Problemi

Problemi

Il dominio della lotta

Le origini del nuovo nazionalismo. Il cosmopolitismo senza confini, la dissoluzione dello stare insieme e l'esaltazione dell'individuo. L’uomo è disposto a pagare volontariamente il prezzo del dramma per ritrovare la comunità.

Lorenzo Castellani ripercorre il pensiero di Robert Nisbet nel libro "La comunità e lo Stato"

di Lorenzo Castellani

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Ci sono libri vecchi, comprati all’occasione in qualche bancarella, che restano negli scaffali delle librerie per anni. Dimenticati e con le pagine ingiallite. Poi la storia procede, lo scenario muta, i fatti scuotono le certezze, le ideologie traballano. Negli anni Novanta “La Comunità e lo Stato”, scritto da Robert Nisbet nel 1953, sarebbe stato considerato un libro antiquato, superato, reazionario. Comunità e Stato, due concetti che per i vent’anni successivi alla caduta dal Muro di Berlino venivano fatti ricadere nella lista delle parole ostili. Il mondo non sembrava destinato a tornare indietro da parole e idee come globalizzazione, superamento dello Stato-nazione, società multiculturali. Progresso, economicismo e spossessamento dei confini. Eppure se qualcosa c’insegna questo sociologo conservatore della California è che la storia può tornare sempre indietro sotto altre forme, così come la ricerca infinita della comunità è sempre un istinto insopprimibile dell’animale sociale. “Si potrebbero parafrasare le famose parole di Karl Marx e dire che lo spirito moderno è ossessionato da uno spettro, lo spettro della mancanza di sicurezza.” Un fantasma che oggi è tornato ad essere alla base di qualsiasi operazione politica di successo nel mondo occidentale. Continua Nisbet “è indubbio che la caratteristica saliente del pensiero contemporaneo sull’uomo e sulla società è la preoccupazione per l’alienazione personale e la disintegrazione culturale.”

Dopo aver stabilito i cardini della discussione sul contemporaneo il sociologo passa in rassegna i problemi dei progressisti del dopoguerra così drammaticamente simili a quelli di oggi. “I timori dei conservatori del secolo diciannovesimo dell’Europa Occidentale, espressi contro uno sfondo di sempre crescenti individualismo, laicità e sradicamento sociale, sono diventati, in straordinaria misura, le intuizioni e le ipotesi degli studiosi odierni dell’uomo nella società”, scriveva Robert Nisbet, nutrendo ben pochi dubbi sul fatto che il disagio fondamentale dell’uomo contemporaneo fosse un individualismo esasperato che aveva travolto verità, fede e comunità. Al contrario di quelli che chiamava progressisti razionalisti per i quali l’essenza della storia risiedeva “nella progressiva emancipazione dell’individuo dalle condizioni tiranniche e irrazionali ereditate dal passato. Il razionalista inneggiava alla concorrenza, alla individualizzazione, al sovvertimento di condizioni e costumi, all’impersonalità e all’anonimia morale in quanto forze che si sarebbero dimostrate molto utili nell’emancipare l’uomo dalla manomorta del passato”.

Il 1968 e le sue promesse d’emancipazione dalla tradizione, ricolme di diritti sociali e civili, non era ancora arrivato, il capitalismo non era ancora traslato alla fase iper-tecnologica e finanziaria, ma l’intellettuale americano intuiva già come sarebbe andato il mondo nei decenni successivi. “Tutto ciò che occorreva era una scena sgombra dalle scorie del passato” concludeva amaramente il suo ragionamento, consapevole però che le ombre della storia sono inestirpabili anche nel migliore dei mondi possibili.

Egli era certo che “l’uomo alienato o disadattato apparirà agli storici futuri come la figura chiave del pensiero del Ventesimo secolo”. Siamo nel Ventunesimo secolo ed il soggetto, con la sua patologia cronica, è sempre lo stesso. Non mancano i tratti cupi nel pensiero di Nisbet che così descriveva il processo di alienazione: “Quando l’individuo è respinto alle proprie risorse interiori, quando perde il senso di un impegno morale e sociale con gli altri, diventa preda di sentimenti di angoscia e colpa. L’auto-distruzione è sovente la sua unica via d’uscita”, ma se la fine tragica non si manifesta allora si trasforma in reazione che sfocia nella ricerca disperata della comunità.

