Zanchi, Il NEOPELAGIANESIMO

Zanchi, Il NEOPELAGIANESIMO

Giuliano Zanchi

Il NEOPELAGIANESIMO

Ed. San Paolo, 2018

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La tentazione neo-pelagiana che attraversa la nostra Chiesa è la mondanità spirituale che nasconde dietro le apparenze della religiosità la rimozione del riferimento a Gesù per privilegiare la sua struttura e farne un idolo.

«Ridotta a struttura, a pianificazione, a organizzazione, assimilata troppo disinvoltamente alle strategie di gestione della moderna monade produttiva, la Chiesa ha già in partenza patteggiato sulla profezia di cui dovrebbe essere portatrice, legittimando alla fine le ragioni superiori di una logica amministrativa». Giuliano Zanchi così interpreta la denuncia ricorrente di papa Francesco contro le tendenze neopelagiane, nel volume Il neopelagianesimo (San Paolo, Cinisello Balsamo – Milano 2018).

Grazia liberante e amorosa

Sul tema specifico del neopelagianesimo (e neognosticismo) è uscita un lettera della Congregazione per la dottrina della fede, Placuit Deo (1° marzo 2018). In essa il pelagianesimo è così riconosciuto: «Secondo l’eresia pelagiana, sviluppatasi durante il secolo V intorno a Pelagio, l’uomo, per compiere i comandamenti di Dio ed essere salvato, ha bisogno della grazia solo come un aiuto esterno alla sua libertà (a modo di luce, esempio, forza), ma non come una sanazione e rigenerazione radicale della libertà, senza merito previo, affinché egli possa operare il bene e raggiungere la vita eterna» (nota 9).

Zanchi ricostruisce come e dove riemerge nel magistero di Francesco il riferimento alla tendenza ereticale che tende anche oggi a rimuovere l’esperienza della grazia, «la forma più originale e permanente del legame reale e intimo che il Dio di Gesù intrattiene con l’intera creazione e in special modo con la specifica condizione umana».

«All’esperienza della grazia, riportata alla sua adeguata considerazione, Francesco ama dare il nome di misericordia, parola d’ordine della sua predicazione, intesa come contenuto ultimo e sintetico dell’ordine cristiano: “la misericordia è dottrina”» (pp. 35 -37).

È intrigante la ricostruzione del lungo cammino storico che parte da Pelagio e dai suoi discepoli, Celestio e Giuliano di Eclano, nel loro sforzo di ridurre il cristianesimo a una sublime dottrina morale, vellicando una diffusa sensibilità rigorista. La volontà (e non la grazia) è perfettamente in grado di onorare l’osservanza piena di ogni esigenza morale.

La dura polemica contro un cristianesimo senza grazia è opera soprattutto di Agostino. «Agostino non recede dal pensare la grazia come una originaria e determinante potenza affettiva che alla libertà umana non conferisce semplicemente la possibilità di volere il bene, ma anche l’effettiva capacità di compierlo» (p. 59).

Uno scontro che si ripropone nell’età della Riforma, espresso dal De libero arbitrio di Erasmo (1524), in contrapposizione al De servo arbitrio di Lutero (1525). La torrenziale risposta del riformatore esaspera a tal punto la grazia, di fronte alla totale inconsistenza umana, da raggiungere Pelagio, spostando il legalismo della visione pelagiana della fede dalla parte della grazia. E lasciandolo intatto. Ma anche nel cattolicesimo i giansenisti e i quietisti mettono a dura prova l’equilibrio fra libertà e grazia. La devozione al Sacro Cuore è uno degli elementi di correzione e umanizzazione della grazia.

Custodire la fede e l’umano

Dal punto di vista teologico, il contrasto confessionale è giunto a soluzione nel 1999 con la dichiarazione congiunta cattolico-luterana in merito alla giustificazione. Ma questo non toglie che le forme ereticali riemergano per vie impreviste in quel rigorismo cattolico, presuntuosamente dogmatico o morale, che oscura l’amore misericordioso di Dio, spegnando le risonanze liberanti e positive dell’annuncio cristiano. «Sembra venuto il tempo in cui non può più essere rimandata l’adesione convinta e coerente a una idea della testimonianza cristiana come annuncio della già realizzata e definitiva custodia dell’umano intero, attraverso l’umanità risorta di Cristo, offerta come relazione vera e permanente nella quale la dedizione di Dio resta disponibile da ora e per sempre al libero affidamento dell’uomo» (p. 95).

La riforma ecclesiale passa nella preoccupazione pastorale che è chiamata non ad arbitrare l’incontro fra Cristo e l’uomo, ma a favorirlo in tutti i modi possibili. Dottrina e morale sono a servizio del compito dell’annuncio della misericordia di Dio, in una e da parte della Chiesa di popolo.

Al rigorismo e settarismo interno si sovrappone un contesto culturale neopelagiano. «Il nuovo pelagianesimo con cui la testimonianza cristiana deve avere a che fare, non è solo quello interno e religioso del suo rigorismo dottrinale, ma anche quello atmosferico e culturale insediato negli impliciti dell’istinto di massa, un pelagianesimo diffuso, edonistico e prestazionale, che a una astratta e incondizionata apologia della libertà congiunge il suo concreto asservimento alla nuova precettistica del vitalismo obbligatorio. Non senza la supervisione dell’apparato tecno economico del mercato globale» (pp. 116-7).

La misericordia non è a margine dell’esperienza umana contemporanea, ma è ciò che salvaguardia l’umano comune e la sua insopprimibile apertura all’amore di Dio.

«La consapevolezza della vita piena in cui Gesù Salvatore ci introduce spinge i cristiani alla missione, per annunciare a tutti gli uomini la gioia e la luce del Vangelo. In questo sforzo saranno anche pronti a stabilire un dialogo sincero e costruttivo con i credenti di altre religioni, nella fiducia che Dio può condurre verso la salvezza in Cristo “tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia”. Mentre si dedica con tutte le sue forze all’evangelizzazione, la Chiesa continua ad invocare la venuta definitiva del Salvatore, poiché “nella speranza siamo stati salvati”» (Rm 8,24) (Placuit Deo n. 15).

 

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