Ricerche

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Perché non possiamo non dirci “moderni”.

Attraverso qualche intervista, scritto o prolusione universitaria proponiamo un approccio al pensiero e alle opere dello storico prof. Paolo Prodi scomparso il dicembre 2016.

Paolo Prodi è il più "tedesco" dei nostri storici. Per rigore, per scelta del campo di studio (il diritto e le istituzioni), per vicinanza intellettuale, amicizie, frequentazioni e maestri come Hubert Jedin, quest'ultimo autore di una “Storia della Chiesa” in dieci volumi edita in Italia da Jaca Book.

I tedeschi lo hanno ricambiato assegnandogli nel 2007 il premio Von Humboldt, il Nobel germanico.

Allievo di Delio Cantimori, ha dedicato la sua vita di studioso all'esplorazione del confine crepuscolare fra sovranità e sacro, dal potere temporale dei papi alla pratica del giuramento fino al recente studio sul tabù del furto come istituzione economica del mercato capitalistico.

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ALCUNE RIFLESSIONI SU ITALIA E OCCIDENTE ALL’ALBA DEL XXI SECOLO

Piero Venturelli ( Università di Bologna ) intervista il prof. Paolo Prodi

Presentiamo qui di seguito alcuni estratti di un lungo colloquio avvenuto nel gennaio 2008 tra lo storico Paolo Prodi, professore emerito di Storia moderna presso l’Università di Bologna, e Piero Venturelli, dottorando in Filosofia presso il medesimo Ateneo.

Il testo integrale della conversazione è in uscita come premessa a P. Prodi, Lessico per un’Italia civile, a cura di P. Venturelli, Reggio Emilia, Diabasis. Il libro riunisce più di quaranta articoli e saggi brevi – offerti in versione rielaborata ed arricchita di note esplicative e bibliografiche – che sono stati pubblicati negli ultimi anni dall’Autore in quotidiani e riviste. A ciascuno dei testi raccolti è stata apposta dal Curatore un’intitolazione brevissima (talvolta di un’unica parola), con lo scopo di dar vita ad una sorta di dizionario dedicato ai termini e ai concetti che vengono comunemente utilizzati – non di rado in maniera impropria – nell’affrontare le principali questioni religiose, politiche, sociali ed etiche sollevate dal nostro tempo (di qui, i continui riferimenti, negli estratti della conversazione, ai termini voce e voci).

Ringraziamo il professor Paolo Prodi e il dottor Alessandro Scansani, direttore della casa editrice Diabasis, per aver consentito di pubblicare la parziale anticipazione di questo colloquio.

***

Piero Venturelli: Lei ha dedicato molti dei Suoi studi all’approfondimento dei due binomi diritto/morale e politica/sacro. Come ha illustrato in diverse occasioni, e anche nelle voci che qui si presentano, è attualmente in corso una svolta epocale che sta portando la “norma ad una dimensione”, cioè la legge positiva, ad estendersi anche a terreni fino a tempi non lontani considerati di esclusiva competenza della morale e della religione; al medesimo tempo, però, l’effettivo potere dello Stato sembra paradossalmente segnare il passo di fronte all’azione pervasiva e capillare, sempre più spesso sottratta ad ogni vero controllo democratico, della finanza e dei grandi potentati economici internazionali. Dinanzi a questo processo che sta corrodendo alle basi la civiltà occidentale, fondata per molti secoli sulla dialettica tra le istanze del foro interno e quelle del foro esterno, Lei registra in qualche settore embrionali inversioni di rotta oppure la tendenza ad emanare norme giuridiche su tutti i comportamenti umani è da considerarsi ormai travolgente ed inarrestabile?

