san Celso

San Celso, iniziata in epoca paleocristiana e ricostruita dopo l'anno Mille; ospita le reliquie di San Celso.

La basilichetta benedettina di S. Celso risulta nota, almeno dall'VIII sec., in località "ad tres moros"( i tre mori), dove già Sant'Ambrogio aveva scoperto, presso un cimitero, i corpi dei martiri Nazaro e Celso. Il corpo del primo fu traslato nella Basilica Apostolorum (l'odierna S. Nazaro) e qui fu costruita una cappelletta per custodire il corpo di Celso, adornandola con un dipinto della Madonna su un muro.

Nel X sec., si principiano i lavori per la fondazione del monastero di San Celso: il vescovo in carica, Landolfo da Carcano, decide di far gettare la prima pietra per la nuova chiesa e di farsi preparare qui il sacello. Ben presto le opere si bloccano per il rinvenimento delle spoglie del IV vescovo, Castriziano, subito traslato nella chiesa di S.Giovanni in Conca. Vengono usati per l'impresa materiali di riuso trovati in loco, come la stele mutilata, con i due sposi romani divenuta semicapitello. Ne risulta una chiesa con impianto a tre navate.

Alla metà dell'XI sec, secondo le testimonianze, il monastero risulta in questo periodo appena restaurato. Dal 1168, fino al 1671 sec. verranno aggregate anche strutture ospedaliere per le ragazze madri e i trovatelli.

L'idea di giustapporre a questo antico nucleo una nuova e più grande chiesa, scaturisce dalla venerazione della vetusta immagine voluta da Ambrogio e per questo detta Madonna di Sant'Ambrogio, affrescata su una stele in nicchia (ancora visibile oggi nell'altare monumentale) che diviene di grande popolarità all'inizio del XV sec., a seguito di eventi miracolosi.

Ciò convince Filippo Maria Visconti, nel 1429, ad erigere una cappellania per custodirla, fino a creare il complesso di S. Maria dei Miracoli, finito di edificare nel 1439. Il patronato prima dei Visconti e poi degli Sforza, oltre alle elemosine dei pellegrini permisero successivi e grandi abbellimenti.
Nel 1454 vengono commissionati dall'abate del monastero, i battenti lignei del portale, rara opera di scultura lignea del XV sec., ancora visibili.
Ma i nuovi eventi miracolosi legati alla fine della peste e le relative guarigioni, accellerano la decisione di un ulteriore ampliamento. Viene così deciso di erigere una chiesa più grande, cosa che viene eseguita già alla fine del XV, grazie ad un diretto intervento di Lodovico il Moro, che conferma nella direzione della nuova fabbrica il Dolcebuono e il Palazzi, forse supervisionati dal nuovo ingegnere ducale, il Bramante.

Controversie legate alla realizzazione di un nuovo progetto azzerano la guida del cantiere, facendo subentrare l'Amadeo e Cristoforo Solari, accanto sempre al Bramante, che sicuramente intervenne per la costruzione del tiburio.

All'inizio del '500, a lavori ultimati, viene deciso di aggiungere 2 navate laterali, esautorando le cappelle laterali. Ciò portò a delle modifiche interne sensibili: volta a botte anziché le tre crociere, nella navata centrale e nel coro; diversa pilastratura, interventi pesanti sulla stessa cappella della Vergine, stravolgendone il suo impianto originario, apertura delle arcate tonde nel coro per la costruzione dell'ambulacro retrostante.
Anche l'esterno fu interessato da nuovi stravolgimenti, per la costruzione del quadriportico di Cristoforo Solari e con interventi successivi del Cesariano, tra la chiesa e il corso.

A metà del XVI secolo, il monastero risulta abbandonato e assegnato per questo ai Rocchettini, che ne avviano il rilancio.
In Santa Maria, affreschi tardo-settecenteschi dell'Appiani sulla cupola. Intanto, negli stessi anni, Giuseppe II faceva spogliare la chiesa dei suoi più importanti tesori.

Nel 1851 si aprivano le arcate meridionali del quadriportico, verso l'area antistante san Celso.
Nel 1854, venivano abbattute le prime due campate della basilica romanica, compresa la fronte settecentesca nella quale era incastonato l'originario portale figurato: la chiesa in tal modo veniva accorciata e si pensava una nuova facciata per rendere più armonico il portale romanico.