attraverso quattro bocchette posizionate in corrispondenza dei punti cardinali, l’acqua si riversava zampillando nella vasca, forse un’allusione ai fiumi del Paradiso. In corrispondenza del lato meridionale della stessa (sulla destra) due canaletti obliqui si collegano al canale principale per far defluire l’acqua «viva» un tempo utilizzata durante il rito. Qui Sant’Agostino ricevette il battesimo e la luce della Fede dalle mani di Sant’Ambrogio. L’ottagono ricorda, con i sette della creazione, l’ottavo giorno, quello dell’eternità, ma anche le otto beatitudini evangeliche. Sant’Ambrogio, che l’avrebbe iniziato nel 387, può essersi ispirato alla costruzione ottagonale dal mausoleo imperiale di Massimiano: i catecumeni, entrando nel battistero, dovevano così provare la sensazione di entrare in una tomba per farvi morire l’uomo vecchio che era in loro e, come dice san Paolo, risorgere a nuova vita nell’acqua lustrale.

 

 

Oggi, i resti archeologici, dal grande valore storico e religioso, sono diventati parte integrante del Duomo a significare l’intimo e ininterrotto legame tra le testimonianze delle origini della Chiesa Ambrosiana e la Cattedrale che ne continua la tradizione.