Paolo Prodi: A mio avviso, stiamo vivendo davvero una svolta epocale nella quale tutto il patrimonio che abbiamo ereditato dalle precedenti generazioni, e in particolare lo Stato di diritto e la democrazia, è in profonda crisi e non si intravedono ancora i lineamenti del nuovo mondo che sta nascendo tra le tempeste della globalizzazione. Il problema non può risolversi soltanto con la denuncia della corruzione o con un tradizionale richiamo ai “valori” della nostra civiltà e della nostra vita nazionale: bisogna cercare di capire quanto, del rapporto tra gli uomini e le istituzioni che abbiamo creato nelle generazioni precedenti, non funziona più e recuperare, allo stesso tempo, la capacità di progettare il nuovo. Non si tratta, infatti, di strumentalizzare la riflessione storica in funzione dell’oggi, ma – al contrario – di mostrare come una prospettiva storica di lungo periodo possa modificare la diagnosi sulla realtà e renderla molto meno assoggettabile alle strumentalizzazioni della politica e alle leggerezze della cronaca. Forse non c’è problema che, più di questo, dia modo di vedere così chiaramente come dalle differenti diagnosi storiche possano nascere divergenti linee di strategia politica. Soprattutto, mi sembra importante comprendere che, proprio all’opposto di quanto si crede comunemente, la storia può aiutarci a non cadere nell’errore di interpretare la realtà con gli occhi del passato mentre intorno a noi tutto è cambiato. Non credo che per ora si possano intravedere inversioni di rotta, ma certamente vi è una maggior consapevolezza dell’insufficienza delle risposte date con nuove regolamentazioni e nuove “authority”.

P.V.: Ho trovato di notevole interesse, in queste voci, il Suo continuo richiamo alla vita dei Comuni italiani del basso Medioevo e alla loro capacità di elaborare forme di autogoverno incentrate sulla salvaguardia del “bene comune”. A tali aspetti, dunque, va riconosciuto un ruolo così determinante nel cammino di lungo periodo che portò alla nascita della politica modernamente intesa?

P.P.: Parlando della vita dei Comuni basso-medioevali, occorre essere molto decisi nel respingere ogni interpretazione astratta della realtà e ogni mito. Tutti dovrebbero sapere che le città-Stato, le repubbliche commerciali italiane ed europee, i Comuni del Medioevo non furono affatto dei paradisi terrestri, bensì luoghi di continui scontri di fazioni (guelfi, ghibellini ecc.) e di interessi diversi con costi altissimi in termini di uomini e di ricchezze. Si tende a strumentalizzare, anche ai nostri giorni, l’ideale medioevale del “bene comune” per denunciare una carenza di valori e di virtù del mondo politico attuale con il richiamo nostalgico ad una realtà che, però, non è mai esistita. Detto questo, penso si possa affermare che nelle città del Medioevo nacquero le prime sperimentazioni di democrazia e di mercato che si svilupparono poi nei secoli successivi, nell’età delle Costituzioni e delle Rivoluzioni, e che diedero la prima forma all’Occidente moderno, allo Stato di diritto e al capitalismo maturo. Ripensare, quindi, l’esperienza dei nostri Comuni medioevali credo sia fondamentale proprio in questo momento di crisi: non per nostalgia, ma per capire che non esistono istituzioni politiche ed economiche eterne, che lo Stato di diritto e la democrazia non sono garantiti per sempre e che, di fronte alle nuove situazioni storiche, dobbiamo essere capaci di inventare nuove soluzioni.

Sul perché in Occidente – per la prima volta sulla faccia della terra – abbia potuto avviarsi questo processo, le spiegazioni possono essere molto diverse e complesse. Io, comunque, sono persuaso che il nocciolo centrale sia costituito dal processo di de-magificazione che si tradusse, all’inizio del secondo millennio, sul piano delle istituzioni, nella tensione tra il potere sacrale del Papato e il potere politico; la lotta per le investiture permise la nascita delle città autonome e del mercato, della politica e dell’economia come scienza del reale e, quindi, come progettazione di nuovi modelli di società. La caratteristica dell’Europa è proprio la capacità di produrre nuovi modelli, di essere una rivoluzione permanente. Il problema è comprendere se questo sia ancora possibile nel momento in cui la tensione sembra venire meno e il potere inclina a riformarsi come monopolio che ingloba anche il sacro nelle nuove religioni politiche.