Ecco il perno del pensiero del sociologo: l’uomo, per condizione antropologica, anela sempre alla comunità. Ciò non è il segno del tribalismo e della regressione come credono i progressisti, ma una risposta fisiologica ai rischi della solitudine. Come Elias Canetti, che scrisse negli stessi anni Massa e Potere, gli uomini si stringono tra loro, facendosi massa, per respingere il disagio derivante dalla vicinanza della morte. Un disagio, portatore di insicurezze, che si moltiplica nella società degli individui soli ed è la molla per ricercare a tutti i costi la comunità. Comunità che si forgia nelle avversità del conflitto e la cui espressione massima è la guerra. Egli scrive: “per quanto profondamente l’uomo possa continuare a odiare le devastazioni, le uccisioni e le mutilazioni della guerra, egli non può, essendo umano, dimenticare del tutto il superiore senso di status, il raggiungimento di certe riforme sociali e soprattutto il caldo senso di comunità che gli viene con la guerra”.

Nisbet rifiuta l’antropologia positiva dei progressisti: per quanto avanzi l’uomo non può mai perdere del tutto la propria componente animalesca che lo richiama al gruppo, oltre il dominio degli schemi razionali. La guerra è un atto irrazionale, che ha spinto milioni di esseri umani a mettere in pericolo la propria vita, eppure “con la recente guerra mondiale, milioni di uomini e donne hanno potuto rendersi conto del netto contrasto che esiste tra una società chiaramente fondata sul capriccio economico, l’impersonalità politica e la generale indifferenza morale, e una società che è improvvisamente permeata dall’intensità morale di una crociata e della spiritualità della devozione a fini comuni”. Il sociologo non è un guerrafondaio ma avverte la dinamica sociale e sostiene che quando tutti i legami morali si allentano, quando il piacere ed il profitto dominano l’individuo, quando le istituzioni intermedie vengono travolte l’uomo è spinto a ricostruire la comunità al prezzo di sacrificare certezze, ricchezze materiali e raziocinio. È ciò che succede, ad esempio, con il nazionalismo ove in nome di un bene superiore, la nazione, si possono rigettare le relazioni ed il pregresso ordine economico e politico. In certe fasi della storia, sostiene Nisbet, la ricerca della comunità prevale sulle istituzioni. L’uomo è disposto a pagare volontariamente il prezzo del dramma per ritrovarla. Così al dominio della regola si sostituisce il dominio della lotta.

Questo non significa che l’intellettuale californiano fosse un nazionalista, uno statalista o un teorico dell’autoritarismo. Al contrario egli voleva mettere in guardia il lettore e la classe politica sul dipanarsi dei processi storici e i rischi di un razionalismo progressista eccessivamente pronunciato. Le reazioni possono essere imprevedibili per chi usa la ragione e una antropologia ottimista come mezzo di giudizio. Rispetto allo Stato il sociologo sostiene che la relazione tra individuo e potere statale sia uno dei problemi centrali della contemporaneità. L’individualismo e lo statalismo hanno, infatti, distrutto i corpi intermedi, come la famiglia, la chiesa, il governo locale, le associazioni benefiche. Lo Stato, sosteneva Nisbet che certamente aveva letto Edmund Burke, detesta la concorrenza delle altre istituzioni e per questo cerca di soffocarle oppure amministrarle indirettamente. Accetta, invece, l’individuo i cui diritti e libertà sono protette dalle costituzioni degli Stati.

È dal superamento delle istituzioni intermedie che deriva però lo spaesamento dell’uomo contemporaneo: incastrato tra lo sradicamento da individualismo e la grandi strutture statuali, difficili da controllare e lontane dalla vita reale. In questa situazione matura la ricerca della comunità che, di fronte alle crisi della storia, spinge per una furiosa via d’uscita rigettando il progressismo e le sue istituzioni. L’uomo ricerca la sicurezza della comunità e lo stesso liberalismo diventa difendibile solo attraverso quei corpi intermedi prossimi all’individuo e ad una morale in grado di legarne i comportamenti e limitarne le reazioni irrazionali. Quando questa legatura, per dirla con Ralf  Dahrendorf, viene meno allora il campo dell’ignoto è aperto e la corsa verso la comunità può travolgere ciò che c’era prima.

Scorto l’abisso, fermiamoci. Libro chiuso. Quanta attualità si condensa nel pensiero e nei problemi posti da Nisbet? Molta, forse troppa. Quasi da far spavento. Tanto che l’ultima edizione de “La Comunità e lo Stato” risale al 1957, data alle stampe da Edizioni di Comunità, la casa editrice di Adriano Olivetti.

 

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