P.V.: Riflettendo sul mondo cattolico dell’ultimo sessantennio, come emerge a chiare lettere in una delle voci raccolte nel volume, Dossetti e dossettismo, Lei considera fondamentale la figura di Giuseppe Dossetti non soltanto per l’Italia appena uscita dalla Seconda guerra mondiale, ma anche per la Sua esperienza di giovane intellettuale in formazione. Compiendo un balzo in avanti di quasi mezzo secolo, ricordo che una quindicina di anni fa, dunque poco prima della sua scomparsa, avvenuta nel dicembre del 1996, questo personaggio “carismatico” era il fulcro di un nutrito gruppo di intellettuali che, in luogo dell’allora paventata riforma – o riscrittura pressoché integrale – della Costituzione, indicava all’Italia la strada dell’effettiva attuazione di alcuni suoi articoli fino ad allora rimasti lettera morta. Negli ultimi tempi, invece, di don Dossetti i mass media e l’intero mondo culturale del nostro Paese parlano – e poco – per lo più sottovoce. Quali sono, secondo Lei, le ragioni di questo mutato atteggiamento? Considera ancora attuali le esortazioni e gli ammonimenti dell’ultimo Dossetti?

P.P.: Di fronte ad un personaggio come Giuseppe Dossetti (1913-1996), credo che debba ancora prevalere un momento di riservatezza e di riflessione prima di pensare di poter esprimere giudizi generali circa la sua figura e il suo ruolo nella politica e nella Chiesa italiana. [...]

Quello che in Dossetti più di ogni altra cosa mi affascinò da giovane, a cavallo tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, fu la visione di una crisi epocale per la quale stavamo uscendo dall’eone della Controriforma e dello Stato moderno: ciò rendeva necessario che, mentre qualcuno doveva cercare di tenere in piedi lo Stato di diritto e la democrazia nella politica quotidiana (nella DC o altrove), altri si dedicassero allo studio della crisi nelle componenti storiche, sociologiche ed economiche, per cercare di intravedere la direzione di un nuovo cammino. All’indomani della mia laurea, nel 1954, lo seguii nella fondazione del Centro di Documentazione a Bologna (poi diventato, con modificazione profonda della sua natura, Istituto per le Scienze Religiose), rimanendone anche influenzato nell’attività successiva di ricerca.

Rifiutando ogni visione apocalittica, penso che l’intuizione di fondo di Dossetti, secondo la quale oggi ci troviamo in un momento storico che non può essere compreso dai ritmi brevi e concitati della politica politicante, ma che implica una svolta epocale molto più complessa, fosse una visione giusta, valida ancora ai giorni nostri. Naturalmente, sessant’anni fa si intravedevano soltanto alcuni sintomi di questa crisi delle strutture occidentali come si erano formate negli ultimi secoli, benché fosse chiaro che il crollo delle dittature e delle ideologie totalitarie fascista e nazista con la Seconda guerra mondiale non costituisse la fine delle patologie e, insieme, l’inizio di un’età dell’oro in cui avrebbero trionfato lo Stato di diritto e la democrazia: con il processo di de-colonizzazione e lo sviluppo del cosiddetto “Terzo mondo”, cominciava un nuovo percorso nell’incontro e nello scontro delle civiltà che adesso chiamiamo “globalizzazione” e che già allora metteva in questione lo statuto dell’Occidente.  

Per quanto riguarda l’attività che Dossetti portò avanti nell’ultimo biennio della sua vita – dal 1994 al 1996 – per la tutela della Costituzione italiana, penso che dobbiamo comprenderla proprio in quest’ottica, respingendo gli schemi che sono stati costruiti da parti opposte per strumentalizzarlo politicamente come un nuovo Savonarola: egli ha inteso salvaguardare il patto costituzionale per impedire il collasso della nostra vita politica e delle istituzioni, ma nella consapevolezza che questa fosse una battaglia di difesa, la quale non poteva distogliere il nostro Paese dall’affrontare i problemi più profondi e comuni a tutto l’Occidente sia sul piano politico sia su quello ecclesiale.

Per venire più direttamente alle Sue domande, sono convinto che negli ultimi tempi il pensiero di Dossetti sia stato troppo spesso o banalizzato o frainteso. L’appiattimento in una dimensione della sua figura complessa, mi sembra, rischia d’impoverire non poco il suo insegnamento. Personalmente, ritengo che forse ora, in questo incerto e difficile cammino verso la globalizzazione, sia venuto il momento di non limitarsi alla scena italiana e di recuperare il senso della fine dell’Età moderna, del passaggio epocale che era dominante nel pensiero di Dossetti all’inizio degli anni Cinquanta. In questo senso, le sue esortazioni e i suoi ammonimenti possono considerarsi senza dubbio attuali.

[...]

P.V.: I giudizi contenuti nelle pagine che Lei dedica, in queste voci, alle condizioni nelle quali versa attualmente l’Università italiana, non si distaccano di molto dalle considerazioni che è ormai usuale ascoltare dalla maggior parte degli studiosi stranieri. Del resto, non sono pochi i docenti italiani che sottoscriverebbero in toto la Sua diagnosi, salvo – poi – non condividere sovente le terapie da Lei proposte. La classe politica, invece, dà sempre più l’impressione di non rendersi conto fino in fondo del rovinoso declino degli studi accademici italiani, in atto da alcuni decenni a questa parte; in più, essa si dimostra del tutto incapace di elaborare, a me sembra, progetti di riforma sistematici e adeguati ai tempi che cambiano. Ritiene che esistano oggigiorno delle vie effettivamente percorribili per mutare questo stato di cose?

P.P.: Occorre pensare all’Università come ad uno dei pilastri costituzionali dell’Occidente, come ad un quarto – oppure quinto – potere che dev’essere il custode o difensore del potere-sapere critico. Nella necessaria apertura dell’istruzione superiore ai grandi numeri, si commise l’errore, particolarmente in Italia, di far coincidere tutta la formazione professionale con l’Università, senza costruire percorsi paralleli di formazione professionale superiore come le scuole superiori tecnico-professionali tedesche, legate ai distretti produttivi o strutture similari, come le Università di insegnamento esistenti in altri Paesi.

Incanalando, in Italia, tutta l’istruzione superiore all’interno dell’Università, si andò a distruggere la vera autonomia dell’Università come centro del sapere critico e, d’altra parte, non si seppe costruire un efficiente sistema di formazione di massa ad alto livello, adeguato alla società complessa. Da questo punto bisogna ripartire [...]: esclusivamente questa distinzione può permettere la nascita di strutture efficienti per la formazione superiore (con legame al territorio, frequenza obbligatoria ecc.) e, nello stesso tempo, riesce a salvare l’autonomia dell’Università come luogo privilegiato della ricerca. Non è possibile affrontare tutte le altre patologie, dalla degenerazione dei concorsi alla corruzione, se non si scioglie questo nodo: in caso contrario, le soluzioni approntate rischiano di essere solo pannicelli caldi che lasciano tutto come prima o peggio. Ma questo è proprio ciò che tutti gli ultimi Ministri, di Destra e di Sinistra, non hanno mai voluto capire: gli interessi negativi della corporazione universitaria, che desidera soltanto ampliare il proprio territorio, inglobando tutto con l’obiettivo di arrivare a disporre di posti e potere, si è congiunta perversamente con il desiderio dei politici, di tutti gli schieramenti, di costruire un’Università in ogni città, come fosse un titolo onorifico, indipendentemente da ogni analisi del tessuto produttivo e dei bisogni reali della società.

[...]

P.V.: La voce Pubblico e privato muove da una significativa citazione tratta dai Ricordi di Francesco Guicciardini1 per mettere in risalto come, nel fertile dibattito etico-politico fiorentino del Rinascimento, fosse già ben chiaro che la distinzione tra la sfera dello Stato e quella della società civile rappresenta il principale baluardo posto a difesa della libertà dei cittadini. Sono trascorsi cinque secoli da allora e proprio in Italia, è sotto gli occhi di tutti, si fatica oggigiorno a discutere seriamente su questi temi. Sembra un paradosso.

P.P.: Non è un paradosso, se si considera che lo Stato moderno, che faticosamente si veniva costruendo proprio al tempo di Guicciardini, nella fase storica odierna si rivela impotente dinanzi ai nuovi poteri che sono emersi nell’economia e nel controllo della comunicazione. Nelle cronache quotidiane, noi abbiamo soltanto ragguagli sul costo della classe politica e sugli episodi di corruzione e di strumentalizzazione del “pubblico” per scopi privati, ma – al di sotto – si possono cogliere sintomi di una patologia molto più profonda, per la quale la distinzione faticosamente costruita negli ultimi secoli tra la sfera privata e la sfera pubblica sembra venire meno. Anche nella nostra piccola Italia, con le pseudo-privatizzazioni e la proliferazione delle società di origine pubblica, ma a gestione privata, pare essersi invertito il principio fondamentale della tassazione: la giusta richiesta ai cittadini di contribuire alla gestione della cosa pubblica si scontra con un flusso opposto di denaro che dal pubblico va verso il privato. In questo, pure l’evasione fiscale trova una sua giustificazione.

Anche a livello planetario stiamo rischiando di uscire da questa nostra storia occidentale. Non si tratta soltanto di globalizzazione in senso spaziale: anzi, a mio avviso, la discussione sulla globalizzazione può costituire un grande alibi. In realtà, l’egemonia del potere economico mondiale su un potere politico in crisi (incapace di superare la forma dello Stato moderno) minaccia direttamente la sopravvivenza stessa tanto dello Stato di diritto quanto della democrazia come noi l’abbiamo conosciuta nella sua dialettica secolare. Questo processo si innesca nel venir meno dell’etica economica come fondamento del mercato: non basta invocare le regole del mercato come si poteva pensare sino alla generazione che ci ha preceduti. Come risulta ben evidente a qualsiasi osservatore della realtà economica attuale, il confine tra il rubare e il non rubare, tra il furto e il comportamento “onesto”, appare sempre più incerto a mano a mano che diviene più vaga la distinzione tra il potere politico e quello economico, tra la proprietà privata e quella pubblica.

P.V.: Leggendo alcune voci, sembra a tratti di rilevare un certo Suo fastidio nei riguardi del potere che, soprattutto con la fine della cosiddetta “Prima Repubblica”, sono andati via via acquisendo i “tecnici” a scapito dei “politici di professione”. Ritiene che questa tendenza dimostri che il nostro Paese sta tuttora vivendo in una sorta di prolungato regime di supplenza cagionato dalla profonda crisi dei “titolari”, cioè di coloro che avrebbero il compito di rispondere con coerenza e lucidità, utilizzando strumenti politici e l’arte della mediazione, alle sfide del Duemila? Quale può essere, in questo quadro, il cammino da percorrere in un mondo sempre più complesso e globalizzato che vede la crescente inadeguatezza, non solo in Italia, dei “politici di professione”?

P.P.: Se la malattia ha raggiunto uno stadio di gravità così avanzato, occorre intervenire con medicamenti adeguati e su più livelli. Anzitutto, bisogna capire quali siano i farmaci dannosi che è necessario mettere da parte. Moltiplicare le leggi positive, ingabbiando tutta la nostra vita sociale in una rete continua di norme e rimandare ogni problema emergente a “tecnici” o ad “authority” sottratte ad ogni controllo politico, non fa che aggravare il male, anche qualora ciò fosse figlio delle più buone intenzioni per salvaguardare la libertà e la privacy. Si riempiono le carceri, o si trasforma in carcere l’intera società, come ho cercato di dire nel volume Una storia della giustizia2. Il problema fondamentale, distinguendo sempre le patologie tipiche italiane (purtroppo, ancor più gravi, a causa della particolare debolezza delle nostre istituzioni) da quelle comuni a tutte le democrazie occidentali, è quello di ridare fiato il più possibile alla politica, ritrovando un nuovo rapporto tra la rappresentanza democratica e l’efficienza nelle coordinate spaziali e temporali odierne. [...]

Per quanto riguarda le malattie tipicamente italiane, io insisto molto, negli articoli qui riuniti, sulla necessità di un intervento chirurgico urgente che ristabilisca la circolazione democratica all’interno dei partiti, facendone i canali per la selezione della classe dirigente e per la definizione dei programmi politici da proporre al Paese come scelte. Purtroppo, anche ora che si parla senza posa di sistemi elettorali (nella preoccupazione di garantire i singoli gruppi di potere in cui i vecchi partiti si sono trasformati), mi sembra che sia molto scarso il reale interesse per l’articolo 49 della Costituzione: attuandolo, invece, verrebbero conferite al partito la natura di soggetto giuridico di rilevanza costituzionale e ai cittadini la possibilità di controllarne la trasparenza e la vita democratica interna. Un discorso analogo va fatto, come ho sostenuto in alcune voci, per l’articolo 39, concernente i sindacati, senza temere di denunciare aspetti conservativi inevitabili dopo oltre un cinquantennio di gestione di un grande potere.

[...]

P.V.: Per concludere questa nostra conversazione, professor Prodi, può offrire ai lettori – a grandi linee, ovviamente – le coordinate delle Sue ricerche in corso, dedicate al ruolo del settimo comandamento – Non rubare – nella cultura europea tra il XIV e il XVIII secolo, e anticiparci alcune delle conclusioni a cui sta pervenendo?

P.P.: Posso soltanto dire che, da alcuni anni, mi è parso centrale il problema del furto, del rapporto tra quello che è mio e tuo, e ciò che è invece comune, un ripensamento – in fondo – della definizione di giustizia data da Ulpiano sulla scia di Cicerone: “suum cuique tribuere”. Che cosa vuol dire oggi dare ad ognuno il suo? Nella società tradizionale occidentale, abbiamo finora sempre avuto una dialettica abbastanza chiara, nelle sue tensioni, tra un certo concetto di proprietà privata, da una parte, e l’insieme di beni comuni a tutta l’umanità (partendo dall’aria e dall’acqua), dall’altra. Una dialettica piena di soprusi e di sopraffazioni, ma mediata dallo Stato e dal mercato, in un dualismo continuo tra il piano dell’etica, scaturito dalla tradizione giudaico-cristiana, e quello del diritto positivo, delle norme statali – cioè – derivate dal diritto romano. Nell’epoca attuale, tuttavia, questi confini sembrano ormai prossimi a scomparire.

L’ipotesi da cui sono partito, con letture sull’economia odierna, è che con la globalizzazione non abbiamo soltanto un ampliamento dei mercati ecc. (una prima globalizzazione di questo tipo cominciò, in Europa, nel secolo XVI), ma la fine del mercato occidentale, così come si è sviluppato negli ultimi secoli. Con la crisi degli Stati sovrani e la prevalenza assoluta delle grandi concentrazione finanziarie – sia quelle “senza fissa dimora” sia quelle che si identificano con una superpotenza politica, con un impero – è svanito il rapporto di equilibrio e di tensione tra la politica e il mercato che ha caratterizzato lo sviluppo del mercato occidentale: non soltanto si indebolisce la politica (intesa come Stato di diritto e democrazia), ma viene anche meno il “nostro” mercato. Componente del mercato occidentale è infatti, checché ne dicano i teorici neoclassici, il rapporto con la politica (rapporto che non può essere identificato per nulla con il dirigismo o con lo statalismo): democrazia e mercato “simul stabunt simul cadent”.

Ma questa è un’altra storia, che spero di sviluppare nei prossimi anni.

 

richiami bibliografici:

1 Paolo Prodi apre la voce Pubblico e privato con la seguente citazione: «Dico che el duca di Ferrara che fa mercatantia [commerci], non solo fa cosa vergognosa, ma è tiranno, faccendo quello che è officio de’ privati e non suo: e pecca tanto verso e populi, quanto peccherebbono e populi verso lui intromettendosi in quello che è officio solum del principe» (F. Guicciardini, Ricordi. Con il saggio “L’uomo del Guicciardini” di Francesco De Sanctis, a cura di S. Marconi, Milano, Feltrinelli, 1983, p. 133: si tratta del “ricordo” n. 94 della redazione “B” [1528]).

2 Si allude a P. Prodi, Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto, Bologna, Il Mulino, 2000.

 

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